Emmanuel Roídis

La papessa Giovanna

A cura di Lawrence Durrell

 

Titolo originale: Pope Joan (I Pápissa Ioánna)

Traduzione di Cesare Cristofolini

© 1866 André Deutsch, London

© 1978 SugarCo Edizioni S.r.l., Milano

 

Indice

 

 

Prefazione di Lawrence Durrell *

La papessa Giovanna *

Parte prima *

Parte seconda *

Parte terza *

Parte quarta *

Appendice *

La Papessa Giovanna di Emmanuìl Roidis di Adriano Napoli *

 

Prefazione

di Lawrence Durrell

 

 

A Giorgio Katsimbalis

 

 

La letteratura della Grecia moderna, che fino ad oggi è rimasta completamente sconosciuta ai lettori occidentali, comincia ora ad essere esplorata in alcuni aspetti particolari. Romanzi come Zorba [di Nikos Kazantzakis, 1946] ed Eolia ci hanno messo in grado di giudicare quanto sia vitale la tradizione prosastica di questo Paese relativamente giovane, mentre i nomi di poeti quali Kavafis e Seferis hanno incominciato ad occupare il posto che meritano nella tradizione europea, a cui hanno contribuito e da cui traggono la loro origine.

Papessa Giovanna ha doppiamente diritto alla nostra considerazione: in quanto occupa una posizione centrale nella letteratura popolare della Grecia moderna, ed è anche, a modo suo, un piccolo capolavoro che, sullo scafale del lettore oculato, potrebbe trovare posto, diciamo, fra Candide e Thaïs . È un capolavoro di irriverenza, sapido e a tratti un tantino sconveniente; ma è un esempio molto genuino di libro mediterraneo, e nelle mani di Royidis il personaggio di Giovanna diventa qualcosa di più che un pupazzo da satira: diventa una verga con cui colpire i clericali. In effetti Papessa Giovanna è una sorta di breve documento della storia e delle disavventure di Eros dopo la sua trasformazione, ad opera del Cristianesimo, da Dio a movimento clandestino di resistenza.

Papissa Joanna, così suona il titolo del libro in greco, si propone di tracciare la storia del misterioso Papa Giovanni VIII che per due anni, cinque mesi e quattro giorni governò la Cristianità dalla cattedra di San Pietro. L’autore, Emmanuel Royidis, nacque nel 1835 e morì ad Atene verso la fine del 1904. Pochi dubbi sembrano sussistere sul fatto che la narrazione ebbe inizio come satira politica e di costume; ma ve n’è ancor meno sul fatto che, col procedere dell’opera, Royidis si ritrovò innamorato cotto della sua eroina: infatti la tratta con un’amorevole ironia e delicatezza, il che ce la restituisce singolarmente viva.

Papissa Joanna vide per la prima volta le stampe nel 1886. La prima apparizione del libro fece colpo.

Le autorità della Chiesa ortodossa inorridirono di fronte a ciò che appariva ai loro occhi come l’empia ironia dell’autore, non meno che di fronte alla galleria di padri della Chiesa divorati dai vermi, da lui descritti tanto amabilmente. Royidis fu scomunicato e il libro messo al bando. Nonostante la condanna ufficiale, tuttavia, l’opera gli valse la fama in Atene, mentre le traduzioni in altre lingue europee gli procurarono in una certa misura la stima casalinga dei critici. Della sola edizione francese furono vendute parecchie centinaia di migliaia di copie. Il contrasto è indicativo, perché la stampa cattolica francese rifiutò di assumersi la parte del molestatore pedante, e diede al libro un sorridente benvenuto per le sue qualità letterarie molto concrete: rendendosi conto, si suppone, che la Giovanna storica (se mai esistette) si era associata da un pezzo a tutte le altre figure folkloristiche della Chiesa, e che simili pasquinate letterarie avevano scarse probabilità di turbare qualsiasi fede seria degna di questo nome. La Chiesa ortodossa, comunque, rimase estremamente suscettibile sull’argomento avvelenato della Papessa, e pare che la fama di Royidis, dopo la morte, abbia subìto un offuscamento; fu soltanto nel 1920 che riapparve ad Atene un’edizione di Papissa Joanna. Da allora il testo si è venduto senza interruzione e, al momento in cui scriviamo, la fama dell’autore nella storia della letteratura greca moderna è assicurata.

Royidis accolse la scomunica propria e di Giovanna con filosofica indifferenza; da buon repubblicano anticlericale avvertì senza dubbio che era riuscito a ricacciare il nemico al di sotto della linea d’immersione. È singolare il fatto che il suo libro, pur essendo il più piacevole e vivace dei racconti fantastici – un vero e proprio soufflé di romanzo – si basa su una conoscenza approfondita non solo del periodo in cui visse la papessa Giovanna, ma anche della massa ingarbugliata di documenti che contengono il processo intorno alla sua effettiva esistenza. La prefazione dell’autore all’edizione definitiva di Papessa Giovanna consiste in una esauriente rassegna delle fonti che citano la papessa e in un attento esame dei vari argomenti pro e contro la sua esistenza. Si penserebbe che tutto ciò avesse ben poco a che vedere col romanzo, ma Royidis si difendeva dai critici asserendo che aveva inventato pochissimo per cui non fosse possibile rintracciare una fonte, e che il suo quadro della Atene del nono secolo si basava su documenti inconfutabili.

Non senza una certa asprezza rammentò ai critici che l’opera riportava soltanto «Fatti ed eventi comprovati e fuori discussione», e annotò per giunta: «Proteste generiche e infondate in nome della morale non soltanto risulteranno prive di senso, ma ci ricorderanno il detto del poeta inglese: "Solo gli immorali parlano di morale".» Tanto basta per quel che riguarda le intenzioni dichiarate dell’autore, e le sue fonti. Ma una volta stabilito ciò, resta da dire che il personaggio di Giovanna si erge molto al di sopra delle preoccupazioni meramente letterarie e sociologiche del suo creatore. Come ogni personaggio felice, dà l’impressione di essere stata più creata che fabbricata, e c’è qualcosa di commovente nell’innocenza che è la sua sola arma contro il mondo della realtà, con i suoi bigottismi e i suoi castighi. Di Royidis stesso parecchio è stato reso noto: nato da origini modeste, viaggiò molto e studiò in Francia e in Germania.

Repubblicano, era naturalmente anglofilo e leggeva l’inglese per suo diletto e istruzione. Negli anni intermedi ebbe da lottare contro difficoltà economiche, e nel periodo in cui Tricoutis fu primo ministro ebbe più volte l’incarico di bibliotecario presso la Biblioteca di Atene, per non esserne esonerato che dall’avvento della fazione realista.

Trascorse poveramente i suoi ultimi anni: pure la sua figura tarchiata e barbuta era familiare a tutti i frequentatori delle taverne e delle osterie nella Plaka ateniese. La sordità avanzante conferì ai suoi lineamenti un’aria di garbato distacco che si addiceva benissimo al creatore di Giovanna.

Come autore di saggi e trattati era ben noto al pubblico ateniese, ma c’è da dubitare che valga la pena di tradurre qualsiasi suo lavoro in questo campo. Era l’uomo di un solo libro: e una volta che l’ebbe scritto fu spesso chiamato a difenderlo. Cosa che fece con molto spirito, ironia e fascino.

Insensibile alla critica letteraria come tale, era assai più suscettibile di fronte all’insinuazione che la papessa Giovanna fosse una figura del tutto apocrifa.

Affermò insistentemente fino all’ultimo che poco aveva inventato della storia originale, e il suo trattato sulle prove dell’esistenza della papessa Giovanna lasciò via libera a tutta la fiumana di retorica e di erudizione contenuta, con cui non si era curato di appesantire il romanzo. Poiché Royidis era innamorato di Giovanna e non poteva tollerare di vederla trattata come un mito del nono secolo.

Ma che dire del papa storico sul quale il nostro autore ha basato la sua narrazione? I più recenti scrittori che sono stati tanto audaci da scendere nell’arena ci hanno fatto intendere che è un’invenzione.

Inutile dire che questo punto di vista non è condiviso da Royidis il quale ha dedicato parecchi studi all’argomento. Esisté veramente la papessa Giovanna? L’intera questione è mirabilmente riassunta da Platina e dal fatto che egli sentì il dovere di includerla nelle sue Vite dei Papi.

Nessuno può pretendere di sostenere che della sua esistenza abbiamo prove, più che indizi; tuttavia se uno studioso serio come Platina – segretario egli stesso di un papa e bibliotecario del Vaticano – si sentì obbligato a includere Giovanna nel canone dei papi, dobbiamo concludere che la forza della tradizione, da molte fonti e da molti anni, deve avere imposto questa scelta sgradevole. Eccone la biografia, fornitaci da Platina:

Papa Giovanni VIII: Giovanni, inglese di estrazione, nacque a Mentz e si dice sia arrivato al Pontificato per mezzo di arti diaboliche: infatti travestitasi da uomo laddove era una donna, andò da giovane col suo amante, uomo dotto, ad Atene; e colà progredì tanto in cultura sotto i professori che, giunta poi a Roma, incontrò pochi che potessero competere con lei, e meno ancora che fossero in grado di superarla, perfino nella conoscenza delle scritture; e con le sue dotte e sagaci lezioni e dispute, meritò tanto rispetto e autorità che alla morte di Leone (secondo Martino) fu eletta papa in vece sua per consenso comune.

Mentre andava alla Basilica del Laterano, tra il Colosseo (così chiamato per via del Colosso di Nerone) e San Clemente, le vennero le doglie e morì sul posto, dopo un pontificato di due anni, un mese e quattro giorni; e venne sepolta lì senza alcuna pompa.

Questa storia circola comunemente ma proviene da autori molto dubbi e oscuri; perciò l’ho riferita nudamente e brevemente, così da non apparire ostinato e pertinace ammettendo ciò di cui si chiacchiera tanto diffusamente, che preferirei sbagliarmi in ogni altra cosa; benché sia certo che quanto ho riferito si possa considerare non del tutto incredibile.

Tanto per la posizione storica della papessa la cui vita è stata argomento di controversie teologiche dal Medio Evo ad oggi. Si sono scritti intorno a lei numerosi trattati, ma niente che abbia l’interesse e la freschezza di questo agile romanzo; forse però dovrei segnalare un dramma elisabettiano perduto che figura nelle lunghe liste del diario di Hensloive. Manca il nome dell’autore e il testo non è sopravvissuto, ma è divertente veder apparire la papessa in un elenco che comprende nomi come quelli di Marlowe e di Shakespeare: il soggetto potrebbe ben aver tentato il primo dei due, ma... è una considerazione inutile, a meno che un giorno il dramma stesso non torni alla luce per sfidare a confronto la piccola opera di Royidis. C’è da dubitare che si scoprirà mai una prova definitiva pro o contro la sua esistenza; ma finché questo mito è in grado di darci opere fantastiche così brillanti come Papissa Joanna, non dovremmo brontolare troppo.

Lo storico può gridare: «Papa Giovanni VIII è morto», ma si tratterrà a stento dall’aggiungere – magari sottovoce – «Sempre viva Giovanna».

E ora, compiuto l’atto formale di introduzione alla duplice essenza – la papessa Giovanna come storia e la papessa Giovanna come letteratura – mi rimane solo da raccomandarla al lettore "clemente" che Royidis scrivendo invocò tanto spesso; e che, secondo lui, ella non aveva ancora incontrato nella natia Grecia.

Non so se sia buon costume letterario dedicare i libri degli altri ai propri amici; ma io mi sono preso la libertà di offrire questa edizione di Papessa Giovanna a quel gigante del moderno sapere ed umorismo greco che è Giorgio Katsimbalis, il quale occupa, nei circoli letterari ateniesi d’oggi, la posizione di un dottor Johnson. Credo che non esista uno studioso o un traduttore il quale non abbia un debito verso di lui per la sua opera nei vari campi della letteratura greca moderna; e io non riesco a pensare a nessuno più degno di ricevere una dedica sul frontespizio del presente libro. Royidis sarebbe stato d’accordo se fosse stato vivo. In effetti fu lui, Katsimbalis, che per primo portò a mia conoscenza il libro, nel 1939, nel corso dì una di quelle lunghe passeggiate chiacchierone per i dintorni di Atene; passeggiate rese così vivaci dal parlare discorsivo di uno dei migliori conversatori del mondo. Sostammo davanti alla vetrina di una libreria dove si trovava una copia di Papessa Giovanna, che lentamente si accartocciava al sole. «Ecco un bel libro», borbottò Katsimbalis colpendo il vetro col suo enorme bastone e dondolandosi sulle gambe. «È un tipico libro birichino, un libro greco, pieno di spasso, cattivo gusto e ilarità e irriverenza.» Non vedo come un lettore che apprezzi una qualsiasi di queste qualità nei suoi scrittori potrebbe non essere d’accordo.

 

 

La papessa Giovanna

 

 

Parte prima

 

 

Il y a bien de la différence entre rire de la religion, et rire de ceux qui la profanent par leurs opinions extravagantes.

Pascal, Lettre XI

 

 

È provinciale la pazienza di ascoltare il chiacchiericcio delle vecchie sivigliane, per scoprire se la madre del suo eroe diceva il Paternoster in latino, se sapeva l’ebraico, e se indossava o meno gonna e calze di lino. Io vorrei anche dire al mio lettore, se non tutti questi particolari, almeno il nome degli antenati della mia eroina: ma sebbene abbia rovistato fra le storie di tutti gli Erodoti medievali, ho potuto scoprire soltanto che suo padre aveva nomi così numerosi e svariati come Zeus ne ebbe dai poeti o il Diavolo dagli Indù.

Dopo aver trascorso parecchi anni sui miei manoscritti, per scoprire se la famiglia di Giovanna discendeva dal ramo dei Willibald o da quello dei Willifrid, sono stato costretto, contro voglia, a dubitare che avrei avuto dal pubblico un adeguato riconoscimento per tanti sforzi. Così, prendendo spunto dai savi contemporanei, che sembra abbiano paura di sprecar tempo nel leggere, perché allora scriverebbero meno, defraudando quindi i posteri di qualcosa che vale, raccolgo il filo della mia narrazione, o meglio, la incomincio.

Orbene, il padre ignoto della nostra eroina era un monaco inglese, anche se io non ho potuto stabilire da quale contea provenisse, dato che a quel tempo l’Inghilterra non era stata ancora suddivisa in contee per il comodo degli esattori delle imposte. I suoi antenati erano quegli apostoli greci che erano stati fra i primi a piantare la croce sui verdi campi d’Irlanda. Lui era un allievo di Giovanni Scoto Eriugena, il primo ad escogitare un sistema per la fabbricazione su vasta scala di manoscritti antichi, con cui infinocchiava i dotti dell’epoca, proprio come fece Simonide coi berlinesi del suo tempo. Soltanto questi fatti ci ha lasciato la storia sul padre di Giovanna.

Quanto a sua madre, si chiamava Giuditta. Era bionda e faceva la guardiana delle oche per un barone.

Questo nobile sassone, sceso un giorno a scegliere le oche più grasse per un banchetto che doveva dare, si ritrovò un’inclinazione per la guardiana non meno spiccata che per le sue oche: e la trasferì in un momento dal cortile del pollaio alla camera da letto.

Stufo di lei dopo un po’, la passò al suo coppiere, il quale la passò al cuoco che, a sua volta, la concesse allo sguattero. Quest’ultimo, essendo uomo di straordinaria devozione, la cedette a un monaco in cambio del sacro dente di San Gutlhac il quale, secondo la leggenda, visse e morì in gran purezza in qualche fossa della Mercia. Fu così che Giuditta dal letto del suo padrone cadde fino al petto di un monaco; come, nell’Inghilterra di oggi, il cilindro è caduto dalla testa del diplomatico a quella del mendicante. Perché in quel Paese mirabilmente governato, mentre un buon numero di persone muore di stenti e mentre altri offendono il pudore per mancanza di una camicia, tutti però, dagli onorevoli ai becchini, dai nobili ai mendicanti, portano il cilindro, simbolo della loro eguaglianza di fronte alla costituzione. Il matrimonio fu felice. Di giorno il monaco trottava di castello in castello vendendo preghiere e santi rosari; la sera rientrava alla sua cella, con le mani tutte sbavate dai baci dei fedeli e la sacca piena di pane, pasticci, dolci e noci. Le patate erano ancora ignote all’Inghilterra. Furono introdotte più tardi insieme a una costituzione per il governo di quel popolo libero; infatti, allorché imperò una ragionevole eguaglianza, i servi si accorsero che non potevano più mangiare nemmeno le briciole dalla tavola del padrone.

Giuditta, quando sentiva il canto del marito nella vallata sottostante, preparava la tavola; cioè preparava, su qualche asse grezza, il loro grande piatto comune, la forchetta di ferro, la scodella di corno di bufalo, e ammucchiava sul focolare legni secchi per aver luce durante il pasto.

Tovaglioli, bottiglie e candele, allora, erano noti soltanto ai vescovi.

Dopo il pasto serale gli sposini stendevano le loro pelli di pecora su un mucchio di foglie secche, si coricavano, e tiravano su di sé una pesante pelle di lupo. Più era tagliente il vento del nord, più era fitta la neve d’inverno, e più si stringevano l’uno all’altro, da quella coppia felice che erano: dimostrando così che Sant’Antonio aveva preso un abbaglio a proposito del freddo che raggela l’amore, non meno dei Greci che chiamavano l’inverno misogino.

Trascorsero così molti giorni felici, i genitori di Giovanna, «in mezzo a soavi carezze»: finché una mattina, mentre il monaco scacciava dagli occhi il sonno e dalla barba qualche capello biondo di sua moglie, due arcieri sassoni comparvero sulla porta della capanna.

Stavano ritti sulla soglia, seminudi e scalzi, con lunghi scudi e le faretre piene di frecce sul dorso; e stando lì sbraitarono che, in nome dell’Eptarca Egberto, ordinavano al capofamiglia di seguirli senza indugio e di portare con sé provviste sufficienti per un lungo viaggio. Il monaco sgomento si buttò una bisaccia sul braccio e prendendo la moglie con una mano e il bastone con l’altra, seguì gli arcigni individui, stringendo saldamente sotto l’ascella un libro di preghiere.

Viaggiarono tre giorni e tre notti attraverso brughiere e valli e per montagne brulle, incontrando per via altri gruppi di religiosi sotto la custodia di arcieri. Il quarto giorno arrivarono al piccolo porto di Garyon. Sulla banchina dove venivano condotti dalle guardie era radunata una gran folla. Sopra una collinetta erbosa stava il buon vescovo di Eboracum, di nome Volscio. Era occupato a benedire tutti i fedeli di una grossa nave sassone, che fremeva nel porto quasi impaziente di spiegare le sue vele quadrate e di volgerle ai venti lontani del vasto mondo.

Quando i coscritti, convenuti in numero di sessanta dai quattro angoli dell’Inghilterra, furono in piedi davanti a lui, Volscio li riunì uno alla volta al proprio petto e ad ognuno distribuì due denari.

— Andate, — disse, — e predicate a tutte le nazioni. — E dalle braccia del vescovo ogni missionario fu risolutamente tradotto al ponte di un tetro vascello. Si trovarono presto sulle onde torbide del Mare del Nord, sapendo appena su quali lidi stranieri avrebbero trovato l’aurea corona del martirio o il recinto di qualche grasso monastero.

E mentre loro continuavano a navigare sotto la divina protezione della Croce, io vorrei ora fare una sosta, per spiegare al lettore che cosa c’era esattamente nella mente del buon vescovo Volscio, che lo inducesse ad affidare alla mercé delle onde tanta parte dello splendore della Chiesa inglese.

Per far questo, comunque, dobbiamo dire addio ai Britanni ed entrare nella terra dei Franchi.

Il grande Carlo, dopo aver scorrazzato per tutta l’Europa mietendo del pari teste ed allori con la sua lunga spada, dopo aver strangolato, accecato o mutilato i tre quarti del mondo sassone e aver così ottenuto la rispettosa sottomissione della parte restante, si stava finalmente concedendo un breve riposo, con tutti questi trofei intorno. Era ad Aquisgrana, città giustamente famosa per le sue sacre reliquie non meno che per i suoi aghi. Tutto andava bene nel suo vasto Impero. Il saggio Alcuino era indaffarato a lavare i suoi sporchi sudditi nelle acque sacramentali del battesimo, a tagliare loro le rosse barbe e le lunghe unghie, e a svelare a pochi i tesori di una saggezza inesauribile; addolciva ad altri le labbra con il miele del Verbo o li erudiva in fatto di radici linguistiche, o insegnava loro che la stessa penna d’oca che guida una freccia può servire anche per scrivere. Il beato Imperatore passava i suoi giorni avendo poco da fare, se si eccettua il contare le uova che gli facevano le galline, il giocare con le figlie e con l’elefante (dono del califfo Aroun) e il catturare efferati assassini e briganti, a cui infliggeva una piccola ammenda: mentre quei sudditi che mangiavano carne di venerdì o che venivano sorpresi a sputare dopo la comunione venivano appesi ai rami degli alberi.

Ora, mentre il pio Carlo, che conosceva i classici benché non sapesse scrivere, ripeteva ogni giorno a se stesso Deus nobis haec otia fecit, i Sassoni sollevarono di nuovo le teste audaci seppure incolte, e, affondando mani e braccia nel sangue (non di tori questa volta ma di vittime umane), giurarono per Thor, Wotan ed Erminsul che avrebbero scrollato il giogo carolingio o avrebbero fatto scorrere col loro sangue l’Elba e il Weser. Al solito, comunque, arrivò l’Imperatore, vide e conquistò immediatamente. Brandiva quella stessa lancia che, affermano gli Evangelisti, era stata adoperata da un soldato romano per trafiggere il fianco al Redentore, e che poi era stata collocata presso il letto di Carlo mentre dormiva vicino all’arcangelo Michele: come ricompensa, si dice, per essersi astenuto dalla carne cotta in Quaresima e da quella cruda dormendo da solo. Temendo di essere magari costretto, per colpa dei Sassoni, a distogliere il proprio interesse dalle cose sacre, l’Imperatore Carlo decise che lo sterminio sarebbe stato la cosa migliore per loro o, fallisse questo, il battesimo, lo volessero o no.

Nessun altro missionario riuscì, in così breve tempo, a convenire tanti infedeli. L’eloquenza del conquistatore gallico era inoppugnabile. «Credi o muori», diceva al prigioniero sassone, nei cui occhi brillava, con la luce dell’argomento decisivo, il balenio della spada del boia. La plebe si accalcava nei fonti battesimali come le oche nei fossi dopo la pioggia.

Ma dal momento che, per quanto gagliarda sia la fede, è indispensabile per il cristiano avere una idea di che cosa crede, come lo è oggi a Tahiti e Malabar, divenne chiaro che bisognava istituire qualche forma di catechismo. Tale compito fu affidato ai caporali di Carlo, i quali istruivano le nuove reclute disponendole in file di dieci, e bastonandole senza pietà ogni volta che si fermavano e trovavano troppo difficili da pronunciare le parole «Io credo». In tal modo veniva resa giustizia a Gesù contro quegli altri idoli che perseguitarono i suoi primi seguaci, quand’essi erano bruciati vivi sotto Nerone o accecati sotto Diocleziano. Di qui anche il proverbio francese: La vengeance est le plaisir des dieux.

Finché la battaglia si stava effettivamente combattendo, i soldati adempivano i doveri dei sacerdoti, ma quando le cose tornarono ad acquietarsi e le cognizioni teologiche dei missionari furono esaurite, tutti – e l’Imperatore per primo – avvertirono che c’era un crescente bisogno di catechisti più autorevoli.

Purtroppo, tra i Franchi, i monaci erano esperti piuttosto nel prepararsi il vino caldo che nell’assimilare dogmi religiosi; battezzavano i bambini in nome del Padre, della Figlia e dello Spirito Santo, insistevano sul fatto che la madre di Dio fu concepita attraverso l’orecchio, facevano colazione prima di prendere la comunione e costringevano il diacono a bere l’acqua in cui si lavavano le mani della messa. Carlo sentiva che in mano a simili precettori non era possibile affidare neppure questa plebaglia sassone; sentiva che in breve si sarebbe potuta rendere necessaria un’altra spedizione per abbattere nuovi simulacri di Bacco e di Morfeo.

Indeciso sulla linea d’azione più opportuna, consultò Alcuino, ai cui detti da oracolo i Franchi di quel tempo ricorrevano né più né meno che i Greci ai responsi della Pizia. Alcuino era britannico, e la Gran Bretagna, a quel tempo, aveva il monopolio dei teologi come oggi ha quello delle locomotive. Fu così che una nave venne mandata lì a raccogliere un gruppo di missionari per l’iniziazione dei Sassoni ai misteri della vera fede. L’arca cristiana, che trasportava come passeggeri il padre di Giovanna e sua moglie, bordeggiò per otto giorni prima di passare la foce del Reno, e il nono arrivò al porto di Nimega, dove questi cercatori d’anime calcarono il suolo germanico per la prima volta. Da questo punto, viaggiarono alcuni a dorso d’asino, altri su barche, altri a piedi, fino alle fonti del Lippe, giungendo infine, stanchi e affamati, a Paderborn, dove Carlo stava allora accampato, circondato da scudi e croci infissi nel terreno.

Il vittorioso Carlo spartì immediatamente la Sassonia fra i monaci, con la consegna a ciascuno di far fregiare di una croce ogni casa della propria parrocchia. Il padre di Giovanna fu comandato nel Sud, a Erisburg, dove avrebbe dovuto abbattere l’idolo di Erminsul, intorno al quale solevano radunarsi i rivoluzionari, come fanno oggi nella piazza Haftia di Atene, e dove avevano ricominciato ad offrire sacrifici umani e a promuovere quasi quotidianamente congiure. Il misero monaco, caricata sul somaro la moglie e quattro pagnotte di pane nero sassone, partì per il suo viaggio, la briglia della bestia in mano, con le lacrime che gli bruciavano gli occhi al ricordo delle rustiche comodità della sua capanna natia.

Per otto anni, ora, il padre di Giovanna vagò sotto gli alberi della Westfalia predicando, battezzando, confessando e seppellendo. Conobbe sofferenze ben maggiori dell’apostolo Paolo: infatti fu innumerevoli volte percosso, dieci volte lapidato, cinque volte fu gettato nel Reno e due nell’Elba, quattro volte fu bruciato e tre impiccato; eppure, malgrado tutto ciò, viveva ancora, con l’aiuto della Madonna. Per gli scettici che mettessero in dubbio la veridicità di questo resoconto, aggiungerò che si può fare riferimento al grande leggendario di quel tempo, dove si apprenderà come la bionda Vergine sorreggesse i piedi dei fedeli quand’erano impiccati, estinguesse le fiamme di una pira ardente con un ventaglio fatto di ali d’angelo e si slacciasse la cintura azzurra per porgerla a chi annegava, press’a poco come Ino quando offrì il suo velo ad Ulisse.

Nessuna di queste sofferenze, tuttavia, intaccò lo zelo né mutò lo spirito dell’infaticabile missionario, sebbene il suo corpo divenisse gradatamente quasi irriconoscibile, perché i Frisoni gli avevano strappato l’occhio destro, i Longobardi gli avevano mozzato le orecchie, i Turingi il naso: mentre gli indomiti abitatori delle foreste di Erlking, nel desiderio di eliminare la discendenza futura del missionario, prima immolarono i suoi due bambini sull’altare di Teutone e poi, con lo stesso inumano coltello, gli amputarono... ogni speranza di paternità.

Giuditta, che gli rimaneva ancora fedele perfino dopo la sua ultima mutilazione, cercava in tutti i modi di lenire il peso della sua sofferenza.

Spesso, quand’egli si svegliava di notte e la desiderava, vanamente ammiccandole col suo unico occhio e piangendo sulle sue creature perdute non meno che sui suoi piaceri spenti, ella lo baciava teneramente, dicendo: — Ogni giorno accendo una candela all’altare di San Paterno. Forse questo patrono della fecondità ci risponderà e troverà il modo di farci avere altri bambini. — Ah, sventura sul voto della buona Giuditta, che fu ben presto esaudito: non tanto da un miracolo di San Paterno, quanto da due arcieri del conte di Erfurt.

Questi due seminatori di guai la incontrarono sugli argini della Fulda, dove ella stava stendendo la tonaca bagnata del marito sopra un cespuglio: mentre lui, non avendo nient’altro da indossare, se ne stava accovacciato al riparo dei cespugli come Ulisse, in attesa che l’indumento s’asciugasse.

Gli arcieri stesero lei pure, sull’erba, e le ricordarono, in modo piuttosto deciso, il destino della donna su questa terra. Quando furono soddisfatti e partirono, lo sfortunato monaco emerse dal suo nascondiglio e si mise la tonaca com’era, maledicendo i Sassoni che gli avevan dato, come si dice, un paio di corna da aggiungere all’aureola di martirio che circondava la sua testa calva.

Nove mesi dopo, nell’anno 818, Giuditta partorì a Ingelheim (o, a detta di alcuni, a Magonza), la futura erede delle chiavi del paradiso, Giovanna.

Siccome costei nacque in mezzo agli stenti di quella vita girovaga, suo padre – o meglio il marito di sua madre – la battezzò nel fiume gelido di Meinengen, dove spesso gli indigeni immergevano le spade per temprarne le lame.

I biografi di ogni Eroe hanno l’abitudine di abbellire la culla del loro protagonista, alla maniera antica, con presagi meravigliosi, in tal modo annunciando l’alba di future doti e virtù. È così che si sente di Ercole che da bambino strangolava draghi, e Criezoti l’orso; mentre si ritiene che sulle labbra di Pindaro si siano posate le api e che Pascal abbia inventato la geometria a dieci anni.

Ora, come l’eroe di Byron, mentre ascoltava la messa in braccio a una nutrice, distolse lo sguardo dai santi macilenti per affissarlo con maggior commozione sulla Maddalena, così la nostra eroina, cui era riservato di forgiarsi un destino nel mondo ecclesiastico, manifestò subito le sue tendenze rifiutando il capezzolo quando glielo si offriva di mercoledì o di venerdì: che se poi per avventura gliel’offrivano durante il Digiuno, volgeva inorridita gli occhi altrove.

I suoi primi giocattoli furono croci, reliquie e rosari. Sapeva il Paternoster in inglese, in greco e in latino prima di mettere i denti; e prima che le cadessero i denti di latte assisteva il padre nella sua opera di missionario, catechizzando ragazzine sassoni della sua stessa età. Benché avesse solo otto anni quando sua madre Giuditta morì, pronunciò tuttavia lei stessa l’orazione funebre, arrampicandosi sulle spalle di un becchino per farlo meglio.

Ora, mentre Giovanna cresceva ogni giorno in bellezza e in saggezza, suo padre, martoriato dalle sofferenze e abbattuto dalla perdita della moglie, si sentiva di giorno in giorno declinare. Invano invocava San Geno che gli rinsaldasse le gambe tremanti; invano accendeva candele a Santa Lucia chiedendole di rafforzargli la vista, tanto da poter leggere ancora il salterio; invano supplicava San Forzio di rinvigorirgli la voce. Le mani gli tremavano tanto che un giorno, mentre offriva il Corpo di Nostro Signore alla bellissima Gisela, badessa del monastero di Bitterfield, lo lasciò cadere nel bianco petto che questa serva di Cristo lasciava scoperto per concessione speciale di papa Sergio.

Lo scandalo fu enorme. La comunicanda diventò scarlatta, le suore si coprirono il viso con le mani e i preti del luogo gridarono forte: — Sacrilegio. — E come un’eco fedele, le vergini solitarie raccolsero il grido e dilaniarono il misero vecchio, quali baccanti impazzite, strappandogli di dosso i paramenti sacri e spingendolo fuori dal monastero.

Per quindici giorni lo sfortunato missionario errò con Giovanna per le foreste inospitali tra Francoforte e Magonza, trascorrendo le notti addormentato sotto gli alberi, e cibandosi di ghiande con i maiali della Vestulia. Siffatta dieta però, se ingrassava questi fratelli di Sant’Antonio, ridusse in breve tempo il povero monaco e sua figlia magri come le sette spighe nel sogno di Faraone. Invano il monaco tentò di ripetere il miracolo del suo compatriota San Patrizio, che con le sole preghiere trasformò i cinghiali selvatici delle gibbose brughiere irlandesi in grassi prosciutti; altrettanto sterile fu la sua supplica, alle aquile che gli volavano sopra la testa, di portargli del cibo come avevano fatto per Santo Stefano.

Giovanna, di tanto in tanto, alzando verso il padre gli occhi rugiadosi, non si tratteneva dal piagnucolare: — Ho fame, papà. — In principio l’amoroso padre sollevava al cielo le braccia scarne, e rispondeva come Medea: — Aprirò le mie vene e ti nutrirò del mio stesso sangue. — Ma la fame a poco a poco gli inaridì sia la gola che gli affetti, e al lamento della figlia rispondeva secco: — Tira avanti.

Il movimento di una lampada portò la mente di Galileo fino alla realizzazione del pendolo; e allo stesso modo il nostro monaco affamato apprese un metodo per sopravvivere dall’osservazione di un’orsa bianca. Osservando una di queste pelose giovinette polari che ballava durante una festa locale, intanto che il suo padrone raccoglieva soldi dagli spettatori, decise di utilizzare la precocità e la saggezza di Giovanna e di sfruttarla come l’addestratore faceva con l’orsa, per guadagnarsi il pane quotidiano e un bicchiere di birra. Con quanta ragione, dunque, annotò in qualche luogo Erasmo che un uomo di buon senso può imparare una quantità di cose utili da un orso.

Così il vecchio monaco cominciò a preparare la figlia per la sua nuova professione, ficcando nella sua testa di dieci anni molte delle sciocchezze che i saggi dell’epoca denominavano Dogmatismo, Demonologia, Scolastica, o comunque altro le chiamassero nelle loro pergamene da cui avevano accuratamente raschiato ogni traccia degli inni omerici o degli epigrammi di Giovenale.

Quando la ritenne sufficientemente aggiornata nella sua materia, da poter intraprendere la battaglia, incominciarono a fare un giro dei castelli e dei monasteri nelle fitte selve della valle di Vestula.

Come entravano in un castello, il vecchio monaco si inginocchiava molto rispettosamente ai piedi del signore, benediceva la dama, offriva da baciare ai servitori le braccia o il cordone e poi, collocata Giovanna sopra un tavolo, dava inizio alla rappresentazione.

— Dimmi, figlia, — diceva, — che cos’è la lingua?

— La sferza dell’aria.

— Che cos’è l’aria?

— L’elemento della vita.

— Che cos’è la vita?

— Per i felici un piacere, per i miseri un tormento, per tutti un’aspettazione di morte.

— Che cos’è la morte?

— Esilio su lidi sconosciuti.

— Che cosa sono i lidi?

— I limiti del mare.

— Che cos’è il mare?

— Una casa per i pesci.

— Che cosa sono i pesci?

— Ghiottonerie della tavola.

— Che cos’è una ghiottoneria?

— L’opera di un grande cuoco.

Dopo un certo numero di botte e risposte di questo genere, sufficiente a dimostrare una cultura generale che andava dalla teologia alla culinaria, il vecchio monaco invitava il confessore del castello a interrogare la ragazza in qualsiasi campo dell’umano scibile gli piacesse; ed ecco che Giovanna, gettando l’amo nell’oceano della sua memoria, estraeva sempre la risposta esatta, spesso confortandola con un versetto dalle Scritture o con una citazione da Bonifacio. Dopo l’esame saltava dolcemente giù dalla tavola, e facendosi vassoio del grembiule col sollevarne le cocche, passava a turno davanti a ciascuno e con un soave sorriso ne impetrava la benevolenza. Qualcuno le buttava monetine di rame, qualcuno d’argento, mentre altri le donavano uova o mele; e quelli che non avevano nulla, un bacio in fronte alla bionda giovane predicatrice.

Vissero in questo modo per cinque anni e più, mangiando ogni giorno – e spesso due volte al giorno – e trascorrendo molte notti sotto i pannelli di quercia del castello di qualche nobile, o ancora, sotto il tetto di paglia di un guardaboschi o di un cacciatore. Il passare degli anni e il ricordo delle antiche sventure avevano un po’ smorzato lo zelo del vecchio missionario, tanto che non faceva più alcun tentativo di catechizzare i riottosi o di battezzare, senza pieno consenso, nessuno, fuorché i morti che trovava sulle rive dell’Elba o del Reno dopo una grande battaglia. E anche questi smetteva bruscamente di battezzarli quando ricordava che, secondo la credenza del tempo, il battesimo dei morti avrebbe aperto loro le auree porte del paradiso.

Dopo anni di questo vagabondaggio, il vecchio si portò un giorno a quei lidi sconosciuti dai quali non c’è ritorno.

La morte lo colse mentre stava nella cella del buon eremita Arculfo che viveva sulle rive del Meno, cantando le lodi dei santi e intessendo canestri di vimini per i pescatori.

Giovanna, avendo chiuso devotamente gli occhi al padre, lo seppellì, aiutata dall’eremita, sotto un salice alla foce del fiume, incidendo sul tronco dell’albero un epitaffio che illustrava le virtù dello scomparso.

Fatto ciò, la povera ragazza si gettò bocconi sulla terra che nascondeva il solo protettore da lei conosciuto in questo mondo: e mescolò, come la moglie d’Otello, le sue lacrime salate con le onde che le bagnavano i piedini. Offerta questa libagione pietosa al cenere paterno, si asciugò quelle lacrime inutili. Il dolore che proviamo per la perdita di qualcuno molto vicino a noi è simile all’estrazione di un dente: il male è acuto ma istantaneo. Soltanto i vivi possono essere per noi causa di dolore duraturo. Chi ha mai versato sulla tomba dell’amata la metà, la centesima o anche la millesima parte delle lacrime sparse quotidianamente per la sua crudeltà in vita? Quando Giovanna cessò di piangere, si chinò con la testa giù fino alla superficie dell’acqua per rinfrescarsi gli occhi che bruciavano. Per la prima volta, osservò attentamente la propria immagine lì specchiata, e considerò l’unica creatura da amare al mondo che il tempo le aveva lasciato.

Affacciamoci al di sopra della sua spalla e guardiamo l’immagine nel fluido specchio.

Faccia da sedicenne, più tonda di una mela; capelli biondi da Maddalena, ma scarmigliati come quelli di Medea; labbra rosse come una berretta da cardinale, che promettevano piaceri inesauribili; seni paffuti e morbidi come pernici, ancora palpitanti di commozione. Tale era Giovanna quando si diede un’occhiata nell’acqua: e fu veramente così che io stesso la vidi in un manoscritto miniato di Colonia.

Quella rivelazione in qualche modo alleviò il dolore della nostra eroina, che a questo punto si allungò sull’erba e, appoggiando il mento sulle mani, incominciò a domandarsi come poteva mettere a frutto tanta bellezza e saggezza: se doveva prendere il velo o trovarsi un altro protettore come suo padre. Dopo qualche minuto di quel sonnacchioso fantasticare, oppressa dalla calura ardente e sedotta dallo stridio delle cicale, si addormentò all’ombra di un albero che la riparava dal sole e dagli sguardi dei curiosi.

Ora io non ho idea se Giovanna avesse mai letto Luciano, ma quando chiuse gli occhi ebbe una visione non dissimile da quella del Samosatense.

Le apparvero due donne che uscivano dall’acqua. Una aveva i seni nudi e portava fiori sui capelli e sorrideva.

L’altra, in abito talare nero con una croce sul petto, aveva un aspetto molto devoto. Erano entrambe molto piacenti: la bellezza dell’una pareva rievocare orge di riso, tintinnio di bicchieri e il tambureggiare dei piedi nella danza; gli sguardi rugiadosi dell’altra favellavano delle gioie misteriose delle abbazie, di silenziosi banchetti e di segreti baci.

Alla prima veniva voglia di serrare la vita in qualche chiassosa sala da ballo, gremita di candele accese, sotto gli occhi di innumerevoli spettatori; ai piedi dell’altra ci si sarebbe inginocchiati, in una cella silenziosa, sotto la luce incerta della lampada appesa davanti all’immagine di un santo.

Come le due donne si avvicinarono a Giovanna, la prima, correndo avanti alla compagna, le si rivolse, al tempo stesso facendo scorrere amabilmente le dita fra i riccioli biondi della nostra eroina.

