STEPHEN KING

L'ACCHIAPPASOGNI

(Dreamcatcher, 2001)

Dedico questo libro a

Susan Moldow e Nan Graham

COMINCIAMO CON LE NOTIZIE

Dall'East Oregonian, 25 giugno 1947

VIGILI DEL FUOCO INDIVIDUANO

«DISCHI VOLANTI»

Kenneth Arnold riferisce l'avvistamento di 9 oggetti

di forma discoidale «lucenti, argentei, che si spostavano

a velocità incredibile».

Dal Daily Record di Roswell (New Mexico), 8 luglio 1947

L'AERONAUTICA MILITARE CATTURA

«DISCO VOLANTE» IN UN RANCH

NEI DINTORNI DI ROSWELL

Funzionari dei servizi segreti ritrovano disco

schiantato al suolo.

Dal Daily Record di Roswell (New Mexico), 9 luglio 1947

L'AERONAUTICA MILITARE DICHIARA CHE

IL «DISCO VOLANTE» È UN PALLONE SONDA

Dal Daily Tribune di Chicago, 1° agosto 1947

L'AERONAUTICA MILITARE «NON SA FORNIRE

SPIEGAZIONI» DELL'AVVISTAMENTO DI ARNOLD

Dal primo rapporto si sono verificati altri 850 avvistamenti.

Dal Daily Record di Roswell (New Mexico), 19 ottobre 1947

IL COSIDDETTO «GRANO DELLO SPAZIO» È UNA

BEFFA, DICHIARANO GLI AGRICOLTORI FURIOSI

Andrew Hoxon smentisce la «dischi connection».

Il grano rossastro è «solo uno scherzo», insiste.

Dal Courier Journal (Kentucky), 8 gennaio 1948

CAPITANO DELL'AERONAUTICA MILITARE

UCCISO DURANTE LA CACCIA A UN UFO

Ultimo messaggio di Mantell: «Metallico, di dimensioni

spaventose». Silenzio da parte dell'aeronautica militare.

Dal Nacional (Brasile), 8 marzo 1957

UNO STRANO VELIVOLO CIRCONDATO

DA UN ANELLO SI SCHIANTA NEL MATO GROSSO!

DUE DONNE SCAMPANO IL PERICOLO

NEI DINTORNI DI PONTO PORAN!

«Abbiamo sentito delle strida dall'interno», dichiarano.

Dal Nacional (Brasile), 12 marzo 1957

ORRORE NEL MATO GROSSO!

RILEVATA PRESENZA DI UOMINI GRIGI

CON ENORMI OCCHI NERI

Scienziati scettici! Le segnalazioni persistono!

Villaggi in preda al terrore!

Dall'Oklahoman, 12 maggio 1965

AGENTE DELLA POLIZIA DI STATO SPARA A UN UFO

Afferma che il disco era sospeso sopra l'autostrada 9

a un'altezza di 12 metri.

Il radar della base aeronautica di Tinker

conferma avvistamento.

Dall'Oklahoman, 2 giugno 1965

LA «VEGETAZIONE ALIENA» È UNO SCHERZO,

DICHIARA PORTAVOCE DEL DIPARTIMENTO

DELL'AGRICOLTURA

Le «erbacce rosse» opera di ragazzi

muniti di bombolette spray.

Dal Press-Herald di Portland (Maine), 14 settembre 1965

AUMENTANO AVVISTAMENTI DI UFO

NEL NEW HAMPSHIRE

Concentrati in prevalenza nella zona di Exeter.

Alcuni abitanti temono un'invasione di alieni.

Dallo Union-Leader di Manchester (New Hampshire),

19 settembre 1965

L'ENORME OGGETTO AVVISTATO NEI DINTORNI

DI EXETER ERA UN'ILLUSIONE OTTICA

Gli investigatori dell'aeronautica militare smentiscono

avvistamento della polizia di stato,

ma l'agente Cleland non ha dubbi: «So quel che ho visto».

Dallo Union-Leader di Manchester (New Hampshire),

30 settembre 1965

INTOSSICAZIONE ALIMENTARE A DIFFUSIONE

EPIDEMICA A PLAISTOW, TUTTORA INSPIEGATA

Più di 300 i colpiti, in gran parte in via di guarigione.

Funzionario governativo sostiene sia imputabile a pozzi inquinati.

Dal Journal del Michigan, 9 ottobre 1965

GERALD FORD SOLLECITA

INVESTIGAZIONE SUGLI UFO

Il capogruppo dei deputati repubblicani afferma che

«le luci del Michigan» potrebbero avere origini extraterrestri.

Dal Los Angeles Times, 19 novembre 1978

SCIENZIATI DEL CALIFORNIA INSTITUTE

OF TECHNOLOGY RIFERISCONO AVVISTAMENTO DI

ENORME OGGETTO A FORMA DI DISCO NEL MOJAVE

Tickman: «Era circondato da piccole luci molto intense».

Morales: «Ho visto un alone rossastro simile

a una massa di capelli d'angelo».

Dal Los Angeles Times, 24 novembre 1978

POLIZIA DI STATO E INVESTIGATORI

DELL'AERONAUTICA NON TROVANO

«CAPELLI D'ANGELO» NEL SITO DEL MOJAVE

Tickman e Morales superano la prova della macchina della verità.

Scartata l'ipotesi di uno scherzo.

Dal New York Times, 16 agosto 1980

I «RAPITI DAGLI ALIENI»

FERMI SULLE LORO POSIZIONI

Gli psicologi mettono in dubbio i ritratti

dei cosiddetti «uomini grigi».

Dal Wall Street Journal, 9 febbraio 1985

CARL SAGAN: «NO, NON SIAMO SOLI»

L'illustre scienziato riafferma di credere

nell'esistenza degli extraterrestri.

Dichiara: «Le probabilità di vita intelligente sono enormi»

Dal Sun di Phoenix, 14 marzo 1997

ENORME UFO AVVISTATO

NEI DINTORNI DI PRESCOTT.

DESCRITTO DA DECINE DI PERSONE COME

OGGETTO «A FORMA DI BOOMERANG»

I centralini della base aeronautica di Luke

inondati da segnalazioni.

Dal Sun di Phoenix, 20 marzo 1997

BUIO TOTALE SULLE «LUCI DI PHOENIX»

Le foto non sono state truccate, dicono gli esperti.

Gli investigatori dell'aeronautica militare tacciono.

Dal Weekly di Paulden (Arizona), 9 aprile 1997

EPIDEMIA DI INTOSSICAZIONI ALIMENTARI

TUTTORA SENZA SPIEGAZIONE.

LE SEGNALAZIONI DI «ERBA ROSSA» RITENUTE

FRUTTO DI UNO SCHERZO

Dal Daily News di Derry (Maine), 15 maggio 2000

ULTERIORI SEGNALAZIONI DI LUCI MISTERIOSE

NELLA ZONA DI JEFFERSON

Un assessore di Kineo:

«Non so cosa siano, ma continuano a riapparire».

L'ACCHIAPPASOGNI

SMAG

Era diventato il loro motto, e Jonesy proprio non si ricordava chi di loro avesse cominciato a dirlo per primo. Render pan per focaccia è una stronzata era stata una sua creazione. 'Fanculo, Freddy e un'altra serie di oscenità ben più colorite erano un parto di Beaver. Henry era stato quello che aveva imposto Tutto andrà come vorrà, il genere di cazzata zen che piaceva a lui, fin da quando erano bambini. Ma che dire di Smag? Chi aveva avuto quella pensata?

Poco importava. Ciò che contava era che avevano creduto alla prima metà della sigla quando erano un quartetto e a tutta quand'erano in cinque, e poi alla seconda metà quando erano ridiventati quattro.

Fu allora che i tempi divennero più cupi. Le giornate 'fanculo, Freddy si fecero più frequenti. Se ne rendevano conto senza sapere il perché. Sapevano che qualcosa non tornava - o perlomeno che c'era qualcosa di diverso - ma non capivano esattamente che cosa. Sapevano di essere intrappolati, ma non in che modo. E tutto questo molto prima delle luci nel cielo. Prima di McCarthy e Becky Shue.