«Ti ho vista qui», le disse, «esitante nella scelta fra i piaceri terreni e il silenzio del monastero, e sono corsa subito a guidare i tuoi passi incerti verso la via della vera felicità. Io sono Santa Ida: non c’è una sola cosa buona al mondo che io non abbia provato. Ho conosciuto la gioia di due mariti, tre amanti e sette bambini. Ho vuotato molte bottiglie di vino generoso e ho trascorso nel piacere molte notti insonni. Ho mostrato al mondo le mie spalle, ho offerto ad ogni labbro la mia mano, ho permesso a tutti coloro che sapevano ballare di cingermi la vita, e sono ancora venerata e adorata fra i santi. Tutti questi piaceri ho goduto pur mangiando pesce in Quaresima, buttando le briciole della mia mensa alle bocche ingorde dei preti e donando loro i miei abiti smessi per addobbare le statue della Vergine. Posso prometterti un uguale avvenire se accetti il mio consiglio.

«Sei povera, senza tetto e cenciosa; eppure anch’io, prima di diventare la moglie del conte di Ecbert, ho patito in inverno per le dita gelate; anch’io ho scoperto che tutto ciò che possedevo erano le mie labbra rosse: pure, queste mi procurarono ricchezze, onori e infine la santità. Abbi coraggio dunque, mia bionda Giovanna.

«Che tu sei dolce come l’olmaria, saggia come il libro di Inamar, scaltra come la volpe della Foresta Nera. Con queste doti puoi ottenere quanto di più delizioso offre la vita. Cammina lungo la strada maggiormente frequentata, e lascia che gli stolti prendano le vie laterali se credono.

«Trovati un marito che ti dia il nome e sandali spagnoli; abbi degli amanti che s’inginocchino a baciare questi sandali; abbi dei figli che ti consolino nella vecchiaia; e abbi, se lo desideri, la Croce in cui potrai rifugiarti, infine, ogni volta che sarai stanca della vita o che i vivi saranno stanchi di te. Questa via e questa sola porta alla felicità: la via che io ho seguito per trent’anni, tra fiori, banchetti, cavalli e canti, circondata da mariti che mi amavano, amanti che lodavano la mia avvenenza e sudditi che benedicevano il mio nome.

«E quando venne la mia ora, mi adagiai a riposare su un letto di porpora, avendo ricevuto la comunione dalle mani di un arcivescovo e confortata dai miei figli. Ora attendo senza timore il Giudizio Finale, sotto il bel marmo freddo su cui incisero le mie virtù in caratteri d’oro.»

Così parlò Ida; e suggerimenti in tutto simili vengono sussurrati quotidianamente all’orecchio delle figlie da madri esperte, che promettono la salvezza attraverso le cose terrene e le mettono in guardia contro gli scrittori insulsi. Ma quand’ebbe spiegato davanti agli occhi di Giovanna la brillante serie dei piaceri mondani, venne avanti la compagna in abito talare e cominciò a parlare, con una voce che fluiva dolce come le acque del Siloe.

«E io, bambina mia», cominciò, «sono Santa Lioba; britannica come te e cugina del protettore di quel popolo, San Bonifacio, ero amica del padre che hai seppellito sotto questa terra.

«Dei piaceri del mondo hai sentito da lei quanto basta. Combinando insieme matrimonio, maternità, passioni e cavalli ha preparato una pillola zuccherata e te l’ha buttata come un buon pescatore butta l’esca nel mare. Ma non ha parlato né del prezzo né delle pecche del suo tesoro, la nostra accorta adescatrice. Chiedile quante lacrime ha versato perché insultata da suo marito, quante per l’infedeltà di un amante, quante al lettino di un bimbo malato, quante davanti allo specchio che, invece di rosee gote e bianche braccia, le rimandava rughe e pallore.

«Non erano delle fanatiche né delle sciocche quelle prime vergini che rinunciarono al mondo e scelsero la quiete nel rifugio di qualche convento. Esse infatti seppero che il matrimonio era pieno di affanno, quando, per la prima volta, sentirono gemere una donna nel parto o percossa dal marito; quando ne videro il ventre ingrossato e le mammelle traboccanti di latte; quando videro sui loro volti le rughe scavate dalle notti insonni e dai dolori. Fu la vista disgustosa della donna incinta svestita, o della donna che allattava, a spingerci nei monasteri. Non fu una visione di angeli e una predilezione per il pane secco, come viene riportato da quei vecchi scemi che scrissero sui primi santi. Nell’ombra della cella abbiamo trovato indipendenza e riposo, non turbati da piagnistei di bambini, né dalle pretese di un padrone né da altre preoccupazioni.

«Tuttavia, per evitare che si spopolasse il mondo e che le donne gremissero i monasteri opprimendoci, abbiamo diffuso curiose dicerie sul nostro sistema di vita, secondo le quali trascorriamo lunghe notti inginocchiate sul gelido marmo o ad innaffiare stecchi finché generino fiori, a dormire nella cenere o a fustigarci il corpo con il flagello.

«Motivi di natura press’a poco analoga spinsero i falsari a mettere in circolazione storie secondo le quali i sotterranei dove fabbricavano il loro oro adulterato erano infestati da fantasmi e da inesorabili vampiri. Non avere paura del biscotto secco che San Pacomio chiamò "pane per le monache", né dello squallore di questi abiti: perché guarda cosa c’è sotto.»

Così dicendo Santa Lioba si tolse lo scuro abito talare e si mostrò in una veste splendida come un velo di Cosso – un tessuto d’aria, come lo chiamavano i poeti – e il suo corpo vi risplendeva come un vino schietto in un cristallo di Boemia.

Chinandosi all’orecchio di Giovanna addormentata, continuò sottovoce: «La mia rivale ti ha promesso piaceri; ma domandale se ha mai goduto le sensazioni della voluttà pura quando, fra le braccia del suo amante, aveva l’orecchio attento non alle dolci cose che lui sussurrava, ma ad ogni rumore intorno a sé; impallidendo e respingendolo ogni volta che una porta cigolava o che le foglie stormivano. Hai mai visto una gatta saltare su un tavolo a lappare il latte del padrone? Si guarda intorno drizzando gli orecchi aguzzi, il pelo si rizza per la paura, le zampe sono pronte a scattar via. Così succede quando queste signore del mondo secolare assaporano ciò che è proibito.

«Noi invece non siamo circondate né da spie né da preoccupazioni, ma soltanto da alti muri e da macchie boscose. Passiamo la giornata discorrendo del piacere come facevano, prima di noi, i filosofi antichi. Quando suona il vespro ci ritiriamo nelle nostre celle silenziose dove, in raccoglimento e non senza commozione, ci prepariamo per il piacere come cavalieri per un duello. Con panni di crine grezzo che immergiamo in aromatici tepidi, strofiniamo il corpo finché comincia ad avvampare, splendente come una rosa, sensibile ad ogni tocco come un cavallo allo sprone; dopo aver sciolto le lunghe chiome, ricopriamo le icone sacre e ci stendiamo, in inverno al barlume di un fuoco vivificante, in estate presso una finestra aperta, ascoltando il canto di un usignolo errante o il mormorio delle foglie. Come nel Cantico dei Cantici, ci abbandoniamo a sogni voluttuosi, finché, all’ultimo, sentiamo, in fondo ai corridoi, i sandali di colui che viene per dare a quei sogni consistenza carnale.

«I Greci d’Oriente inventarono i monasteri gemelli dove i servi dell’Altissimo e le spose di Cristo vivevano sotto lo stesso tetto, separati soltanto da una parete; noi però abbiamo perfezionato quest’invenzione dei Greci aprendo nelle pareti stesse dei passaggi attraverso i quali, senza rumore e senza rischio, potessimo ricevere i nostri fratelli benedettini. Siamo state le prime a coltivare la ruta fragrante che ci avrebbe dispensato dalle cure della maternità, l’erica dal forte e schietto aroma, che rende insaziabile il labbro, e l’ortica pungente da cui i nostri amanti traggono nuovo vigore come Anteo dalla terra.

«Ma non credere, Giovanna, che la nostra vita sia sempre circoscritta fra quattro mura o che sia limitata a questi soli piaceri. A volte la stessa sazietà genera noia: il viaggio del sole appare davvero troppo lento a noi che lo seguiamo dietro la grata della cella, e i cavalieri in maglia di ferro ci sembrano più desiderabili dei nostri monaci. È allora che simuliamo qualche pio pellegrinaggio alla tomba di un santo e, lungo il viaggio, andiamo visitando la gente, entriamo nei loro palazzi e nelle loro capanne, assistiamo ai loro spettacoli e conosciamo la vita delle terme, trovando ovunque cortese ospitalità e teste che si inchinano.

«Quando visitai la Corte dell’Imperatore Carlo, arrivammo la notte in cui si celebrava il suo matrimonio con Ildegarda. Le sale del palazzo di Aquisgrana erano affollate di conti con le loro spose, baroni e prelati. I rapsodi cantavano le gesta dello sposo trionfatore, i mimi e i ballerini facevano ridere tutti con le loro buffonerie strampalate, i dadi rotolavano e il vino passava di mano in mano entro coppe d’argento sbalzato. Ma quando il mio nero abito talare comparve sulla porta principale, quando il mio nome "Lioba, la badessa! Lioba, la santa!" suonò nelle sale, tutti lasciarono i dadi, le coppe e le loro donne e si raccolsero intorno a me per vedermi. Chi baciava la fibbia della mia cintura, chi il suolo che avevo calpestato. Solo l’Imperatore mi baciò le mani. La mia rozza veste di crine nascondeva lo splendore della seta che portavo sotto, i diamanti che avevo addosso, il mio viso dipinto e le spalle nude; e intanto, fra la folla che si prostrava, i miei occhi sceglievano il diciottenne Roberto che alzava le ciglia rugiadose e si comprimeva le mani cercando il mio volto sotto il cappuccio.

«Quando la festa ebbe termine, dall’Imperatore in persona fui accompagnata nella più bella stanza da letto del palazzo, che dava sul parco con una porta a vetri. Svegliatami nel cuor della notte, aprii questa porta per attenuare il profumo di aloe e di mirra che avevano sparso nella stanza per ospitarmi degnamente: vicinissimo, di fronte a me, vidi Roberto. Stava seduto sotto un melo, con i gomiti sulle ginocchia, il mento da adolescente fra le mani, lo sguardo fisso alla mia finestra. Quando mi scorse si alzò, spaventato e pronto a fuggire, ma io, con un cenno del capo, lo invitai a entrare nella mia stanza. D’un balzo fu in ginocchio davanti a me, ma non mi toccava né diceva parola; non osava neanche alzare gli occhi, il povero ragazzo. Quando io scostai i lunghi capelli e con le labbra cercai la sua fronte, pensando che avrebbe potuto prendermi per uno spirito, egli mi tastò la veste, le mani, e le chiome sciolte per sincerarsi che ero davvero io, Santa Lioba, la persona che lui teneva, seminuda e sorridente, fra le braccia. Quale delle famose cortigiane di questo mondo si mostrò degna di altrettanta adorazione? Quale, più di me, gettò l’amante in un’estasi di passione così profonda?

«Per ben due mesi mi trattenni nel palazzo di Carlo; e, quando fui paga di festeggiamenti e baciamano e chiasso, dissi addio all’ospitalità del palazzo. L’Imperatore in persona teneva la briglia del mio asino. L’Imperatrice e le principesse imploravano piangendo che non me ne andassi. Roberto si strappava i capelli. Una vita così ti prometto, Giovanna; estasi perfette invece dei piaceri grossolani della gente, indipendenza invece che schiavitù, la disciplina della badessa invece che la conocchia e Gesù invece di un amante mortale. Hai sentito da Ida l’apologia del matrimonio e da me quella del convento. Adesso scegli fra noi, Giovanna.»

La scelta non fu difficile come potrebbe sembrare: anzi, la si faceva benissimo ad occhi chiusi.

Senza esitazione, dunque, la nostra eroina addormentata tese le mani a colei che con tanta eloquenza portava l’abito talare, mentre la compagna, interdetta e incapace di confutarne gli argomenti, si dissolse in una nuvola di fumo, come quelle apparizioni di forme muliebri che tanto turbavano i pii studi di San Pacomio introducendo un bianco seno o due labbra rosse fra i suoi occhi e il breviario.

Santa Lioba baciò la novella conversa sulla guancia e aggiunse gioiosa: «Per essere ben certa della tua vocazione monastica, non ti ho detto prima quale splendido avvenire ti è riservato e quale inestimabile ricompensa ti attende. Semiramide divenne regina degli Assiri, Morgana dei Britanni e Batilde dei Francesi. Ma ora ecco come potranno essere esauditi i tuoi desideri, Giovanna. Guarda!»

Allora una visione straordinaria, un sogno dentro il sogno, colpì la vista della nostra eroina. Le parve di esser seduta su un trono così alto che la sua testa, su cui era una triplice corona, quasi toccava le nuvole; una bianca colomba si librava vicino a lei, e le faceva fresco col battito delle ali nell’aria. Ai piedi del suo trono s’inginocchiavano le moltitudini; chi agitava turiboli d’argento, da cui l’incenso saliva per condensarsi intorno a lei in nubi olezzanti; chi saliva per lunghe scale a raggiungere i suoi piedini e baciarli con devozione.

Ti è mai capitato, caro lettore, di sognare che eri sospeso ad altezze vertiginose o che stavi precipitando in un abisso senza fondo? Proprio nel momento in cui il nodo ti si stringe intorno alla gola o il corpo è sul punto di sfracellarsi, ti svegli e ti ritrovi nel tuo letto caldo, con il berretto da notte in testa e il cane a lato. Non c’è niente di più piacevole di un tale risveglio. Ti tasti le membra ed esulti nel trovarle intatte.

Spalanchi gli occhi e poi la finestra, ad evitare che il sogno torni a farti visita. Ma se mai ti è accaduto di fare un sogno gradevole in cui, ad esempio, scoprivi la pietra filosofale o una moglie giudiziosa, e di svegliarti proprio nel momento in cui le mani erano lì lì per afferrare questi tesori chimerici, allora tutto dev’esserti sembrato insignificante e vano. Rifiutando la sgradevole realtà ricacci giù la testa sotto le coperte e cerchi disperatamente di riafferrare quei fantasmi svaniti. Proprio questa era la sensazione che provò Giovanna quando si svegliò dopo l’incantevole visione e si ritrovò derelitta, sola, e senza protezione presso la terra smossa di fresco della tomba di suo padre. Il premuroso Arculfo venne dopo un po’, per offrire all’orfana cibo e conforto; ma lei, del buon eremita rifiutando le condoglianze e l’omaggio di verdure scipite, gli chiese invece di indicarle il convento più vicino.

— A Mosbach, — disse il vecchio. — Ce n’è uno dedicato a Santa Blittrude. — E col dito tremante accennò verso oriente.

Giovanna lo ringraziò e, tirando la cinghia, s’incamminò sul sentiero ch’egli le aveva additato, affrettandosi verso la conquista di quelle gioie che le erano state promesse da Santa Lioba. E il pio eremita, osservando con quanta alacrità la ragazza si allontanava, annotò nel suo diario che per effetto delle sue preghiere gli ombrosi alberi dell’eremo avevano acquistato, per così dire, il potere di infondere uno slancio irresistibile verso la vita monastica in tutti coloro che avevano riposato sotto le loro fronde.

Giovanna, che nell’ansia di arrivare non aveva richiesto una descrizione esatta della via, continuò lungo la strada larga, come un cervo inseguito; ma più avanti, smarritasi in un labirinto di boschetti e di sentieri, incominciò a sentirsi come Demetrio sull’orlo del pozzo e a domandarsi se non era meglio fermarsi e decidere che cosa conveniva fare.

Frattanto la notte si stendeva tenebrosa e senza luna sopra la distesa dei boschi, e nell’oscurità occhi di gufi e di lupi balenavano sinistri tra le felci e i cespugli. La sfortunata ragazza, sola in quel deserto spaventoso, a volte restava immobile, col fiato sospeso, presso il tronco d’una quercia: poi, traendo forza dal silenzio imponente della foresta, avanzava veloce come uno spirito notturno fra gli alberi.

Continuò così ad aggirarsi finché, nel più folto del bosco scorse una luce pallida, e verso questa diresse i suoi passi nella speranza di raggiungere il rifugio ospitale di un eremo. Trovò invece solo una statua in legno della Deipara, eretta nel cavo di un albero, sotto la quale ardeva una di quelle lampade miracolose in cui – secondo quanto riferiscono taluni agiografi del tempo – l’olio non si consumava mai; secondo l’opinione più attendibile di altri, l’olio vi veniva rinnovato ogni notte dagli angeli.

Giovanna si prostrò davanti all’immagine e pregò la Vergine, implorando protezione e consiglio per trovare la via d’uscita dal labirinto di quel bosco. Le sue preghiere furono udite. Un triplice raglio d’asini venne in risposta alle preghiere della ragazza e in breve comparvero gli animali in carne ed ossa, curvi sotto il peso d’un trio di monaci corpulenti; un quarto asino li seguiva trainando un carro ad una sola ruota, sul quale erano collocate due casse oblunghe, piamente coperte con un drappo ricamato d’argento.

I tre uomini in sella, frate Raleigh, Leguin e Regibald, erano stati amici del padre di Giovanna ed erano in viaggio verso Mulinheim con le salme dei santi martiri Pietro e Marcellino.

Alla nostra eroina fu permesso di sedere sul carro che trasportava le reliquie; e quando i buoni padri ebbero ascoltato Giovanna fino in fondo, incominciarono a raccontarle del loro viaggio a Roma, dove erano stati mandati dall’Abate Eginardo per comprare sante reliquie. Siccome non erano capaci di far affari, erano penetrati col favore delle tenebre nella cripta della chiesa di San Tiburzio, guidati da un angelo con una lampada, e alla luce di questa avevano aperto la tomba di Pietro e Marcellino e ne avevano trafugato le ossa, che erano poi riusciti a trasportare in Germania attraverso molte peripezie e pericoli.

All’inizio i santi si erano sdegnati un po’ per essere stati esumati a quel modo e disturbati nella loro pace: dalle bare si erano sentiti provenire parecchi lamenti e brontolii e ogni giorno se ne erano viste cadere gocce di sangue venerabile. Ma ormai erano diventati abbastanza docili di fronte al destino e avevano ripreso qualcuna delle loro antiche abitudini, come far miracoli, guarire gli storpi, i ciechi e i paralitici, allontanare gli spiriti maligni, tramutare la birra in vino, i corvi in colombe e i pagani in Cristiani. Queste e molte altre cose narrarono i buoni padri a Giovanna, lodando l’operato dei loro santi come i maschi da meretricio lodavano una volta la loro divinità siriana. Ma nelle orecchie di Giovanna risuonavano ancora le promesse zuccherate di Santa Lioba, e ben scarsa attenzione prestò ai suoi compagni di viaggio e alle loro leggende di santi, sbadigliando parecchie volte nel corso del loro racconto, finché alla fine cadde addormentata fra i santi Pietro e Marcellino. Nel timore che la stessa cosa accada magari a te, lettrice, vorremmo attirare la tua attenzione sul prossimo capitolo, per il seguito della nostra semplice storia.

 

 

Parte seconda

 

 

Regrettez-vous le temps où nos vieilles romances Ouvraient leurs ailes d’or vers un monde enchanté, Où tous nos monuments et toutes nos croyances Portaient le manteau blanc de leur virginité?

Musset, Rolla

 

 

Ti è mai accaduto, caro lettore, che dopo aver passato una giornata leggendo un romanzo sul Medio Evo, come le gesta di Re Artù o gli amori di Lancillotto e Ginevra, hai lasciato cadere il libro di mano e hai cominciato a paragonare mentalmente il passato col presente, nel desiderio di far rivivere quei tempi in cui rispetto, patriottismo e amore incontaminato governavano ancora il mondo? Tempi in cui cuori fedeli ardevano sotto pettorali d’acciaio e labbra pietose baciavano i piedi del Crocifisso; e le regine intessevano tuniche per i loro mariti, e le vergini attendevano per anni il ritorno dei loro amanti nelle stanze tranquille dei castelli; quando il famoso Orlando si ritirò dalla vita pubblica in una caverna di fronte al convento in cui era rinchiusa la sua amata e passò trent’anni solo a guardare la luce della sua finestra.

Spesso, mentre fantasticavo così, ho sentito il sangue infiammarsi nelle vene e gli occhi inumidirsi per la commozione.

Ma quando misi da una parte i rapsodi per scovare la verità sepolta sotto la polvere di secoli nelle cronache dei contemporanei, nelle leggi dei re, nei memoranda dei Sinodi, negli editti papali: quando, in una parola, invece che a Hersart, mi rivolsi a Baronio e a Muratori, quando mi vidi dinanzi il Medio Evo nella sua nuda realtà: allora fui costretto a rimpiangere non il fatto che simili tempi erano passati, ma che queste fantastiche età dell’oro non erano mai esistite in quel mondo di cieca fede ed eroismo.

Abbiamo lasciato Giovanna in viaggio con due santi, tre monaci e quattro somari. La strada che presero era tetra e tortuosa – contorta come la prosa della Nuova Scuola – tanto che sia gli uomini che gli animali dopo aver arrancato per due ore erano sfiniti. E quando intravvidero un lanternino rosso che faceva luce sulla sommità di una collina accanto, si diressero impazienti verso quella speranza di salvezza, come i Magi verso la stella che indicava loro la via della Capanna.

Dai tempi di Tacito ad oggi il vizio del mangiare e del bere è stato il peccato maggiore della razza tedesca ma gli ospitali abitatori della Germania antica, almeno, si ubriacavano nelle loro case, dove erano sempre pronti ad offrire cibo e ospitalità al pellegrino stanco. I monaci del Medio Evo, invece, dopo che San Benedetto ebbe sostituito il vino con la birra sulle mense dei cenobi, furono costretti a frequentare le taverne come i Greci antichi andavano all’agorà. Invano i Sinodi e papa Leone colpirono d’anatema chiunque vendesse o bevesse vino; invano eremiti generosi fondarono eremi al margine delle strade maestre e nei boschi, dove si offriva al viandante alloggio gratuito, verdura per pasto e fieno secco per dormire.

Col maltempo, a volte, i monaci pellegrini entravano in queste celle; ma nell’istante stesso in cui la pioggia cessava se la svignavano verso la taverna più vicina.

Oggi le osterie sono fatte per i pellegrini, ma durante il Medio Evo molti monaci si trasformavano in pellegrini per le osterie. I tre buoni padri, dopo aver sistemato gli asini nella stalla, le sante reliquie sul letto dell’oste e se stessi davanti al caminetto (non esiste nulla di simile a una notte d’estate in quel paese), fiutarono con le nari dilatate il profumo che dalla cucina si spandeva fino a loro. Una grassa oca girava su uno spiedo, sopra un mucchio di carboni ardenti; un’altra si stava cucinando lentamente nel buon vino di Ingelheim.

La vista dello spiedo e il cantare della pentola allietarono il cuore dei buoni padri, che senz’altri preamboli presero posto intorno a un tavolo di pietra; e stavano incominciando ad arrotare i coltelli e i denti per essere pronti ad azzannare la preda, quando improvvisamente un ricordo molesto oscurò la loro gaiezza, come una nuvola.

— Venerdì, — annunciò Raleigh, allontanando il piatto.

— Venerdì, — rispose Leguin mettendo giù la forchetta.

— Venerdì, — gridò Regibald, e chiuse rumorosamente l’ampia bocca, mentre tutt’e tre sgranavano gli occhi davanti alle oche come li sgranò Adamo davanti al suo Paradiso Perduto.

Cominciarono a mangiarsi le unghie per la disperazione. A quei tempi gli uomini erano naturalmente intemperanti, golosi e impuri. Erano imbroglioni.

Ma non erano ancora caduti tanto in basso da assaggiare carne in un giorno di magro. Il Paradiso a quei tempi era governato, come l’Olimpo per gli antichi, dai sacri protettori dell’ubriachezza: mentre sulla terra, naturalmente, i vescovi ammettevano simili trasgressioni ritenendole conformi allo spirito dell’Ecclesiaste e perfino di Sant’Agostino.

Ma chiunque non osservasse il Digiuno era minacciato di Purgatorio o altrimenti impiccato a qualche albero fuori mano, dal corpo di guardia dell’Imperatore.

Giovanna, che sapeva per esperienza che cos’è la fame, provava pena per i suoi compagni affamati.

Intelligente com’era, indubbiamente, in fatto di casistica, scienza ancora ignota agli orientali, in virtù della quale si poteva dimostrare che il pane nero era bianco, che la luna era quadrata e non rotonda, che la virtù era vizio e così di seguito, si trovava in difficoltà nell’escogitare un modo per cui essi potessero mangiare e tuttavia non commettere peccato. Per un po’ di tempo stette in silenzio a ponderare e a grattarsi la testa. Poi suggerì: — Perché non battezzare l’oca un pesce, e poi potete mangiarla senza timore? Così fece il mio povero babbo quando fu catturato dai selvaggi e costretto, sotto minaccia di morte, a divorare un agnello intero la sera di Sabato Santo. Del resto, uccelli e pesci furono creati nello stesso giorno, dunque la loro carne è imparentata.

L’argomentazione era, se non del tutto ineccepibile, per lo meno elegante per il modo in cui si presentava; e la fame, che sa far sembrare gustoso il pane più secco, ha la prerogativa di avvalorare il più traballante degli argomenti. È vero che i briganti vengono spesso assolti se adducono la scusante che il loro crimine fu perpetrato in condizioni di digiuno prolungato. Lo stesso ragionamento andrebbe applicato, se ci si pensa bene, ai colpevoli di violenza carnale che sono in grado di dimostrare, secondo Teocrito, «un bisogno urgente».

Frate Raleigh, ricompensata Giovanna con un sonoro bacio sulla guancia, prese una scodella d’acqua e spruzzò per tre volte le oche ripetendo devotamente: — In nomine Patris, et Filli et Spiritus Sancti, haec erit hodie nobis piscis. — I suoi compagni risposero con un «Amen» e in breve dei pesci recentemente battezzati non rimase nulla all’infuori delle lische.

Soddisfatta la fame i buoni frati si volsero ora ad estinguere la sete (era costume del tempo mangiare a sazietà prima di chiedere vino e condimenti salati per bagnare e seccare alternativamente la lingua, al tempo stesso gareggiando ad ogni giro per vedere chi teneva di più). In quel tempo l’ubriacarsi era il divertimento più economico, dato che un gallone di vino costava circa sette denari: scorreva generosamente non solo nelle taverne, ma anche per le vie e nelle chiese e perfino nelle scuole femminili, per nulla ostacolato dai decreti dei papi e dei Sinodi. Secondo il costume del tempo, ciascuno dei nostri buoni padri brindò prima al nome di un angelo; poi cominciarono a vuotare i boccali di corno con regolarità, uno dopo l’altro, non alla salute di amici lontani o di Paesi natali, come s’usa normalmente, ma alla Vergine, a San Pietro e a tutti gli abitanti del Paradiso. Tale era l’abitudine di quei tempi devoti in cui si considerava l’ebbrezza una condizione gradita a Dio.

Frattanto la notte avanzava, l’oste andò a dormire e l’olio nella lampada si consumava al pari del vino nella botte: soltanto il buonumore dei monaci aumentava ad ogni coppa che vuotavano.

Gli occhi loro scintillavano come quelli di Caronte, mentre cominciavano ad emettere suoni semiarticolati, bestemmie miste a invocazioni alla Vergine, inni sacri misti a canti bacchici. Giovanna, la quale non ignorava che il vino genera il libertinaggio e ricordava che Salomone inveì contro la dissolutezza stando seduto fra trecento mogli e settecento concubine, si ritirò nell’angolo più buio della stanza. Ma anche qui non poté stare in pace per molto: infatti i buoni padri, soddisfatta la fame e la sete, sentirono il bisogno di soddisfare quel sesto senso per il quale i fisiologi non hanno ancora trovato un nome, sebbene i cronisti, più modesti, lo abbiano chiamato gusto della carne cruda. Così, tenendo il saio fra i denti, come si dice fra monaci, si slanciarono sulla nostra infelicissima eroina.

Non aver fretta di arrossire, mia rispettabile lettrice. La penna d’acciaio con cui scrivo questa verace storia è di marca inglese e viene dalle fabbriche Smith, il che la rende pudica come quelle bionde Inglesi che per non insudiciare i propri vestiti immacolati, li sollevano fin sopra il ginocchio, offrendo al passante un momentaneo scorcio dei loro piedi piatti in sandali a doppia suola. No, non c’è pericolo di sentire da me nulla di «disdicevole a rivelarsi davanti a menti virginali».

Inseguita dai tre monaci, Giovanna correva per la stanza, saltando tavole e sedie, ogni tanto gettando addosso ai suoi inseguitori un piatto o una massima biblica. Ma sia la sua eloquenza sacra che gli utensili della tavola s’infrangevano inutilmente contro quegli intemperanti, come onde contro gli scogli. Quando alla fine allungarono le mani per prenderla, ella si accorse delle reliquie dei santi sul letto, e batté subito in ritirata dietro di loro. I monaci indietreggiarono immediatamente di fronte a quel baluardo consacrato, come i lupi davanti ai fuochi che i pastori accendono intorno alle stalle.

Ma subito dopo, dimenticando il rispetto per le sacre reliquie, si slanciarono di nuovo sul letto dove la povera ragazza tremava come un’allodola nella rete del cacciatore.

Lo scontro fu di una violenza tale che il letto si schiantò e cadde, insieme con le casse dei santi, le cui ossa martoriate incominciarono a rotolare per la stanza. Giovanna, ricordando che una volta Sansone abbatté un migliaio di Filistei con una semplice mandibola d’asino, pregò l’Altissimo di dar forza al suo braccio e, dato di piglio a una gamba di San Marcellino, principiò a colpire i suoi lussuriosi inseguitori. Pare tuttavia che le loro ossa fossero più dure di quelle dei santi: l’arma infatti si ruppe dopo un po’ e la nostra eroina, con le forze stremate dopo una resistenza tanto accanita, cadde infine sul campo di battaglia, rassegnandosi al suo destino. Ma a questo punto c’erano diversi santi miracolosamente all’opera per sottrarre al pericolo questa vergine.

Nel momento in cui il santo frate Raleigh, che come più anziano godeva del diritto di precedenza, si curvava su di lei e il suo alito immondo e nauseante profanava i pallidi lineamenti della fanciulla, proprio allora ebbe luogo una trasformazione mostruosa. Un prodigio ultraterreno lo fece indietreggiare terrorizzato. Non fu trasformata in un albero, Giovanna, come Dafne; né in una colomba come Santa Gertrude né in un corpo rinsecchito e divorato dai vermi come Bassina quando giacque con Don Rupert: ma spuntò inaspettatamente dalle sue guance virginali una barba lunga e folta, come una di quelle barbe che appaiono sui volti delle icone bizantine. Questo era il metodo col quale la Vergine salvava a quei tempi molte vergini quando erano molestate da monaci impertinenti. Poiché vegliava sul loro onore come una suocera gelosa sull’onore delle spose del proprio figlio, secondo San Girolamo.

Benedicendo con tutto il cuore la Vergine per un intervento così tempestivo, Giovanna balzò in piedi e agitò la lunga barba come la testa di Medusa, finché i monaci terrorizzati scapparono dalla stanza.

Poi, raggiunte le stalle di fuori, slegò uno degli asini e montò in sella, lasciando dietro di sé quella tana schifosa dove aveva corso il rischio di perdere l’unica dote che aveva da offrire al suo sposo celeste.

Inutile dire che, passato il pericolo, anche la barba era scomparsa.

Le ombre della notte si allontanavano dai sentieri della foresta. L’oscurità aveva incominciato a dileguarsi e a lasciar posto alla luce del giorno.

Dopo aver vagabondato per qualche ora, la nostra eroina si trovò in mezzo a una valle ricoperta di felci, con un cielo bianchissimo sopra la testa e un asino nero fra le gambe. Non conoscendo la via, Giovanna aveva lasciato che la bestia la portasse dove voleva; ma a questo punto scoprì l’argine del Meno e, ritrovato l’orientamento, decise di seguire i meandri del fiume come Teseo, una volta, seguì il filo d’Arianna.

Finalmente, al calare del sole, giunse al termine del suo viaggio.

Il convento di Mosbach sorgeva ai piedi di una montagna scoscesa: Santa Blittrude lo aveva edificato lì in modo che lo zelo delle suore non rischiasse di intiepidirsi per i venti del nord. Finiva in quel momento la preghiera della sera e le suore stavano uscendo dalla chiesa, a due a due tenendosi per mano, simili in tutto a un rosario di perle nere.

Vedendo Giovanna, si raccolsero subito intorno a lei, per domandarle chi era, da dove veniva e che cosa voleva.

Quando sentirono che desiderava un velo, un paio di sandali e una cella, la condussero dalla badessa, che la promise in matrimonio al Signore dispensandola dai dieci mesi di probazione, tenuto conto dei servigi resi da suo padre alla Chiesa.

Santa Blittrude fu subito conquistata dalla nuova monaca; e per la sua erudizione e la sua dottrina la nominò bibliotecaria del convento, che disponeva allora di sessantasette volumi: una biblioteca favolosa per quei tempi. Giovanna, sola nella sua cella dalla mattina alla sera, nei primissimi giorni cadde in preda a quella prostrazione che assale tutti i nuovi venuti nei monasteri: simile al malessere da cui sono affetti coloro che per la prima volta viaggiano per mare. Quando entrava e usciva dalla cella, quando spolverava i libri, quando si puliva le unghie o si spazzolava i capelli, quando contava i grani del rosario, si sentiva alquanto incline a criticare il sole che era così lento nell’attraversare il cielo e nel coricarsi. Le sue compagne, invidiose del fascino che sembrava esercitare sulla badessa e sospettose che spiasse le loro parole o le loro azioni, se ne scostavano con diffidenza. Spesso durante l’ora di ricreazione, quando le altre giovani impiegavano le loro energie a passeggiare in gruppi per i giardini, a chiacchierare allegramente fra loro, a punzecchiare le più anziane, a mostrarsi a vicenda i messaggi dei loro amanti e a paragonare la lunghezza dei piedi o il colore delle labbra e dei capelli, la povera Giovanna se ne stava sola come un obelisco nel centro del piazzale, misurando l’altezza degli alberi e prendendosela con Santa Lioba per aver trovato nel convento, invece che piaceri, soltanto noia e tedio: esattamente come i pionieri, che se la prendevano con i giornali perché in California avevano trovato più sassi che oro.

L’ozio e la disperazione sono, io credo, i momenti essenziali della devozione religiosa. Quando non abbiamo niente da fare o da sperare in terra, volgiamo lo sguardo al cielo.

Baciamo le icone sacre perché non abbiamo niente di meglio da baciare.

Comunque Giovanna, che prima aveva usato le sue inclinazioni teologiche come un puro espediente per guadagnarsi da vivere, quando si trovò sola nella sua piccola cella opprimente imparò a memoria le Scritture e i libri di suo padre: come la Ristori che imparava a mente i versi dell’Alfieri. Trovando dunque privo di senso il presente, incominciò a soffermarsi sul futuro.

I monasteri sono stati, nel corso dei secoli, sedi in cui hanno attecchito aspirazioni piuttosto singolari. I monaci egiziani innaffiavano stecchi finché questi davano frutti; le sante d’Ungheria ingerivano pidocchi; gli Esicasti poi, per anni interi vivevano contemplandosi l’ombelico, nell’attesa che di lì scaturisse la luce della verità. E Giovanna, abbandonandosi agli studi metafisici, trascorreva ora giornate intere china sugli scritti di Sant’Agostino che descrive quasi come un testimone oculare le gioie dei beati e le fiamme dell’Inferno. Poi, affondando le dita nei capelli biondi, si poneva tutti quegli inquietanti interrogativi sulla nostra vita presente e futura che gli abitanti di questa valle di lacrime usano affrontare nei momenti di sconforto; e a cui preti e teologi danno risposte evasive e piene di luoghi comuni, come i ministri quando vogliono sbarazzarsi di un importuno a caccia di un posto. Sogni tormentosi cominciarono a turbare i sonni della nostra eroina. Non li visitava più Santa Lioba che le prometteva piaceri senza fine, ma diavoli che agitavano orribili corna di fuoco, o angeli che brandivano grandi spade a doppia lama.

Ora sperava nelle gioie del Paradiso, ora era atterrita dagli artigli del demonio. Per un giorno credeva in tutte le verità del Cristianesimo, dai Vangeli ai miracoli di San Martino, e poi per tre dubitava di tutto. A volte chinava la testa e aspettava con umiltà la condanna divina; altre volte sarebbe stata capace di lanciare macigni contro il cielo per mandarlo in frantumi (a quel tempo si credeva che il cielo fosse fatto di cristallo). In poche parole, cadde in preda a quella specie di monomania che affligge tutti coloro che cercano sinceramente una spiegazione ai misteri dell’esistenza.

Che cosa siamo? Da dove veniamo? Quale sarà la nostra condizione futura? Tali erano i problemi che Giovanna cercava di risolvere, insolubili per il cervello umano come la cera nell’acqua. Frattanto i capelli della povera ragazza rimanevano spettinati, e i denti sporchi; gli occhi erano diventati rossi a forza di non dormire, e la faccia pallida; le unghie nere per la trascuratezza.

Secondo il grande Pascal, proprio questa dovrebbe essere la condizione fisica del vero Cristiano in terra: vivere continuamente fra la paura dell’Inferno e la speranza di salvarsi, e tra gemiti e pianti cercare a tentoni nel buio la strada del Paradiso. Tale condizione però, per quanto aristocratica possa essere – una prerogativa, anzi, delle menti superiori – non è una condizione che ti auguro, caro lettore. Considererei preferibile essere allegri, alla maniera di quei buoni Cristiani che cantano inni ai santi, il venerdì mangiano seppie, e aspettano liberi da preoccupazioni le gioie del Paradiso.

Naturalmente ci sarà qualcuno che vorrà dimostrare la propria superiorità morale compatendo quei felici mortali; ma, per parte mia, io ne invidio la spensieratezza dell’animo e il colorito delle guance. Se qualche turco o qualche adoratore del fuoco di mia conoscenza cercasse di farsi cristiano, gli consiglierei di scegliere senz’altro la Chiesa Cattolica, perché ha cerimonie sontuose, liturgia concisa e digiuni elastici.

La sua musica incanta l’orecchio e le sue icone l’occhio. Quanto al suo consigliere spirituale, non gli metterei alle calcagna un arrabbiato come Bossuet o Lacordaire (che descrive con tanto colore i tormenti dell’Ade e i suoi abitanti), ma semmai uno studioso della dolce eloquenza di Escobar, in modo da guidarlo alla dimora celeste sopra un tappeto di raso. L’Altissimo, secondo Sant’Agostino e Lattanzio, non vede con sospetto il fatto che scegliamo le vie più agevoli, purché portino a Lui: dunque che senso ha cercare il Paradiso attraverso spine e cardi e verdure bollite, ascoltando canti nasali e baciando immagini sgradevoli? Ma torniamo a noi, e deploriamo queste divagazioni sui cinquantasette giornali di Atene e le quattro campane della Chiesa russa che interrompono continuamente il filo del mio racconto.

Le malattie peggiori, come la peste, il vaiolo e quelle altre che ebbero origine da Eros e dalla sua bionda madre presentano almeno un vantaggio: ne siamo affetti una volta sola. Il dolore metafisico di Giovanna apparteneva a questa categoria. Dopo essersi grattata la testa per tre mesi, cercando la soluzione dell’impenetrabile enigma, finalmente chiuse di colpo i libri e, aperta la finestra, aspirò la fragranza della primavera. Si era quasi alla fine d’aprile e la natura era tutta verdeggiante, sorridente e profumata, come una donzella vestita da una ancella sapiente. L’effluvio della primavera inebriò la giovane suora che, dopo tre mesi di meditazioni metafisiche nel buio della cella, aspirava con ardore crescente l’aroma dell’erba nei prati e delle viole.

Fra il nostro cuore e la primavera, quando abbiamo vent’anni, esiste, secondo i poeti e i medici, un rapporto misterioso e inspiegabile, come quello di Socrate con Alcibiade.

Tutte le volte che guardiamo un albero con le foglie, l’erbetta soffice o un recesso ombroso, sentiamo subito il bisogno di una compagnia che renda completo quel Paradiso.

Giovanna ricordava i sogni e le speranze che aveva nutrito entrando in convento, per trovarvi invece noia, vecchi tomi, e speculazioni sgradevoli. — Lioba, Lioba, quando si compirà la tua promessa? – gridava ora, scrollando disperatamente le sbarre della sua prigione. E non avendo con sé, nella cella, un cane da picchiare, né un vaso cinese da rompere, si nascose il volto fra le mani e incominciò a piangere. Orbene, nulla è più dolce delle lacrime quando c’è una mano pronta ad asciugarle, o un paio di labbra desiderose di bere coi baci quella pioggia del cuore, come la chiamano gli Indù. Ma quando si piange da soli, allora le lacrime sono molto vere e amare, come tutte le verità di questo mondo.

Dopo un po’ un rumore di passi nel corridoio distolse la sua attenzione da queste meditazioni dolorose, e subito la porta si aprì per lasciar passare la badessa che teneva per mano un giovane imberbe, vestito in abito da benedettino, il quale restò a contemplarsi i sandali con un’aria di fissità solenne.

— Giovanna, — disse la madre superiora presentando il giovane monaco alla nostra eroina sopraffatta, — l’abate di Fulda, San Rabano il Nero, ha intenzione di inviare dei predicatori in Turingia e mi ha chiesto una copia in oro delle epistole paoline, nella miglior pergamena. Spera che l’oro abbaglierà gli occhi degli infedeli e incuterà loro il rispetto per le verità dei Vangeli. Questo è padre Frumenzio. Come te, si distingue per devozione e calligrafia. Devi collaborare con lui finché sia eseguito l’ordine del vostro padre Rabano. Prenditi inchiostro dorato per il lavoro; penne ne avete. Vi manderò cibo dalla mia stessa mensa. Addio, figlioli.

Dette queste parole, Santa Blittrude se ne andò, chiudendo le porte dietro di sé, come i contadini della Moldavia ogni volta che il padrone sta facendo visita alle loro mogli. Era una di quelle donne senza macchia, nella cui mente non ci può essere posto per il male. Se avesse visto un diacono baciare una vergine del convento, avrebbe supposto che le stava impartendo qualche specie di benedizione. Fin dall’infanzia era stata deturpata dal vaiolo e di conseguenza, avendo conosciuto solo baci innocenti, era incapace di credere che ve ne fossero d’altra specie. Inoltre, in quel secolo i seguaci di San Benedetto, uomini e donne, vivevano comunque assieme nei monasteri. Secondo taluni scrittori, i loro rapporti erano di una purissima innocenza, come quelli di Sant’Ammonio vissuto per diciotto anni con la moglie che alla morte fu proclamata vergine. Secondo il Muratori, però, questa convivenza generava e scandali e prole, anche se quest’ultima di solito veniva gettata nel fiume di Fulda, e così si salvava la faccia al monastero e si nutrivano i pesci.

La giovane coppia, quando fu lasciata sola così, sapendo il valore del tempo si rimboccò le maniche e si mise al lavoro: cioè a copiare le epistole di San Paolo. Per quindici giorni il giovane monaco venne nella cella di Giovanna, dove era impegnato nel lavoro con lei fino al calar della notte. Ma quel giovane diciottenne, che non aveva letto né i Vangeli né le Confessioni di Sant’Agostino, né gli scritti di San Basilio sulla verginità né altri testi sacri, era immacolato come la neve battuta su cui si rotolava San Francesco per placare le tentazioni della carne. Dunque, mentre la trascrizione delle epistole di San Paolo procedeva rapidamente, i suoi rapporti con Giovanna rimanevano a un punto morto.

Ogni volta che la mano della nostra eroina toccava la sua, ogni volta che i capelli di lei si frammischiavano ai suoi nel loro curvarsi sul testo, egli sentiva il proprio cuore martellare come la campana di una fortezza in pericolo, ma non sapeva dire se martellava dalla parte destra o sinistra. Giovanna poi, si era fatta un dovere di leggere Origene, Crisostomo e gli scoliasti che trattavano dell’abnegazione. In teoria sapeva tutto quello che c’era da sapere. Era anche in grado di discutere questi argomenti e di servirsi del frasario tecnico noto soltanto a dottori, teologi ed etère.

Ma questa era la prima volta che si trovava sola con un uomo. Di giorno in giorno cresceva il suo imbarazzo su quel che si doveva fare, e si confuse come i turisti inglesi quando si trovano in un luogo sconosciuto di cui con tanto impegno hanno studiato l’ubicazione sulla carta.

La situazione dei due giovani si faceva ogni giorno più estenuante, perché né Frumenzio sapeva che cosa domandare, né Giovanna che cosa offrire per cominciare. Intanto la trascrizione si avvicinava al termine.

Rimaneva soltanto l’Epistola agli Ebrei prima della separazione, amara e inevitabile, che doveva sopravvenire.

Giovanna, novella Penelope, prese a cancellare di notte quello che avevano scritto durante il giorno. Il suo compagno mangiò la foglia e presentì chiaramente le intenzioni di lei.

Arrossì e cacciò fuori sospiri che avrebbero messo in moto le pale di un mulino a vento. Ma si limitò a manifestazioni di questo genere e la giornata trascorse come le altre, piena di desideri vani e di speranze deluse. Ma né tu, caro lettore, né io, abbiamo molti giorni da perdere. Quel che più conta è che, scrivendo una storia vera, non posso imitare quei poeti e scrittori che affastellano tremiti, lacrime, rossori e altri ingredienti platonici, aggiogando i loro versi melensi a due a due, come buoi all’aratro, e tornendo i loro periodi fino a farli rotondi come i capezzoli di Afrodite.

Perciò, lasciando da parte questi accorgimenti di Platone, Ovidio, Petrarca e dei loro sdolcinati imitatori, continuerò ad esporre la verità nuda e cruda, così come è venuta fuori dal pozzo.

Gli innamorati avevano appena finito di ricopiare l’ultima epistola quando il sole, non ancora condannato all’immobilità da Galileo, compiva il suo giro quotidiano. Era l’ora in cui le vacche ritornavano alla stalla e tutti i buoni Cristiani baciavano l’immagine della Vergine con una «Ave Maria».

La campana aveva chiamato le suore per la preghiera della sera, e c’era silenzio nei corridoi del convento.

Giovanna, seduta presso la finestra, era indaffarata a sfogliare un volume delle Scritture e Frumenzio mirava estatico la sua compagna mentre il sole calante, rifulgendo attraverso il vetro istoriato della finestra, disegnava un circolo radioso attorno alla testa di lei, come l’aureola di un santo in un dipinto russo. Tuttavia la nostra eroina, che aveva allora diciassette anni, non assomigliava per nulla a quelle pallide vergini dal volto angelico che non si oserebbe toccare per paura che spalanchino un paio di invisibili ali; né onestamente si poteva paragonarla a un bocciolo di rosa; ma piuttosto, ecco, a quella pianta dell’assolata Palestina che offre al viandante affaticato fragranza e frutti dallo stesso ramo.

L’ombra del chiostro e la buona tavola del convento avevano irrobustito il corpo e reso più elastica la pelle della bella Giovanna; i capelli, tagliati una volta sola, s’increspavano più folti che mai sopra le spalle. È vero che tutte queste cose erano, da un certo punto di vista, spettinate, incolte e trascurate, ma secondo il poeta l’oro non ha bisogno di doratura, né le rose di aggiunta di profumi, né i gigli di una tinta rosea; dunque, per lo stesso motivo, neppure una ragazza di diciassette anni ha bisogno di riccioli e di profumi.

Frumenzio continuava a starsene zitto e Giovanna a voltare le pagine del suo libro, a volte borbottando a denti stretti, a volte leggendo un versetto ad alta voce. Ma dopo un po’ smise di sfogliare e con una voce bassa e gradevole, come quella di un giovane Indù che incanta un serpente velenoso, incominciò a leggere forte.

— Il Cantico dei Cantici, di Salomone. Mi baci egli coi baci della sua bocca: poiché il tuo amore è migliore del vino.

«I tuoi profumi hanno un odore soave e il tuo nome è come un profumo che si spande: perciò t’aman le fanciulle...

«Ristoratemi con delle caraffe di vino, confortatemi con dei pomi, perché io sono malata d’amore...

Frumenzio, sentendo tutto ciò, e non rendendosi conto che tutti questi pomi, seni e baci erano allegorie profetiche simboleggianti il futuro amore del Salvatore per la Sua Chiesa, si sentì come un secondo Giobbe, s’infiammò di desiderio fino ai capelli. Ad ogni versetto di quell’incantesimo celeste faceva un passo verso la lettrice; e quando fu giunta all’ultimo verso, egli era lì in ginocchio davanti a lei. Allora Giovanna alzò lo sguardo dal libro e gli occhi dei due innamorati s’incontrarono. Quando ci si trova sull’orlo di un precipizio (e questa era la posizione della nostra eroina, mi sembra), dicono che bisogna chiudere gli occhi, altrimenti vengono le vertigini e si cade. Ma Giovanna tenne gli occhi aperti, e tuttavia non cadde. Soltanto il libro le cadde di mano.

Quel giorno più non vi leggero avanti.

Il delegato prussiano alla conferenza per la pace che seguì la guerra di Crimea fece richiesta di una penna d’aquila con cui apporre al trattato il proprio nome e titoli. Io invece vorrei avere una penna dalle ali di Eros, con cui descrivere la quotidiana felicità di questa giovane coppia. Solitudine, tranquillità, abbondanza, tempo primaverile: non mancava nessuno di questi elementi a fare completa la loro felicità.

Giovanna, che per copiare era stata dispensata dal mattutino, oltre che dagli altri studi, dalle preghiere e dai lavori di fatica imposti dalla regola, era in grado di passare tutta la giornata, dall’alba al tramonto, col suo compagno. Ma sebbene fosse giugno ormai, i giorni parevano sempre troppo corti alle labbra e al cuore insaziabili di questi ragazzi.

Spesso, all’ora del vespro, quando le campane suonavano con abbandono dal campanile ed essi sedevano insieme presso la finestra aperta, avrebbero quasi voluto gridare, come Giosuè, «fermati», al sole; ma questi era ben avviato verso gli antipodi e i due amanti dovevano separarsi e attendere il giorno seguente.

Trascorsero assieme altri dieci giorni in quella cella angusta, scrivendo, parlando e baciandosi, e non avevano altro motivo di rammarico se non che il tempo passava troppo veloce. Ma infine venne il giorno malaugurato della separazione. Le copie di San Paolo erano terminate da un pezzo e l’abate mandò un mulo, con ordine verbale per Frumenzio di rientrare all’ovile. L’infelice giovane, maledicendo i voti, i superiori e tutti i santi del calendario, si recò a dire addio alla sua compagna. Teneva in mano il suo bordone. Non seppe trattenere le lacrime. Giovanna non pianse perché erano presenti alcune sue compagne: e comunque le donne piangono solamente quando e dove è opportuno farlo, anche le più impulsive. Ce ne offrono un esempio lampante quelle Inglesi particolarmente emotive che, quando vanno a sentire la Ristori, sottolineano i passi di Mirra e di Medea più indicati per far versare lacrime.

Ma non appena Giovanna fu di nuovo sola, provò quella sensazione di cedimento alla bocca dello stomaco che ci colpisce sempre quando abbiamo mangiato eccessivamente, quando abbiamo perduto una madre o un amante, o anche una fortuna: qualcosa, in ogni caso, troppo difficile da sostituire da un giorno all’altro. Secondo quell’antico ammiratissimo scrittore, Plutarco, le donne non conoscono mai neppur l’ombra del vero amore. Io penso senz’altro che per loro sia un male passeggero, perché soltanto la fredda ragione può trovare soddisfazione nella monotonia e nella solitudine. Le donne di mondo che ogni sera passano dalle braccia di un uomo a quelle di un altro (al ballo, intendo) hanno ben poco tempo per i sospiri, e così pure per tante altre cose che non siano i loro ventagli; in questo sembrano rassomigliare a quell’asino che rimase con la fame fra quattro mucchi di trifoglio perché non sapeva decidere quale scegliere. Mi posso sbagliare, ma in ogni modo tutte le anime innamorate che ho incontrato o erano ragazze rinchiuse e custodite come i pomi delle Esperidi da genitori gelosi, o signore in età, le quali contavano più anni che ammiratori.

La tristezza di Giovanna, sola di nuovo fra quei quattro muri che avevano ascoltato tanti sospiri e promesse, tanti baci dati e restituiti, diventava ogni giorno più sconsolata. Sant’Agostino, quand’era depresso, si rotolava nel sudiciume come in un bagno delizioso; Santa Genoveffa piangeva tanto che era costretta a cambiarsi la camicia; San Francesco abbracciava statue coperte di neve; Santa Libania si lacerava la carne con un pettine di ferro; e Santa Luitberga inghiottiva aghi. La nostra eroina invece, più saggia di tutti, se ne stava tranquilla in un angolo della sua cella e intanto, con un ventaglio di penne di piccione (l’unico tipo consentito nei monasteri) cercava di scacciare le mosche e i pensieri tormentosi. Il calore snervante di giugno rendeva più difficile da sopportare il suo dolore, e i giorni le sembravano lunghi come, agli eredi, quelli di uno zio che invecchia.

Talvolta, nelle crisi di disperazione, e nel tentativo di liberarsi dai fantasmi molesti che la perseguitavano, si rifugiava nei divini precetti del Libro dei Santi, fustigandosi col cordone, imbevendo d’acqua ghiacciata le lenzuola del letto o cercando di annegare la pena nel vino, seguendo il consiglio dell’Ecclesiaste. Nondimeno, tutti questi rimedi miracolosi – anche quell’agnus castus il cui odore, stando agli agiografi, era abbastanza forte da sconfiggere la tentazione – non potevano nulla contro l’amarezza della separazione.

Dicono che il tempo guarisce ogni ferita; non credo però l’amore o la fame. Al contrario, più dura la continenza o il digiuno, più l’appetito cresce, finché si è disposti a mangiarsi gli stivali, come i soldati di Napoleone in Russia, o a fare all’amore con le capre, come i pastori dei Pirenei. Giovanna si trovava in questo stato d’animo quando una sera, mentre se ne stava seduta presso il vivaio dei pesci e con aria scoraggiata divideva la sua cena fra le carpe, notò il giardiniere del convento che le si avvicinava con un fare misterioso, guardandosi intorno circospetto. Le recapitò una lettera scritta con inchiostro porporino sulla più sottile pelle di agnello appena nato. Aprendola, Giovanna trovò (in mezzo a motivi floreali, cuori trafitti, colombe che si baciavano, candele ardenti e altri simboli appassionati di cui gli innamorati dell’epoca ornavano le loro lettere) il seguente messaggio:

Frumenzio alla sua Sorella Giovanna esultando nell’Altissimo

Come il cervo anela all’acqua che scorre, così anela l’anima mia a te, o Sorella. (Salmi). E si affrettino e innalzino un lamento per noi che i nostri occhi possano diventare torrenti di lacrime, e l’acqua sgorgare dalle nostre ciglia. (Geremia). L’affamato sogna il pane, ma io nel sonno ho visto te, Giovanna, e tuttavia, destatomi, non ti ho trovata. (Isaia). Allora salito sul mio asino nero mi sono avvicinato al tuo sacro tabernacolo. Presso la tomba di Santa Bona ti attenderò. Vieni, amica mia, eletta del sole, vieni coi tuoi raggi che adombrano la luna. (Cantico dei Cantici).

Tale era la lettera di Frumenzio. Oggi, quando scriviamo a una donna, prendiamo a prestito dal Foscolo o dalla Sand, ma i poeti antichi copiavano dai Salmi e dai profeti, cosicché le loro lettere erano sempre ardenti come le labbra dei Sulamiti e le sabbie del deserto.

Verso le cinque della sera, quando la campana chiamava alla preghiera tutte le altre vergini, Giovanna, tenendo i sandali nella mano destra e comprimendosi il cuore con la sinistra per acquietarne i battiti, discese le scale del convento silenziosa come un serpe fra l’erba. La luna, lampada fedele del contrabbandiere e dell’adultera, chiamata eufemisticamente dai poeti «casta» e «schiva» – al pari delle Erinni – sorse presto dietro il bastione del convento, e illuminò la via alla nostra eroina fuggiasca che si affrettava al luogo dell’incontro calpestando noncurante i cavoli e i porri nell’orto.

Dopo un’ora di cammino arrivò al cimitero, un luogo che cipressi e felci proteggevano con un’ombra così fitta, che né il vento né il sole potevano infiltrarsi nella cupa oscurità di questo refettorio di vermi. Frumenzio aveva legato l’asino al ramo di un albero, che sovrastava la tomba di Santa Bona, sulla quale egli sedeva tenendo alta, all’estremità del suo bordone, una lanterna di corno, che fungeva, diremo, da faro per la sua amante.

Appena scorse Giovanna che si avanzava timidamente fra le tombe, volò a lei, come un cappuccino verso un prosciutto alla fine della Quaresima. Il luogo però non era l’ideale per il genere di saluti che i due dovevano scambiarsi: perciò, appesa la lanterna al collo dell’asino, egli salì in arcione con Giovanna davanti e si allontanarono in fretta da quell’oscurità funerea. La misera bestia, piegata sotto un carico doppio, ma incitata dallo stimolo di quattro talloni, appiattì le lunghe orecchie e si lanciò al galoppo emettendo al tempo stesso un tale raglio di protesta che la terra tremò e (secondo un autorevole sinassarista) molte delle vergini defunte, credendo che fossero suonate le trombe del giudizio, sporsero le teste calve fuori dalle tombe.

Giovanna, che aveva per cintura le braccia di Frumenzio e per sostegno il suo petto, aspirava attraverso il naso e la bocca la fragranza dei campi con gioia indescrivibile. Superata la zona boscosa, la giovane coppia s’inoltrò in una valletta aperta coltivata a fagioli e orzo. Qui, quando un po’ più tardi si levò il sole, il giovane monaco, per proteggere dai suoi raggi la compagna, costrinse un’aquila a spalancare le ali e a seguire col suo volo il cammino dell’asino. Tale era il potere soprannaturale della sua preghiera; e tali erano i miracoli che a quel tempo compivano i Cristiani di cuore semplice, di fede salda, e le cui suppliche godevano di qualche considerazione presso la Vergine. Oggi gli eruditi e gli scettici del nostro secolo si attengono a compassi e a microscopi invece che al crocifisso o al rosario; sanno certamente quante penne contiene la coda di ogni uccello e quanti semi si sviluppano nel bocciolo di un fiore. Ma non possono più domare l’aquila con un cenno o trasformare i gigli in spine con una lacrima, come i saggi del passato.

Pure, malgrado i loro doni naturali, questi saggi vengono oltraggiati da uomini come l’abate Crélier: il quale li definisce idolatri perché continuano a mantenere, in un firmamento cristiano, pianeti come Mercurio e Venere, e atei perché cambiano i nomi alle piante; gridando con Geremia: «Anatema, anatema, e ancora anatema al progresso delle scienze!».

Dopo quattro ore di viaggio, i fuggiaschi fecero una sosta presso un laghetto, sulla sponda del quale era esistita, una volta, una colossale statua di Irminsul. Questa era stata scaraventata in fondo al lago da un soffio di San Bonifacio; ma i suoi primitivi adoratori, benché ormai convertiti al cristianesimo, conservavano nel profondo del cuore qualche residuo di devozione per il loro antico protettore annegato.

Continuavano ad offrirgli doni ogni anno, gettando nell’acqua pezzetti di candele di cera, favi, dolci e formaggio, con gran soddisfazione dei pesci, che a forza di offerte erano diventati grassi come i sacerdoti della dea siriana. Frumenzio, che per parte di madre discendeva dagli eroici guerrieri di Witikend, era tuttavia profondamente superstizioso come qualsiasi bambino sassone, mentre Giovanna, per quanto abile teologa in teoria, era sempre pronta, come Socrate, a fare qualche concessione ai pregiudizi del suo tempo.

In effetti, gran parte dei Cristiani dell’epoca, oscillanti com’erano fra il Redentore e i loro idoli, assomigliavano a quella vecchia di Chio che ogni giorno accendeva religiosamente una candela davanti all’icona di San Giorgio e un’altra davanti al Diavolo, e nel farlo diceva essere meglio avere alleati in ogni campo.

Così, i due amanti, inginocchiatisi sulla sponda del lago, offrirono a Irminsul gli avanzi della loro colazione, alcune ciocche di capelli e poche gocce mescolate del loro sangue, sigillando in tal modo l’unione indissolubile dell’una con l’altro, come quella del Doge di Venezia col mare. Dopo questa cerimonia, Frumenzio estrasse dalla sua bisaccia da sella un saio da monaco e insistette perché la sua innamorata lo indossasse assicurandola che con esso sarebbe potuta entrare come novizio a Fulda.

— In questo modo, — aggiunse, arrossendo lievemente, — potremo vivere indisturbati nella medesima cella, mangiare dallo stesso piatto e intingere la penna nello stesso calamaio: laddove se scopriranno che sei una donna, ti rinchiuderanno lontano negli appartamenti delle donne, con altre suore, e io morrò dalla disperazione sulla soglia!

Giovanna, considerando che il travestimento l’avrebbe esposta all’accusa di profanazione, controbatté la perorazione dell’innamorato con una citazione dalle Scritture. «La donna non indosserà i vestiti dell’uomo, né si coprirà l’uomo dei vestiti della donna.» Ma egli continuò ad insistere, argomentando con l’aiuto del Deuteronomio e con il pensiero di Origene che tutte le donne si sarebbero comunque trasformate in uomini nel Giorno del Giudizio. A questo Giovanna replicò che Origene era un eretico, e per di più un eunuco. Frumenzio allora le rammentò l’esempio di Santa Tecla, sorella dell’Apostolo Paolo, e di Santa Margherita, Santa Eugenia, Santa Matrona e di una schiera d’altre che avevano nascosto il corpo bianco come ali d’angelo in neri abiti virili, e avevano raggiunto la santità vivendo coi monaci. La gioventù, la bellezza e la passione del giovane aggiungevano alla sua logica argomenti a cui non ci si poteva sottrarre; cosicché in breve Giovanna calpestò coi suoi piedini gli ordini di Mosè, e infilò l’abito sopra il proprio vestito. Si mise anche ai piedi quei sandali che in futuro i potenti della terra avrebbero baciato inginocchiandosi davanti a lei. Quando la trasformazione fu completa, Frumenzio la ricondusse sulla sponda del lago, in modo che potesse vedersi specchiata lì.

Mai prima d’allora un cordone circondò i fianchi di un monaco tanto affascinante. Il suo volto brillava nell’ombra del cappuccio come una perla nella conchiglia. Il suo amante s’inginocchiò davanti a lei estasiato e con crescente ammirazione incominciò ad esaltare la bellezza del suo nuovo fratello in Cristo con uno di quegli inni mistico-anatomici con cui i monaci del tempo solevano magnificare la Vergine; lodando di lei i capelli, le guance, i seni, il ventre, le gambe e i piedi, come un mediatore di cavalli loda i suoi cavalli, o il poeta P. Soutsos le sue eroine.

Al termine di questa litania la giovane coppia risalì in sella, guidando i passi dell’asino verso il monastero di Fulda, dove Giovanna doveva essere ammessa a far parte del gregge di San Benedetto.

Ben dodici giorni ci vollero per attraversare tutta la campagna tra Mosbach e Fulda, riposando dovunque trovavano ombra, facendo il bagno in tutti i torrenti e incidendo i loro nomi sugli alberi che proteggevano i loro amori. Il calore del sole e quello della giovinezza, dell’amore e soprattutto del cavalcare, rendeva necessariamente frequenti queste soste. Inoltre, Frumenzio conosceva la agiografia di questi posti in ogni particolare, così poteva sempre trovare qualche pia scusa per smontare.

A una fermata magari pregavano davanti all’albero dove Santa Tecla guarì i ciechi con poche gocce di latte del suo vergine seno, a un’altra sentivano il desiderio di baciare la terra su cui fu versato il sangue di San Bonifacio, e dove da ogni goccia spuntò un anemone come da quello di Adone. Giovanna smontava, sorridendo alle insistenze del suo amante, mentre i pastori e i villani che incontravano restavano incantati davanti alla bellezza e alla pietà dei due giovani incappucciati: e, togliendosi il cappello a tre punte, si contendevano l’onore di offrir loro pane e formaggio, birra e frutta. Talvolta incontravano per via Slavini seminudi che vivevano come giunchi presso l’argine dei fiumi, esigendo un pedaggio dai passanti e talvolta buttando in acqua chi recalcitrava.

Frumenzio però ebbe piena ragione di loro con una citazione da San Michele, che mise in fuga questi banditi di terra e d’acqua.

Una mattina, mentre la giovane coppia adagiata sotto una vecchia quercia, riposava sugli allori amorosi, o meglio sul trifoglio (perché in Germania gli allori non crescono se non sulla testa degli eroi), notarono due donne che si avvicinavano. Avevano le guance dipinte, i piedi legati con sottili catene, e, come unica protezione, i loro fluenti capelli in disordine. Erano peccatrici che per penitenza dovevano andare, nude e in catene, in pellegrinaggio solenne alla tomba di San Marcellino, dove avrebbero cercato la redenzione.

Questi pii pellegrinaggi avevano luogo, in genere, alla fine della primavera o all’inizio dell’estate, quando la temperatura consentiva un simile abito paradisiaco. In gran parte, queste Maddalene, sapendo che sarebbero state purificate da ogni macchia al contatto delle sante reliquie, mostravano assai poco ritegno di moltiplicare, strada facendo, i loro peccati. Pretendevano ospitalità dai contadini, elemosine dai viandanti, e ripagavano della stessa moneta con cui la famosa Santa Maria Egiziaca usava coprire le spese dei suoi viaggi. Fra l’altro, l’abito idillico di queste donne semplificava al massimo la questione pratica delle comunicazioni e dei rapporti. Ora avvenne che queste due pellegrine, non sospettando quel che c’era sotto le vesti di Giovanna, si avvicinarono e chiesero l’elemosina: e in cambio, dissero, non soltanto avrebbero aperto loro, in futuro, le porte del paradiso, ma avrebbero offerto gioie più immediate nel presente. Frumenzio, tenendo Giovanna davanti a sé come una corazza, respinse le proposte impertinenti di quelle due sirene gozzute, usando l’estremità del suo cordone per cacciarle via; poi, stringendo saldamente fra le braccia la sua nuova amica, se n’andò per la sua strada, come gli antichi eremiti che abbracciavano la croce quando erano tentati dai demoni della carne.

Però questi antichi santi, mentre volgevano lungi dal Maligno un occhio inorridito, vi fissavano l’altro con un orrore non scevro di desiderio, come un ebreo affamato che rifiuta un prosciutto, Frumenzio, il quale da autentico figlio dell’Occidente faceva uso del godimento come antidoto contro la tentazione, poté volgere altrove tutt’e due gli occhi senza il minimo sforzo. I santi, che non dormivano, che si fustigavano con nastri pieni di palline e digiunavano finché la bocca gli si riempiva di vermi, raramente riuscivano a dominare il tumulto di quelle notti in cui lottavano contro il prurito della carne, o di quei giorni in cui distoglievano lo sguardo dal diavolo in forma muliebre. Fu così che le galline e le capre furono ritirate dai monasteri in quanto pericolose per codesta insopportabile castità. I Franchi, ad ogni buon conto, dopo un periodo di abnegazione, vi rinunciarono e si rappacificarono coi legati della lascivia, per potersi concentrare in pace e tranquillità di spirito sulla salvezza. Sant’Antonio placava la tentazione con un bagno freddo. Ma secondo il saggio Archigene la temperanza stessa è l’afrodisiaco più violento. Quanto saggi, molto saggi, erano dunque i Franchi a bandire simili metodi dai monasteri.

Il sole, che aveva illuminato la giornata più lunga dell’anno, era tramontato quando i due viandanti, costeggiato il gruppo di vulcani spenti che circondavano il monastero di Santa Fulda, mettevano piede infine sul suolo consacrato. La notte era dolce e senza luna, e solo le stelle si riflettevano nelle acque della Fulda. Tuttavia, quando furono più vicini al monastero, videro un bagliore rosso fra gli alberi, che poteva essere il riverbero di un fuoco. Nel sottobosco intorno a loro scorrazzavano volpi, cervi e cinghiali evidentemente spauriti, mentre sopra le teste dei due amanti uccelli notturni svolazzavano alla cieca cercando di ritrovare la strada per il nido. Giovanna tremava e si aggrappava al suo compagno, mentre perfino l’asino drizzava le orecchie spaventato e dubbioso come un soldato del papa al segnale di battaglia.

Lingue di fuoco, nuvole di fumo, strepito di campane e di voci, odore di incenso e di cucina, tutte queste cose assalivano gli occhi, le orecchie e il naso della nostra eroina in cui crescevano lo stupore e l’agitazione ad ogni passo che faceva l’asino. La gaiezza soffocata di Frumenzio la calmava appena: pure alle sue continue domande egli non rispondeva che ridendo e baciandola.

Dato che purtroppo non possiamo dare a te, lettrice, la stessa risposta, ti informeremo invece che quel giorno o, meglio, quella notte, risultò essere il 24 di giugno, proprio il giorno in cui, ottocento anni prima, era stata offerta alla figlia d’Erode la testa di San Giovanni, come oggi si offre un bouquet di fiori alla Esler o alla Taglioni. Le ossa del santo, riesumate da Sant’Atanasio, erano state portate in giro per tutto il mondo, e operavano miracoli su miracoli, secondo il costume del tempo.

La testa era stata trasportata in Francia da alcuni monaci francesi di Alessandria: infatti i Franchi del Medio Evo erano lesti a rubare le reliquie dei santi come i loro discendenti di oggi a rubare frammenti d’arte dell’antica Grecia. Il dito di San Sergio o la gamba di Santa Febronia si valutavano allora a un prezzo molto più alto che una testa di Ermete o un braccio di Afrodite oggi: così la testa di San Giovanni, altamente pregiata, riposava nel monastero di Sant’Angelo e si usava per curare le febbri, in mancanza di chinino. La fama di questa testa miracolosa si era diffusa un po’ alla volta per tutto l’Occidente, tanto che ogni anno, in questo giorno, si accendevano falò in suo onore, come gli antenati di questi monaci accendevano fuochi per celebrare le Palilie. La Dea Pale era morta da un pezzo, ma i suoi antichi adoratori non avevano smesso di godersi il vino e il ballo in allegre notti insonni: e per mancanza di dèi offrivano ai santi barbuti e torvi del pantheon cristiano tutta l’adorazione gioiosa che prima avevano tributato alle ridenti divinità imberbi dell’Olimpo.

La festa era nel pieno dell’animazione quando i due pellegrini entrarono nel cortile del monastero.

Alcuni monaci aggiungevano al falò fasci di stoppie e barili vuoti; altri, con la veste sollevata saltavano al di sopra del fuoco sacro, e si precipitavano a una pozzanghera piena d’acqua ogni volta che si scottavano le gambe. Altri danzavano intorno ai fuochi o se ne stavano bellamente distesi sull’erba, immergendo le dita nei tegami e le coppe nelle brocche del vino; altri ancora, brandendo un tizzone ardente, correvano per il giardino alla ricerca di un falco per scacciare i diavoli, o alla caccia del quadrifoglio che avrebbe dato, a chi lo trovava, potere sulle forze delle tenebre per una notte intera. Gli allegri monaci ricevettero il loro fratello che rientrava e Giovanna con grida di gioia, e Frumenzio presentò loro la sua compagna come un parente orfano, soggetto al Duca di Ansigise, a cui ripugnava la schiavitù e che desiderava invece prendere l’abito monastico.

«Dignus, dignus est intrare in nostro sanato corpori» fu il responso unanime dei Benedettini, mentre trascinavano Giovanna, novella conversa, nel ritmo veloce di una danza circolare che si snodava fra i fuochi come un serpente contorto. Così Giovanna non fece in tempo a entrare in un monastero che imparò a danzare.

La danza, che oggi è messa al bando come invenzione di Satana, allora non era considerata empia o irreligiosa: per loro era semplicemente una preghiera che si recitava coi piedi, come i salmi si recitano con le labbra. Dal momento che entrambi erano stati inventati da Davide, si dava per scontato che erano strettamente imparentati come figli dello stesso padre.

Le stelle avevano finito di ardere nel cielo e i fuochi agonizzavano, quando finalmente la campana costrinse l’ebbra e assonnata compagnia del boccale a lasciare la danza o la caraffa per affrettarsi al mattutino.

Quella mattina, come sempre dopo le feste, risuonava sotto la volta della chiesa il brontolio sordo di un russare gutturale: e questo è il motivo per cui spesso si è detto che i monaci avevano contratto l’abitudine di cantare col naso, anche quand’erano completamente svegli. Tale antico costume, pur bandito dalla Chiesa d’Occidente insieme alla Festa dell’Asino e altri residui gotici del Medio Evo, si salvò da noi dove si è conservato nella sua forma primitiva fino ai nostri giorni: e forse costituisce uno dei motivi per cui le chiese vengono un po’ alla volta disertate, il fervore religioso si raffredda e l’offerta di elemosine diminuisce.

Le religioni sono come le donne; infatti né le une né le altre, finché sono giovani, hanno bisogno di profumi o di fardo per essere circondate da umili adoratori disposti, siano essi pagani o cristiani, a immolare la propria vita per l’oggetto amato.

Quando invecchiano però, gli è necessario ricoprirsi di stole e di paramenti dorati, per trattenere ancora un po’ i loro seguaci stanchi.

La Chiesa di Roma se ne accorse in tempo e, non appena vide che l’entusiasmo dei suoi fedeli cominciava a raffreddarsi, ricorse a pittori e a scultori: allo stesso modo di Era che, da vecchia, strappò ad Afrodite il cinto per coprirsene la nudità e nascondersi le rughe. Ma la Chiesa d’Oriente, pur assai più vecchia della sorella, insisté, per povertà o per orgoglio, nel cercare di attrarre i fedeli con voci nasali e vergini strabiche. La devozione è declinata da un pezzo, ma i dipinti di Raffaello e le voci dei Lacordaire o gli eunuchi del papa attirano ancora pellegrini alle volte di San Pietro o del Pantheon, mentre noi, per parte nostra, andiamo in chiesa forse una volta all’anno, e anche allora chiudiamo le orecchie a tutta la faccenda.

Subito dopo il mattutino, Frumenzio si affrettò a condurre Giovanna nella sua nuova prigione. Il monastero di Fulda era molto più simile a una cittadella che a un eremo. Da ogni parte lo circondavano imponenti vulcani, le cui eruzioni erano state placate da Santo Saturnio con poche gocce d’acqua santa; mentre il fiume placido gli serviva da fossato. Le torri di questa fortezza erano ornate di piombatoi e di torrette, poiché a quei tempi i monaci di San Benedetto, a parte il vino e il sonno, si divertivano a prender parte alle battaglie politiche dell’epoca; e qualsiasi forza che si schierasse contro di loro li trovava sempre ben agguerriti dietro le mura del monastero: come i redattori dei giornali, oggi, che sanno di potersi sempre esprimere liberamente perché si sentono al riparo dietro gli articoli della Costituzione. È vero che lo stesso Carlo Magno aveva un po’ addomesticato le abitudini di quell’impulsiva confraternita, confiscandone le armi e lasciando loro, per così dire, soltanto l’armamento spirituale; ma i monasteri conservavano ancora i loro bastioni marziali.

Giovanna visitò l’edificio incominciando dalle file di celle; vide la stanza tranquilla dei novizi, il refettorio decorato con orribili statue dei dodici apostoli, le prigioni sotterranee dove i monaci indegni venivano sepolti vivi, e infine la biblioteca dove sessanta scrivani lavoravano giorno e notte, alcuni raschiando pergamene antiche mentre altri trascrivevano, su quei resti già preziosi, le gesta atletiche di San Babila e di Santa Prisca al posto delle fatiche di Ercole o di Annibale. Il giardino era completamente trascurato, poiché i buoni padri si curavano abbastanza poco dei fiori; la verdura poi, la detestavano in quanto occupava troppo spazio nello stomaco, che preferivano riempire con petti d’oca e cosce di porco, considerati simili ai testi delle Scritture che sebbene brevi contenevano molta sostanza.

Descritto l’ovile, cercheremo ora di dare un’idea dei suoi ospiti. Gli ordini monastici si moltiplicavano così spesso e gli si attribuivano tanti nomi – Teatini, Recolletti, Carmelitani, Giovanniti, Francescani, Cappuccini, Camaldolesi – costumi e cerimonie differivano tanto spesso tra quelli che calzavano sandali e gli scalzi, le vesti nere e quelle bianche, i barbuti e i rasati, i portatori di mirra e così via... che il barone di Born ha tentato di classificarli in base al sistema di Linneo per gli animali e le piante.

Così, se apriamo la sua Monacologia Linneana, troviamo che alla parola benedettino fanno riscontro i seguenti caratteri: «Faccia sbarbata, cranio rasato, porta sandali, lunga sottana nera che arriva sotto al ginocchio e veste che arriva ai calcagni... canta tre o quattro volte al giorno e nel cuore della notte con voce gracchiante... mangia di tutto... raramente digiuna».

Tali erano allora i caratteri generali della confraternita; oltre a ciò, i benedettini di Germania portavano sulla tonaca lo scapolare della Vergine, per preservare il capo dai cattivi pensieri e dai pidocchi; e la faccia rassomigliava da vicino a quei vecchi palinsesti dove si potevano ancora vagamente distinguere i versi erotici di Anacreonte e di Saffo, sotto i testi religiosi che ora li ricoprivano.

Quattro volte al giorno i buoni padri mangiavano, usando grasso di maiale in luogo del burro e le dita in luogo di forchette. I trasgressori erano puniti con la privazione del grasso di maiale per alcune settimane, come oggi si è sospesi dalla comunione in casi simili. Due volte al mese si facevano radere; il Venerdì Santo tutti si lavavano i piedi, mentre tre volte all’anno i più grassi si sottoponevano alla pratica del salasso per placare i desideri irreligiosi, o, come asseriscono taluni scrittori, per evitare l’apoplessia. Per la maggior parte erano ignoranti, sebbene alcuni comprendessero il Paternoster e uno o due sapessero effettivamente scrivere; a questi ultimi le autorità concedevano, come agli eroi di Omero, doppia razione di cibo e vino invece che birra. Tutti si sottomettevano alla benedizione il sabato; ma dal momento che non si sa di sicuro in quale giorno il Signore si riposò dopo la Creazione, ed essi erano timorosi di cadere in errore, rimanevano in ozio per tutta la settimana.

Alla fine questi monaci diventavano così robusti di costituzione che molti di loro morivano in piedi, come i soldati russi; alcuni riferiscono che era necessario spingerli prima che cadessero da soli.

Il pastore di questa confraternita portante il saio era a quel tempo il celebre San Rabano, chiamato il Nero, le cui opinioni erano incasellate con un rigore da far invidia al laboratorio di un chimico.

Questo colto abate aveva navigato i sette mari – o almeno tutti quelli che c’erano da navigare a quel tempo – e aveva buone basi di tutte le lingue, vive e morte, di quel periodo; inoltre conosceva l’Astronomia, le Arti magiche, il Diritto canonico e l’Ostetricia. Per quanto riguarda quest’ultima, aveva inventato uno strumento speciale col quale si potevano battezzare i nascituri quando erano ancora nel grembo della madre, per modo che, in caso di aborto, sarebbero sfuggiti alla penombra del Limbo dove i bambini non battezzati sono accomunati ai pagani rimasti insepolti, sulle rive dello Stige. Al tempo in cui Giovanna entrò nel monastero, San Rabano, già avanti con gli anni e sofferente di dispepsia, era tutto preso dalla preoccupazione per la propria salvezza, e limitava la sua dieta alla sola verdura: come Nabucodonosor, che diventò più astemio negli ultimi anni della sua vita... cioè quando fu trasformato in un toro.

Rabano era ancora impegnato nel comporre inni alla Croce: ognuno di questi si articolava in trenta versi formati da un egual numero di lettere e disposti in forma di croce, secondo lo stesso schema di quei poeti francesi che componevano le loro poesie sul vino in forma di bottiglia o di botte. Ora la copiatura di questi capolavori richiedeva uno scrivano esperto e nessuno poteva competere con Frumenzio e il suo nuovo confratello Giovanni. Così il vecchio cantore dell’Ordine affidò a loro le sue croci poetiche, compiendo in tal modo la profezia di Frumenzio quando aveva detto a Giovanna «e intingeremo la penna nello stesso calamaio».