Smag: talvolta è solo un modo di dire. E talvolta non credi in nulla al di fuori dell'oscurità. E allora come procedi?

1988. PERSINO BEAVER SI SENTE GIÙ

Dire che il matrimonio di Beaver non ha funzionato sarebbe come dire che il lancio del Challenger è andato leggermente storto. Joe «Beaver» Clarendon e Laurie Sue Kenopensky hanno tirato avanti otto mesi, poi, crash, ciao ciao bambina, qualcuno mi aiuti a raccogliere i cocci.

Fondamentalmente, Beav è un cuor contento, come vi direbbero tutti i suoi compari, ma questo per lui è un momento no. Non vede nessuno dei suoi vecchi amici (quelli che lui considera i suoi veri amici) tranne in quella settimana di novembre in cui tutti gli anni si riuniscono, e il novembre scorso lui e Laurie Sue erano ancora insieme. Legati con un filo, d'accordo, ma pur sempre insieme. Adesso passa molto tempo - troppo, lo sa anche lui - nei bar del quartiere del porto vecchio di Portland, il Porthole e il Seaman's Club e il Free Street Pub. Beve troppo e si fa troppe canne e la mattina non osa guardarsi allo specchio del bagno; i suoi occhi arrossati guizzano via dall'immagine riflessa mentre pensa: Devo piantarla con quei bar. Ben presto avrò anch'io un problema, proprio come Pete. Gesùmatto.

Lascia perdere i bar, lascia perdere i festini, cazzo che idea, poi ci ricasca e alé, sotto! Questo giovedì è al Free Street, al solito con una birra in mano e una canna in tasca, e il juke box diffonde una vecchia cosa tipo quelle dei Ventures. Il titolo di questo brano non riesce a ricordarselo perché era famoso quando lui era ancora troppo giovane. Però il motivo lo conosce; da quando ha divorziato ascolta spesso una stazione radio di Portland che trasmette vecchia musica. Ha un effetto calmante. Molta della roba nuova... Laurie Sue era ferrata in materia e le piacevano molti pezzi, ma a Beaver questa musica non dice niente.

Il Free Street è quasi vuoto: cinque o sei al banco e altrettanti che giocano a bigliardo nella sala interna, Beaver e tre dei suoi compagni abituali seduti a un tavolo a bere Miller alla spina e a tagliare un mazzo di carte bisunte per vedere chi paga ogni giro. Che cos'è questo pezzo strumentale con la chitarra che gorgoglia? Out of Limits? Telstar? No, in Telstar c'è un sintetizzatore, e qui no. E chi se ne frega? Gli altri parlano di Jackson Browne, che ha suonato al Civic Center ieri sera e, a detta di George Pelsen che era presente, ha fatto uno spettacolo fortissimo.

«Vi dico un'altra cosa che era fortissima», dice George, guardandoli con aria solenne. Alza il mento sporgente, mostrando a tutti un segno rosso sul collo. «Sapete cos'è?»

«Un succhiotto?» azzarda Kent Astor.

«Cazzo, sei un genio», dice George. «Aspettavo lì all'ingresso degli artisti, io e un mucchio di altri tizi, sperando di beccarmi l'autografo di Jackson. O magari quello di David Lindley. Niente male, lui.»

Kent e Sean Robideau ne convengono: Lindley non è niente male - non come chitarra (Mark Knopfler dei Dire Straits sì che ci sa fare con la chitarra; e Angus Young degli AC/DC; e, naturalmente, Clapton) ma niente male comunque. Ha un gran tocco; e anche favolose treccine da rasta. Gli arrivano alle spalle.

Beaver non partecipa alla conversazione. Di colpo ha voglia di levarsi dai piedi, di uscire da questo bar sfigato e prendere una boccata d'aria fresca. Sa dove George va a parare con quel discorso, e sono tutte palle.