I due amanti felici rassomigliavano ormai ai tanti fortunati che non hanno storia; la vita dei nostri due monaci scorreva tranquilla all’ombra del monastero come il fiume Fulda sotto i suoi pioppi ombriferi e antichi. Hai mai riflettuto, caro lettore, quanto dev’essere incantevole e rassicurante avere la propria amata travestita da uomo, in modo che tu e tu solo possa scoprirne le bellezze? Non si conoscerebbe né la gelosia né le innumerevoli spine dolorose che, secondo San Basilio, fanno delle donne quei laboratori di tortura che sono. I suoi abiti maschili sarebbero una custodia più sicura della serratura degli harem turchi o di quelle cinture di castità con cui gli Italiani proteggono dalle interferenze i loro diritti coniugali. E oltre a ciò, soprattutto, il volto dell’amata non verrebbe contaminato da occhiate lascive, né le sue orecchie da parole sconvenienti, e neppure le sue mani da contatti proibiti. Sarebbe pura e incantevole come le ali di un angelo: come quella vergine ideale vagheggiata da San Basilio, in piedi, modesta come una statua sul piedestallo della sua verginità, insensibile ad ogni pensiero e contatto equivoco. I sospiri gelosi di Tibullo e le diatribe di Byron contro le donne ti apparirebbero senza senso, come le lamentazioni di Geremia a chi non ha mai motivo di lamentarsi. Tale era Giovanna per il suo Frumenzio: una rosa senza spine, un pesce senza lische, un gatto senza artigli.

Vissuta fin dall’infanzia con uomini, non aveva nessuna di quelle caratteristiche o incantevoli difetti che rendono le figlie di Eva più terribili di quelle sirene che si rivelavano serpenti dalla vita in giù.

Erano passati sette anni da quando avevano fatto il loro ingresso nel monastero di Fulda, e il fato continuava ancora a tessere la tela dei loro giorni d’oro mentre i loro rapporti rimanevano segreti e indisturbati come una perla nei recessi più profondi dell’Oceano. Né c’era serio pericolo che l’inganno venisse scoperto, perché prima delle Crociate nessun franco si prendeva mai la briga di scoprire che cosa si celava sotto le tortuosità involute dei fraseologi platonici o sotto le pieghe di un abito maschile. Soltanto il barbiere del monastero, talvolta, scherzava con frate Giovanni che offriva al rasoio guance imberbi, lisce come un lago durante una calma.

Ma oltre a Giovanni c’era, purtroppo, un altro monaco imberbe a Fulda: un certo padre Corvino, schivato da tutti perché il suo nome era quello di un uccello di malaugurio. (Corvus in latino significa "corvo".) Da giovane, questo infelice benedettino era stato innamorato della nipote del vescovo di Magonza, di cui era diacono e reggeva la coda del manto porporato e beveva l’acqua in cui Sua Eminenza si lavava le mani dopo la comunione.

La ragazzina aveva aperto prima le orecchie e poi il seno alle insistenze del giovane diacono; ma il suo tutore mitrato, che li sorprese una notte a cogliere il frutto proibito dagli alberi del giardino episcopale, li punì. Tagliò i capelli alla nipote e mandò Corvino nel monastero di Fulda a pentirsi... dopo averlo trasformato in eunuco. Nei primi giorni il giovane monaco pianse su quello che aveva perso, come la figlia di Jefte pianse sulla perduta verginità; ma il tempo alla fine cicatrizzò le ferite sia del corpo che della mente, tanto che un po’ alla volta egli prese a disprezzare tutte le donne in blocco e a incitare i compagni a conquistare il Paradiso senza sforzo, sottoponendosi allo stesso sacrificio che lui aveva sostenuto: come la volpe nella favola che, quando rimase con la coda tagliata, consigliò tutti gli altri animali di fare lo stesso. Tale era l’esistenza filosofica che il buon Corvino conduceva, ora che aveva sostituito con l’aspettativa del Paradiso il desiderio del frutto proibito.

Un giorno però ricevette l’ordine di combattere gli onischi che stavano attaccando la biblioteca dell’Abate; e mentre era lì, s’imbatté in una traduzione del sermone di San Basilio sulla verginità. Aperto il libro, in cui sperava di trovare ulteriori motivi di lodare l’Altissimo (visto che ogni possibilità di peccare gli era stata preclusa), gli cadde sotto gli occhi il passo nel quale il santo vescovo di Cesaria consiglia le vergini modeste di stare in guardia contro «i corpi maschili... anche se sono eunuchi, state in guardia contro di loro». Continuando sul filo di questi ragionamenti, questi rileva che «il toro a cui siano state tagliate le corna non rimane meno cornuto per natura, e colpisce i nemici con quella parte della testa dove prima erano le corna. Allo stesso modo, i castrati, se eccitati da sensazioni irresistibili, sono ancora in grado di...» Ma a questo punto io devo rinviare il lettore al trattato del Santo, dove potrà leggere da solo la conclusione della frase. Secondo gli scoliasti, la Gerusalemme del Tasso fu scritta su uno scudo. Secondo me, il trattato di San Basilio sulla verginità dev’essere stato scritto sulle ginocchia di qualche buona vergine.

La lettura di quell’unico passo sconvolse del tutto la mente del monaco che se n’era stato in pace per tanto tempo. I serpenti, i draghi, i lupi, le pantere e gli altri animali di cui si servono i teologi per simboleggiare le passioni, si svegliarono di colpo, tutti insieme, e incominciarono a ruggire e a mordersi la coda nel profondo del suo cuore, che, dopo tanto tempo, assunse ancora una volta l’aspetto di un turbolento giardino zoologico. Archimede, sopraffatto dalla gioia, gridò «Eureka!» quando fu giunto alla soluzione del suo problema.

Il nostro povero benedettino incominciò a correre avanti e indietro per i chiostri del monastero gridando con voce di tuono: — Dopo tutto, io posso. — Da quel giorno in avanti egli fu affetto da una singolare monomania che né la sferza, né il mangiare croste, né i bagni freddi, né nessun’altra prescrizione della farmacopea monastica potevano curare.

Pienamente rincuorato dalla timorata eloquenza del divino San Basilio, si teneva il libro stretto fra le braccia giorno e notte, come una giovane madre si porta il suo primo nato; e ogni volta che vedeva una donna si precipitava su di lei, come un cervo assetato a una sorgente nel deserto, per mettere alla prova la veridicità delle affermazioni del santo. Ma le bionde Sassoni lo eludevano – anche se castrato – in conformità coi precetti del profondo vescovo di Cesaria. Del resto penso che, senza bisogno di tali consigli, poche di loro, consapevoli dei suoi limiti, avrebbero aspettato di farsi raggiungere da lui.

Questi era colui che era destinato a spezzare il filo d’oro che, col favore di Moira, aveva legato i giorni dei due amanti, facendo della loro vita un serto perfetto di perle lucenti. Ogni sera Frumenzio e Giovanna entravano in una caverna vicina al monastero, che in altri tempi era stata un tempio di Priapo. Questa divinità era tuttora venerata in Germania sotto il nome di San Vito, anche se col nome i riti non erano mutati. Le labbra delle ragazze cristiane continuavano ancora a cercare presso di lui quel che avevano cercato le impudiche idolatre del passato: il piacere o la felicità dei figli; e il buon santo, ora come allora, raramente era sordo a simili preghiere. Ma si deve aggiungere che era costume di erigere sempre le sue statue all’ombra di un monastero: questo, come fu acidamente rilevato da qualche storico, rendeva assolutamente sicuro il successo dei pellegrinaggi.

Nelle latebre di quella sacra caverna, dietro la statua in legno del santo, la giovane coppia si era costruita un nido, segnato da foglie odorose di alberelli, da pelli di volpe e da lussuose lenzuola lasciate dalle pie signore sassoni come offerta. Sopra il loro giaciglio pendevano come stalattiti lingue affumicate, prosciutti, pesce messo a seccare, vino schietto della Mosella in fiasche di cuoio, e altre provviste con cui i due giovani si ristoravano ogniqualvolta erano spossati dall’innalzare inni a San Vito; poiché la devozione per quel Santo, come quella per Afrodite, si raffredda se non c’è un dono da Demetrio e da Bacco.

Orbene, lì si trovavano, quella sera infausta, a godersi il meglio della vita; e intanto il loro fratello Corvino, incapace di trovare il sonno, che come gli amici di questo mondo abbandona sempre gli sfortunati, errava per i campi e ripeteva le sue sciagure alla luna. Ma anche la luna sembrò stancarsi presto del lamento monotono di chi con tanto sconforto portava il saio, e si ritirò dietro una nuvola; tanto che l’ammiratore di San Basilio si trovò presto costretto a cercare rifugio nel santuario di San Vito.

Il pavimento di sabbia minuta, che serviva a proteggere i piedi scalzi delle pellegrine, attutì il rumore dei suoi passi mentre si accostava al recesso dove i due amanti dormivano l’uno nelle braccia dell’altro, e ambedue in quelle di Morfeo. La stanza da letto era appena illuminata dalla tenue luce della lampada che ardeva davanti all’immagine del Priapo cristianizzato, e alla luce di questa, Giovanna, nuda, assomigliava a qualche dea dell’Olimpo.

L’immagine che offriva era tanto incantevole, che davanti a lei perfino Sant’Antonio avrebbe dimenticato i suoi voti, Origene le sue sventure e Temistocle la vittoria di Milziade.

Padre Corvino, per parte sua, dimenticando del tutto Frumenzio che dormiva, si precipitò a mettere alla prova della dura esperienza le massime fisiologiche del vescovo di Cesaria.

Ma San Vito, il quale protegge il sonno degli amanti che riposano alla sua ombra, non avrebbe tollerato che i suoi misteri venissero profanati da un miserabile eunuco: e quando lo vide allungare la mano impudente sulla sua vestale addormentata, si accese in volto per lo sdegno, come la Vergine di Loreto quando fu baciata da labbra impure. Scosse il capo con fare minaccioso, mentre l’olio nella lampada incominciava a bollire rabbiosamente. Una goccia di quell’olio bollente cadde sul viso di Frumenzio addormentato e lo svegliò; balzando in piedi vide la sua compagna ancora semiaddormentata che lottava furiosamente contro il perfido Corvino, come in preda a un incubo.

Frumenzio, da buon discendente di Witikend, fu preso dalla collera e di conseguenza fu violento al pari di ogni monaco tedesco, abituato a usare i pugni in qualsiasi discussione, per quanto teologica potesse essere.

Perciò, senza perdere tempo in spiegazioni inutili, si assicurò intorno al polso il cordone del saio e prese a sferzare energicamente il misero Corvino sulla schiena.

Frattanto Giovanna fu in piedi e corse a nascondere sotto le vesti la causa dell’incidente, mentre i due monaci si attaccavano coi pugni e incominciava a correre il sangue, per fortuna solo dal naso. Dopo una lotta decisa, Corvino, che era stato pienamente battuto dal rivale infuriato, se la svignò improvvisamente, lasciando come bottino nelle mani di Frumenzio una parte della sua tonaca: come Giuseppe lasciò una parte del suo mantello alla moglie di Putifarre... sebbene io creda che l’analogia fra Corvino e il figlio di Giacobbe sia tutta lì.

Rimasti di nuovo soli, i due amanti si guardarono con gli occhi sbarrati per l’angoscia, giacché appariva chiarissimo che il satiro da loro sconfitto non avrebbe perso tempo a tradire il segreto della caverna con gli altri. Diventava necessario, evidentemente, se non volevano essere messi in prigione a pane e acqua, levarsi da quel luogo ospitale dove avevano trascorso tanti bei giorni godendo l’uno dell’altra e dell’abbondante vitto consumato nella pace e nell’ozio consacrati... Ma il passare degli anni e il piacere avevano sminuito in entrambi lo spirito d’avventura, cosicché guardavano con orrore alle dure privazioni di una vita girovaga; e si sentivano inclini a credere con Sant’Antonio che i monaci erano per i monasteri ciò che il mare è per i pesci, e che ambedue muoiono se privati del loro elemento naturale.

In simili angosciosi pensieri erano sprofondati, allorché la campana che chiamava per il mattutino ricordò loro quanto fosse imminente il pericolo.

La notte era buia, ma c’erano vicinissime le stalle del monastero, dove viveva ancora lo stesso buon somaro che, sette anni prima, aveva trasportato Giovanna a Fulda. Questo patriarca dello stallo monastico, ormai bianco come la neve per gli anni, godeva il suo riposo, circondato dai discendenti e da fasci d’erba. I fuggiaschi lo slegarono in un momento e avvolsero i suoi zoccoli con un po’ di lino per soffocarne lo scalpito, secondo lo stesso principio dei pirati che avvolgono i remi con dei panni.

Lasciarono a questo modo le mura del monastero, tutt’e due con la paura che il loro umile complice avrebbe svegliato i vivi coi suoi ragli, come sette anni prima aveva svegliato i morti.

 

 

Parte terza

 

 

But the fact is that I have nothing plann’d Unless it were to be a moment merry.

Byron, Don Juan.

 

 

Caro lettore, ti piace il vino buono? Se sì, certamente odierai l’oste privo di scrupoli che per lucro adultera la sua bevanda con acqua, sostanze coloranti, o perfino veleno: e offre da bere alle labbra assetate il suo intruglio stantio o nauseante in luogo del divino nettare.

Simili osti, comunque, sono esistiti per secoli, al pari dei sedicenti dispensieri del «vino fortificante della vera fede», come il dotto Albino definì una volta la religione.

L’analogia fra i preti cristiani e gli osti citati sopra può essere rintracciata in qualche sinodo del nono secolo; cosicché queste critiche, se forse non sono garbate come si potrebbe desiderare, riposano però su una base di fatti canonici.

Io dico dunque che come il buon bevitore aborre quelli che adulterano il vino, così i veri Cristiani dovrebbero aborrire quelli che, per amore di guadagno, mescolano la religione con le varie trovate delle loro teste, rasate o meno: i miracoli delle icone, gli dèi pagani camuffati da santi, le genuflessioni, i biglietti per il Paradiso, le sante reliquie, i rosari, e tutto l’altro ciarpame monacale che ha reso la professione degli Apostoli non meno sospetta di quella dei guaritori e degli interpreti di sogni. Fin dall’infanzia sono sempre stato appassionato di chimica: e questo mio libro non è che un’analisi chimica del vino religioso che gli osti in abito monacale del Medio Evo diedero da bere ai popoli dell’Occidente. Tutti gli insetti fastidiosi, i rettili, serpenti, vespe, zanzare e scorpioni diventano tanto più velenosi e fastidiosi quanto più vivono al sole.

I preti fanno eccezione a questa regola, comunque, perché, se quando vivono nelle regioni senza sole dell’Occidente mettono unghie aguzze e zanne ancora più aguzze, quelli dell’Oriente invece diventano un po’ alla volta innocui e docili come le anguille del Lago Kopais. E siccome, al pari di queste anguille, non valgono nulla né come bocche né come bocconi, sarebbe un peccato disturbare tali eredi innocenti del regno dei cieli, che se ne vanno per i fatti loro, facendo spesso il segno della croce, bruciando incenso, battezzando bambini e ascoltando confessioni. Ti dico tutto questo, lettore, in modo che tu sia convinto della mia ortodossia in materia. E ora torniamo ai nostri eroi.

Dopo la morte del potente Carlo non si dovevano più trovare in Germania né stazioni di posta né poliziotti; e i cavalli sassoni erano grassi e indolenti esattamente come lo sono oggi, per cui i nostri amanti, in sella al loro fedele somaro, non avevano molta paura di essere inseguiti.

L’asino era un discendente diretto di quella bestia benedetta che trasportò Gesù in Gerusalemme, e sul dorso della quale, secondo il grande Alberto, rimase il segno di una croce, come l’impronta del Volto Divino sul velo della Veronica.

Tutti i discendenti di quest’asino si distinguono chiaramente per l’incrocio di due strisce nere che s’intersecano nel mezzo della schiena, che valse loro il nome di "Crociati" durante il Medio Evo.

È stato inequivocabilmente provato che, in casi di bisogno urgente, potrebbero competere in velocità coi cavalli e coi levrieri. Questa razza particolare era usata soltanto da abati e prelati in Europa, dove un po’ alla volta si estinse. Prospera ancora però, robusta e senza croce, in Egitto e in Palestina, dove è ancora possibile vedere queste creature portare selle ricamate d’oro e mangiare fagioli lessi da recipienti regali.

Tale era la bestia da soma sulla quale i due fuggiaschi viaggiavano, relativamente sicuri; e strada facendo discussero innumerevoli piani per il futuro.

Dopo un po’ si alzò il sole, caldo e sereno, oltre le alture di Biberstein; e con esso si rialzò il loro spirito.

Decisero che avrebbero viaggiato per il mondo sul loro asino, chiedendo ai potenti ospitalità, porgendo ai fedeli le dita da baciare, e lasciando ad altri la più grave responsabilità di condurre a Dio i miscredenti.

Incominciarono dunque il loro giro visitando Magonza, dove decisero di presenziare alla cerimonia della riconciliazione fra l’Imperatore Luigi e i suoi figli. Ma quando, dopo una tirata di tre giorni, finalmente arrivarono, trovarono la città che risuonava di salmi funebri e di campane a morto, non del chiasso di banchetti e di mascherate. Invece del profumo di vivande che s’arrostivano, il loro naso percepì soltanto l’odore dell’incenso funereo. Lo sventurato Luigi, soprannominato il Pio o il Débonnaire (questi due epiteti gli erano attribuiti quasi fossero sinonimi!), aveva reso l’anima al Creatore il giorno prima del loro arrivo, ripetendo «Perdono ai miei figli come il condannato al boia»; e la salma doveva ora essere trasportata all’estremo riposo da quattro cavalli neri. Questi ultimi, che erano stati tenuti a corto di foraggio per diversi giorni precedentemente, procedevano d’un passo lento e funebre, come i cavalli di Ippolito, fra due file di preti con torce che cantavano le virtù del monarca scomparso. Siffatto rituale veniva concesso soprattutto perché Luigi aveva lasciato per testamento alla Chiesa la Sardegna, la Corsica e la Sicilia. È vero, naturalmente, che di queste isole, che appartenevano rispettivamente ai Saraceni e ai Greci, egli non disponeva più di quanto il Re d’Italia, oggi, disponga di Cipro o di Gerusalemme. Comunque l’intenzione fu giudicata ugualmente eccellente e meritevole di processioni e di incenso. Frumenzio e Giovanna si strinsero il cappuccio intorno alla testa e seguirono con la processione la salma del grande sovrano il quale, morendo, aveva intrapreso il cammino su quella via che – dice Bione – è la più facile da trovare, anche ad occhi chiusi. Più tardi lasciarono le mura di Magonza in lutto, silenziosamente.

Con la dipartita del pio Luigi, l’aria diventò meno respirabile per i monaci in Germania, e molti di essi incominciarono ad emigrare, al pari degli Inglesi gottosi che lasciavano Nizza, dopo la sua annessione alla Francia, dicendo che il medico aveva ordinato loro di respirare aria italiana e non francese. I figli di Luigi presero le armi per rivendicare con più autorità il patrimonio del padre; il più anziano, Lotario, nel desiderio di conquistare alla sua causa i Sassoni, arrivò a un punto di corruzione tale da permettere loro di innalzare simulacri ai loro idoli ancestrali, e fino ad approvare, saltuariamente, il sacrificio di qualche predicatore fanatico o di qualche grasso benedettino su quegli altari. Qualcuno degli annalisti più severi ha perfino riportato che l’empio Lotario era responsabile della produzione all’interno del suo palazzo, di statue a Teutone e ad Irminsul, e che poi incominciò a mandarle in dono ai Sassoni e ai Turingi per conciliarseli. Comunque, anche nella nostra epoca i fabbricanti si fanno una regola di spedire ai popoli delle colonie idoli indù e australiani, intagliati dai pii puritani e quaccheri. Questi idoli, in genere, vengono caricati insieme con pacchi di Bibbie che serviranno da antidoto, e gli uni e gli altri sono imbarcati sotto la protezione della bandiera britannica.

I contrasti fra gli eredi di Luigi resero in breve la Germania assolutamente inabitabile. Il povero asino che trasportava i nostri amanti inciampava di continuo in cadaveri, o scivolava in pozzanghere piene di sangue, ed era ridotto a una magra dieta di rovi e di cardi, laddove, una volta, aveva conosciuto farina d’orzo, erba e foglie. Si avanzava l’inverno, un aspro e duro inverno sassone, così freddo che perfino gli avvoltoi affamati, che pure stavano morendo di inedia, riuscivano a stento a beccare la carne dai cadaveri sparsi. Gli sfortunati fuggiaschi erravano come passeri per i paesi nevosi, e maledicevano quel satiro eunucoide che, con la sua lussuria, li aveva scacciati dal loro nido di soffici piume. Il terrore dei nemici e il rigore del freddo avevano notevolmente intiepidito l’ospitalità dei Sassoni, cosicché essi si trovarono a bussare invano alle porte dei cascinali come a quelle degli eremi.

A volte non ricevevano risposta di nessun genere, e, se la ricevevano, era di solito sotto forma di una faccia sassone, blu per il freddo o pallida per lo spavento, che sbucava chinandosi per un momento fuori da una porta, e ordinava loro di filare via.

Era ben raro trovare una mano più pietosa di questa testa maldisposta, che porgesse loro un pezzo di pane nero o del pesce secco.

Continuarono così a vagare per due mesi interi, seguendo le orme degli eserciti come corvi in cerca di rifiuti, per scaldarsi presso la brace di un fuoco spento, o per rosicchiare gli ossi in qualche accampamento abbandonato. E venne il giorno in cui guardarono quasi con invidia agli sciacalli che spogliavano i cadaveri degli uomini di Lotario e ne beccavano le ossa: al punto che a volte erano in imbarazzo, per non saper trovare una giustificazione alle parole del saggio Crisippo, quando esorta i suoi allievi, fra l’altro, a non considerare cibo illecito i cadaveri ove non vi sia nulla di meglio a portata di mano.

Giovanna sopportava le privazioni della fame e del freddo senza fiatare, come il cammello del deserto sopporta il caldo e la sete. Né sospiri né lamenti uscivano mai da quelle pallide labbra: labbra che tanto spesso asciugarono le lacrime del suo compagno. Frumenzio ebbe molte occasioni di benedire il momento in cui le maree della vita avevano gettato sulla spiaggia quella bionda perla fra le donne. Si può paragonare il carattere delle donne soltanto a quel rame di Corinto che, anche se contiene molte leghe, conserva tuttavia qualche frammento di oro puro. Fu così che, a forza di digiunare, di spargere lacrime, di consolarsi a vicenda, di soffiarsi sulle dita per scaldarle, di dirigersi verso Sud come dei balestrucci o delle Inglesi clorotiche, i due superarono finalmente il deserto bianco delle alpi bavaresi, attraversarono il Lago di Costanza, e infine trovarono ospitalità nel monastero di San Gallo, dove i monaci benigni offrirono loro un riparo dai lupi e dai soldati di Lotario. La giovane coppia si preparava a ricostituire il proprio santo tutelare sotto quel tetto sacro e inaccessibile, quando uno dei curiosissimi fratelli osservò per caso che Giovanna aveva le orecchie forate; e, turbato da questa scoperta, incominciò a nutrire strani sospetti e desideri. Il lobo di un orecchio muliebre bastava a scombussolare la pace dei monaci di quel tempo, come la fragranza della lettera di una donna basta oggi a mettere in agitazione tutti gli abitanti della Montagna Sacra. Giovanna, che paventava ulteriori scoperte e noie da parte del buon padre, riuscì a persuadere Frumenzio a lasciare l’ovile degli Svizzeri indiscreti quello stesso giorno.

Da San Gallo andarono a Tegern, la più antica città della Svizzera, famosa per la fermezza degli abitanti come per la forza del brandy. Di lì, viaggiarono fino a Lucerna, dove entrarono dopo il tramonto per ammirare meglio il faro meraviglioso che, secondo gli annalisti, era tanto luminoso da offuscare le stelle e da far luce sui fossi nei quali il viandante incauto sarebbe potuto cadere facilmente. Da Lucerna si portarono ad Aventicum, la capitale dell’antico Ellwangens, dove videro le orme di Attila impresse su una grande roccia, come quelle di Gesù sul Monte degli Ulivi; di lì avanti fino a Sedunum, dove trovarono una barca sulla quale, attraverso il Rodano, arrivarono a Lugdunum.

Questa imbarcazione apparteneva a certi mercanti ebrei, diretti a Marsiglia per vendere schiavi cristiani ai Saraceni di Spagna. A quel tempo i discendenti d’Israele, lungi dall’essere perseguitati, erano potentissimi nella Francia del Sud.

L’Imperatore ne otteneva quotidianamente grossi prestiti e pagava gli interessi di tali debiti permettendo loro di fare opera di apostolato fra i suoi sudditi: come noi, oggi, tolleriamo che ci vengano rifilate le Sorelle della Misericordia, gli opuscoli della Società della Bibbia, le visioni di Agathangelus, le promesse dorate e tutta l’altra robaccia dai nostri tre Grandi Garanti, Russia, Inghilterra e Francia. Gli Ebrei di Lugdunum usavano i decreti che comperavano dall’Imperatore come altrettante dentature con cui divorare i Cristiani. Ammazzavano i loro maiali, rapivano i bambini, costringevano i propri schiavi a osservare il sabato come festivo e a lavorare la domenica, vendevano come schiavi i recalcitranti, per amore o per forza ne battezzavano la prole, e in alcuni casi arrivavano al punto di battezzare le concubine dei vescovi locali.

Questi sventurati mandavano all’Imperatore una petizione dopo l’altra; gli Ebrei controbattevano con un sacco d’oro dopo l’altro. Il monarca non si curava neppure di rispondere alle petizioni; mandava le sue truppe a custodire le case degli Ebrei e a costringere i Cristiani a pagare i debiti in cui erano incorsi.

In questo espletavano lo stesso incarico dei poliziotti cristiani che oggi arrestano i debitori degli Ebrei.

Ingiusta è l’accusa a questo secolo di essere più avido di quelli passati.

Fin dall’inizio l’oro è stato il dio più ricercato sulla terra, e gli Ebrei ne sono stati i profeti. In passato, com’è noto, perfino i Vangeli furono scritti in lettere d’oro per incutere rispetto ai fedeli.

Fra i passeggeri della barca c’era un vecchio rabbino, chiamato Isahar, che, per ammazzare il tempo durante la traversata, intraprese l’opera di proselitismo presso i due monaci.

Questo vecchio privo di princìpi, ricco sfondato, cercò perfino di prendere l’anima loro invece che il compenso per la traversata. Incominciò con una esposizione sommaria dei miti talmudici, secondo i quali Gesù non era altro che un astuto stregone il quale, istruito su una certa pretesa taumaturgia da un tale chiamato Giovanni Battista, aveva promesso alla figlia dell’Imperatore Tiberio di renderla madre senza l’intervento maschile. La ragazza, attenutasi alle sue istruzioni, riuscì solo a partorire una grossa pietra, per cui suo padre si adirò al punto di ordinare a Pilato che crocifiggesse questo mago fraudolento. Secondo tale versione, il corpo di Gesù venne poi sepolto vicino all’acquedotto, e fu spazzato via quando questo, una notte, straripò, dando origine così alla credenza nazarena della resurrezione.

Dopo aver riferito loro questa e molte altre storie blasfeme, il vecchio scurrile incominciò, parlando, a intrecciare una ghirlanda di nubi e di stelle intorno alla sua concezione del Dio d’Israele. Lo raffigurò assiso su un cocchio trainato da quattro pantere (come Bacco), mentre nella destra teneva una tromba lunga mille cubiti, con la quale annunciava i Suoi comandamenti ai profeti. Dalla testa di questo Dio nascevano pure demoni armati (come dalla testa di Zeus Atena nella sua panoplia); era piuttosto ben fornito di lettere dell’alfabeto, formate da ali d’angelo; macinava manna con una mostruosa pietra da mulino e fabbricava pagnotte di pane diafano per gli abitanti del Paradiso.

I due giovani ogni tanto scoppiavano a ridere, ascoltando quelle portentose storie da rabbini; ma qualche volta avevano paura che l’empietà di tutto ciò facesse affondare la barca e la trascinasse negli abissi più profondi del mare. Per cui mormorarono un versetto di San Medardo come esorcismo, poiché lui, come il Poseidone dei nostri antenati e il nostro San Nicola di oggi, interveniva, quando ce n’era bisogno, a calmare i venti e le onde.

Grazie alle formule magiche e alle acque calme, la nave gettò l’ancora il giorno seguente a Lugdunum, dove era vescovo Agobardo, l’unico santo di quel tempo; l’unico fra quegli uomini di cui anch’io avrei voluto baciare l’orlo della veste con tutto il rispetto. Quest’uomo credeva che, dal momento che Gesù è eterno e onnipresente, tutti coloro che seguono i suoi comandamenti, non importa se nati prima o dopo la sua incarnazione, sono Cristiani e quindi eredi legittimi del regno dei cieli. Si opponeva al culto delle icone sacre, ritenendo cosa empia il rappresentare la Divinità immateriale in forma umana; e spiegava che i primi Cristiani conservavano immagini di Gesù e dei Suoi Apostoli e dei Martiri non come oggetti di superstiziosa venerazione, ma come raffigurazioni di esseri umani che ognuno di loro aveva conosciuto e amato: come noi oggi serbiamo con cura le fotografie degli amici assenti. Il buon vescovo considerava altresì ridicolo credere che l’Altissimo avesse dettato ogni parola delle Scritture, compreso l’apoftegma messo in bocca all’angelo a proposito dell’asino di Balaam. Cercò di evitare che i fedeli dessero eccessiva importanza alle genuflessioni, e li esortò a dare di più ai poveri e meno alle chiese: perché riteneva scandaloso il fatto che, mentre tanti poveri erano defraudati del loro misero obolo per comprarsi il pane, i preti dovessero ricevere oro per accendere candele a mezzogiorno in onore delle loro statue, o spenderlo per agghindare le loro concubine. Queste erano le verità cristiane, o meglio eterne, che il vecchio sacerdote predicava al suo gregge; avesse predicato più tardi, sarebbe stato sicuramente arso sul rogo come Huss, o gettato su una dura roccia, senza cordoglio e senza sepoltura, come Kairis. Ma a quel tempo il clero occidentale era dedito soltanto alla propria dissolutezza e alle estorsioni con esclusione di ogni altro interesse; non se ne era ancora impadronita quella mania, più recente, di fraintendere la gente e di mandarla al rogo. E se, in mezzo all’ignoranza e alla corruzione generale, si levava uno che ardeva dal desiderio insolito di vivere onestamente o di parlare razionalmente, i preti si dividevano in fretta la sua porzione e, facendosi beffe di quella che ritenevano la sua dabbenaggine, gli conferivano il titolo di Santo, un termine allora usato con grande prodigalità e conferito con altrettanta disinvoltura, come il titolo di dottore, oggi, per un professionista anche occasionale.

Agobardo era uno di questi spiriti rari, un diamante in un mucchio di ghiaia, un cigno fra i corvi, una luce chiara nella tenebra del nono secolo, che brillava come una perla sul grugno di un maiale. Imbattendomi in lui, mentre con fatica e riluttanza aravo in mezzo al fango di quel secolo, mi sentii come l’arabo sfinito a una sorgente nel deserto. Volli riposarmi qualche istante alla sua ombra.

Frumenzio andò con Giovanna a baciare le mani al vescovo. I viaggiatori a quel tempo, arrivando in una città straniera, cercavano la residenza del vescovo come noi oggi cerchiamo il consolato. Lì si presentavano, e chiedevano chiarimenti o un aiuto per poter proseguire il viaggio: in cambio offrivano qualche santa reliquia del loro Paese. Di qui il costume fiorente del raccogliere reliquie.

C’erano proprietari privati i quali ne mettevano insieme grandi collezioni, di ogni Paese ed epoca, come oggi ad Atene si raccolgono francobolli.

I nostri viaggiatori avevano molto da chiedere ma poco da offrire al buon vecchio vescovo, a cui si presentarono non senza rossori e con una certa timidezza; ma Sant’Agobardo sapeva scorgere i meriti sotto gli stracci, come i medici e gli psicologi sanno giudicare i reni e il cuore senza effettivamente vederli. Egli li invitò alla sua mensa frugale e ammirò molto la bellezza della giovane coppia dolorosamente provata, paragonandoli a Castore e Polluce per la loro dottrina e per l’amore fraterno; e quando venne per loro il momento della partenza, diede loro la sua benedizione, alcuni buoni consigli, un paio di scarpe nuove a ciascuno e denaro per proseguire il viaggio.

Navigando ancora una volta lungo il Rodano, dopo sei giorni i viaggiatori arrivarono ad Arles, la capitale già famosa di Costantino il Grande, ormai celebre per le salsicce e per le donne: debitrici, queste ultime, della loro bellezza (come i cavalli da corsa inglesi) alla mescolanza con gli Arabi. I due pellegrini, dopo aver ammirato le rovine della residenza imperiale, la metropoli, l’anfiteatro e l’obelisco, avvertirono la necessità di occuparsi della pancia, che era vuota da un bel pezzo, come il tempio di Atena davanti al quale si trovavano in quel momento. Così s’incamminarono verso il convento, che era il più antico di tutta la Francia, fondato da San Cesario nel sesto secolo.

Si dice che sia stato San Cesario stesso a scrivere col sangue le seguenti regole, veramente draconiane: non si permetteva a nessun estraneo, uomo o donna, di entrare nel monastero, e si vietava alle suore di sporgere la testa attraverso le piccole porte. Se qualcuna si bagnava il corpo, si ravviava i capelli, scopriva i denti ridendo, o si lasciava andare alla danza, costei veniva fustigata con fruste di vacchetta o gettata in catene nelle celle sotterranee. Ma era impossibile che le giovani sensuali della Provenza si assoggettassero per molto a simili leggi. Le misere vergini appassivano per un po’ nel cenobio, come piante nella cassetta di un botanico; e poi, un bel giorno, scappavano fuori, mettendosi sotto i piedi sia i regolamenti feroci di San Cesario che l’anziana badessa: ricuperando, insieme alla libertà, il colore e la vivacità di un tempo. In seguito a ciò si governarono, la maggior parte, per mezzo di costituzioni proprie. Eressero un teatro nel convento, uscivano due volte alla settimana, e digiunavano soltanto quando avevano il mal di denti.

Allorquando Luigi il Pio tentò di ricondurre sotto il giogo di San Benedetto queste pecorelle smarrite, esse risposero in pieno concilio che a nessuno dovevano obbedienza, tranne alla loro badessa. Per quanto riguardava le privazioni fisiche e i digiuni, sarebbero state ben liete di osservarli nei limiti del possibile; ma non avrebbero fatto giuramento, per timore di aggiungere al primo un secondo e più grave peccato: lo spergiuro. Tale era la condizione della maggior parte dei Parthenotrophea, o dei conventi, nell’Europa del tempo; Pietro Damiani li chiamò acutamente Parthenopthoroea. Come spesso succede in Provenza, il sole si dimenticò che era ancora inverno e, quando i due viaggiatori raggiunsero l’ingresso del cortile, ne riscaldava le pietre. La bionda portinaia russava vicino al cancello spalancato. I nostri due avventurieri sgattaiolarono dentro e per qualche minuto girarono fra chiostri deserti e corridoi silenziosi, arrivando infine al dormitorio dove, secondo l’abitudine dei Paesi caldi, le giovani vergini stavano facendo la loro siesta pomeridiana. Stuoie alle finestre riparavano gli occhi delle dormienti dalla luce violenta del meriggio, e nella penombra che spandevano le file di Afroditi in abito talare apparivano affascinanti. Queste giovani spose di Cristo erano diverse per colore e per razza come le ospiti dell’harem di un Sultano. C’erano ragazze svizzere dai capelli rossi, bianche come il latte di capra delle loro montagne e placide come i grandi laghi del loro paese; Saracene appena convertite con capelli neri come il carbone e non meno caldi; rosee Galate e pastorelle dei Pirenei.

I dormitori del cenobio assomigliavano davvero a quegli orti botanici dove fiori di ogni varietà, colore, profumo e origine fioriscono assieme, in bellezza e armonia, dietro le pareti di vetro della loro prigione.

Una delle dormienti, in preda a qualche sogno cipriota, sorrideva posando la guancia ardente più vicina al braccio, mentre il petto ansante appariva attraverso la bianca camicia da notte come la luna da dietro una nuvola. Un’altra, pallida e accigliata, giaceva simile a una statua del Dolore dormiente, turbata forse dal ricordo delle spiagge del suo paese o del volto di sua madre.

Una terza schiudeva la mano per accettare la disciplina della badessa; un’altra ancora tendeva le braccia al suo sposo celeste. Per la maggior parte, tuttavia, dormivano abbastanza tranquille, e alcune russavano, ma queste erano le vecchie che sognavano il Paradiso.

I due viaggiatori, dimenticando i morsi della fame, stavano ammirando senza riserve queste varie incarnazioni di Morfeo quando, all’improvviso, il gallo d’argento che si trovava nell’orologio del dormitorio cantò una volta con voce argentina.

L’orologio era un capolavoro di artigianato arabo: era stato donato al convento da un principe saraceno per contraccambiare l’ospitalità che, secondo le male lingue, non aveva avuto nulla da invidiare ai piaceri del suo palazzo.

A quel suono, una quantità di occhi, neri, azzurri, grigi e castani scintillarono come stelle nella penombra scrollandosi di dosso il sonno che li aveva chiusi; e si appuntarono con curiosità sugli intrusi. Le suore di quell’epoca non erano né ritrose né timide; e inoltre non c’era nulla che potesse spaventare nello sguardo dei due giovani. Al contrario, Frumenzio aveva per loro l’aspetto fiorente e vivo di un tulipano olandese, mentre Giovanni ricordava più una violetta dei prati, fragrante e modesta. Le vergini dunque si raccolsero, in camicia com’erano, intorno ai due giovani monaci, spingendosi e urtandosi come le onde del mare, chiedendo loro chi fossero e in che modo erano riusciti a penetrare nel dormitorio.

Quando fu soddisfatta la curiosità, si affrettarono a soddisfare la fame dei loro ospiti invitandoli a sedere ai tavoli del refettorio, dove per la prima volta i nostri due figli del Nord assaggiarono i dolci frutti del Sud latino: i fichi e l’uva passa di cui la dotta Giovanna leccandosi le labbra e le dita si informava con grande zelo, come fossero diventati frutti di loto.

Qui gli amanti riposarono per tre mesi, tra le sorelle ospitali a cui la regola consentiva «giardinieri e pastori per guidare le proprie anime e per bagnare i giardini monastici».

Non sapevano a quanti malintesi e antipatici giochi di parole doveva dar luogo questa frase, almeno fra i nemici del clero; sebbene per la mia penna innocente diventi una frase innocente. Ogni cosa andò magnificamente, all’inizio, per Frumenzio e Giovanna; s’ingrassarono entrambi e dimenticarono il paese natio sotto il cielo chiaro della Provenza, che ancor oggi sa far dimenticare agli abitanti di Chio la loro isola fragrante. «Dovunque si trovi ciò che è buono, lì è la patria», dice Euripide. La dolcezza del loto germoglia dappertutto, per la verità, e dappertutto viene offerta alle labbra insaziabili dei mortali nelle sue varie forme: ai re, i troni; agli innamorati, vergini fedeli; ai mercanti, le ricchezze; e all’artista, l’applauso. Una volta il loto cresceva perfino sulle cime nevose delle montagne e fra le sabbie del deserto, dove l’eremita andava in cerca della santità e il peccatore cercava redenzione. Ma oggi il loto è diventato una pianta da giardino, comune come il porro. Forse è per questo che i poeti l’hanno bandito dall’Elicona.

Dicevamo dunque, che i nostri due monaci, trovandosi ancora una volta tra gli agi e le comodità, ingrassavano e vivevano felicemente in mezzo a quel gregge di femmine. Ma in breve tempo Giovanna fu colta da un terribile male sconosciuto. Le guance le si incavarono, gli occhi divennero opachi come le stelle dopo l’alba.

Invece di mangiar bene si rosicchiava le unghie e invece di dormire si lamentava tutta la notte. Il suo compagno le domandava di continuo che cosa stava succedendo, ma ella rispondeva solo con lacrime e rimproveri; e ogni volta che egli le si avvicinava per baciarla, gli voltava la schiena. Talvolta lo mandava da sorella Marta o dalla santa Batilde, o da qualche altra suora, dicendogli seccamente di baciare loro.

Il buon Frumenzio, avvezzo ad obbedire sempre ad ogni suo minimo desiderio, si affrettava davvero ad eseguire questi ordini; ma quando ritornava a chiedere il premio per la sua obbedienza, il povero giovane riceveva insulti invece che ringraziamenti, e unghie aguzze invece che calde labbra.

Descritti i sintomi, credo non ci sia quasi bisogno di nominare la malattia.

La condizione della mia povera eroina era davvero compassionevole: tormentata com’era da una gelosia che le toglieva il sonno, non poteva neppure ripagare il suo amante della stessa moneta in quanto, nel suo travestimento virile, era innocua come una tigre in una gabbia di ferro.

Frattanto le suore facevano congetture su congetture nel tentativo di capire quale pazzia aveva colto quel monaco giovane e bello, che non solo evitava tutte le loro carezze, ma si arrabbiava anche col suo compagno se questi rivolgeva loro la parola.

All’inizio di questo secolo ogni malattia veniva attribuita a un’irritazione dello stomaco e veniva curata come gastrite con le mignatte del sanguinario Broussais. Nel nono secolo, invece, ogni malattia del corpo e della mente era attribuita alla presenza di demoni, contro i quali non c’era altro rimedio che l’esorcismo e il contatto delle sante reliquie dei martiri. La teologia e la medicina, nelle quali ci aspettiamo di trovare la salvezza dell’anima e del corpo, sono le uniche scienze – se così si possono chiamare – che cambiano di moda con la stessa frequenza degli abiti femminili. A tutto ciò che credevano i nostri antenati noi adesso diamo il nome di superstizione, e perfino il barbiere oggi si fa beffe dei precetti di Galeno e di Paracelso. Dio solo sa quel che diranno i nostri discendenti leggendo cose come gli atti delle Facoltà Mediche di Parigi sulla cosiddetta questione del «sudore colorato», o il trattato di papa Pio sull’immacolata concezione di Sant’Anna, o le meraviglie della pepsina e i miracoli dell’icona di Tinos.

Fu convocato un concilio, in cui si deliberò che frate Giovanni, per curarsi, avrebbe dovuto visitare la grotta di Santa Bona dedicata a Santa Maddalena. Cresceva qui un albero la cui essenza metteva in fuga i demoni e curava i ciechi del tempo, proprio come si considerava efficace l’odore del pesce ai tempi di Tobit. Il buon Frumenzio caricò la compagna indemoniata sul fido somaro e volse i suoi passi verso la grotta in questione. Di tanto in tanto si voltava e al di sopra della spalla lanciava imprecazioni contro gli eunuchi e i demoni che continuavano ad espellerli dai luoghi ospitali: e nella loro virulenza le sue imprecazioni avevano qualcosa della violenza di quelle che Gesù scagliò sulla testa del ciabattino ebreo.

La gelosia, quando non è idiopatica o costituzionale (come la caccia agli uffici oggi in Grecia) può essere una malattia terribile e disgregatrice; però cessa nel momento in cui viene a mancare la causa, come cessa il mal di mare nel momento in cui la nave raggiunge il porto. E fu così che lo spirito maligno che tormentava la nostra povera eroina venne scacciato nel momento in cui i due volsero le spalle alle cose sulle quali aveva arrotato i denti e le unghie. Prima che fossero a mezza strada per la loro destinazione, Giovanna aveva ricuperato l’appetito e il buonumore, tanto che alla Santa del santuario rimase ben poco da fare.

Dopo tre giorni di viaggio smontarono ai piedi della montagna sulla cima della quale dovevano cercare la grotta. I due monaci incominciarono la faticosa ascensione su per l’erta scoscesa, seguiti dall’asino, il quale digiunava e trottava dal giorno precedente e scuoteva la testa come se fosse stato stanco della sua miserabile esistenza.

Può darsi che i progenitori della povera bestia temerariamente avessero mangiato un po’ di orzo proibito trovato in un angolo dell’Eden: e che i loro discendenti siano condannati ad espiare, come noi, quella colpa ancestrale. Infine, dopo un’arrampicata di due ore, i tre pellegrini sbucarono su un pianoro dove erano piantati degli alberi e nel cui centro si trovava la grotta tenebrosa nella quale la bionda figlia di Genezareth aveva pianto per trent’anni sulla sua vita peccaminosa.

Nel centro della caverna c’era una gora che era stata formata dalla pioggia delle sue lacrime: lacrime che furono trasformate in perle e date ai poveri. Vicino a questa gora riposavano i resti mortali della Santa. Vi erano stati sepolti dai Santi Lazzaro, Trofino e Massimino, tutti monaci che avevano cercato asilo in Francia come oggi i sostenitori di Mazzini lo cercano in Inghilterra. Una pianta profumata di sempreverde ombreggiava la tomba, e indicava ai pellegrini il luogo dove potevano inginocchiarsi. Obbedienti, i due amanti si inginocchiarono e incominciarono a cantare sottovoce le lodi di quella cortigiana redenta che aveva fatto più peccatori della carne coi suoi peccati, di quanti ne avesse mai conquistati alla castità con l’esempio del suo pentimento. Tutti siamo desiderosi di imitare in qualche modo i difetti dei grandi uomini ogni volta che ci scopriamo incapaci di emularne le virtù.

Molti diventano dei perfetti ubriaconi per aver qualcosa in comune con Alessandro; i cortigiani di Luigi si facevano elegantemente togliere i denti per assomigliare il più possibile al monarca; ma le pecche della bella Maddalena attirarono diecimila volte più imitatori che l’uno o l’altro di questi. In effetti, i pochi veri Cristiani che restano la tengono come un idolo e un modello di vita, addentando le mele proibite finché dispongono di denti propri, e offrendo poi a Dio le rughe e le parrucche come prezzo per il Paradiso.

Mentre i due pellegrini invocavano la tomba della Santa, l’asino, che li aveva seguiti nella caverna per ripararsi dal sole cocente, annusava con desiderio sempre più intenso l’arbusto fragrante che cresceva sulla tomba. La povera bestia non metteva in bocca nulla di verde da un pezzo, ma avendo avuto un’educazione monastica sapeva rispettare il sacro. Nel suo cuore ebbe inizio una lotta terribile tra la fame e il rispetto. Gli si inumidirono gli occhi. Gli si dilatarono le narici. Gli vennero le bave, mentre apriva e chiudeva la bocca leccando delicatamente, con la punta della lingua, quelle foglie olezzanti: come un innamorato che accarezzi le mani dell’amante addormentata, timoroso di poterla svegliare. Nondimeno, alla fine la fame ebbe il sopravvento su ogni altro sentimento; e appiattendo le lunghe orecchie pelose come faceva sempre quando stava per combinare qualche malestro, diede coi denti un violento scrollone all’arbusto miracoloso che, sradicato, gli rimase sospeso nella bocca profana. I due amanti, vedendosi improvvisamente strappar via l’altare di sotto gli occhi, volsero lo sguardo sulla sacrilega bestia da soma: ma furono impietriti al veder sgorgare copiosamente dalle radici della pianta quel che sembrava sangue, e udirono una voce dalla terra straziata che sospirava e si lamentava ed esclamava: «Dal mio cuore e non da un tronco insensibile sgorga questo sangue. Sii maledetto tu, che lo strappi. Tu andrai curvo sotto pesanti carichi e sopporterai battiture per tutta la vita». Tutto ciò ripeté la voce femminile all’asino sgomento e ghiottone; e da quel giorno tutti gli asini sono soggetti come gli Ebrei a una duplice maledizione. Sia gli uni che gli altri sono sparsi per tutto il mondo, disprezzati, percossi e ingiuriati e stanno espiando non solo il peccato originale ma anche i peccati secondari di deicidio e avidità sacrilega. L’asino reo di questa seconda colpa, tuttavia, fu meno fortunato di Adamo, in quanto non ebbe il tempo di digerire il frutto proibito. Fu preso immediatamente da una convulsione e vomitò sconciamente il suo spirito malvagio. Da quel giorno i ciechi, gli storpi, gli indemoniati e quei Provenzali paralitici che prima venivano a cercare la guarigione nel cespuglio sacro della Maddalena, vennero ogni anno in pellegrinaggio al luogo dove giacevano le ossa del bruto devastatore e accumularono innumerevoli maledizioni sulla sua memoria e sulla sua progenie.

I nostri due pellegrini, cui si erano rizzati i capelli sul cranio per l’orrore, e i denti avevano incominciato a battere come nacchere spagnole, adesso correvano a perdifiato giù per la montagna e non si fermarono finché non videro in distanza le acque azzurre del Mediterraneo. Allora si riposarono per un po’ sotto i pini prima di iniziare la loro marcia di tutta la notte per Tolone, mentre nelle loro orecchie riecheggiavano ancora le maledizioni di Maddalena sull’asino e i rantoli di morte della sfortunata bestia da soma.

Il porto di Tolone era deserto se non per un’unica galea veneziana. Questa era stata noleggiata per trasportare i resti e il testamento olografo di San Marco da Alessandria a Venezia. Da Venezia la nave doveva raggiungere le coste della Provenza per comperare schiavi che poi avrebbe venduto nei porti d’Oriente in cambio di incenso, cotone e reliquie sacre. Questo periodo era l’Età dell’Oro per il commercio degli schiavi. Veneziani, Amalfitani, Pisani e Genovesi scorrazzavano su e giù per il Mediterraneo come squali, rivaleggiando nell’acquisto di anime umane dai Capitani di bande e dai briganti che, dopo la morte di Carlo, saccheggiavano la Francia e l’Italia in lungo e in largo, esercitando la loro professione liberi e indisturbati. Essi però, a differenza di quegli altri i quali abbracciarono la medesima professione pochi anni fa in Attica, invece di derubare due volte i parenti chiedendo il riscatto, accendevano fuochi sulla costa come segnale per i mercanti di schiavi cui i prigionieri venivano immediatamente venduti, in tal modo avvantaggiandone gli eredi invece di rovinarli. I preti talvolta colpivano d’anatema chi praticava questo commercio, ma più spesso ne accettavano i bisanti d’oro, per non parlare delle vesti ricamate, le spezie rare, le croci incastonate di pietre preziose e altri manufatti.

In effetti, alcune malelingue hanno notato che molti dignitari della Corte papale – a questo proposito si sono fatti i nomi dello stesso Gran Maresciallo o cerimoniere – entrarono in trattative segrete coi briganti per arricchire ed abbellire la Chiesa.

La galea, dunque, era pronta a spiegare le vele, e sul molo una barca a remi aspettava l’arrivo del proprietario. Era salito a prendere gli ultimi accordi col suo agente ebreo riguardo all’allestimento del carico. Dopo un po’ questo vecchio marinaio illustre comparve, seguito da otto dei suoi uomini.

Nella destra teneva un frustino di pelle greggia.

Nella sinistra teneva l’estremità di una corda con la quale, legati a due a due come colombi selvatici, trascinava degli schiavi appena comperati, sedici di numero. Vi si contavano nove esseri umani e perfino donne. (Dico di proposito "esseri umani" e non "uomini", in quanto a quell’epoca era un punto ancora discusso l’appartenenza o meno delle donne alla razza umana. Coloro che erano inclini a privarle di tale diritto si compiacevano di alludere a quelle che, in Egitto, soggiacevano all’amplesso more pecorum, o alle non meno singolari amanti equestri della Tessaglia, alle opinioni di Aristotele, alla malizia delle donne in genere, alla figlia di Aristosseno nata con zoccoli d’asino, e al versetto di Tobit.) Il capitano era un pescatore di Ragusa e da giovane era stato pagano. Iniziato ai misteri della vera Fede, poi, si era sentito incline ad imitare l’Apostolo e a diventare come lui un «pescatore di uomini»: cioè di esseri umani che potevano venir agganciati e venduti in massa come il pesce. Scorgendo i due amanti, che, stretto il cordone per la fame, sedevano depressi sull’orlo del molo, pensò che sarebbe stata un’ottima idea imbarcare i due benedettini col resto: si sarebbero resi utili coadiuvando il boia nel mantenere l’ordine fra i prigionieri, in quanto avrebbero potuto minacciare i malcontenti con le fiamme dell’inferno, mentre lui li minacciava con la forca. Questo vecchio lupo di mare, pur se nato nell’acqua salsa, possedeva anche qualcosa del politico: aveva intuito il fatto che soltanto coi boia e coi preti gli esseri umani diventano un gregge docile che senza proteste offre il dorso alle cesoie.

Gli sventurati giovani, avendo provato tutte le amarezze che la terraferma poteva offrire, accettarono volentieri la proposta del mercante di schiavi, nella speranza di trovare infine una qualche forma di riposo sulle onde come Noè nell’Arca: dove, come ricorderete, nessuna cosa cattiva poteva trovar posto, con possibile eccezione per tigri, rettili, scorpioni e pidocchi (che molti di questi furono trovati, si dice, nella barba del Patriarca). Frattanto i remi mordevano il mare e in breve marinai, capitano, schiavi e passeggeri salirono a bordo del San Burchard, tale essendo il nome del pio vascello.

I due amanti si sedettero sopra un rotolo di corde presso il castello di prua e osservavano le spiagge della verde Provenza che si allontanavano.

La gelosia aveva risvegliato l’amore di Giovanna, e i suoi capricci avevano aumentato l’affetto di Frumenzio per lei. Così, rannicchiati insieme, si godevano le gioie della riconciliazione, e indugiavano in progetti innumerevoli per la loro vita futura.

La nave era destinata ad Alessandria, ma essi intendevano andare ad Atene e costruirsi un eremo fra le colonne del Partenone e gli allori dell’Ilisso.

Il padre adottivo di Giovanna il quale, come abbiamo osservato altrove, era di origine greca, aveva insegnato alla figlia di sua moglie la storia e la lingua dei propri antenati. Così ora i piedini della nostra eroina non vedevano l’ora di calpestare la terra che ricopriva le ceneri di Pericle e di Aspasia.

Frattanto la nave procedeva lungo le coste rocciose di Santa Margherita. La giornata era calda, il mare liscio.

Candide gru volavano nel cielo terso e il sole riluceva dietro i cirri a pecorelle, come il volto di una giovane turca seminascosto nel suo velo. Certo non v’è nulla di più dolce, con un tempo così, che trovarsi sul ponte di una nave veloce, disteso a passare le ore fra la colazione e il pranzo con la testa nel grembo dell’amata, partecipando della sua ammirazione per le bellezze della terra, del cielo e dell’acqua. Per godersi appieno la natura bisogna che tanto lo stomaco che il cuore siano a posto. Altrimenti il sole ci appare – o almeno appare a me – come una macchina per far maturare i meloni, la luna come una lanterna per i ladri, gli alberi nient’altro che tanta legna da ardere, il mare come pura acqua salmastra e tutto l’arco della nostra vita vuoto di sostanza come una zucca bollita nell’acqua.

Dopo tre giorni la nave gettò l’ancora nel porto di Aleria, capitale della Corsica, dove la ciurma sbarcò per rifornirsi di acqua. I monaci colsero l’occasione per sbarcare essi pure, allo scopo di rendere omaggio al luogo di riposo delle reliquie note in tutto il mondo: intendo, naturalmente, la bacchetta autentica di Mosè, qualche frammento della terra con cui fu creato Adamo, una costola dell’Apostolo Barnaba, una fiala contenente poche gocce di latte del seno della Vergine, un brandello di stoffa tessuto dalle sue proprie mani; e qualche altro pezzo antico, non meno sacro ed autentico, che il viaggiatore di spirito nobile può venerare ancor oggi. Il giorno successivo si levò con forza il vento, e li sospinse oltre la Sardegna, famosa, secondo i poeti, per i suoi formaggi e per la perfidia dei suoi abitanti, e il terzo giorno cadde di nuovo... Ma io, in verità, essendo un ben misero nuotatore, non posso sperare di seguire agevolmente la scia della nave veloce della mia eroina come, altre volte, ho seguito i passi del suo asino. E inoltre, le descrizioni marinaresche delle onde, delle manovre, del beccheggio, del naufragio e così via, rischiano di provocare la nausea nel lettore, tanto spesso lo si è fatto prima: sempreché non si inserisca furtivamente nel testo un piacevole episodio di inedia o di antropofagia. Dunque, rinviando tutti i terricoli dallo stomaco malfermo alle annacquate descrizioni del poeta P. Soutsos (in cui quasi nessuna increspatura poetica agita la «silenziosa spiaggia, tutta latte sorridente»), possiamo prenderci la libertà di informare il resto dei lettori che eroe ed eroina sbadigliarono, ebbero conati di vomito, soffrirono il mal di mare, trovarono il modo di reggersi in piedi: e provarono suppergiù tutto quel che si prova di solito viaggiando per mare. Dopo un viaggio di due mesi arrivarono a Corinto e proseguirono per Atene via terra, passando da Megara e lasciandosi guidare lungo la strada da un giovane schiavo greco di nome Theonas. Il sole si levava oltre l’Imetto, splendente e senza nubi come il sole che per primo fece maturare i pomi dell’Eden, quando i tre viandanti fecero il loro ingresso nella città di Adriano senza voltarsi a guardare il Pecile.

Le chiese erano gremite di fedeli ateniesi che celebravano la domenica ortodossa e la consacrazione delle icone sante. Entrarono nel Teseo, che a quel tempo era una chiesa cristiana dedicata a San Giorgio. Se il Cristianesimo soffocava il paganesimo, la vittima innocente comunque faceva dell’assassino il proprio erede, lasciando in retaggio alla nuova fede templi, cerimonie, sacrifici, àuguri, preti e interpreti di sogni. Di tutte queste cose i Cristiani si appropriarono e, da veri plagiari, le volsero ai propri fini. I templi divennero chiese, gli altari santuari, le processioni litanie e gli dèi santi. Poseidone continuò a vivere col nome di San Nicola, Pan fu trasformato in Demetrio, mentre Apollo divenne Sant’Elia. A questi, i preti appiopparono lunghe barbe per renderli più rispettabili, come i mezzani di Roma, una volta, pavesavano di parrucche bionde le loro ragazze per attirare più clienti. Ma torniamo ad Atene...

Dopo la morte dell’infame Teofilo che aveva amputato le mani ai pittori e aveva ordinato che le icone sacre fossero imbrattate di calce (come le balie si spalmano i capezzoli di aloe per far sì che i loro lattanti si sentano male), aveva avuto inizio una reazione fra gli sventurati Orientali che da undici lunghi anni ormai venivano defraudati delle loro sacre immagini e ne sentivano più prepotente il desiderio. Così, da ogni parte delle montagne dove erano stati confinati dall’oppressore, calava ora una moltitudine di monaci e di pittori di icone. Secondo talune fonti, si raccolsero nelle chiese non soltanto i vivi, per assistere alla lieta cerimonia in cui le icone parlavano forte e i carboni ballavano negli incensieri, ma anche i martiri trapassati, risorti dalle tombe sparpagliate. È vero, naturalmente, che molti virulenti iconoclasti rovesciarono le alleanze quando, a Teofilo dannato da Dio, successe Teodora inviata da Dio. Genitori incollarono i capelli dei figli sulle immagini della Vergine, monaci offrirono in olocausto la capigliatura e donne raschiarono dalle icone il colore per mescolarlo con l’acqua e berlo. Anche i preti spesso adulteravano con questa miscela il vino della transustanziazione.

E nella stessa Atene, sede classica del paganesimo, divenne così intenso il fervore dei fedeli che il vescovo fu costretto a ricoprire col vetro le icone, per evitare che venissero letteralmente distrutte a furia di baci; difatti, dopo pochi giorni, molte erano diventate pallide e pressoché invisibili come l’immagine del Redentore sul fazzoletto della Veronica.

Secondo i giuristi ogni trasgressione ha per effetto la nascita di qualche nuova legge. Nella Chiesa di Cristo ogni eresia finisce per generare un dogma ortodosso. La bella frenesia iconoclasta creò l’Iconolatria dove il Figlio diventò «consustanziale col Padre» a dispetto degli Ariani; mentre la Panagia fu battezzata Deipara, per confutare le tesi blasfeme di Nestorio. Pio IX, allo scopo di frustrare i dubbi malvagi dei sudditi a proposito della Immacolata Concezione, dichiarò articolo di fede la gravidanza immacolata della madre di Lei. Chi può dire ora quali buone nuove si diffonderanno a seguito della bibbia blasfema di Renan, la quale, secondo l’abate Crélier, è già stata di grande giovamento alla religione ed ha offerto a lui e ai suoi collaboratori i mezzi per dimostrare verità fulgide come la luce del sole? Gli amanti, quando entrarono nel Teseo con la loro guida, quasi non riuscivano a trovar posto nella chiesa affollata: i fedeli erano pigiati in ogni angolo. Quella mattina officiava il vescovo di Atene, Niketas, il quale luccicava come un fiorino nuovo di zecca nei suoi paramenti ricamati. I due ragazzi del Nord furono sbalorditi di fronte al fasto delle sue vesti, dato che questo servo di Dio aveva l’abitudine di predicare ai fedeli la povertà e di promettere loro che le vie del Paradiso sarebbero state lastricate d’ oro, zaffiri, smeraldi e ametiste.

Ma i prelati d’allora preferivano l’uovo oggi, e lasciavano a quei pochi eremiti che discendevano dagli antichi Cinici i pidocchi, gli abiti cenciosi, e gli smeraldi del Paradiso; e intanto continuavano naturalmente a celebrare le loro funzioni religiose in quegli stessi templi dove, secondo Plutarco, nessun pagano poteva entrare portando con sé oro. Durante il servizio Theonas, che in precedenza era stato un curato, si chinava con la testa per spiegare a Giovanna le tortuosità della liturgia, precisando che in Oriente ci si faceva il segno della Croce con tre dita a simboleggiare la Trinità; e che ci si toccava prima la fronte per indicare la Divinità in cielo, poi il ventre per mostrare che Gesù era disceso nell’Ade, quindi la spalla destra perché il Figlio sedeva alla destra del Padre e infine la sinistra per cacciare dal cuore Satana. Spiegato ciò, Theonas proseguì citando ogni parte dell’abbigliamento sacerdotale, descrivendo il cingolo che «cinge di potere»; l’epigonation che è «come una spada sulla sua gamba»; il piviale triangolare che simboleggia Gesù Cristo, pietra angolare della Chiesa; il coltello che il sacerdote pianta obliquamente nel pane consacrato per simboleggiare la lancia che il soldato aveva confitta nel fianco al Redentore.

Mentre il giovane spiegava tutti questi riti, il celebrante tagliò un secondo pane che trasformò in «Corpo della Vergine Maria», alla cui «presenza fisica» in tali riti la Chiesa orientale del tempo credeva: specialmente da quando, mentre il sacerdote cantava l’Ave Maria, il pane si era trasformato in una Vergine che era apparsa visibile a tutti col Figlio tra le braccia. I rimanenti pezzetti delle pagnotte furono santificati in nome del Battista, dei profeti, dei martiri e di altri santi: quando questi furono esauriti, si menzionarono i vivi. L’arcivescovo, i preti, i benefattori della Chiesa e altri.

E quando ognuno ebbe ricevuto la sua parte del sacrificio, come in tempi antichi avevano partecipato dei sacrifici a Teseo, il diacono accese l’incensiere e lo agitò sopra l’altare e l’asterisco. Dopo di ciò si cantò il De profundis e poi... Ma è inutile che io pensi di ascoltare tutta la cerimonia, perché era bizantina allora come oggi: e tale è destinata a rimanere nei secoli, secondo i cattolici, impermeabile alla civiltà e legata al modello gregoriano come l’ostrica allo scoglio, ad espiazione dello scisma.

I due tedeschi furono sorpresi per la lunghezza smodata di quella funzione apparentemente senza fine; eppure era solo un compendio dei compendi, dalla raccolta di Sant’Jacopo. Ma anche la progenie di Pericle guardava con stupore i due forestieri: si sarebbe detto che fossero dei fisiologi posti dinanzi a qualche anomalia del regno animale; non potevano conciliare l’abito monacale dei due con le loro guance imberbi e i loro capelli rasati a zero.

Non appena la cerimonia ebbe termine e ognuno ebbe ricevuto il pane dell’eucarestia, si formò un circolo intorno ai due occidentali: i quali furono esaminati dalla testa ai piedi, mentre tutti insieme chiedevano loro da dove venivano, perché non avevano la barba, perché sotto portavano calzoni, cosa che agli occhi dei monaci orientali era indice di sensualità veramente imperdonabile.

Per Giovanna e Theonas era quasi impossibile riuscire a rispondere, perché il cerchio ogni momento si stringeva, e diventava difficile respirare. A questo punto Frumenzio, che non aveva pazienza né greca né molta, stava per aprire loro un varco coi pugni: quando, per un colpo di fortuna, arrivò il vescovo in persona e li mise in libertà, dopo aver rimproverato il suo gregge per quell’insistenza molesta. Avendoli accompagnati al suo palanchino pontificale, portato da otto bulgari da poco convertiti che servivano come cavalli da carico per Sua Eminenza, ordinò che fossero trasportati al vescovato ai piedi dell’Acropoli. Qui si stava allestendo con gran fasto un banchetto molto sontuoso per la festa delle icone reintegrate.

La tavola era apparecchiata nel giardino, sotto un vecchio platano; e gemeva sotto il peso delle caraffe e dei piatti. La fragranza dei cibi si mescolava al profumo dei fiori. Subito dopo incominciarono ad arrivare gli ospiti. In gran parte erano monaci ortodossi che avevano cercato scampo nelle caverne e sulle montagne durante la recente Iconomachia, per non essere costretti da Teofilo a sputare sulle icone sacre o a sposare una suora sulla pubblica piazza. Questi buoni eremiti erano diventati quasi dei selvaggi e di aspetto piuttosto incolto dopo tanto tempo trascorso in quelle solitudini. C’era fra loro padre Matteo dalle cui labbra cadevano i vermi vivi, per il troppo digiunare; c’era Atanasio che non si lavava mai la faccia né i piedi, e non consumava mai un pasto cucinato perché il fuoco temporale della cucina gli ricordava irresistibilmente le fiamme inestinguibili dell’Inferno. C’era poi Melezio che aveva tutto il corpo ricoperto di ulcere purulente, come Giobbe; però Giobbe si grattava con un coccio per averne un po’ di sollievo, mentre il vecchio Melezio, ogni volta che una larva cadeva fuori dalle sue piaghe, la rimetteva al suo posto, per non perdere nessuno dei tormenti della carne e così acquistare merito per la ricompensa celeste.

Dopo di questi veniva padre Pafnuzio, così intensamente rapito dalle sue estasi ultraterrene e così poco uso a vivere nel mondo materiale, che spesso beveva l’olio della sua lampada, invece di acqua; Trifone che non portava mai una camicia pulita, ma sempre quelle da lavare portate dal suo abate; l’eremita Nikon che una volta aveva soggiaciuto ai peccati della carne e poi, allo scopo di espiare, si era rinchiuso per trent’anni in un ossario, dormendo in piedi come un cavallo e cibandosi soltanto delle erbe che crescevano sul pavimento alimentate dalle sue lacrime. Dopo di loro veniva dalle colline una serie di monaci che sostenevano con dei bastoni le gambe zoppicanti e tremanti. Alcuni erano come antiche statue scheggiate; e tutti, senza eccezioni, erano sporchi, pidocchiosi e repellenti, per l’odore misto di digiuno, di santità e di aglio che emanavano.

Giovanna, impressionata, indietreggiò con orrore di fronte a tali nauseanti prodotti del fanatismo orientale, a tratti turandosi il naso o chiudendo gli occhi e rifiutando quasi di credere che simili esseri umani potessero esistere davvero.

Controvoglia si sforzò di richiamare alla mente quel che aveva letto dei cinocefali e dei pitecantropi. Ricordò il passo del Sinassario che tratta dei satiri che erano vissuti nel deserto con Sant’Antonio e avevano parlato di teologia con cognizione di causa.

Pure, queste anatomie fetide e divorate dai vermi, per cui parole come piacere e dissolutezza, Inferno e pulizia erano praticamente sinonimi; questi monaci, ripeto, anacoreti, eremiti e asceti il cui ricordo oggi suscita in noi tanta compassione od orrore, erano terribilmente in voga durante il regno della pia Teodora: senza dubbio non meno dei cocchieri ai tempi di Michele III e delle scimmie al tempo di papa Giulio. Ecco perché il pio e diplomatico vescovo Niketas era costretto a far loro buona accoglienza, come i candidati politici di oggi tendono la mano da una parte alla plebaglia dell’agorà e dall’altra ai predoni delle montagne. Oltre ai monaci, aveva invitato alla sua mensa anche due istitutori di greco, un astrologo e tre eunuchi della Corte di Bisanzio, i quali avevano portato con sé il decreto imperiale che autorizzava la reintegrazione delle icone sacre.

Quando tutti ebbero preso posto e borbottato la preghiera Dài ai poveri, Niketas tagliò una fetta di pane e l’offrì su un vassoio d’argento all’icona della Panagia. Questa riceveva sempre la prima porzione ai banchetti cristiani, come, nei tempi antichi, la figlia di Rea. Dopo di ciò il vescovo fu libero di attendere ai bisogni dei suoi ospiti, affondando un coltello nel ventre di un tenero capretto da cui si sparse l’aroma delizioso di aglio, cipolla e porro con cui era stato sapientemente farcito. Ingoiato il capretto, furono serviti pesci conditi col caviale e poi una pecora intera decorata con cotogne e miele. Giovanna, abituata ai pasti semplici e non conditi della Germania, dove i banchetti cominciavano e finivano, come nell’Iliade, con la carne arrostita, cacciò la forchetta con non poca esitazione in questi prodotti complicati della cucina bizantina. E quando assaggiò il vino dell’Attica con la sua mescolanza di pece, gesso e resina, girò la testa dall’altra parte, per un momento pensando quasi che gli Ateniesi le avessero dato da bere cicuta come a Socrate. Il monaco che sedeva vicino a lei le offrì un altro bicchiere, ma questo doveva metterla ancor più a disagio. Era pieno di qualche mistura da monaci, noto ai fedeli come balanion ; un intruglio schifoso ancor oggi conosciuto nelle scuole greche dove gli sventurati convittori sono costretti a berlo in luogo del caffè. La bevanda deve le sue origini a Sant’Antonio e veniva distillata dalle ghiande di cui si nutrivano i maiali. Giovanna e Frumenzio, benché seduti in mezzo alla varietà e allo splendore del simposio, rimasero con la fame e la sete, come gli ambasciatori dei Franchi ai banchetti di Niceforo. Il premuroso Niketas se ne avvide e, provandone compassione, ordinò per loro tortore arrosto, miele dell’Imeto e un po’ di vino autentico di Chio.

Alla vista della coppa col bordo cremisi della divina bevanda i buoni eremiti si rallegrarono come l’Ade quando vi discese il Redentore; infatti ognuno cominciò ad allungare la mano verso la coppa che conteneva il nettare purpureo dei luoghi di nascita di Omero. Il che ci autorizza a riflettere che la natura umana, se può soggiacere per un certo tempo, come una donna incinta ai propri capricci, a un gusto pervertito per le ghiande o altre porcherie, erbacce e resina, quando però è posta di fronte al vero e al bello, sicuramente vi si aggrappa, senza preoccupazioni per la forma. Così anche gli ospiti di Niketas si volsero al vino di Chio. Io comincio a credere che non esista che un gusto vero e perfetto, rifiutando dunque il proverbio «de gustibus non est disputandum». Se si pensa bene, tutti i figli di Adamo sono fatti della stessa materia pastosa, occhi, orecchie e labbra, «Perché pur essendo molti siamo un pane e un corpo.» Per questa ragione ognuno deve trarre ugual piacere contemplando le vergini della Circassia, i diamanti delle Indie, i cavalli degli Arabi, le colonne del Partenone, l’uva di Costantinopoli, i piedi delle fanciulle spagnole, il ghiaccio in estate, i canti dell’Italia e i vini della Francia. Anche gli Etiopi preferiscono le bianche alle loro donne d’Etiopia; e se in una delle nostre chiese si potesse vedere da un momento all’altro una Madonna del Correggio o sentire una melodia religiosa di Rossini o di Mozart, anche i più ortodossi volgerebbero a loro occhi e orecchie. E chiunque continuasse a preferire quei famosi dipinti bizantini e i miagolii nasali di quelle litanie, avrebbe allora pieno diritto al nome di scismatico.

Niketas, dopo aver dato copiosamente da bere ai suoi amici, se ne uscì con un versetto dai proverbi, «Vieni e bevi del vino che io ho versato».

E i monaci, levando i calici, cantarono il versetto di Isaia che suona «Vieni, prendi il vino e bevi fino all’ebbrezza». Ma prima di mettersi a bere chiusero religiosamente gli occhi, in obbedienza al preciso precetto di Salomone che vieta a chi beve vino di guardarvi dentro mentre lo beve; così come Maometto decretò che i Turchi non dovessero guardare le loro mogli finché non le avessero sposate. Se un uomo si ubriaca fino all’eccesso, è segno evidente che non è un ubriacone vero e proprio; per la stessa ragione un uomo che desidera molte donne è un esempio di gran continenza. Fu così che le teste di questi buoni asceti, che per tanto tempo erano state piene soltanto di preghiere e intossicate di estasi celesti, a questo punto incominciarono a girare come la terra intorno al sole. Però, anche da ubriachi, questi uomini pii parlavano soltanto di cose celesti. Come i soldati anziani, dopo cena, godono nel rievocare le loro battaglie e le loro decorazioni, così essi incominciarono a vantarsi dei loro miracoli e dei loro sforzi.

Uno raccontò come essendo stato aiutato da un pover’uomo e non avendo di che ripagarlo, aveva piantato un granello di frumento nella barba del suo benefattore; cosicché quando il buon uomo agitò la barba, questa rese cinquanta sacchi di grano. Un altro gli fece seguito descrivendo come una volta aveva piantato la sua bacchetta nel giardino del monastero, vicino alla tomba del suo abate: e come in tre anni la bacchetta gli fruttò mele, pesche, ciliegie, fichi e uva in quantità bastante per nutrire tutti i suoi confratelli. Poi il santo Nikon in persona intervenne e raccontò come era stato arso dal desiderio di vedere la bellezza maestosa della Vergine in persona, e aveva digiunato e pregato notte e giorno per liberarsi da quella ossessione.

Però la Vergine, di solito misericordiosa, fu assolutamente spietata in questo caso e gli apparve in tutto il suo splendore e la sua bellezza, abbagliandolo in modo tale da farlo rimanere con un occhio solo: e, aggiunse, sarebbe rimasto completamente accecato se non fosse stato abbastanza previdente da chiudere in tempo l’altro occhio.

Dopo questa esibizione, prese la parola il Santo Pangratius, l’uomo che aveva fatto germogliare gigli dalla pietra col suo bastone. Seguì l’eremita ateniese Egidio, la cui ombra guariva tutti quelli che vi si soffermavano per un istante, tanto che ogni volta che passeggiava per le vie di una città un migliaio di sofferenti facevano a gomitate per avere un posto all’ombra di lui, come gli antichi una volta andavano in cerca dell’ombra di un asino. Gli asceti riferirono questi ed altri miracoli mentre tracannavano il buon vino di Chio, brindando ai credenti ortodossi di tutto il mondo e alla loro diletta regina Teodora. E non immaginare neppure per un momento, caro lettore, che queste fossero semplicemente visioni di monaci sovreccitati o magari leggende, perché tutti questi miracoli autentici sono riconosciuti dalla Chiesa. E ogni anima ortodossa deve, secondo i dettami del santissimo Sinodo ecumenico di Nicea, «accettarli in buona fede con tutto il cuore»; e qualora tentasse «di screditarli come impossibili o interpretarli erroneamente secondo la sua presunzione: anathema sit!».

Mentre gli asceti discorrevano dei miracoli, Niketas impegnò i due benedettini e gli eunuchi di Bisanzio su questioni di dogma. Per incominciare domandò a Giovanna quale dogma era stato adottato fra i dotti dell’Occidente riguardo all’Eucarestia. Voleva sapere se si riteneva che il pane e il vino si trasformassero effettivamente in corpo e in sangue di Cristo, o se venivano accettati come simbolo e immagine del Corpo divino. Questo problema, ad esclusione di tutti gli altri, teneva occupate le menti del tempo, come la Questione Orientale oggi. Giovanna, che non era certa delle convinzioni del suo ospite, parò il colpo diplomaticamente, rispondendo che se il sole è nel cielo, il suo calore e la sua luce sono anche sulla terra; e analogamente si può trovare il Corpo di Cristo nel pane e nel vino della Comunione. Questo responso metaforico, tuttavia, non soddisfece Niketas il quale, come sostenitore della presenza reale, si sforzava di spiegare che il pane e il vino sono veramente il corpo morto del Redentore e che il nostro stomaco è la tomba in cui esso viene sepolto dal sacerdote; e che subito dopo risorge, come Cristo dopo la crocifissione. Esaurito questo argomento, Niketas passò oltre chiedendo a Giovanna se i Cristiani d’Occidente onoravano pure la Vergine col nome di Theotokos o «Deipara»; Giovanna rispose calma che, per quanto loro ne sapevano, il termine «ovipara» si usava per definire i polli e «vivipara» si usava per i gatti, per cui essi temevano che questi termini alla buona potessero screditare la Theotokos agli occhi dei fedeli. Senza contare che era poco consigliabile dare modo ai pagani di paragonare la Madre di Dio con Rea, come fecero in Egitto i seguaci di Hypatia. Poi, volendo mettere il vescovo in un imbarazzo ancora maggiore, gli domandò perché i membri della Chiesa d’Oriente non si tagliassero i capelli secondo quanto raccomanda San Paolo, nel passo dove nota che un uomo coi capelli lunghi è effeminato e indegno agli occhi del Signore. Niketas non sapeva come controbattere questo colpo e, grattandosi la testa ispida, tornò di nuovo alla questione del dogma. Si addentrò nella dottrina della consacrazione, delle due nature di Gesù, trattando in breve il tema se il Logos si fosse unito al corpo del Redentore ancora nel grembo della Vergine, oppure dopo il parto; e molti altri nodi teologici di questa specie, che i buoni padri di Efeso scioglievano con la sciabola, come Alessandro il nodo gordiano, o coi calci, come gli asini quando compongono le loro liti amorose.

Frattanto calò la notte e i diaconi serventi si avanzarono con torce per gettar luce sul lavorio intellettuale del vescovo e impedirgli di seguire l’esempio dei vescovi sotto Copronimo che abolì le icone. Ma gli ospiti, sfiniti dopo un dibattito così tortuoso, abbandonarono la discussione e tornarono alle loro bevande. E Giovanna, con la testa che le girava per il vino e per le grida dei monaci intorno a lei – i quali ormai erano sulla buona strada per insegnare ai piatti a ballare sulla tavola e alle coppe a volare nell’aria – modestamente si alzò e lasciò il vescovado, subito seguita dal fedele Frumenzio.

Come ho notato altrove, il giardino era situato ai piedi dell’Acropoli, cosicché dopo una breve ascesa i due amanti si ritrovarono sulla sommità di quel santuario famoso. Era l’ora in cui, lasciate le loro tombe verminose o le soglie dell’Ade (non più custodite da Cerbero, ormai), gli spiriti del luogo, tympanitikoi , lamie e creature di questa specie, si aggiravano per i campi disturbando i sogni delle pecore e i baci degli innamorati. I nostri due monaci però portavano seco un dente di Santa Sabina che li metteva in grado di eludere ogni brutto incontro con simili fantasmi. Scorsero solo in distanza un branco di mostri con teste asinine, che, scuotendo le lunghe orecchie, fissavano appassionatamente la luna, alla cui luce attendevano la venuta del Messia. Due o tre volte incespicarono contro monaci addormentati, senza svegliarli: infatti i Greci, a quell’epoca, si erano abituati del tutto ad essere calpestati come l’uva sotto i piedi dei forestieri.

Giovanna non aveva visto nessun tempio all’infuori di qualche obelisco druidico e di poche rovine romane abbattute. Le chiese dei suoi paesi natali erano rozzamente sbozzate e massicce, come i Tedeschi che le avevano costruite. Ora essa osservava con meraviglia e sorpresa le colonne del Partenone e le Cariatidi dell’Eretteo mentre il buon Frumenzio abbracciava le caviglie di queste ultime e chiedeva se non erano angeli pietrificati. Il tempio di Atena Parthenos, in quel periodo, si chiamava Santuario di Maria Parthenos; ma questa volta il rapimento dei due giovani non fu disturbato né dal miagolio nasale dei salmi né dalla monotonia delle campane. Solo qualche gufo che aveva il nido fra le crepe del tetto emetteva a intervalli un debole grido, quasi lamentando l’estromissione della sua padrona. Il disco di Ecate, avvolto in una nuvola d’argento, spuntò solo un momento per illuminare, rotondo e bianco, quei marmi immortali – un lampo di diafana lucentezza come quello che una volta toccò Adone dormiente sulle montagne di Latmos.

Le colonne dell’Olimpeo, il fiume Ilisso, le onde azzurro cielo del Falerone, gli olivi, gli oleandri, le cime dei colli sovrastate da chiese o monumenti, tutto ciò attirava lo sguardo della giovane coppia, la circondava come lo stesso cinto di Afrodite. E il loro godimento dinanzi a questo spettacolo era più che raddoppiato dal vicendevole amore. E davvero per essi la bellezza ne era più che raddoppiata, in quanto, essendo ubriachi, vedevano tutto doppio. Giovanna si sedette su una panchina di marmo e Frumenzio si adagiò ai suoi piedi, additandole il tempietto della Vittoria Senza Ali e facendo voti perché il loro amore potesse, come questa, rimanere senza ali per sempre. Esaurita la vena di questa conversazione che si protrasse punteggiata da baci, come gli scrittori usano le virgole, i punti e i capoversi, si addormentarono l’uno nelle braccia dell’altro su quello splendido letto di marmo pentelico.

Il mattino seguente si svegliarono presto e, scrollando dagli abiti la rugiada e dagli occhi il sonno, si avviarono giù per la collina per visitare Atene.

Il cuore di Giovanna trepidava di curiosità e di timore al pensiero di doversi trovare di lì a poco davanti ai numerosi idoli di quella città famosa: idoli in cui Gregorio aveva individuato un pericolo per le anime cristiane, come la vista di una ragazza gioiosa e amabile, amata in precedenza, è un pericolo per l’uomo che ha appena sposato una moglie brutta e arcigna. Ma queste speranze e paure erano infondate. Qualche tempo prima i pii imperatori bizantini avevano demolito le opere di Mirone, Aicamene e Policleto nonostante questi avessero riscosso la stima di San Luca e persino di Alarico.

Tali oltraggi avevano avuto inizio durante l’amministrazione di Costantino ed erano continuati lungo tutto il periodo di Teodosio il Piccolo.

Questi infaticabili distruttori di idoli avevano dimostrato l’intensità del loro fervore di cristiani nei confronti non solo della nuda pietra ma anche di quegli sventurati da loro sospettati di tendenze paganeggianti.

Macellare una pecora per una festa familiare, deporre dei fiori sulla tomba del padre, raccogliere fiori di camomilla con la luna piena, fare suffumigi alla casa, o portare il filatterio per scongiurare le febbri, tutte queste pratiche venivano riferite da spie segrete ed erano sufficienti a condannare un uomo come pagano o come stregone. Questi veniva immediatamente incatenato e spedito a Scitopoli, dove i Cristiani avevano edificato un mattatoio. Quivi si riuniva un conclave di pii giudici che discutevano a lungo se costui meritasse rispettivamente la graticola, l’olio bollente o lo smembramento. Innumerevoli agiografi hanno riferito gli spasimi dei martiri cristiani, descrivendo le piaghe che stillavano latte e così di seguito; ma nessuno si è ancora cimentato col racconto terribile di coloro i quali, invece che mitico latte, versavano il bel sangue rosso e le cui ferite, lungi dall’essere curate da un fuoco più intenso, erano carbonizzate dalle fiamme dell’ingiustizia cristiana.

I due benedettini, seguiti da Theonas e da una folla di Ateniesi, che ai tempi dell’Apostolo avevano «ben poco da fare se si eccettua l’ascoltare tutto ciò che era nuovo e strano», passeggiarono per tutta la città.

Orbata dei suoi idoli e dei suoi altari, Atene era in tutto simile ad un Polifemo cieco. In ogni nicchia che prima aveva accolto una statua trovarono una croce; al posto dei templi, ora trovarono brutte chiesette con cupole simili a parrucche di pietra. Queste erano state costruite dall’ateniese Eudocia il quale volendo onorare ciascun santo di una residenza privata, era stato costretto a intraprendere la costruzione di quest’orda di cappelle rendendo più onore, si direbbe, all’industria della barbozza che alla maestà del Dio Sconosciuto.

Sotto i portici di tali cappelle stavano seduti i monaci e gli anacoreti della città, a grattare vecchie pergamene o le proprie piaghe e ad intessere canestri di giunchi, cibandosi di cipolla. Ai due forestieri non restava che ammirare la bellezza classica delle ragazze ateniesi. A quell’epoca, si sa, Atene era l’harem degli imperatori bizantini: le loro ragazze più belle le raccoglievano dalla città, come i Sultani, in epoca più recente, dalla Circassia. Il miglioramento qualitativo della bellezza attica ebbe inizio, in effetti, con l’iconomachia: perché quando le immagini bizantine furono abbattute, le Ateniesi, non più costrette a contemplare sparute Panagie e santi rachitici, poterono alzare gli occhi sui bassorilievi del Partenone e dare alla luce i propri figli ad immagine di quelli. Da questo punto di vista, e per il bene dei bambini, sembrerebbe quasi consigliabile riformare la nostra iconografia ecclesiastica: chi infatti può contestare un influsso di questo tipo, ad esempio, nelle mogli dei banchieri ebrei prussiani? I loro figli rassomigliano così da vicino a Re Guglielmo da essere meritatamente chiamati suoi sudditi; e questo è il risultato dell’incessante conteggio dei talleri e dei fiorini che riproducono l’effigie del re.

Ma oltre alla bellezza delle donne, i nostri due ragazzi del Nord poterono anche ammirare la modestia delle giovani vergini che, avvolte in veli, si tenevano strette al fianco della madre come una spada alla gamba del soldato. E in più queste ragazze, invece che distribuire in giro sorrisi a tutto il mondo, come ostie nella comunione, tenevano lo sguardo fisso a terra per non inciampare, e arrossivano ogniqualvolta il vento sollevava loro l’orlo della veste.

Differivano sotto ogni aspetto dalle giovani ochette che si vedono oggi, le quali assomigliano più a donne sposate, tanto che ci si domanda come mai i loro padri si diano tanto da fare a cercare loro un marito.

Frumenzio e Giovanna proseguirono per la loro via, oltre la vecchia Torre dei Venti, fino alla piazza del mercato. Qui osservarono sbalorditi che i nobili come i vescovi facevano la coda davanti alle bancarelle per comperare il loro mazzo quotidiano di porri. Infine arrivarono alla stoà centrale dove, invece di filosofi impegnati in dispute, videro astrologi, indovini col loro globo di cristallo, chiromanti e, naturalmente, maestri i quali erano scesi dalle loro scuole sull’Imetto nella speranza di attirare gli studenti con il miele della loro retorica o con quello dei vasi che portavano. L’insegnamento era talmente poco richiesto, che non sapevano più come fare a tenere insieme anima e corpo. Perciò integravano le magre entrate vendendo sulle piazze il prodotto dei loro alveari.

Per ben dieci giorni Giovanna e il suo compagno bighellonarono fra le rovine, le chiese, e i sobborghi di Atene. Per altri dieci riposarono sotto il tetto ospitale del monastero di Dafni. Qui i monaci ospitali erano disposti ad offrire asilo per la vita ai due benedettini, i cui discendenti, in epoca più tarda, li avrebbero espulsi dalla loro dimora per impadronirsene come lupi rapaci. Ma la verdura bollita, le preghiere interminabili, i giacigli di paglia e in genere la sporcizia dei buoni padri non potevano attirare per molto questi figli dell’Occidente, abituati, nei meno austeri conventi della Germania, a pasti ben cucinati e a regolari abluzioni. Così rinunciarono alla splendida idea di diventare monaci del primo ordine e quindi «angelici» seguaci di San Basilio; non aspiravano neppure al rango di monaci dell’«ordine più basso» poiché alcune delle regole si preannunciavano estremamente gravose. A breve distanza dal monastero, tuttavia, c’era una cella rimasta deserta dopo la morte del proprietario, il monaco Ermilo. Era costui un anacoreta il quale aveva deciso di rifiutare ogni cibo che non fosse il pane e il vino della comunione, ed era morto dopo dieci giorni di questa dieta. Qui i due amanti allestirono un focolare e spesero la loro piccola fortuna nell’acquisto di grossi materassi, un lungo spiedo, una pentola di rame, una brocca di olio d’oliva, due capre, dieci polli e un mastino per fare la guardia a tutte queste ricchezze. Il teschio del precedente proprietario della cella lo accettarono come un talismano di salvezza da loro ereditato.

I primi pochi giorni nella nuova dimora furono per i due benedettini una festa quasi continua. La quaresima venne e passò, Gesù risuscitò da morte, e lì dentro altro non si sentiva che baci e agnelli allegramente arrostiti sullo spiedo.

Anche la Natura, quasi avesse voluto celebrare la resurrezione del Signore, si tolse di dosso il mantello dell’inverno, come una giovane vedova il lutto. Gli allori di Apollo fiorivano, l’erba rampicante spuntava tra le rovine, mentre la Primavera insegnava agli asini a pavoneggiarsi intorno alle loro femmine. Giovanna, in piedi all’alba, assaggiava la frescura nebbiosa del giorno incipiente mentre mungeva le capre. (La regola che vietava ai monaci di bere latte, col pretesto che ispirava desideri cattivi, non era stata ancora formulata.) Finita la mungitura, la bella Giovanna raccoglieva le ciliegie che erano cadute nel frutteto – pare semplicemente per il peso della rugiada che si condensava su di loro – bolliva delle uova e poi svegliava Frumenzio dormiente. Dopo colazione, tenendosi per mano andavano a pescare, o a disporre fra l’erba tagliole per le lepri, mentre il buon Theonas vangava nel giardino. Poi Giovanna si ritirava nell’angolo più remoto della cella e procedeva nella sua ricopiatura delle vite dei santi.

Queste le vendeva al mercato per arrotondare le entrate. Altre volte leggeva, partecipando dei sogni di Platone o dei sospiri di Teocrito, su manoscritti che i monaci le avevano prestato o regalato con tutta la generosità disinteressata della volpe che, nella favola, cede l’orzo al cavallo. La sera veniva approntata la cena all’ingresso della cella sotto un venerando pino, conosciuto fra i villici come "Il Patriarca" per via della sua altezza. I prodotti del giardino, i pesci e le lepri costituivano un vitto eccellente per questi due monaci che, da veri Sassoni e benedettini, erano sempre disposti a prendere le parti dell’appetito.

Giovanna, la quale leggeva giorno e notte i filosofi greci e perfino relazioni di quegli eretici apostolici che erano vissuti prima delle invenzioni del digiuno, del dogma e dell’inno – dopo un certo tempo riuscì a ripulire la propria mente da buona parte della crosta di ruggine monacale; ed essendo non meno saggia che profonda, si plasmò una propria religione accomodante, a somiglianza di quei suoi compatrioti di oggi che, con il progresso della scienza e il crescente numero di scuole teologiche a Berlino e a Tubingen, sono riusciti ad elaborare un Cristianesimo senza Cristo: come i cuochi che sanno preparare la salsa all’aglio senza aglio, e il signor P. Soutsos che sa scrivere poesie vuote di poesia. Frumenzio, come tutti gli eroi romanzeschi, era pronto a dividere con la sua amata il Paradiso o l’Inferno: divideva con lei il pollo al venerdì e l’agnello al mercoledì. A Roma, quando il potere cadeva in mano a un tiranno, ogni altra autorità si eclissava.

Allo stesso modo, quando l’Amore diventa signore assoluto, ogni altro sentimento impallidisce, come le stelle quando sorge la luna. Zeus, si dice, dimenticava la propria divinità a un tal punto da indossare piume e corna per riuscire gradito alle femmine di cui s’invaghiva.

Aristotele, bardato di cavezza e sella, offrì il suo dorso di settantenne a Cleofila a cui fece da mulo in India. E Frumenzio, ora, non solo ingoiava carne di venerdì, ma avrebbe ingoiato umiliazioni ogni giorno per amore di Giovanna.

L’odore della cucina scandalizzava non poco i pii monaci greci. Molti di loro, passando davanti alla cella, si facevano il segno della Croce e si turavano il naso: come Ulisse che impediva ai suoi compagni di ascoltare il canto delle sirene. Altri, anche più arditi, entravano proprio nel luogo, con l’intento di ammonire questi due eretici che si cibavano di carne, e di minacciarli con le fiamme dell’Inferno. Ma Giovanna li accoglieva così gentilmente, e con tanta grazia tagliava per loro le porzioni più grosse, che questi seguaci di San Basilio, «monaci del primo ordine», i quali non mangiavano uccelli né alcun volatile, eccetto forse qualche mosca che gli cadeva occasionalmente nella minestra, si allontanavano molto spesso con un pollo nella pancia e un peccato sulla coscienza.

Non passò molto che si diffusero voci sulla straordinaria intelligenza, bellezza e dottrina del giovane frate Giovanni: lentamente l’intera popolazione montanara degli eremiti incominciò a migrare verso la città.

Molti dotti maestri dell’Imetto abbandonarono gli studenti e le api per render visita alla nostra eroina e con lei discutere le più complesse questioni di dogma o parlare di diavoli e di divinazione. Perfino il dotto vescovo Niketas veniva spesso a sedere sotto il vecchio pino con loro; e spesso, come Petrarca, era perplesso all’idea che i frutti del sapere potessero maturare così in fretta in quella testa ricciuta di capelli biondi.

Ma non solo i preti e i dotti presero a frequentarla; patrizi e visitatori della nuova Roma incominciarono a conoscere la via della sua cella.

Nessuno passava da Dafni senza bussare alla porta dei due benedettini, e molti di loro, osservando le lisce bianche braccia o baciando le dita delicate di padre Giovanni, erano presi da un inspiegabile turbamento, come se gli avesse punzecchiato il cuore il demone del piacere. Giovanna, che riteneva il suo abito maschile una salvaguardia sufficiente contro ogni desiderio impuro, e non conosceva ancora la morale di questi Neoplatonici, era avida di ottenere più che poteva da questa adulazione intellettuale; quasi ogni giorno aggiogava al suo cocchio qualche nuovo adoratore, qualche nuovo ammiratore della saggezza e delle labbra rosse. Molto spesso, mentre era circondata da una tal folla, sospirava pensando quanti più ammiratori avrebbe potuto conquistare e quanto più ardenti sarebbero stati, se invece di nascondere la propria bellezza in una tonaca, come una spada d’oro in una guaina di piombo, avesse potuto improvvisamente apparire in mezzo a loro con un abito di seta, i capelli fluenti sulle spalle. In principio Frumenzio era contento della fama di cui ella godeva. Ma dopo un po’ incominciò a notare nel contegno di Giovanna qualche leggero mutamento che lo preoccupò notevolmente. Si angustiò come una coquette quando si accorge che sul suo volto incominciano ad apparire le prime rughe.

Ora il giovane, malgrado l’aspetto robusto e virile, aveva un cuore malleabile come molle cera, un cuore nato per amare come l’usignolo è nato per cantare o l’asino per scalciare. Tanto che, se era capace di mangiare duecento noci in una volta senza sentire il minimo disturbo allo stomaco, non poteva sopportare un solo sguardo freddo della sua compagna: e questo, per di più, dopo sette anni di ininterrotto amore coniugale.

Secondo i moralisti, il piacere è la tomba dell’amore. Io invece, preferirei paragonarlo all’alito del satiro di Esopo, che è a volte caldo, a volte freddo. In ogni caso, i baci e le carezze di Giovanna erano diventati per il buon Frumenzio necessari come il pane quotidiano; e quando questi si intiepidivano egli li appetiva con un bisogno più acuto.

Passarono mesi e perfino anni, e intanto Giovanna a poco a poco diventava più indifferente mentre il circolo dei suoi ammiratori si allargava. La tristezza dello sfortunato giovane si faceva di giorno in giorno più accentuata. Una pallida nube di scontento si posò sui suoi lineamenti, come un velo nero su un’aiuola di rose in fiore. Per parecchio tempo si sforzò di controllare il proprio abbattimento, ma alla fine non seppe frenare le lacrime e i rimproveri che gli sfuggirono suo malgrado. In principio Giovanna cercò di calmare la sua agitazione, assicurandogli che le nuvole della tristezza venivano esclusivamente dalle sue oscure fantasticherie. Ma Frumenzio non si lasciava persuadere, e le donne si stancano presto di una malinconia così monotona come quella che opprimeva lui. Le Oceanidi, per quanto fossero dee, non rimasero che un giorno a consolare Prometeo incatenato. Poi si annoiarono dei suoi lamenti e lo abbandonarono alla roccia dove l’avvoltoio gli divorava i visceri.

La nostra eroina non dimostrò più compassione di loro. Concedeva a Frumenzio una carezza occasionale o un bacio affrettato con l’aria di chi butta una moneta nel berretto di un mendicante; e poi gli voltava le spalle, di notte per dormire e di giorno per leggere o parlare alla torma dei suoi cortigiani le cui visite la tenevano impegnata dalla mattina alla sera. Frumenzio, di solito, se ne stava seduto in qualche angolo della capanna, sprofondato nel suo umor nero come gli eroi omerici: finché sentiva di non poter più trattenere neppure per un momento le lacrime o i pugni. Allora si precipitava fuori dalla cella e si dava da fare a spennare un pollo per la cena, o a cogliere un soffione e soffiarci sopra per vedere se Giovanna lo amava o no.

Ma non poteva continuare sempre così. A volte il giovane monaco decideva di tagliare la testa a Giovanna, a volte di scappare via e di abbandonarla per sempre. La civetteria della nostra eroina, ormai, aveva assunto davvero un «aspetto più serio», per dirla coi giornalisti. Un abate, due vescovi, e l’eparco dell’Attica conoscevano già il segreto della sua tonaca, e molti altri subodoravano la verità, mentre la maggioranza offriva ancora a frate Giovanni l’incenso della venerazione platonica.

Frumenzio non cessava un momento di lamentarsi e di esortarla; ma lei, che a questo punto aveva perso del tutto la pazienza, gli dava delle risposte secche come i fichi di Kalamata. In effetti, i loro rapporti finirono un po’ alla volta per somigliare a quei cacti che circondano i nostri giardini regali, i cui frutti non durano che un giorno e le spine per sempre. Pure Frumenzio, ogni volta che riusciva a formulare il pensiero di lasciare Giovanna, si sentiva rizzare i capelli in testa per l’orrore. Né con lei né senza di lei poteva vivere; e il meschino, il quale doveva ancora imparare che il cuore di una donna non è che sabbia mobile, su cui si può piantare la tenda solo per una notte, si accorse di avervi costruito una casa in cui aveva sperato di abitare per tutta la vita. Benché scacciato dall’Eden come Adamo, a schiaffi e calci, tuttavia tentava e ritentava di accedere di nuovo a quel sacro recinto dove stava Giovanna, fredda e maliziosa come l’angelo fuori dalla soglia. Talvolta, gettandosi ai piedi della sua amante, cercava di sciogliere quel gelo ricordandole i baci e i voti, ma le sue blandizie cadevano sui crudeli silenzi di lei, come la pioggia d’estate sulle foglie morte. Altre volte, nella disperazione più completa, lottava con tutte le sue forze per sradicare quell’amore struggente, come un giardiniere estirpa una cipolla marcia cresciuta fra i suoi eliotropi. Ma le radici erano profonde. Dopo simili vane lotte si rassegnava al suo destino, e buttandosi per terra, in un bagno di sudore, mugolava maledizioni contro «il giorno della sua nascita e l’ora in cui avevano esclamato: Guardate, un maschio!».

Non immaginare però, lettore, che il buon Frumenzio indulgesse troppo in questa autocommiserazione, come l’eroe medio di P. Soutsos, o qualsiasi bipede simile del serraglio romantico.

All’opposto, era ancora l’avveduto, religioso figlio della Germania, uno di quei figli che essa partoriva prima di venir corrotta dai piagnistei di Werther e dalle bestemmie di Strauss e di Hegel. Molto probabilmente egli amava Giovanna come Aristippo amava Laide, come i gatti amano il latte. Ma non conosceva nessun’altra ragazza, e ad Atene era semplicemente impossibile trovarne una, perché i discendenti di Solone, allora, non erano civili come oggi e le donne erano circondate da madri, mariti, fratelli e simili esseri irritanti, come la rosa dalle spine. E tali custodi non erano ancora arrivati al punto di reggere il lume ai forestieri, come diplomatici e ammiragli, per il loro piacere...

Soltanto agli imperatori bizantini era permesso di tendere la mano alle donne: e allora soltanto la destra.

Tutto ciò rendeva infelice la situazione di Frumenzio e scusava, entro certi limiti, le sue follie: perché la donna era necessaria per la florida e robusta virilità del giovane, come la rugiada per un campo.

I poeti ci descrivono, in epoche e Paesi mitici, gli strani e orrendi prodotti del regno vegetale ed animale: fiori di loto melliflui, alberi che cantano, draghi alati, satiri dal piede caprino, idre, giganti, sirene, eroi, stregoni, profeti, martiri, santi e altri fenomeni che nessuno di noi ha mai visto se non in sogno o sulla tela. Il regno morale, mi si perdoni l’espressione, dispone pure di una sua mitologia, costituita da devozioni eroiche, estasi sante, abnegazioni sovrumane, amicizie inseparabili e altro materiale simile, tragico o romantico. Fra queste chimere dei secoli passati è giusto, credo, collocare l’amore come lo intesero i trovatori del Medio Evo e gli pseudo-interpreti di Platone: che, secondo la vera filosofia, l’amore non è altro che «accostamento di epidermidi». E se Frumenzio era pronto a fare qualsiasi sacrificio per amore di colei ai cui piedi era prostrato, maledicendo il giorno in cui era nato, era per lo stesso motivo per il quale Adamo perdonò alla sua donna infedele: perché non ne aveva un’altra.

Pure la nostra eroina, sebbene circondata da fedeli, non si trovava in una situazione buona come si potrebbe immaginare. Le scene e le querimonie di Frumenzio, anche se non riuscivano più ad affliggerla profondamente, avevano l’effetto sgradito di guastarle il sonno di notte e l’appetito ai pasti.

E, quel che è più grave, c’era il fatto che queste liti svelavano a tutti il loro segreto. Secondo Ateneo le due sole cose che non possono rimanere nascoste sono l’amore e la tosse. Io però (se mi si consente un’opinione diversa da quella degli ubriaconi che parlano di filosofia ai pasti), la penso diversamente.

Niente è più facile da nascondere dell’amore quando è felice. Soltanto la gelosia, l’ansia, la disperazione e simili cose rivelatrici restano sul volto come segnate dalla spada del boia. Ma gioia e felicità ci vengono date in misura così miserabile dalle figlie di Eva che è raro il non saperle nascondere. Ogni donna, senza eccezioni, assomiglia a quei Romani decadenti ma ipercritici i quali pretendevano dalla misera vittima nell’anfiteatro che porgesse con riconoscenza il collo alla spada.

Giovanna, con le sue frecciate gelide, la freddezza, i capricci e altre ubbie femminili, torturava il povero Frumenzio, ma andava su tutte le furie se a lui sfuggiva un lamento di dolore mentre lo sottoponeva alle sue crudeltà o se lui, al colmo della disperazione, metteva alla porta un rivale o lo minacciava coi pugni.

Nel frattempo, comunque, la voce dello scandalo alla cella incominciò a mettere in agitazione tutti gli abitanti di Dafni. Il sesso e le imprudenze di Giovanna non erano più un segreto. Forse qualcuno incominciò anche a considerarla un mostro mandato dai Franchi per inghiottire la Chiesa Ortodossa. Ora, se è vero che molte donne prima di lei, le Sante Matrona, Pelagia e Macrone avevano portato la tonaca ed erano vissute in mezzo ai monaci, esse però erano state ben attente a non mangiare pollo di venerdì e a non commettere peccati coi vescovi. Tra quelli che maggiormente si sdegnarono per il contegno di Giovanna c’erano alcuni «angelici monaci del primo ordine», grassi e puzzolenti come tutti quelli che sono preoccupati di piacere solo a Dio.

Questi monaci avevano cercato di ingraziarsi Giovanna e ne erano stati congedati con un’esortazione a lavarsi una volta tanto e a tagliarsi le chiome: desiderosi di far pagare quest’oltraggio alla sdegnosa ragazza, le scagliavano cipolle, maledizioni e sassi ogni volta che lasciava la cella. Qualche voce ancora si levava in lode della bella giovane tedesca, ma era sommersa dalla protesta generale.

Fu così che Giovanna si trovò in guerra con l’opinione pubblica all’esterno e con Frumenzio all’interno. Vedendo scemare quotidianamente il fervore dei suoi fedeli, intimoriti dagli anatemi che venivano prodigati a lei, e aumentare l’ardire dei suoi nemici, cominciò a considerare seriamente la possibilità di lasciare del tutto Atene. Viveva ad Atene ormai da ben otto anni, ne conosceva tutti i monumenti e le biblioteche e gli abitanti e incominciava a trovarla insipida come i baci di Frumenzio. E, quel che contava di più, ambiva ad un piedestallo più alto sul quale manifestare la sua avvenenza e il suo spirito. Si stava avvicinando al trentesimo anno, quando le donne, non avendone abbastanza dei difetti a loro propri, incominciano ad assimilare anche i nostri: aggiungendo alle loro perfezioni femminili l’ambizione, la pedanteria, la ubriachezza e altri vizi maschili.

Giovanna non era come quelle pastorelle dell’Attica, soddisfatte se soltanto l’Athos ascoltava il loro cantare. Al contrario, spesso spargeva lacrime sulle pagine dei suoi libri al pensiero che tanta saggezza e tanta vitalità potessero rimanere senza fama e senza cantori in quell’angolo remoto dell’Attica.

Così succede alle giovani suore quando, svestendosi la sera, si sovvengono che la loro bellezza bianca come il giglio può essere vista soltanto dallo sposo immateriale ed invisibile.

Tale era il suo stato d’animo quando una sera, dopo aver dato l’addio al suo amico Niketas che ripartiva per Costantinopoli, vagava tra le insenature tortuose del Pireo e vide un’imbarcazione straniera entrare nel porto. Le sue bianche vele le sembrarono le ali di un angelo che veniva a salvarla da una terra d’esilio. La barca era italiana e apparteneva al vescovo di Ginevra, Guglielmo il Minimo: proveniva dall’Oriente con un carico di incenso per Sua Beatitudine e di stoffe d’oro per i suoi servi.

Giovanna si rivolse ai marinai in latino quando sbarcarono, e apprese che la nave partiva il giorno successivo per Roma. La ciurma pareva favorevole all’idea che lei viaggiasse con loro e sostituisse il prete che avevano perduto durante il viaggio.

Questi era stato scaraventato giù da un’onda mentre stava a prua e cercava, alla maniera dei Cattolici, di placare la tempesta benedicendo del pane e gettandolo fuori bordo: e in realtà non facendo molto di più che dare la comunione ai delfini. Presi gli accordi sull’ora della partenza, Giovanna ritornò da Frumenzio, che la aspettava in una grotta nella baia di Munichia. Il tempo era umido, soffiava il vento e il mare produceva un lamento lugubre sotto la caverna, quando essa vi entrò. Frumenzio aveva già preparato la cena e un pagliericcio sul pavimento, e quando vide arrivare Giovanna si affrettò ad accendere un fuoco, in modo che lei potesse asciugarsi i vestiti bagnati dagli spruzzi.

Sebbene il cuore di Giovanna si fosse indurito da un pezzo per effetto della civetteria e dell’egoismo, a questo punto ella si sentì in certo modo a disagio, rendendosi conto che stava per dividersi da quel compagno da cui per quindici anni non si era separata un istante. Per un momento pensò quasi di prenderlo con sé nei suoi viaggi: ma la fastidiosa gelosia del povero monaco, fondata sull’idea antiquata che le donne debbano avere un solo amante, come gli asini una sella e le nazioni un re, faceva di lui un’appendice seccante da portarsi in giro. Però Giovanna non osò dargli l’addio, per timore che in quel luogo solitario si mettesse di nuovo a piangere e a usare i pugni. Dunque decise che sarebbe stato più pietoso, oltre che più prudente, farlo addormentare sul proprio petto prima di lasciarlo per sempre. Come vedete, seguiva l’esempio dei carnefici giudei i quali avevano l’usanza di offrire al condannato qualche bevanda stupefacente prima di crocifiggerlo.

Così, prendendo la sua testa sulle ginocchia, incominciò ad accarezzargli i capelli con le dita e il viso con le labbra, mentre l’infelice giovane, che tanto era stato ingannato, maltrattato e tiranneggiato, dimenticava all’istante tutti i torti passati e perfino i tradimenti della sua amata. Un solo tocco della mano di lei guarì tutte le sue ferite, con l’infallibilità del re di Francia quando toccava i suoi sudditi scrofolosi. Frumenzio, in preda a una gioia indescrivibile, quasi non sapeva quale santo ringraziare per questo mutamento repentino, dato che all’ultimo li aveva invocati tutti. Finalmente, dopo tante notti insonni, si addormentò sul suo petto, il più dolce dei cuscini, promettendo candele e preghiere ad ogni santo che gli riusciva di ricordare.

Il mattino seguente però, quando spalancò le braccia per stringere la sua amata, si trovò a cingere un materasso vuoto. Era ancora buio e, balzando in piedi terrorizzato, tese le mani come Polifemo cieco in cerca di Odisseo. La luce stava ancora lottando contro le tenebre quando l’infelice giovane, a capo scoperto e a piedi nudi, uscì dalla caverna. In nessun luogo trovò traccia di Giovanna. Dopo aver aggirato la collina invano diverse volte, scese alla spiaggia, correndo come un cinghiale di balza in balza e gridando «Giovanna» a gran voce. Le rocce gli restituivano l’eco, e ad ogni grido di Frumenzio che chiamava l’amata fuggitiva, l’eco sembrava ripeterlo una dozzina di volte in toni pietosi.

In breve sorse il sole sulla sua forsennata ricerca ed egli trovò la spiaggia deserta. Però fuori, sul mare, poté appena distinguere una barca che remava, con dentro Giovanna in piedi. Può darsi che la fuggiasca vedesse Frumenzio che le tendeva le braccia dalla riva, o che si tuffava e incominciava a nuotare dietro di lei; ma volse la faccia altrove e incitò i rematori a proseguire. Presto la barca si accostò alla nave, le cui vele avevano già incominciato a gonfiarsi di vento, e che Frumenzio osservò mentre prendeva il largo. Esausto di speranze e di forze, si voltò indietro e si lasciò gettare sulla riva come un relitto. Quando riprese i sensi, pensò che si trattasse di un brutto sogno, ma come le ore trascorrevano e il sole asciugava i suoi vestiti, si rese conto che non lo era affatto.

Per un momento pensò di annegarsi nel mare, come Salomone una volta aveva annegato i suoi dispiaceri nel vino; ma l’acqua era troppo bassa, e poi aveva paura delle fiamme dell’inferno e della lunga attesa che gli sarebbe toccata prima che Giovanna lo raggiungesse. Allora levò al cielo sopra di sé gli occhi infelici, ma nessuna santa discese ad offrirgli la consolazione delle proprie labbra, come Bacco ad Arianna. E poi Frumenzio non era una donna; e chi può escludere che nel suo dolore egli avrebbe respinto perfino Taide o la bionda Maddalena? L’oscurità calò di nuovo ed egli ritornò nella caverna. Ma passò una notte infelice su quel letto dove aveva goduto le grazie di Giovanna e dove il ricordo di lei indugiava ancora. Per quindici giorni rimase in quel posto chiedendosi, con le parole di Giobbe: «E quale luce è data a coloro che patiscono l’amarezza, e quale vita alle anime nel tormento?».

Finalmente, il suo patrono San Bonifacio ebbe compassione di lui e discese dal Cielo per guarire la sua ferita. Una notte, mentre Frumenzio, consumato dalle lacrime, giaceva assopito in riva al mare, l’apostolo dei Sassoni scivolò giù dal cielo e con un coltello aprì il petto al ragazzo addormentato. Infilò nello squarcio le sue sante dita e ne estrasse il cuore. Immerse questo in un pozzo pieno d’acqua che aveva preventivamente consacrato. Il cuore ardente sfrigolò nell’acqua santa come un’acciuga in una padella. Quando fu raffreddato, il Santo lo rimise al suo posto e, dopo aver chiuso la ferita, ritornò in cielo.

Ti è mai accaduto, caro lettore, di addormentarti con una tosse insopportabile e di svegliarti e trovartene libero? Non aspettandoti che se ne sia andata, apri involontariamente la bocca pronto a pagare il tributo alla dannata calamità. Ma che gioia quando non senti più quel bruto insistente piantato dietro la gola. Frumenzio, quando aprì gli occhi, era preparato a versare la quotidiana libagione di lacrime alla memoria di Giovanna l’ingrata. Malgrado la sua previsione, però, gli occhi rimasero perfettamente asciutti, e il buon benedettino scoprì che il bisogno di fare colazione, dopo un così lungo digiuno, era un po’ più forte del desiderio di piangere. Poco dopo passò una giovane lattaia che portava un bricco di latte sulla testa e una corona di fiori nella destra. La chiamò a sé e la godette completamente. E quando Amarilli prese dalle sue dita la monetina di rame, gli baciò la mano e proseguì per la sua strada, aggiungendo il suo canto alla voce mattutina delle allodole, mentre il vento increspava le pieghe della sua veste, Frumenzio stette a seguirla con lo sguardo, rendendosi conto, per la prima volta nella vita, che c’erano altre donne al mondo oltre a Giovanna.

La sua guarigione si può ben considerare completa. Per un miracolo del santo fu riscattato da una sciocca passione, e di conseguenza egli diventa per noi inutile, d’ora in poi, come eroe di questo romanzo, sebbene da quel momento divenisse molto più utile come membro della società. Se fosse vissuto oggi, per esempio, si sarebbe potuto considerare, dopo questa cura, perfettamente adatto ad esercitare qualunque professione gli piacesse. Potrebbe diventare un postino, una spia, un membro del parlamento, un cacciatore di cariche o di fortuna; potrebbe tenere la contabilità per qualche mercante di Chio, o reggere i piedi a un condannato che pende dalla forca. Ma a quel tempo cantare il Kyrie Eleison era senza dubbio la professione più rimunerativa e Frumenzio fece molto bene a rimanere monaco. E adesso devo lasciare un po’ riposare Giovanna prima di seguirla a Roma.

I grandi poeti come Omero e il signor P. Soutsos scrivono versi meravigliosi mentre dormono; ma io asciugo sempre il pennino e depongo la penna, prima di infilarmi il berretto da notte.

Soltanto ai massimi spiriti è concessa l’espressione mentre dormono: quanto a noi, umili scrivani, dobbiamo sempre stare desti, come le oche del Campidoglio che svegliarono i Romani.

 

 

Parte quarta

 

 

Oh cuor dell’uomo, dove arriverai? Dove trovare dell’audacia il termine, della temerità?

Euripide, Ippolito

 

 

La culla di ogni grande uomo si trova in quella penombra di dubbio e di oscurità dove soltanto il poeta o il narratore osa aggirarsi. Illuminando la sua materia con la lampada magica della fantasia, questi scorge fantasmi indistinti o vagamente beffardi. Ma quando l’eroe raggiunge la virilità e il fiore da frutto, sopraggiunge uno sciame di storici reggendo la torcia fiammeggiante della critica dei fatti.

All’apparire di tali severi portatori di torce, la progenie dalle ali d’oro della fantasia si ritrae spaventata, perché, come le stelle e le donne sulla quarantina, si trova a proprio agio solo nella luce attenuata. E se l’illuminazione della critica stessa diventa troppo violenta, l’eroe rischia di impallidire alla luce del suo critico, come Omero alla luce di Wolf, o Gesù a quella di Strauss. Fino a questo momento Giovanna è rimasta assolutamente ferma nella sua nicchia, e imperturbata; ma da adesso in poi diventa un personaggio storico e le fantasiose ghirlande che adornavano il capo della diciassettenne possono apparire un po’ inadatte per colei che dovrà presto portare in capo la triplice corona di San Pietro. In effetti, il materiale per la mia storia, che prima era tolto dalla fantasia, è ora scelto dalle opere di eminenti cronisti! E se trovi questa parte del mio libro più noiosa delle parti che hai già letto, ti ringrazio, lettore, per la preferenza.

Roma, dopo aver fallito nella conquista del mondo con la spada, era impegnata nel tentativo di fondare una cosmocrazia con altri mezzi. In sostituzione delle legioni, ora inviava dogmi nelle antiche province: e ordiva tranquillamente una tela in cui sperava presto di irretire tutte le nazioni. Al tempo in cui la nostra eroina arrivò a Roma, San Leone IV, successore di Sergio soprannominato Bocca di Porco, era il ragno insediato al centro di quella tela intricata. A quasi tutti i prelati del tempo, lo volessero o no, si dava il titolo di Santo; ma Leone aveva conquistato il suo in piena buona fede e col sudore della fronte. Era lui che aveva scoperto le salme dei santi martiri Sofronio, Nicostrato e Castorio; lui che, con un moto della bacchetta, aveva suscitato una tempesta tale da disperdere la flotta saracena; lui che con una preghiera aveva ucciso il drago nella chiesa di Santa Lucia, e in verità aveva sventato più di una volta gli attacchi degli infedeli. Aveva anche fondato, in un modo assai gradito a Dio, un monastero per le donne entro la cinta pontificia dove, sotto la sua protezione, le novizie scelte della città erano ricevute nella Chiesa. Ma questo grande pontefice e ammiratore delle Muse era un patrono delle lettere non meno che delle suore.

Conversò con Giovanna per un’ora intera, toccando argomenti di una certa importanza – e spesso argomenti di minore importanza che sostanza – e ne fu così colpito che la nominò subito docente di teologia nella scuola di San Martino, dove una volta aveva insegnato lo stesso Agostino.

Giovanna, o piuttosto padre Giovanni (che il suo nome femminile incomincia a stridere all’orecchio), passò i primi giorni vagabondando per la Città Eterna. Ma ormai ben poco rimaneva dello splendore di quel che era stata Roma. Il grande modello di Lord Elgin, Carlo, aveva già saccheggiato gli antichi templi, secondo il costume dei Franchi, per decorare, con le colonne e i bassorilievi rubati, la metropoli di Aquisgrana. Le chiese cristiane edificate dai predecessori di Leone erano miscugli ineguali e mostruosi di arte romana e orientale, simili in questo a ciò che era allora la stessa Cristianità occidentale: in altri termini, una fusione incompatibile e indigeribile di ebraismo e idolatria.

Durante quel periodo nessuno si rompeva molto la testa sui dogmi; e gli dèi antichi – quelli almeno che non avevano subìto la trasformazione in santi cristiani – banditi dall’Olimpo, erano emigrati nell’Ade dove vivevano in buona armonia col Diavolo dei cristiani e col Satana degli ebrei. I teologi individuarono in loro gli strumenti degli stregoni; e si credeva perfino che a volte si impossessassero del corpo di quei cristiani che passavano per indemoniati. Proprio il giorno dell’arrivo di Giovanna in città si stava celebrando nelle chiese una qualche cerimonia in onore degli dèi antichi. Cori di Cristiani ebbri danzavano e sbraitavano canti profani insieme con il grido «Evoè! Evoè!».

Danzatori si inseguivano con fruste come nelle feste di Crono, mentre le sacerdotesse di Afrodite, vestite del solo filatterio e di braccialetti con campanelli alle caviglie, correvano dentro e fuori dai gruppi, offrendo ai danzatori vino e baci per pochi soldi. Tutto ciò, naturalmente, fra lo stupore indicibile degli stranieri di recente conversione presenti a Roma, i quali avevano l’impressione che tutte queste cose facessero parte, in qualche modo, della liturgia cristiana: allo stesso modo che chi è presente alle più turbolente sedute del Parlamento americano potrebbe supporre che i calci siano stati accettati come parte integrante delle libertà democratiche.

A questo genere di persone padre Giovanni era chiamato a dar sapore col sale dell’Attica. Durante i primi giorni fece esperimenti su di loro nel corso di alcune conferenze sul dogmatismo, ma il suo pubblico considerava queste dissertazioni sulla fisiologia della Santissima Trinità, su cui tanto si esercitava l’intelletto dei Greci, prive di interesse al pari delle lunghe barbe che decoravano le mandibole dei sacerdoti greci. I successori del divino Platone in Oriente stavano ancora discutendo animatamente della vera natura di Dio. Ma i discendenti di Catone e di Cincinnato, più pratici, si dedicavano alla teologia come a una professione seria con cui ci si può guadagnare il pane quotidiano.

E non soltanto il pane quotidiano, ma sacerdozi, vescovati, cavalli, concubine e tutte le altre cose buone della vita che sono la ricompensa dell’efficienza e del sapere pratico.

Invece di indagare sui misteri del cielo cristiano, questa gente fatta di azione e di pensiero si occupava dell’estensione del proprio dominio sul mondo e dei tributi che se ne potevano riscuotere.

Giovanna che era una giovane intelligente e perspicace fece presto a intuire i temi prediletti dai suoi studenti. Scuotendosi di dosso le questioni ideologiche di Bisanzio, dal cielo discese sulla terra, dalle vette gelide della metafisica sulle pianure grasse e ubertose del diritto canonico. Incominciò a discorrere con eloquenza sul potere temporale del papa, sulle donazioni di Carlo, sui tributi, le vesti d’oro e tutti gli altri bocconi con cui la Chiesa cercava di rendere un po’ meno impaziente l’attesa del Paradiso da parte della gente comune. Un po’ allo stesso modo i Proci di Penelope si sollazzavano con le ancelle intanto che aspettavano i favori della signora. Giovanna dunque riuscì finalmente a conquistarsi le simpatie dell’uditorio con la sua loquela intelligente, come Orfeo aveva mosso i sassi con la lira. Il paragone non è mal trovato, perché se le teste di costoro non erano veramente di sasso, molti popoli però avevano l’abitudine di chiamarli somari, e i sinodi «riunioni di somari».

I pochi istruttori allora a Roma vi erano inviati dall’Irlanda, dalla Scozia e dalla Galizia per predicare agli sprovveduti discendenti di Cicerone: come oggi noi riceviamo i nostri di tra gli studiosi della Germania.

Ma Claudio, Dungal, Vigintimillo e tutti gli altri saggi fuori d’Italia erano ormai morti oppure molto vecchi; e nella terribile oscurità del Medio Evo, l’Italia superava tutte le nazioni che la circondavano in ignoranza pura, come Calipso superava le sue ninfe in statura. Per la maggior parte i preti non sapevano leggere, e invece di insegnare il Vangelo dal pulpito, deliziavano i fedeli con storie della Vergine che si faceva un’abitudine di reggere i piedi a coloro che pendevano dalla forca, se mai essi avevano acceso una candela in suo onore; che spesso salvava dal peccato suore devote assumendone le sembianze e ricevendone gli amanti in loro vece; e che alla fine le faceva entrare di straforo nei corridoi benedetti del Paradiso, dove la misericordiosa Deipara mesceva per loro pozioni afrodisiache in modo che potessero meglio godersi gli amanti...

In quell’oscurità terribile la cultura della nostra eroina splendeva come un faro in una notte di nebbia. Una moltitudine di ascoltatori, fra cui spesso papa Leone in persona, gremiva il monastero di San Martino per sentir predicare questo nuovo Agostino. E invece di accennare agli spaventosi misteri della religione, Giovanna parlava soltanto di cose piacevoli e utili: come l’alta virtù del Sommo Pontefice. Denigrava i bizantini.

Spiegava le teorie di Aristotele e descriveva la miseria dei suoi discendenti in termini di ulcere, aglio e digiuni. La tecnica di queste dissertazioni assomigliava fortemente a quella dei famosi bordelli di Amburgo dove si poteva trovare cibo per ogni palato, profumi per ogni gusto, e donne che parlavano tutte le lingue e soddisfacevano tutti gli appetiti. Molto spesso la nostra eroina incominciava con «Il Giudizio di Dio» e finiva con l’arte culinaria. A quel tempo i processi del cervello umano non erano stati elencati e catalogati in modo che i talenti minori li potessero assimilare. Non erano stati classificati come rettili nelle bottiglie di un museo. La teologia era letteralmente l’unica scienza e aveva, come Briareo, cento mani con cui attrarre verso di sé gli elementi della vita comune. Ogni faccenda di qualche interesse infine entrava a far parte del suo campo. E la nostra eroina ormai possedeva una sapienza che abbracciava ogni branca illegittima della teologia.

Insegnò di seguito per due anni, e si fece una fama per la sua eloquenza. A Roma nessuno sospettava quali tesori si nascondessero sotto la sua veste.

In quella città una faccia liscia era come ogni altra, e fra i monaci soltanto il naso sporgeva dalle pieghe del cappuccio. Inebriandosi a poco a poco della propria popolarità, ella quasi incominciò a credere come Tiresia di aver cambiato sesso.

Frumenzio era stato dimenticato da un pezzo, e ancora la giovane ambiziosa in abito talare non aveva fretta di sceglierne il successore. La sua mente era intenta a cose più alte: paludamenti di abati, muli da soma, mitrie di vescovi e perfino le pantofole d’oro del papa facevano parte dei suoi sogni. Essendo per natura prudente, lasciò l’idea dell’amante ad attendere dietro le quinte, mettendola da parte per dopo, come un dolcetto. Non perdette un momento in vane fantasticherie, ma lavorò giorno e notte per il proprio avanzamento, lodando i potenti, insegnando, scrivendo, e componendo quei versi meravigliosi, i primi del genere in Italia, intorno a Cristo e al papa.

Studiò anche medicina e secondo certe malelingue conosceva bene i princìpi della stregoneria; si dice che fosse in grado di costringere gli spiriti maligni del tempo (gli ex-dèi Bacco, Era, Pan e Afrodite) a lasciare le soglie della tenebra e accorrere al suo volere.

Nel frattempo il venerando pontefice era diventato molto vecchio e soffriva di reumi. Avendo voluto camminare sulle onde come San Pietro si era fatto un bagno involontario, perdendo la mitria e il meglio della sua reputazione. Fu lui che nominò padre Giovanni «suo segretario privato e particolare».

Alla Corte papale – oltre al papa stesso – c’era uno sciame di spie segrete, dignitari indiscreti, cuochi da buco della serratura, messi spregevoli e vili servi etiopi.

C’erano pure porte e scale e stanze segrete in Vaticano. Molto spesso il vicario di Gesù in terra sgavazzava in banchetti segreti, sebbene io non sappia se avesse gli Apostoli per compagni. La nostra eroina, la prima volta che entrò negli appartamenti privati di Sua Santità, trovò difficile trovare un punto d’appoggio sullo spesso e soffice tappeto orientale, che si sarebbe voluto sfiorare come i cavalli di Erittonio i quali rasentavano appena i fiori quando correvano. Allorché Giovanna venne dinnanzi al Capo di tutta la Cristianità, egli era assiso su un trono d’oro e d’avorio, circondato da canestri d’oro, ciotole d’argento, incensieri tempestati di smeraldi e molti altri tesori. Rimase talmente abbagliata da quella pompa che per un momento dovette chiudere gli occhi.

S’inginocchiò devotamente a baciare i sandali di Leone, ma egli, familiare e affettuoso, fece alzare padre Giovanni. Lavorarono assieme fino a sera e Leone si dichiarò grandemente soddisfatto di lei, e da quel giorno in poi amò il suo segretario particolare come avrebbe potuto amare un figlio.

Il cubicularis, il divenderis, l’ostiarius, lo scriptoris, l’arcanus  e gli altri cortigiani che circondavano Leone ed erano orgogliosi di servirlo come gli schiavi una volta avevano servito gli Imperatori romani, all’inizio mormorarono contro questo nuovo favorito. Erano severi con Giovanna come avrebbero potuto esserlo le guardie reali di Caterina con qualsiasi giovane candidato che bussasse alla sua porta. Ma i modi di padre Giovanni erano così cortesi e affabili, il suo disinteresse era così evidente, che egli in breve conquistò il cuore di tutti e ognuno, quando aveva da chiedere qualcosa al Santo Padre, si rivolgeva a lui. Per di più Giovanna, essendo straniera a Roma, non aveva da soddisfare ambiziosi nipoti o concubine, cosicché era sempre disposta a sottoporre al pontefice le petizioni dei suoi amici.

Il numero e la riconoscenza di tali amici aumentava ogni giorno e in breve il segretario «particolare e privato» divenne un politico con tutte le penne, attorniato da un nugolo di insaziabili cacciatori di uffici che gli facevano ressa intorno come polli intorno alla moglie del fattore quando, al tramonto, incomincia a spargere il grano dal suo grembo.

Benché si interessasse per tutti i suoi amici, Giovanna non aveva nulla da chiedere per sé; o meglio, nutriva un desiderio solo. Implorava quotidianamente la misericordiosa Pantanassa di ricompensare al più presto le virtù di papa Leone facendolo passare a miglior vita. Una preghiera abbastanza empia e ingrata da rivolgere alla Vergine... Ma a Roma i fedeli sono in rapporti così familiari con la Vergine, che non soltanto le chiedono ricchezze, uffici, cavalli, onori e così via; ma la supplicano anche per la morte di un amico o di un parente ricco, e le domandano la morte di un rivale in amore o di qualsiasi persona ugualmente scomoda.

Si dice perfino che impetrino cose che imporporerebbero le guance rispettabili di un mezzano. Certo è che gli assassini lasciano sui suoi altari il coltello prima di affondarlo nella schiena della vittima, gli ubriaconi i boccali e le bottiglie vuote, e così via.

Giovanna dunque stava soltanto seguendo istintivamente il costume del luogo, quando rivolgeva la sua preghiera alla Vergine. Però, siccome non disprezzava neppure la protezione del Diavolo, spesso cercava rifugio nella sinistra stregoneria del tempo.

Invocava gli spiriti infernali mentre conficcava uno spillo in un’immagine di cera di Leone, o suscitava un fumo nero di sotto un tripode dove bruciavano erbe velenose: e la luna, che a quell’ora si faceva un dovere di dare ascolto agli stregoni, subito si arrestava, come il sole per Giosuè, ogni volta che ella la invocava.

Non si sa se fu il Diavolo o la Vergine Maria ad esaudire finalmente le preghiere della nostra eroina. Sono sicuro comunque che questa non seppe quale dei due ringraziare, quando un giorno Leone si ammalò improvvisamente di una malattia che sembrava costantemente peggiorare. Quando le mignatte non furono più di alcun rimedio e i preti ebbero esaurito le loro scorte di invocazioni all’Arcangelo Michele, successore di Esculapio in terra; quando i maghi ebrei e gli astrologi arabi ebbero esercitato invano su di lui la loro arte per giorni e giorni: allora si deliberò, in un concilio di vescovi, che il Sommo Pontefice venisse trasportato nella chiesa sotterranea di San Tiburzio. Quivi sarebbe rimasto in attesa di un sogno, nel quale il Santo avrebbe suggerito il nome di un rimedio specifico per la sua malattia. A quell’epoca i fedeli, quando non sapevano a chi altri rivolgersi, riponevano la loro fiducia in sogni mandati dal cielo. Così la Chiesa, sebbene mandasse al rogo gli stregoni, praticava però Essa stessa una sorta di divinazione per mezzo dei sogni; come i medici di oggi che perseguitano gli ipnotizzatori, ma indulgono a forme di ipnotismo nella loro professione privata.

Lo sventurato papa fu trasferito dal suo letto di ammalato a un nero carro funebre, trasportato a turno da quattro robusti preti alla chiesa sotterranea in questione. Qui venne adagiato di fronte all’altare e circondato da candele ardenti, dottori perplessi e monaci salmodianti. Il grande pontefice, per quanto santo, era qualcosa di più che semplicemente pio: infatti aveva speso la sua vita abbellendo Roma, aveva accumulato un grande tesoro, costruito più fortezze che chiese, e aveva difeso il suo patrimonio terreno piuttosto contro i Saraceni che contro il Diavolo. Certo, non era mai giunto al punto di bruciare un eretico; ma trattava i suoi nemici con tanta ferocia che gli si addiceva sotto ogni aspetto più il titolo di Re, come ammette Voltaire, che quello di Santo. E se qualche volta lo invocarono perché compisse un miracolo, egli lo fece più che altro come un favore ai suoi sudditi imbecilli: come Gesù sentì la necessità di compiere miracoli per quegli Ebrei che mancavano di fede.

Ma la malattia può trasformare in lepri i leoni, e in cristiani anche gli uomini più scettici. Byron, di gran lunga il più grande poeta di questo secolo, il cui cervello pesava 638 dramme, ha confessato apertamente che quando si ammalò dopo la prima flebotomia, si sentì capace di credere ai miracoli di Mosè; dopo la seconda, all’Incarnazione; dopo la terza, all’Immacolata Concezione. Dopo la quarta flebotomia aveva raggiunto uno stadio tale per cui rimpiangeva il fatto che non esistessero altre credenze di questo genere da accettare. Il buon Leone, uomo probabilmente più saggio di lui, per il suo secolo, aspettava San Tiburzio per una cura. Tre giorni interi il pontefice rimase digiuno e immobile, in attesa di essere visitato da un sogno. Ma la sofferenza non lo abbandonò mai tanto a lungo da consentirgli il ristoro del sonno o dei sogni, cosicché, dopo tre giorni di strenua agonia, chiuse infine gli occhi in quel sonno che non conosce sogni.

Dopo che furono compiuti i riti d’obbligo e la salma del tanto esaltato Leone fu lavata negli oli e nei vini, egli venne consegnato ai vermi. E quando si perdette il suono delle campane e tutti gli occhi furono di nuovo asciutti, i prelati, il basso clero, gli ambasciatori dell’Imperatore, i notabili e i cittadini si raccolsero nella piazza di San Pietro per discutere l’elezione di un successore.

Nel nono secolo non si usava scegliere il pontefice in seduta segreta del Concilio Sacerdotale.

Non esisteva un conclave dove un’orda di cardinali, chiusi a chiave in celle oscure, votavano ognuno per sé finché non erano costretti dalla fame pura e semplice ad acconsentire alle richieste della maggioranza. I papi di quel tempo erano eletti nella piazza del mercato affollata, col sole allo zenith e il sangue e il vino che scorrevano copiosamente intorno, mentre le varie fazioni lottavano per il successo a sassate e randellate, invece che con intrighi nascosti. Il pontefice era allora un rappresentante del popolo non meno che i tribuni di Roma antica, e il popolo aveva una parte importante nella sua elezione.

Si sollecitavano apertamente i voti in cambio d’oro, vino o donne, le quali scorrazzavano per la piazza scambiando promiscuamente baci con voti.

Così la morte del papa dava veramente gioia ai suoi sudditi i quali, proprio come l’uomo della strada sotto i governi costituzionali di oggi, non avevano che una proprietà: il voto. E ad ogni votazione il più semplice portinaio ha la possibilità di stringere la mano al governante, di bere il vino dalla sua coppa d’oro, e di godersi gli amplessi delle sue concubine profumate. Secondo San Prudenzio, vi sono nell’Ade giorni nei quali le fiamme eterne si estinguono e cessano i tormenti dei peccatori. I giorni delle elezioni sono qualcosa di simile per le genti della terra.

Soltanto allora ci si ricorda che schiavo e tiranno sono plasmati della stessa argilla comune come l’umile conca e la coppa purpurea; e che sono stati torniti ambedue sulla ruota dallo stesso vasaio.

Mentre a Roma la gente si accalcava e si urtava nella grande piazza, la nostra eroina, che da un pezzo aveva elaborato il suo piano di battaglia, stava come scolpita sull’alta terrazza del monastero di San Martino, con le mani in croce sul petto come Napoleone, e osservava con occhio impaziente le vicende della lotta elettorale. Quell’anno c’erano molti candidati alla corona. Ma i quattrocento studenti di Giovanna, per non parlare dei cortigiani che ne avevano ricevuto i favori e delle donne che ne avevano ammirato la bellezza e l’eloquenza, erano tutti decisamente per lei. Lodavano la virtù e l’altruismo di padre Giovanni, sostenendo che, siccome non aveva nipoti da favorire né un harem da mantenere, era più probabile che avrebbe speso le entrate di San Pietro per i poveri.

La lotta durò per ben quattro ore durante le quali Giovanna impallidì e arrossì alternativamente, finché all’ultimo, sopraffatta dall’emozione, crollò su una panchina di marmo, aspettando il suo destino.

Improvvisamente udì salire al cielo l’alto grido dei suoi sostenitori, che acclamavano nuovo pontefice Giovanni VIII. Questo la riscosse dalla sua apatia trepidante.

Il nuovo papa fremette di gioia tirandosi sulle spalle il manto purpureo e infilando le pantofole portanti la croce. Queste ultime, non è chiaro perché tre volte le si sfilassero dai piedi mentre ella discendeva lo scalone verso il monastero. Forse erano troppo grandi. Forse non gradivano piedi femminili.

Comunque la aspettava di sotto un mulo con la sella dai bordi d’oro, tra una folla di popolo osannante. Giovanna montò immediatamente in arcione e si avviò verso il Laterano, dove fu collocata sul trono d’oro, e le fu posta in capo la triplice corona di Roma, del Mondo e del Cielo, mentre un segretario compilava il decreto dell’elezione e la moltitudine si sgolava a forza di ovazioni. A rendere ancor più splendido il suo trionfo, giunse quel giorno in pellegrinaggio a Roma il Re d’Inghilterra, Ethelwulf: il quale chiese di essere il primo a baciare i piedi al nuovo papa, e di rendere con questo bacio tributari della Santa Sede tutti i suoi domini.

Gli fecero seguito certi ambasciatori di Costantinopoli, i quali avevano portato con sé regali preziosi e la cessione di Siracusa come dono dell’Imperatore Michele. Finalmente Giovanna vedeva compiuto il sogno della sua infanzia. Assisa su un alto trono con dense nubi d’incenso che le si addensavano intorno, volse il viso raggiante sulla folla prostrata, e poi levò gli occhi al cielo esclamando:

— Lioba, Lioba, ti ringrazio!

Il maestro di cerimonia interruppe l’estasi del nuovo pontefice invitandolo a sedere su un basso sgabello, su cui veniva collocato ogni papa dopo la proclamazione, per rammentargli che, se pure portava una triplice corona, nondimeno era soggetto ai più umili obblighi di natura, come l’ultimo dei suoi sudditi. E mentre Sua Santità stava lì seduto i sacerdoti cantavano «Signore, tu innalzi gli umili dal fango», bruciando paglia e canapa per ricordargli che le pompe dorate del mondo erano transitorie quanto la fiamma che accendevano davanti a lui.

Le cerimonie durarono otto giorni interi. Ma mentre i vecchi sacerdoti si strofinavano la bocca sui sandali della nostra eroina, la natura stessa si levò in armi contro tanta profanazione. Il giorno successivo all’incoronazione, sebbene fosse ancora piena estate, le vie di Roma rimasero bloccate da un’abbondante nevicata, quasi che la Città Santa volesse proclamare il lutto indossando il funereo manto invernale. Si ebbero pure molti portenti e presagi in Francia e in Germania. L’Impero tutto fu scosso da terremoti, mentre in Bresse cadde una pioggia di sangue e in Normandia una grandinata di locuste morte. Perfino le civette e i nottoloni che infestavano i tetti del Vaticano stridettero per tre notti di seguito nel modo più sinistro, come le oche del Campidoglio quando Roma fu minacciata dai Galli. Ho raccolto da vari cronisti e riportato questi presagi per giustificare un po’ San Pietro, dato che gli eretici lo hanno accusato di non aver difeso con questo o con quel miracolo il suo trono profanato. L’Apostolo difficilmente avrebbe potuto essere più esplicito, in particolare se si considera che, secondo il Sirach, «Super mulierum bonum non est signum».

Quando, dopo tanto turbinare di sensazioni nuove, Giovanna si trovò finalmente sola distesa sul grande letto papale, nella grande stanza in mezzo a tanto silenzio e magnificenza ed effluvi di specie diverse, non fu capace di dormire, sebbene il baldacchino color porpora rassomigliasse in tutto a un altare a Morfeo. Il dolore, la gioia e il caffè hanno press’a poco lo stesso effetto sulle palpebre. Alessandro Magno, il quale dormì così saporitamente alla vigilia di una battaglia di cui non ricordo il nome, probabilmente non riuscì a dormire affatto dopo la notte della vittoria. Infatti, perché si dovrebbe andare in cerca del sonno o dei sogni quando accade che la verità, o la "realtà", come noi la chiamiamo, sia assai più dolce tanto dell’uno che degli altri? Chi può ricordare senza emozione ed entusiasmo la notte insonne trascorsa dopo aver vinto una lotteria, o dopo essere stato incoronato d’alloro per la composizione di una poesia, o dopo aver baciato per la prima volta la propria innamorata? Giovanna buttò via le coperte trapunte d’oro del letto e corse scalza per le stanze. In ogni angolo il cristallo, l’oro, il marmo azzurro e il porfido scintillavano sorpresi dal raggio della sua candela.

Gli appartamenti papali erano alquanto simili al Paradiso descritto da San Giovanni il quale, da buon semita, stimolò la cupidigia dei suoi compatrioti raffigurando la dimora dei beati come lastricata d’oro e di diamanti. Tale descrizione contribuì non poco alla diffusione della fede cristiana, perché chiunque logicamente preferiva un ricco Paradiso ebraico a un povero Eliso dove, in luogo di perle e zaffiri, uno avrebbe trovato soltanto boschetti di mirto, limpidi rivi e porte d’avorio.

Giovanna, camminando per le camere, provò un piacere inesauribile mentre contava i diamanti e gli smeraldi sulla statua della Vergine, soppesava con la mano le coppe ingemmate, e studiava le decorazioni e il meccanismo dell’orologio arabo presso il suo letto. Più tardi andò a un tavolino dove era stato approntato uno spuntino per l’eventualità che Sua Santità sentisse fame durante la notte. Bevette un bicchiere del dolce vino del Vesuvio che i pii Italiani chiamano lachryma Christi: un vino per cui qualsiasi vero amatore darebbe il sangue delle proprie vene fino all’ultima goccia. I fumi del vino, mescolandosi con quelli dell’ambizione crescente in lei, esasperarono al massimo il suo senso di ebbrezza. Se in quel momento fosse apparso il Gran Maresciallo di palazzo per intimarle di sedere sulla sedia stercoraria, o se il servo di Filippo avesse detto: «Ricordati che anche tu sei uomo», avrebbe risposto che erano bestie e idioti. Trovando quel vasto appartamento troppo angusto per una della sua statura spirituale, spalancò la finestra, e guardando fuori, oltre Roma addormentata, cercò invano di richiamare alla memoria qualche figura storica che potesse lontanamente paragonarsi a lei. Molte donne prima di lei avevano cinto la spada o la corona. Ma in coscienza non si possono paragonare appassiti allori marziali o effimeri regni terreni a quell’autorità papale che conferiva a una persona la signoria assoluta, per diritto divino, sull’anima e sul corpo degli uomini, oltre che alla sovranità sul mondo, sul Paradiso e sull’Ade. E chi oserebbe paragonare Semiramide, Morgana o l’Aurelia Parthenos a una Giovanna? Non abbiamo alla mano altro termine di paragone. Tuttavia, ogni volta che un essere umano eccelle sopra i suoi simili, noi tendiamo a paragonarlo a questa o a quella bestia: a un toro se fu un grande re, a un asino se fu un prode generale, a una volpe se fu illustre come diplomatico.

Ma quale analogia animale si può cercare per colui che diventa papa? Il freddo del primo mattino e il raglio degli asini che portavano in città i prodotti del mercato per i suoi sudditi, richiamarono Giovanna alla realtà. Chiusa la finestra, si ritirò a letto. Quel giorno fu svegliata alle dieci, secondo la usanza papale, e dopo essersi lavata le mani si affrettò a riprendere le sue vesti regali. Nel giro di pochi giorni aveva raggiunto una padronanza perfetta dell’arte del papismo. Alla fine di quella settimana, dal modo come ella sedeva sul trono apostolico, il più ottuso degli individui avrebbe potuto leggerle in fronte il motto: «Non avrai altro Dio fuori che me». Nessun altro pontefice prima di lei aveva porto ai fedeli la punta dei piedi da baciare con tanta esemplare umiltà; ma Giovanna, come donna, si era abituata da molto a un tal genere di cose. Non meno meravigliosa era l’abilità di cui dava prova nel fondere l’autorità temporale con quella spirituale, esigendo tributi in nome di Gesù e vite umane in nome del boia; e prima e al di sopra di tutto ciò, nel confiscare, sequestrare, incarcerare, e adempiere a tutti i doveri connessi con l’arte del governo. Non devi supporre, caro lettore, che io metta queste cose per iscritto con spirito denigratorio.

Giovanna si stava semplicemente sottomettendo alle esigenze della sua posizione con cristiana pazienza.

La donna, questo amalgama incarnato di amore, devozione, pietà e ogni altra soave virtù, sa, quando sia chiamata a farlo, letteralmente procedere nel sangue come fosse un bagno profumato.

Le Vestali, le antiche monache di Roma, spesso condannavano pollice verso il gladiatore sconfitto nell’arena; Santa Irene mise a morte decine di migliaia di esseri umani e perfino acciecò suo figlio; le venerate regine Elisabetta d’Inghilterra e Caterina di Russia usarono la scure e il knut con la stessa disinvoltura con cui usavano il ventaglio. E i papi per diritto divino, se non per ordine divino, seguivano lo stesso costume. San Pietro un giorno, affamato, andò in estasi e si vide spiegata davanti una tovaglia di lino con sopra tutti i bipedi, quadrupedi, e rettili del creato. Nello stesso istante udì una voce che gli diceva: «Sorgi, Pietro, sacrifica e mangia».

Questa fu, si può dire, la prima rivelazione che i papi ebbero intorno alla loro autorità terrena, e nei tempi di poi essi sorsero, sacrificarono e mangiarono allo scopo di imitare l’Apostolo fin nei minimi particolari. Infatti i ricchi avevano ormai venduto tutto quello che possedevano, deponendolo ai piedi di Pietro, il quale impoveriva tutti pur continuando a fingere di arricchire i bisognosi. E se nel Medio Evo essi uccidevano talvolta il loro prossimo, lo facevano perché a quei tempi la fede nella vita eterna era abbastanza forte da scacciare qualsiasi scrupolo di coscienza nei confronti degli esseri umani che mandavano al rogo. E a prescindere da ciò, i papi erano certi che anche gli Apostoli avrebbero accondisceso allo sterminio dei loro simili se avessero avuto carnefici e legna a sufficienza.

Giovanna, secondo la testimonianza degli storici, fu un buon papa, almeno agli inizi, e difese tutte le tradizioni dei suoi predecessori, al tempo stesso ordendo infaticabile la sua trama di casistica e di dogmi che tanto abilmente sottraeva il Gelo alla vista dei pii cristiani. Ma quasi nessuno si curò di indagare più a fondo. Gli antichi Romani poco esigevano dai loro imperatori oltre al pane e agli spettacoli nell’arena; e i loro discendenti avevano più o meno le stesse pretese nei confronti dei papi.

Questi tardi spettacoli a Roma, naturalmente, erano interamente dedicati alla religione; e la nostra eroina – o meglio Sua Santità papa Giovanni VIII – giovane, raffinata e amante della pompa, rendeva splendide per quanto poteva queste rappresentazioni estremamente prolisse. Giorno e notte saliva al cielo il fumo dell’incenso, ardevano le candele, suonavano le campane e si potevano udire le grida della folla. Soltanto le signore di Roma si lamentavano qualche volta che il pontefice non avesse mantenuto fino in fondo la sua originaria promessa; ma speravano che egli avrebbe presto imparato ad emendarsi, e ad affidare a loro le chiavi del suo tesoro e del suo cuore.

La nostra eroina fu in preda all’ebbrezza del potere per due anni, durante i quali ordinò quattordici vescovi, edificò cinque chiese, aggiunse un nuovo articolo al Credo, scrisse tre libri contro gli iconoclasti, tonsurò l’Imperatore Lotario, ne incoronò il successore Luigi e compì molte altre gesta memorabili che le cronache del tempo registrarono con l’ammirazione che si conviene. Ovviamente, quegli storici i quali preferiscono non credere che Giovanna divenisse papa, attribuiscono tali atti parte al suo predecessore e parte al suo successore; o altrimenti, più semplicemente, li cancellano del tutto dai documenti di storia papale.

Analogamente i borbonisti datano il regno di Luigi XVIII a partire dalla morte di suo fratello, ignorando il regno e gli allori di Napoleone quasi che non valesse la pena di prenderli in considerazione. Dovessero prevalere fino alla fine i discendenti di San Luigi, e riuscire ad abbattere tutte le statue del Corso cancellandone il nome da ogni libro, come hanno fatto i cattolici con Giovanna, chissà se, col passare degli anni, scopriremo magari che il titano è diventato una figura leggendaria, allo stesso modo in cui consideriamo i titani che lo precedettero creature mitiche le quali ammucchiavano montagne e ponevano l’assedio al Cielo? E dopo qualche migliaio d’anni, forse, quando la Francia sarà ridotta come la Grecia a una terra di echi e di memorie, non mancherà qualche archeologo curioso il quale cercherà testimonianze su Napoleone come oggi noi cerchiamo testimonianze su Giovanna. Probabilmente, informerà i suoi lettori che nelle oscure latebre della storia visse una volta un uomo coraggioso chiamato da alcuni Napoleone e da altri Prometeo, il quale aveva tentato di spodestare i sovrani e di usurparne l’autorità; e che per punizione era stato inchiodato a una roccia nel deserto all’altro capo del mondo, dove uno spaventoso avvoltoio chiamato Hudson Lowe gli divorava i visceri. Ma ritorniamo a Giovanna.

Le posizioni più eccelse della società assomigliano a montagne, in quanto presentano a distanza un aspetto armonioso e invitante, talora avvolgendosi in una nube virginale o scoprendo un volto aureo o purpureo, per tentare l’arrampicatore ambizioso a salirvi. Ma appena uno ne raggiunge la sommità, si trova circondato da cardi, spine o bestie feroci; e nel caso dell’Attica, anche da briganti.

La nostra eroina non era stata per molto sul trono di San Pietro prima che tale analogia la colpisse con la sua evidenza. Si trovò circondata giorno e notte da segretari adulatori, da arrivisti e da avidi seccatori che sembravano girarle intorno come avvoltoi intorno a una carogna. Presto si annoiò di porgere i piedi perché quelli vi si prostrassero davanti, e incominciò a ricordare con vivo rimpianto quei mattini d’oro e di miele quando offriva ai baci ardenti di Frumenzio non i sandali ma le labbra vermiglie.

Giovanna ora si stava disgustando dell’odore d’incenso: come un cuoco si disgusta dell’odore di quaglie arrosto. Si scopriva a sbadigliare, ora, quando indossava le vesti ricamate d’oro per celebrare qualche cerimonia all’altare di San Pietro, o quando dalle altezze vertiginose del balcone in Vaticano benediceva il popolo e il mondo.

E mentre i fumi dell’ambizione lentamente si disperdevano, gli antichi desideri si risvegliarono dal sonno. Le calamità addolciscono il cuore della donna, l’ozio e la buona tavola infiammano le passioni come olio sul fuoco. Era questa consapevolezza che spingeva gli antichi Egizi a porre un limite al desiderio di pane, carne e sonno dei loro sovrani: e così li tenevano all’altezza del loro compito.

Ma i successori di San Pietro vivevano in modo assai differente, dormivano su piumini di cigno, e demolivano piramidi di pernici ed ecatombi di cervi. Nei giorni di astinenza tale dieta veniva sostituita con pesci alati, cioè oche e anatre. E si limitavano, invece che ai pomi dell’Eden (che i rabbini sostengono contenere più cantaridina che torsolo), a uova ripiene, bulbi, ostriche, funghi e altre leccornie.

Tutto ciò aveva fatto ormai della nostra eroina quel tipo di monarca costituzionale che, come gli dèi di Epicuro, russa comodamente sul suo trono eccelso e offre alle cesoie ministeriali il dorso velloso dei propri sudditi: come il Dio manicheo che cedeva il mondo alla discrezione di Satana.

Frattanto a Roma le cose non andavano come sarebbero potute andare: i forzieri di Leone erano stati spremuti, e il loro contenuto era stato convertito in destrieri, cerimonie, banchetti e vitalizi.

I custodi del Tesoro, però, sebbene lo avessero vuotato da un pezzo, non avevano nessuna fretta di mollarlo.

Imitavano Diogene il quale, dopo avere vuotato una botte di vino, vi si rinchiuse dentro. Il Serenissimo e Santissimo Giovanni VIII, annoiatosi degli affari di Stato, dei sudditi, delle bolle, delle encicliche e di altri sollazzi papali, si ritirò a Ostia che era la Corfù del tempo; e colà fra una folla di allegri preti dalle guance lisce, trascorse giorni spensierati, cullato dall’azzurro delle onde mediterranee e dalle melodie di flauti, violoncelli, violini e lire portati dagli eunuchi che lo seguivano dovunque.

Giovanna era al grande bivio della sua vita, come Dante quando incontrò nella foresta il leone, la lonza e la lupa.

Ma lei, per parte sua, si sentiva braccata da altre belve: belve, per la donna, non meno terrificanti dei lupi e delle lonze. Alludo all’appressarsi dei capelli grigi e delle rughe.

Sentiva che la sua bellezza era al canto del cigno. Però, sebbene avesse gustato tanto del frutto proibito, conservava ancora denti bianchi e splendenti; e il desiderio, che era stato soffocato dall’ambizione, ricominciò a formicolarle nei seni che, fra l’altro, erano più belli e più sodi che mai. Spesso, quando a un banchetto i suoi bei cortigiani le stavano raccolti intorno, lasciava scorrere l’occhio lungo le file di questi Adoni in abito talare, come Caterina quando passava in rivista la sua guardia reale, e si chiedeva a quale dovesse aggiudicare la mela e come meglio potesse farlo. Altre volte, riflettendo sulla gravità di un atto tanto audace, si ritraeva spaventata, come un sovrano costituzionale di fronte a un decreto arbitrario. Per il vero, non era l’empietà a preoccuparla più che tanto; ancora meno aveva paura del Tribunale Celeste che punisce l’incontinenza col fuoco eterno e cuoce nello stesso calderone bollente chi ha arrecato dolore a fianco di chi ha arrecato piacere. Avendo ormai al proprio attivo una discreta esperienza, Giovanna, che era una ragazza intelligente, trovava difficoltà a credere che Dio ci avesse posto davanti agli occhi tante buone cose soltanto perché noi dovessimo resistervi: la vita non era come un banchetto inglese dove non si deve toccare l’uva che orna la tavola. Ma aveva paura dello scandalo, della gravidanza e delle malignità: i tre custodi della castità femminile. (Se gli uomini fossero sterili come i muli e muti come i pesci, poco avrebbero da sorvegliare queste tre sentinelle, credo.) Giovanna comunque lottò per due mesi interi contro il demonio.

Cosparse il letto di foglie dell’agnus castus, come gli Ateniesi alle feste di Demetrio; o beveva pozioni di ninfee o di cuori di lattuga, secondo il consiglio di Plinio. Seguiva le prescrizioni di San Giovanni il Digiunatore e non trascurava nessuna delle droghe medievali che potevano aiutarla a reprimere e a trattenere i desideri giovanili che spuntavano ancora una volta nel suo corpo di quarantenne come fiori sulle rovine.

Ma simili desideri sono come la calce viva: più li spegni, più bruciano.

Dopo ogni vittoria sulla carne, Giovanna invece di cantare inni trionfali, si trovava a piangere sulle occasioni perdute. «Un’altra vittoria come questa e sono perduto», si dice abbia detto Pirro mentre contava i suoi soldati caduti.

Giovanna ripeté a se stessa queste parole quando, dopo una notte insonne, si strappò dalla bella testa tre capelli grigi. Certamente, pensò vedendo la sconfitta che la fissava in volto, certamente era inutile prolungare la battaglia. Aveva già scelto il suo conquistatore. San Leone, nell’esalare l’ultimo respiro, aveva affidato alle sue cure l’unico figlio che aveva generato, o meglio il nipote (poiché a Roma i figli dei papi si chiamavano nipoti, specie se si dava il caso che i papi in questione fossero santi). Il giovane allora era ventenne, biondo come un cane spartano e devotissimo a Giovanna. Ella lo aveva innalzato alla carica di ciambellano privato, che a quell’epoca era un titolo molto ambìto.

Il giovane si chiamava Fioro, e dormiva sempre nella stanza vicina alla camera apostolica, in modo da poter accorrere dal papa al primo squillo del piccolo campanello d’argento a fianco del letto.

Giovanna, come gli antichi Ateniesi, era abituata a mandare ad effetto le proprie decisioni senza indugio. Ma stavolta si trovò temporaneamente in preda a un certo imbarazzo. Aveva bisogno di un pretesto che consentisse a lei, papa, di porgere ai baci di quel giovane innocente qualcosa più che i piedi.

Parecchie volte, a mezzanotte, lasciando il letto, entrava in punto di piedi nella stanza dove dormiva il predestinato successore di Frumenzio.

E lo osservava per ore, facendo schermo alla lampada con le mani, come una volta Selene aveva coperto di nuvole i propri raggi quando aveva visitato il pastore di Latmo. Una notte, tuttavia, raccolse abbastanza coraggio da toccare colle labbra la fronte del dormiente: ma fuggì terrorizzata quando lo vide sbattere le palpebre. Il giorno dopo il buon Fioro annunciò ai suoi amici che una visione notturna in camicia da notte lo aveva visitato durante il sonno.

Ma erano tanto comuni a quell’epoca le visioni, i fantasmi e i sogni, che la maggior parte dei suoi ascoltatori non mostrò sorpresa alcuna e molti gli sbadigliarono in faccia.

Nondimeno, Fioro era convinto che quell’apparizione fosse davvero qualcosa fuori dal comune, e la notte successiva giacque tremante nel letto, incapace di prender sonno.

Tutto era silenzio negli appartamenti papali, se si eccettuano le civette e gli orologi, quando il suo orecchio colse un fruscio simile al volo di un uccello notturno o ai movimenti di una fanciulla che si affrettasse al primo appuntamento, timorosa che si potesse udire lo scalpiccio dei suoi passi. La porta si aprì dolcemente come per effetto di un lieve colpo di vento e di nuovo l’apparizione si avvicinò al letto, in punta di piedi. Fioro sentì la camicia da notte inumidirsi di un sudore freddo come le acque dello Stige. Alludo naturalmente al fiume dell’Arcadia e non a quello dell’inferno, che era caldo.

L’oscurità accrebbe il suo terrore. La visione sembrava brillare di luce propria e, come un fantasma, non portava lampada in mano. Egli poteva solo vagamente distinguere la forma al chiarore del fuoco che ardeva sotto la cenere, ma a mano a mano che essa si avvicinava al letto, gli appariva come una bianca nube calante. Infine fu in piedi presso il letto, nube, fantasma, vampiro, Giovanna. Incoraggiata dalla assoluta immobilità del dormiente, ella incominciò molto delicatamente a lambire con le labbra la pelle morbida del frutto proibito. Non osò addentarlo.

Questo caldo contatto dissolse immediatamente il gelo che era sceso nel sangue del ragazzo; riprendendosi egli tese entrambe le braccia per afferrare il fantasma, che però riuscì appena a sottrarglisi e a fuggire. Nelle sue mani rimasero una camicia strappata e alcuni capelli biondi. A questo punto il buon Fioro non si accontentò delle spoglie: il suo sangue era eccitato e la sua curiosità pure.

Inseguì l’apparizione che sgusciò veloce nella camera da letto, dove continuò a girare in cerchio finché all’ultimo incappò con un piede in un lembo della propria veste e cadde lunga distesa sul pavimento, sotto la finestra aperta. Fioro allungò le braccia. Invece di imbattersi in ossa, larve, marciume o qualunque altra caratteristica del vampirismo, le sue mani trovarono una pelle calda e liscia che sembrava ricoprire un cuore vivo e palpitante. Mentre faceva ciò, la luna sbucò da dietro le nuvole e illuminò in pieno il volto e i seni nudi del Serenissimo e Santissimo Pontefice Giovanni VIII.

Qui, caro lettore, se volessi potrei prendere a prestito qualche opportuna oscenità dall’abate Casti, dal santo Pulci, o dal molto reverendo Rabelais, per ingrassare la mia storia. E non ci starebbe male: essa si è rinsecchita come l’albero di fico colpito del Nuovo Testamento. Ma non essendo né un teologo né un prete, e neppure un facente funzione di diacono, non mi sento in diritto di insudiciare le mie mani o le tue orecchie. Il creatore di Don Juan si trovò all’incirca nella stessa situazione imbarazzante quando la mano del suo eroe, dopo lungo inseguimento, poté riposare, cullata dolcemente come l’Arca sull’Ararat, sul bianco seno della terza o quarta delle sue eroine. E non vedendo affatto chiaro come proseguire e allo stesso tempo rimanere il se stesso modesto di sempre, Byron abbandonò il poema e la poesia, e per disperazione divenne misantropo e filelleno, e se ne andò a farsi seppellire in una palude a Missolonghi. Ma siccome questo è un puro e semplice resoconto di eventi, io mi sento in dovere di ammettere che le cose andarono così bene per Giovanna e Fioro, dopo le necessarie confessioni e spiegazioni, da far diventare addirittura scarlatte per la vergogna le guance della Vergine che essi si erano dimenticati di coprire. Quelle di San Pietro divennero verdi per la collera. E l’immagine del Crocifisso cadde a terra e andò in frantumi mentre l’angelo custode di papa Giovanni VIII, fino ad allora beatamente ignaro che depositario delle chiavi celesti fosse una donna, se ne volò via in cielo con sdegnati colpi d’ala.

Si fosse consumato quest’atto abominevole di giorno, non ho dubbi che avrebbe provocato una eclissi solare. Siccome però ebbe luogo di notte, i cronologisti devono accontentarsi di narrare come una nube insanguinata circondasse la luna.

Secondo altri, il presagio fu rinviato al giorno dopo, quando gli abitanti della città eterna attesero invano che spuntasse la stella del mattino. La notte, in verità, fu tre volte più lunga del normale, come quella in cui Zeus generò Ercole. Ma si dubita che Giovanna la trovasse noiosa, se solo si considera che, secondo le parole di Salomone, «né l’Ade né il fuoco né l’amore di donna può essere estinto».

Il mattino seguente a quella triplice notte il papa comparve davanti ai suoi cortigiani e aveva un aspetto veramente raggiante: tutto intorno le sue labbra e le sue mani elargivano benedizioni e favori. Tale esuberanza papale trovò riflesso immediato nelle facce dei cortigiani, i quali risollevarono le teste malinconiche come il grano quando la pioggia interrompe un lungo periodo di siccità. In quel solo giorno il Capo della Cristianità distribuì quattro vescovati, ordinò sedici diaconi, aggiunse due Santi al calendario, sottrasse cinque criminali alla forca, e venti eretici al rogo. E ancora rimpiangeva di non avere le cento braccia di Briareo per moltiplicare le sue indulgenze. Più tardi Giovanna si recò in chiesa per ricevere gli ambasciatori del Principe di Ansigisa i quali impetravano il suo aiuto contro i Saraceni: il che ella concesse immediatamente. E mentre compiva tutte queste azioni, i suoi occhi inconsciamente cercavano ancora e ancora quelli di Fioro, mentre lo spirito di lui le aleggiava intorno alla testa come un’ape intorno a un fiore. Si sorprese a ripetere, con il re profeta: «Chi darà a me ali per volare come alle colombe, chi mi offrirà riposo?».

Per due mesi interi continuò a galleggiare come un cigno sulle acque del piacere inesauribile, adorata dal suo nuovo amante, anche se era giunta a quello stadio della vita in cui di solito si incomincia a sfogliare a ritroso il libro del desiderio. Fioro era nell’età beata in cui anche le spine sembrano fragranti, e tutte le donne sembrano belle. A loro offriamo avventatamente il cuore, come un dono, a loro vendiamo all’asta i baci al minimo cenno. Infatti siamo come l’assetato per il quale non fa differenza se il bicchiere che beve sia salaticcio o torbido, purché lenisca la sete. E la nostra eroina, per quanto quarantenne, era tutt’altro che priva di fascino. I suoi denti erano ancora più bianchi dei capelli.

E quanto alla lanugine vellutata e alla fragranza della giovinezza, la natura vi aveva sopperito con quella pienezza voluttuosa e quella dovizia di attrattiva che tanto affascinano l’adolescente alla ricerca di un’abile iniziatrice.

Un certo numero di critici (non so dire se ortodossi o meno) preferiscono l’Odissea all’Iliade. Ci sono pittori che preferiscono le rovine alle costruzioni abitabili; e ci sono dei buongustai che preferiscono la selvaggina molto frolla. Per lo stesso ordine di motivi molti seguaci di Salomone sostengono che le amanti più mature sanno dare maggior sapore al frutto proibito, e abbellire la via che conduce ad esso, come i Gesuiti abbelliscono quella del Paradiso.

Petrarca da vecchio raffigurò come donna ideale colei che riunisce in sé la maturità e lo splendore della giovinezza, e invano si affannò per giardini e boschetti nella ricerca di una simile chimera che egli chiamava «frutto maturo su un albero in fiore».

Ma Fioro, per allora, era ben lontano da simili meditazioni e non avrebbe barattato la sua Giovanna quarantenne per due vergini ventenni.

L’estate trascorse lentamente, ma Sua Santità non dava segno di volersi muovere di lì. Le foglie dell’autunno si ammucchiavano intorno ai tronchi degli alberi, il mormorio del mare divenne ringhio e ruggito, i lupi discesero dalle montagne, eppure, malgrado tutto ciò, la felicità e la tenerezza dei due amanti rimasero quelle delle colombe selvatiche in primavera. Una quantità di filosofi ha cercato di vedere in sintesi cos’è che distingue l’uomo dagli animali.

Gli Ebrei asserivano che non c’è alcuna differenza. I Cristiani affermarono che l’uomo ha l’anima. I filosofi lo rappresentarono come un animale razionale, mentre Aristotele diceva che starnutisce più spesso degli altri animali. Ma assai più intelligente di tutte queste elucubrazioni fu l’osservazione di Socrate il quale notò che l’uomo supera gli animali in una cosa: ciò che questi fanno in primavera soltanto, l’uomo medio lo fa per tutto l’anno.

Zeus, per giustificare le sue istanze coniugali un po’ troppo prepotenti, ne addossava tutta la colpa all’influsso della primavera e pretendeva assolutamente di veder crescere i fiori ogni volta che desiderava «entrare in comunione» con Era. Ma Giovanna, incapace di compiere un tal miracolo, sostituì ai raggi del sole invernale fascine e candele, alla fragranza dei fiori aloe e cinnamomo, e al canto degli uccelli musica di flauti e la propria limpida voce.

Banchetti, dadi, scimmie, mimi, buffoni e altri divertimenti si susseguivano tanto da vicino, al palazzo papale, da pestarsi i piedi l’uno con l’altro. Alcune fonti citano pure il canto dei baccanali e il trapestìo chiassoso dei ballerini echeggianti per i corridoi. Al mattutino il pontefice non compariva più. Seguiva la regola di Salomone, «a che giova levarsi presto?»; e componeva preghiere, liturgie e funzioni proprie, sul modello del Testamento che vieta al cristiano ciò che non ha senso.

Una volta un qualche re di Persia – Ciro, Cambise, Serse e Cosroe, non ricordo esattamente quale – offrì un premio a chiunque sapesse insegnargli un nuovo piacere. Per parte mia sarei più che soddisfatto di quelli che sono esistiti dalla caduta di Eva in poi, ma questi hanno l’inconveniente di non durare. O la coppa del nettare è fuori di portata quando abbiamo sete, oppure il suo dolce contenuto si è trasformato improvvisamente in aceto, e noi ne distogliamo gli occhi con disgusto. Una delusione di questa specie era riservata a Giovanna la quale, con tutte le vele spiegate ai venti nell’alto mare del piacere, navigava a una velocità fantastica, quando inaspettatamente si imbatté in uno scoglio invisibile di cui da un pezzo aveva cessato di preoccuparsi.

Dopo tanti anni con Frumenzio e coi suoi rivali, era arrivata alla conclusione che il frutto proibito non aveva cattivi effetti sulla sua robusta costituzione. E siccome da tempo non apriva il libro delle Scritture, senza dubbio aveva dimenticato che quasi tutte le eroine bibliche, Sara, Rebecca, Rachele e le altre, erano state sterili fino a tarda età, quando incominciarono a rivelarsi come profeti e patriarchi.

Fu dunque estremamente sorpresa quando notò i sintomi descritti nel quarto libro di Aristotele, i quali le annunciavano (come l’angelo alla madre di Sansone) che la Colomba era discesa nel suo grembo. Ma laddove l’ebrea aveva esultato al primo calcio della sua creatura, Giovanna lasciò cadere la tazza che aveva portato alle labbra e abbandonò sconvolta la stanza, mentre gli invitati applaudivano e si rallegravano per il vino versato come per un lieto presagio. Corsa in camera, vi si rinchiuse dentro e incominciò a lamentarsi della cattiva sorte.

Quella notte, molte ore dopo che tutti gli occhi si erano chiusi negli appartamenti pontifìci, Giovanna insonne se ne stava ancora col mento fra le mani, come San Pietro dopo aver rinnegato Gesù, cercando invano una via d’uscita. A momenti considerava la possibilità di lasciare Roma del tutto, abbandonando le chiavi celesti, e fuggire con Fioro in qualche angolo remoto della terra; in altri decideva di tentare, con esorcismi o pozioni, di sloggiare l’inquilino importuno dal proprio corpo. Ma sia l’una che l’altra alternativa presentavano un problema, in quanto ella non desiderava né abbandonare il trono apostolico né mettere in pericolo la propria vita.

Cercò invano una soluzione dell’enigma. Si sentiva la testa pesante, le orecchie che ronzavano, e il suo campo visivo era attraversato da quelle luci e faville che, secondo lo Stagirita, sono segni certi di gravidanza. All’improvviso si udì un gran rumore d’ali ed ella, alzando il capo, vide, in piedi davanti a sé, un giovane con bianche piume in una veste scintillante e con un’aureola intorno alla testa. Nella destra reggeva una candela rossa e nella sinistra un calice.

La nostra eroina non aveva mai prima d’allora contemplato un angelo, se non nelle immagini. Era talmente scombussolata che non si alzò neppure, né lo fece accomodare. Comunque il messo celeste, dopo aver indugiato soltanto per ripiegare le ali e rimetterle a posto, e per scostare i capelli biondi dagli occhi, fissò uno sguardo severo sull’infelice papessa e disse: — Giovanna, questa candela simboleggia l’eterno fuoco dell’inferno per aver violato la legge, mentre questo calice simboleggia morte prematura e infamia in terra. Scegli fra loro.

Tale alternativa celeste gettò in gran turbamento Giovanna, che esitò a lungo come Davide quando gli fu chiesto di scegliere fra la fame, la guerra e la peste. La paura della morte e la paura dell’Inferno lottavano per la supremazia nel suo cuore come Esaù e Giacobbe nel grembo di Rebecca. In principio tese la mano alla candela, decidendo di sacrificare la vita futura per amore del presente; ma gli spiriti dell’abisso, sempre presenti a queste scene invisibili, si manifestarono con tanta evidenza e disegnarono una tale tristezza sul volto dell’angelo, che ella, pentitatisi della sua scelta, ritirò nuovamente la mano tendendo l’altra per afferrare il calice della morte e della vergogna. Lo prese da lui e lo vuotò fino alla feccia.

Questi eventi, caro lettore, sono esattamente come furono narrati dal cronista. Tu, se appartieni alla scuola che interpreta i miracoli delle Scritture come risultati di cause naturali, al modo che Platone interpretava la mitologia, e ritieni che l’angelo il quale porgeva il giglio alla Vergine fosse in realtà un amante travestito, e che Lazzaro fosse profondamente addormentato quando Gesù lo svegliò; se, come ho detto, appartieni a questa schiera, certo non crederai che Giovanna vide in sogno un angelo. Dirai che qualche diacono faceto, a conoscenza del suo segreto, si mise un paio d’ali per spaventarla.

Se preferisci il metodo di Strauss, tuttavia, potresti passare il tempo a chiamare miti i miracoli della Bibbia, invece che tentare di chiarire l’inesplicabile. Quanto a me, che non appartengo a nessuna di queste due scuole, preferisco accettare le cose come le trovo; come annota Salomone, «i semplici in verità credono ogni parola».

Quando, il giorno dopo, Fioro entrò nell’appartamento papale, trovò Sua Santità stesa sul tappeto tormentata dalle convulsioni. Il povero ragazzo cercò inutilmente, novello Pigmalione, di restituire calore alle labbra fredde e atterrite della amata. Per quindici giorni, ora, Giovanna rimase a letto, in bilico tra la vita e la morte; e quando infine si alzò dopo quella lunga agonia, andò immediatamente a Roma e si rinchiuse nella sua cappella privata, vietandone l’ingresso a tutti, compresi i raggi del sole. Lì fu perseguitata giorno e notte da fantasmi sinistri, come Saul dopo aver visto l’ombra di Samuele. Si alzava bruscamente, in un bagno di sudore, al cigolio di una porta, o sveniva all’udir gridare una civetta o un nottolone dai tetti del Vaticano.

La vista degli abitanti del cielo non è mai stata di alcun profitto per i miseri mortali che ebbero la possibilità di avere delle visioni.

Selene fu incenerita dai raggi di Zeus, il santo Nikon rimase semiaccecato dallo splendore della Vergine, San Paolo fu accecato dall’incandescenza di Gesù e Zaccaria restò muto dopo la dipartita dell’angelo. Gli Ebrei, in effetti, avevano una tal paura di siffatte visioni che ogni sera, prima di addormentarsi, chiedevano all’Altissimo di proteggerli dalle cose «che camminano di notte».

Ma mentre il pontefice tremava di fronte agli abitanti dell’altro mondo, nemici più potenti incominciarono a minacciare la sua autorità in questo, mentre la collera dei Romani contro di lui aumentava di giorno in giorno. Gli Italiani di allora non erano come i popoli dei Paesi costituzionali di oggi, i quali considerano il re come un mero ornamento architettonico che abbellisce l’edificio politico, come una statua, diciamo, sulla sommità di un tempio.

Avevano una conoscenza dei sinonimi molto approssimativa. Non erano arrivati al punto di saper distinguere fra le parole "regno" e "governo".

Chiedevano che il loro capo governasse, come chiedevano che i loro cuochi cucinassero. Vedendo le casse dello Stato vuote, le chiese deserte, i monasteri trasformati in taverne, i Saraceni che saccheggiavano le coste e i briganti accampati nei sobborghi della città santa, i poveri Romani si domandarono prima con stupore, poi con impazienza e infine con ira che cosa stesse facendo del proprio tempo Sua Santità mentre tanti nemici erano all’opera. Stava lasciando che la sua spada si arrugginisse nel fodero? I devoti si lagnavano perché non venivano più impartite benedizioni e i mendicanti perché non si distribuiva la loro elemosina quotidiana di lenticchie, mentre i fanatici lamentavano il fatto che da ben sei mesi non si bruciava uno stregone né un eretico. E gli ossessi, gli storpi e i paralitici volevano sapere poi, perché mai il papa avesse smesso di compier miracoli. Ma la fazione più accesa era composta senz’altro dai preti che avevano subìto degli espropri, dai cancellieri e custodi rimasti senza posto a Corte, dai parassiti allontanati dalle cucine papali; e più virulenti ancora erano i mezzani e i barbieri che non potevano capire perché venivano esclusi dal palazzo dove il fare la barba e il procurar donne era sempre stato fra le tradizioni riconosciute. Tutte queste persone, che ad ognuno avevano offerto devozioni, ingegno, rasoi, e i loro clienti, vedendo che c’era poco da sperare, divennero dei decisi rivoluzionari. Siccome non potevano più immergere il cucchiaio di corno nel brodo papale, cercavano ora di rovesciare la pentola: come quegli Indiani che abbattono gli alberi per mangiarne i frutti.

Perfino la natura, quell’anno, sembrò aver assunto un atteggiamento in qualche modo rivoluzionario.

Il Tevere sfondò gli argini e trascinò nel suo corso recinti, barche, torri e ponti. Sebbene si fosse già a metà maggio, i fiori si dimenticarono di sbocciare e le ciliege di maturare.

Gli uccelli, silenziosi e scoraggiati, se ne stavano appollaiati sui rami degli alberi, come i galli di Gerusalemme durante la settimana di Passione. Ma i presagi di gran lunga più terrificanti, per i Romani, furono le nubi di locuste che piovvero in quantità tale da offuscare per otto giorni i raggi del sole, mentre il fragore delle loro ali era simile al rumore dei cocchi in guerra. Questi flagelli avevano sei ali, otto zampe, chiome lunghe come le donne e pungiglioni acuti come scorpioni.

Non sono sicuro se tale descrizione sia rigorosamente storica, o se gli annalisti l’abbiano rubata dall’Apocalisse, secondo il sistema degli Evangelisti, i quali presero a prestito dall’Antico Testamento, per scrivere il Nuovo.

In ogni modo queste locuste erano talmente voraci che, dopo aver distrutto il grano e le foglie degli alberi, sciamarono nelle case e perfino nelle chiese dove divorarono il pane esposto sugli altari e anche le candele di cera. Mangiate queste, incominciarono a divorarsi le une con le altre e combattevano nell’aria con tanto accanimento che il loro corpi morti cadevano più fitti della grandine in autunno. Nessun Romano osava muoversi da casa senza un ombrello o un elmo. Questa peste finale portò al punto di ebollizione l’ira a stento repressa dei fedeli: la quale incominciò a gonfiarsi come le acque di un fiume in piena. Nella certezza che al minimo cenno del pontefice quei mostri alati si sarebbero dispersi, essi si chiedevano l’un l’altro, costernati, perché il vicario di Cristo se ne stesse con le mani nelle pieghe della veste e lasciasse i propri sudditi alla mercé delle locuste. Ovviamente, quei rispettabili signori che erano saldamente trincerati nella loro opposizione al governo ebbero, nel fiutare la tempesta che si avvicinava, press’a poco la stessa lentezza dei purosangue arabi quando fiutano una sorgente nel deserto. Furono loro che, all’inizio della sommossa, organizzarono la plebe in compagnie e gruppi, e li guidarono urlanti e schiamazzanti sotto le finestre del Vaticano.

Alla vista dei ribelli, le guardie si ritirarono dietro le sbarre dei cancelli e i cortigiani si precipitarono ad abbracciare i crocifissi e gli altari, come le vergini tebane abbracciarono gli idoli dell’Acropoli allorché i sette brandirono le lance fuori dalle porte della città. Soltanto Fioro, che per tutto questo lungo periodo era stato sottratto all’amica, fu felice di avere finalmente una scusa per varcare l’ingresso saldamente sbarrato della cappella davanti alla quale aveva passeggiato in su e in giù, giorno e notte. Oltrepassò la soglia per trovare Giovanna che, seduta su un banco con l’aria di un egiziano contemplatore dell’ombelico, si contemplava l’addome dilatato da cui sarebbe venuto non lo Spirito Santo, ma il frutto della sua vergogna. Fu tutt’altro che facile persuaderla a comparire davanti ai suoi sudditi per tentare di calmare la tempesta. Quando la sagoma pallida e distante del Pontefice fu consegnata alla finestra, illuminata da un raggio di sole che trapassò momentaneamente la nube calante di locuste, molti rivoluzionari, colti da un involontario rispetto, si trovarono ossequiosamente inchinati, come le insegne romane che dicono si inchinassero davanti a Cristo ogni volta che questi compariva alla Corte di Pilato. Ma c’erano parecchie mani irriverenti che ancora brandivano sassi e frutta marcia, e da molte bocche farisaiche uscirono insulti e bestemmie all’indirizzo del vicario di Cristo. Parlando, il pontefice tese la mano per zittirli. Annunciò che il giorno successivo, all’inizio delle Rogazioni, avrebbe colpito d’anatema le locuste nel corso di una litania solenne; ma che intanto vi sarebbe stato un anatema contro tutti coloro che non fossero tornati immediatamente a casa. La promessa papale dissipò all’istante l’ansia e placò l’ira del popolaccio romano. Il loro schiamazzo era simile alle tempeste della Propontide che, dice Aristotele, si potevano calmare con poche gocce d’olio.

Il mattino dopo di buon’ora ognuno era al lavoro come il solito nel palazzo.

I preti stendevano le loro stole ricamate, i diaconi lucidavano il piatto propiziatorio, i palafrenieri strigliavano i muli, e nella grande piazza, la folla, cui piacevano le feste, si dava un gran da fare a fregarsi le mani nell’attesa della cerimonia che sarebbe seguita. La litania delle Rogazioni era, come per molte cerimonie cristiane, l’eredità pagana di coloro che avevano celebrato riti per la fertilità dei campi e avevano danzato e cantato intorno agli altari di Demetrio e di Bacco chiedendo benedizioni sul grano, le vigne e le rape. I loro discendenti si proponevano ora di impetrare le stesse grazie con gli stessi riti, in cui si erano soltanto sostituiti i nomi di Demetrio e di Bacco con quelli della Vergine e di San Martino. Questa volta, tuttavia, ci sarebbe stata una duplice cerimonia in quanto prima si sarebbe dovuto pronunciare l’anatema contro le locuste.

In quell’aureo secolo di fede non solo gli esseri umani in peccato, ma tutti gli animali molesti come topi, corvi, cinghiali, vermi, tenie e pulci, erano passibili di anatema da parte della Chiesa se mai osavano cibarsi degli ortaggi o turbare il sonno dei fedeli.

L’entità e la gravità del flagello delle locuste, poi, giustificavano ampiamente la cerimonia fissata per quel giorno, e nessun cristiano di Roma o delle zone circostanti sarebbe mancato. Vennero tutti.

Mentre i cortigiani, allegri e ottimisti, gremivano i lunghi corridoi del Vaticano, Giovanna in lacrime diede l’addio al suo amante. La nostra povera eroina aveva trascorso una notte agitata e insonne, ora immersa in profonde meditazioni, ora provandosi freneticamente le vesti pontificie, una dopo l’altra, per vedere quale avrebbe meglio celato le sue forme. Le risuonavano nelle orecchie le parole fatali dell’angelo.

La sua apparizione aveva scrollato in un colpo solo l’intera impalcatura della sua filosofia, tanto che ora si trovava a rievocare la bilancia in cui l’Arcangelo Michele pesava l’anima, il Diavolo coi suoi artigli, i calderoni bollenti, il ghiaccio gelido, i serpenti, gli arpioni, gli strumenti di tortura con cui si schiacciavano i pollici, le tenaglie e altre attrezzature dell’Inferno medievale.

Poi scorse mentalmente i vari sistemi filosofici, come la trasmigrazione o il passaggio delle anime alla luna; e si sorprese a pensare a terremoti, locuste, lebbra e peste, sempre arrivando alla medesima dura conclusione: che cioè Dio pareva non soltanto avere riempito questo mondo di dolore e di angoscia, ma anche l’altro, con una schiera di diavoli terribili. Questi e altri problemi dibatté la nostra eroina durante la notte: la maggior parte dei quali io devo tralasciare, dato che desidero finire la mia storia. Se fossi un poeta avrei raccontato che il mio Pegaso sentiva l’odore della stalla, e che mio malgrado mi stava trascinando da quella parte; ma come pedone in prosa, certo ho anche più diritto di lasciar intendere che dopo un viaggio così lungo mi sento stanco e non vedo l’ora di raggiungere la stalla, o meglio, l’acme della mia storia.

Il buon Fioro, notando il pallore e l’agitazione dell’amante, tentò di trattenerla in ogni modo, e la supplicava piangendo di rimandare la funzione.

Ma una volta accettato il calice amaro, Giovanna non aveva altra scelta che di vuotarlo fino alla feccia. E poi, ormai non sarebbe sfuggita neppure se l’avesse voluto. La folla accampata sotto il balcone papale batteva i piedi impaziente; fluttuavano le candele, risuonavano le campane e nuvole d’incenso incominciavano a levarsi dagli incensieri. Così Sua Santità il papa si pose in testa il triregno, prese il pastorale e lasciò le braccia dell’amato, in preda a presentimenti neri come i corvi che svolazzavano intorno alla testa di Gracco, il giorno della sua morte.

Quando il capo dei fedeli fece la sua comparsa nell’ampio spiazzo davanti al Vaticano, migliaia di Romani stavano aspettando la litania, e come egli si avviò a cavallo verso la chiesa di San Giovanni si disposero in due file e seguirono la processione.

Per primi venivano i portainsegna, con le croci e le icone dei santi tutelari. Poi venivano gli arcidiaconi porporati, seguiti dagli abati e dai frati scalzi, col capo chino cosparso di cenere. Sotto il vessillo di San Marcellino venivano le suore e le diaconesse, cui facevano seguito le donne sposate sotto lo stendardo di Sant’Eufemia. Per ultime venivano le giovani vergini, vestite di bianco, coi capelli sciolti. Erano tristi perché le locuste non avevano risparmiato né le rose né i narcisi che esse in quei tempi di fede erano abituate a portare sui capelli e sul seno. Il basso clero, i soldati e il popolo formavano la coda e con questi procedeva una folla di osti e di venditori di bevande calde, i quali riscaldavano la devozione dei fedeli con birra, idromele e composte di cotogne. Questa parte della processione sbraitava inni a Gesù e a San Pietro: ma siccome c’erano in mezzo dei Saraceni di recente conversione e monaci tedeschi, benedettini e greci, oltre che un pizzico di teologi britannici e altri, e siccome ognuno si ostinava a cantare i salmi nella propria lingua, si può ben immaginare la cacofonia. Era ciò che il pio Châteaubriand avrebbe potuto descrivere come una «armoniosa sinfonia delle nazioni tutte in onore del Cristo».

La processione passò l’Arco di Traiano e l’anfiteatro Flavio, e avanzò ancora finché raggiunse la piazza del Laterano. Era talmente insopportabile il caldo e la polvere, secondo i cronisti, che perfino il Diavolo probabilmente avrebbe gradito un tuffo nell’acquasantiera. Gli sciami di locuste in lotta volavano al di sopra di loro e i corpi feriti cadevano al suolo per essere calpestati dai piedi dei fedeli e dei muli da soma. Questo insieme di circostanze accresceva lo sconforto e la pena dell’infelice Giovanna, che ormai quasi non riusciva a reggersi in sella, tanto acuto si era fatto il suo dolore al ventre. Incespicò due volte mentre saliva i gradini del sontuoso trono dal quale avrebbe scagliato l’anatema contro le orde devastatrici di locuste.

Sua Beatitudine, dopo aver benedetto e immerso nell’acqua l’aspersorio lo agitò verso Est, Ovest, Sud e Nord; poi, preso un crocifisso d’avorio intagliato, lo levò alto e fece il segno della croce sulla nube pestilenziale delle locuste in lotta.

Ma d’improvviso la croce le scivolò dalle dita e andò in frantumi, e dopo non molto lo stesso pontefice, pallido come la morte, stramazzò sui gradini del trono. A questa vista, i fedeli si sollevarono ansiosi, accalcandosi come pecore spaventate dal lupo.

Gli arcidiaconi che sorreggevano lo strascico di Sua Santità si slanciarono in avanti per aiutarlo a rimettersi in piedi. Ma egli giaceva lì fra gemiti e contorsioni, come un serpente tagliato in due. A questo punto, si incominciò a sussurrare che Sua Beatitudine avesse posato inavvertitamente il piede su una radice di mandragora, o fosse stato punto da uno scorpione, o avesse mangiato dei funghi velenosi. Più d’uno nella folla, però, sosteneva che era posseduto da un demonio; e il vescovo di Porto, indubbiamente il massimo esorcista dell’epoca, accorse a spruzzare d’acqua la santa Giovanna, che ormai aveva le doglie, e ad ingiungere allo spirito maligno che scegliesse un altro luogo per sua dimora.

La folla fissò lo sguardo sul volto pallido del pontefice, aspettandosi di vedere improvvisamente fuggire dalla bocca o dall’orecchio lo spirito immondo: erano ben poco preparati a ciò che in realtà accadde. Enorme fu la costernazione quando venne estratto di tra le pieghe abbondanti delle vesti papali un infante prematuro. Gli arcidiaconi che l’assistevano indietreggiarono inorriditi, mentre il grande cerchio dei fedeli si faceva ancor più stretto, urlando e segnandosi. Donne si arrampicavano sulle spalle dei loro uomini per osservare meglio, mentre quelle già in sella a cavalli e muli vi montavano coi piedi; finché i diaconi furono costretti a usare le insegne e i crocifissi come bastoni per aprirsi un varco tra la folla.

Alcuni prelati profondamente devoti alla Santa Sede tentarono di salvare la situazione e di trasformare l’orrore e il disgusto in sorpresa, esclamando: — Il miracolo! il miracolo! — Tuonavano con tutto il fiato che avevano, esortando i fedeli a prostrarsi e ad adorare. Ma invano.

Un simile miracolo era inaudito; e sarebbe stato un contributo davvero singolare agli annali della taumaturgia cristiana la quale, se prendeva a prestito molti prodigi dal paganesimo, non era ancora giunta al punto da poter rappresentare nessun santo incinto o nel parto. Così gli urli dei devoti furono sommersi dal crescente boato della plebe, che incominciò a calciare e a calpestare sia la povera papessa che il suo piccolo papa, strillando che bisognava gettarli nel Tevere. Fioro riuscì a irrompere nel cerchio e a prendere fra le braccia l’infelice Giovanna. Il suo pallore era ormai quello della morte; e levando al cielo gli occhi morenti, forse per ricordare a Colui che vi risiede che aveva vuotato il calice fino all’ultima goccia, rese l’anima mormorando con Isaia: — Ho offerto il viso ai colpi, a vergogna e vituperio.

Non appena l’anima peccatrice ebbe abbandonato la sua dimora terrena, un’orda di diavoli irruppe dall’Inferno a rivendicarla, che da tempo l’avevano registrata nei loro cataloghi come un pegno incontestabile; ma nello stesso istante una falange di angeli si precipitò dal cielo a respingerli, affermando che il pentimento aveva annullato qualsiasi diritto che quelli potessero aver avuto sulla sua anima.

I diavoli però erano restii a farsi persuadere, e decisero di combattere la loro causa con le corna, contro le spade e gli argomenti degli angeli.

La zuffa fu molto vivace. Le loro armi rumoreggiarono come uno scontro di nubi, e sui fedeli nella grande piazza si rovesciò una pioggia di sangue.

Improvvisamente, l’angelo che era apparso a Giovanna ruppe le file dei contendenti e afferrò l’anima della sventurata portandola con sé in...

Purgatorio, probabilmente. Questi miracoli, caro lettore, non sono stati raffazzonati dai resoconti di quattro pescatori, ma da oltre quattrocento cronisti venerati e in veste religiosa: alla presenza di tanto consesso di augusti testimoni non possiamo che chinare la testa ed esclamare con Tertulliano: «Credo queste cose perché sono incredibili».

Il corpo della bella Giovanna fu sepolto nel luogo dove ella cadde. La tomba portava un rilievo in marmo raffigurante una donna che dà alla luce un bambino. Fioro si fece eremita; e i pii pellegrini, per non contaminare i propri sandali calpestando le orme della sacrilega papessa, da allora raggiungono il Laterano per un’altra via.

 

 

Appendice

 

 

La Papessa Giovanna di Emmanuìl Roidis

di Adriano Napoli

 

 

Emmanuil Roidis è stato senza dubbio una delle figure più significative e controverse della cultura greca dell’800, uno scrittore calato nella temperie culturale del suo tempo informata dal Positivismo, spregiudicato innovatore causticamente avverso ad ogni forma di bellettristico conservatorismo culturale (si vedano le sue frequenti frecciate al poeta suo contemporaneo Sutsos e alle sue svenevolezze romantiche), sorprendentemente capace di trasfondere i caratteri del saggio e del romanzo in una narrazione obliqua, spuria, eppure vitale nel suo anacronismo, in continua endosmosi tra antico e contemporaneo. C’è in Roidis – che nelle sue scritture fu soprattutto valente saggista e studioso del Medio Evo, in particolare dei suoi miti e tradizioni folkloriche, su tutte La festa dell’asino – la consapevolezza, sembrerebbe così novecentesca, che il destino del romanzo, la sua vitalità, possa essere pensabile solo nella prospettiva di una costante metamorfosi e rigenerazione che ricerchi la materia ma soprattutto la forma del romanzesco con continui sconfini in altri territori (Giuliano Scabia ha osservato di recente che per cercare la forma del romanzo in Italia bisognerebbe attingere non ai mestieranti del genere, bensì rileggere le opere di Celati e di Piero Camporesi, quest’ultimo significativamente grande antropologo letterario interessato, come Roidis, alle tradizioni popolari nell’Europa tra Medio Evo ed epoca premoderna: cfr. Caffè Michelangelo III, 2, 1998, pag. 30).

La Papessa Giovanna, l’opera più celebre di Roidis, pubblicata nel 1866 e subito proscritta dalla Chiesa Ortodossa per il suo contenuto dissacrante, pietra miliare della prosa neogreca, non può essere considerata né un romanzo, poiché le mancano alcuni crismi a partire dall’assenza del benché minimo tentativo di approfondimento psicologico dei personaggi, né un’opera di saggistica, giacché, come ci fa osservare Filippomaria Pontani «l’invenzione e la stilizzazione personale vi hanno una parte assolutamente eccessiva per quel modo di scrittura».

L’argomento dell’opera è attinto da una delle più tenaci e suggestive leggende medievali collocata nell’VIII secolo d.C.: la storia di una fanciulla nordica che innamoratasi di un giovane frate e seguitolo per i conventi e le contrade dell’Europa, giunta a Roma fu eletta Pontefice con il nome di Giovanni VIII in virtù della sua non comune sapienza. Costei resse la cattedra di Pietro per due anni e cinque mesi, prima che una improvvida maternità ne svelasse l’identità e l’impostura destinandola a una fine atroce, uccisa dalla ferocia della folla che poco tempo addietro l’aveva acclamata. Testimonianze storiche fededegne, a partire da documenti numismatici, hanno distanziato questa clamorosa vicenda nei domini del favoloso leggendario, ciononostante è un fatto che a partire dal XIII secolo questa storia (che fonde ipertroficamente, in tempi di contrasti accesi tra riformatori e pauperisti da un lato e la ridondanza curiale e principesca del Potere Temporale dei Pontefici, due grandi tabù della Chiesa cattolica: il sacerdozio negato alle donne, la castità dei prelati) animò puntualmente le discussioni e le vexatae quaestiones intorno all’autorità del rappresentante di Cristo in terra.

Chi volesse riepilogare tutti i termini della questione, mediante il vaglio attento e scrupoloso della documentazione storica, dovrebbe procurarsi il saggio di A. Boureau, La Papessa Giovanna, edito da Einaudi.

Anche Roidis antepose alla scrittura della sua Papessa un lungo e severo lavoro di indagine e riflessione sui documenti storici. La nobile ombra di Ludovico Antonio Muratori, l’insigne erudito modenese che con i suoi Rerum Italicarum Scriptores e le Antiquitates Italicae Medii Aevi, contribuì a far luce sui secoli bui dell’era mediana, si affianca pertanto alla vis satirica del Byron autore del Don Juan (significativamente, ricorda Pontani, Roidis guarda al Byron satirico, piuttosto che al poeta lirico prediletto e banalizzato dai passatisti romanticheggianti del secondo ’800, tanto invisi al nostro), alle facezie e alle burle dei satirici italiani del Cinquecento, su tutti l’inarrivabile Berni, e alla scrittura sapida e corrosiva della prosa voltairiana.

Storia e invenzione dunque, filologia e fantasia, si accavallano nei quattro capitoli del libro, in una narrazione, come già detto, disomogenea, che si concentra inizialmente, seguendo l’esempio byroniano (anche il rifiuto di iniziare la narrazione secondo il precetto oraziano di raccontare in medias res è ispirato al modello del Don Juan byroniano), sulla preistoria di Giovanna, la vita erratica dei suoi genitori, il contesto storico in cui matura la sua nascita conseguenza di uno stupro, la sua infanzia e giovinezza intessuta di presagi formidabili, la sua iniziazione allo studio e all’amore, la fuga con l’amato Frumenzio, il soggiorno in Grecia per otto anni (un ritorno alla terra dei padri, un’anabasi, in fondo, considerato che gli ascendenti del padre putativo erano per l’appunto greci).

Il nocciolo tragico e affascinante della leggenda, l’ascesa di Giovanna al seggio di Pietro e la sua scoronazione, sono ridotti a una narrazione convulsa di poche pagine concentrate nell’ultimo capitolo, il più breve dell’opera. Il maggior spazio concesso agli otto anni di soggiorno in Grecia, là dove matura la fama di sapiente di Giovanna (ma è anche l’unico posto dove la sua vera natura ed identità vengono alla luce…) è un modo estremamente efficace e suggestivo per Roidis di proporre ai lettori coevi attraverso una remota "ideologia di ritorno" un’autobiografia della nazione greca incastonata nell’orizzonte della civiltà europea, esercitando la propria vis polemica e satirica in particolare contro la decadenza della religione, dei riti e dei sacerdoti che trova nell’epoca presente il suo parossismo e nelle epoche passate una radice mai estirpata, tutt’al più nascosta o abbellita dalle manipolazioni di storiografi ed agiografi (ma vi sono anche tanti altri obiettivi polemici bersaglio della penna al curaro di Roidis, primi fra tutti gli inglesi, puntualmente messi alla berlina nei loro vizi e affettazioni).

Un ultimo aspetto, ma importantissimo, vorremo segnalare al lettore prima di lasciarlo a questa appassionante lettura.

La Papessa è un libro che, come nota Filippomaria Pontani, vive tra due fuochi. Inoltre, dalle frequenti apostrofi dell’autore al suo pubblico, siamo autorizzati a pensare a una duplice casta di lettori, e a un ideale lettore "androgino" emulo della protagonista della storia. Eh sì, perché spesso la prospettiva della narrazione sembra mutare a seconda del destinatario a cui l’autore dichiaratamente si rivolge.

Un esempio. Il primo capitolo si conclude con uno scongiuro: «Temendo che tu abbia fatto altrettanto, mia cara lettrice, rimandiamo al prossimo capitolo il proseguimento della nostra veridica storia». È uno scongiuro che nasce dalla preoccupazione che la lettrice, annoiata dal materiale agiografico che l’autore ha dovuto sia pur fuggevolmente citare, esiti a proseguire nella lettura.

Voltando pagina, il capitolo secondo inizia con un’altra apostrofe in forma di interrogazione: «Ti è mai capitato, o mio lettore, dopo aver trascorso la giornata a leggere un romanzo medievale […] di lasciar cadere il libro e di paragonare l’epoca d’allora alla presente, rimpiangendo i tempi d’oro...» ecc.ecc.

Fermiamoci e notiamo che da una pagina all’altra il destinatario ha cambiato sesso: dalla cara lettrice al caro lettore. Il tono rimane cortese e ammiccante, ma il contenuto del messaggio cambia drasticamente.

Vediamo. Proseguendo nella protasi al secondo capitolo, dopo aver finto di blandire l’inclinazione del suo lettore ad applicare lo stereotipo dell’ubi sunt, Roidis, questo valoroso disinnescatore di luoghi comuni e melensaggini, cambia improvvisamente registro, prendendo maieuticamente per mano il suo lettore e conducendolo in una zona di luce dove la Storia non è un lapidario di dicerie o di exempla edificanti, suggestive ma false: «spesso [...] ho cercato la verità sotto la polvere dei secoli, nelle Cronache dei contemporanei, nelle leggi dei re, negli atti dei Concili e nei decreti dei papi, quando invece di Hersart ho srotolato le opere di Baronio e Muratori, e ho visto dinanzi a me il Medioevo nudo, allora ho pianto non perché quei giorni aurei della fede e dell’eroismo erano trascorsi, ma perché non erano mai sorti sulla faccia della terra».

Ecco dunque che Roidis si aspetta di raccontare la storia della Papessa a un pubblico che contempli nel suo novero una rappresentanza femminile, di leggiadre donne per dirla con il Boccaccio del Centonovelle, disposte ad incantarsi nel sentire una narrazione di puro svago e intrattenimento: e questa è la componente romanzesca, il romance appunto. Affianco ad esse vigila tuttavia una rappresentanza maschile, a cui nel Medioevo e per larga parte della storia fino all’epoca recente dell’emancipazione femminile, era demandata la cultura, soprattutto l’erudizione in lingua latina (lingua dei chierici). A questa rappresentanza maschile Roidis affida il contenuto e la lezione eversiva del libro: riscoprire la verità, dopo averla mondata di superstizioni e alchimie ideologiche. È questa la componente storica, filologica, saggistica ed etica del libro. Ma le due anime, i due sessi del libro e del lettore sono inscindibili e per questo ambiguamente inafferrabili e sfuggenti. È questa la via di fuga di Roidis contro una plateale ricaduta nel moralismo bigotto o nella manipolazione delle coscienze per via di imposture o scomuniche, strumenti ampiamente usati dai suoi togati e tonsurati detrattori.

È forse questo lettore "androgino" l’unico che possa seguire le peripezie della storia e del suo autore fino all’estremo limite: quel tertullianeo «credo quia absurdum» con cui Roidis conclude la sua fatica, e che può sembrare un’aporia della ragione ma anche l’altra faccia della medaglia, il volto più nascosto e sincero della Verità.