Il suo nome non era Chantay, non sai nemmeno come si chiamava, ti è schizzata davanti come se neppure ci fossi, e poi che cosa rappresenteresti per una ragazza come lei, saresti solo un ennesimo operaio capellone in una ennesima cittadina operaia del New England, lei sì è infilata nel pullman della band ed è uscita dalla tua vita. La tua fottuta e piattissima vita. Chantays è il nome del gruppo che stiamo ascoltando, non i Mar-Kets o i Bar-Kays ma i Chantays, e questa è Pipeline dei Chantays e il segno che hai sul collo non è un succhiotto ma un'irritazione da rasoio.

A questo sta pensando quando sente un pianto. Non nel Free Street ma nella sua mente. Un pianto di tanto tempo fa. Ti entra in testa, penetra come schegge di vetro, e, 'fanculo, Freddy, qualcuno lo faccia smettere.

Sono io quello che l'ha fatto smettere, pensa Beaver. Proprio io. Io che l'ho fatto smettere. L'ho preso tra le braccia e gli ho cantato una canzone.

Intanto, George Pelsen racconta di come la porta si fosse aperta, ma a uscire non era stato Jackson Browne, né David Lindley; erano le tre coriste, una di nome Randi, l'altra Susi e l'altra ancora Chantay. Che gnocche, ragazzi. Così alte e appetitose.

«Accidenti», dice Sean roteando le pupille. È un tipo tarchiatello le cui imprese sessuali consistono in sporadici viaggi esplorativi a Boston, dove sbircia le spogliarelliste del Foxy Lady e le cameriere da Hooters. «Accidenti, proprio Chantay.» Gesticola simulando una sega. Almeno in questo è un professionista, pensa Beav.

«Allora ho cominciato a parlare con quelle... con lei, soprattutto, con Chantay, e le ho chiesto se voleva avere un assaggio della vita notturna di Portland. Allora...»

Beav tira fuori uno stuzzicadenti dalla tasca e se lo infila in bocca, bloccando l'ascolto. Di colpo lo stuzzicadenti è proprio quello che gli occorre. Non la birra davanti a lui, non la canna in tasca, e certamente non gli sproloqui di George Pelsen su come lui e la mitica Chantay si sono infilati nel retro del pickup, che grazie a Dio è coperto da un telone, e quando il Ram di George vedi sobbalzare, non è il caso di bussare.

Tutte fesserie, pensa Beaver, e di colpo si sente orrendamente depresso, come non si era più sentito da quando Laurie Sue aveva raccattato le sue cose per tornare dalla madre. Non è per niente da lui, e all'improvviso la sola cosa che desidera è togliersi dalle palle, riempirsi i polmoni con l'aria fresca e salmastra, e trovare un telefono. Vuole chiamare Jonesy o Henry, l'uno o l'altro è lo stesso; vuol poter dire: Ehi amico, come va, e sentire uno dei due rispondergli: Be', sai Beav, Smag. Niente lanci, niente partite.

Si alza.

«Ehi, amico», dice George. Beaver ha frequentato il Westbrook Junior College con lui, e all'epoca sembrava un tipo tosto, ma quei due anni di college sono successi molte birre fa. «Dove vai?»

«A pisciare», risponde Beaver spostando lo stuzzicadenti da un angolo all'altro della bocca.

«Be', fai bene a darti una mossa perché sto arrivando al pezzo forte», dice George, e Beaver pensa: Mutandine aperte sul davanti. Cavolo, oggi quella strana vecchia sensazione è forte, forse è la pressione atmosferica o qualcosa del genere.

Abbassando la voce, George racconta: «Quando le ho alzato la gonna...»

«Lo so: aveva le mutandine aperte sul davanti», dice Beaver. Coglie l'espressione sorpresa - quasi scioccata - di George, ma non ci bada. «Quella parte non me la voglio certo perdere.»

Si dirige verso la toilette degli uomini con il suo tanfo giallo-rosa di piscio e di disinfettante, procede oltre, supera la toilette delle donne, la porta con la scritta UFFICIO, e fugge nella stradina sul retro. Il cielo è biancastro e piovoso, ma l'aria è buona. Tanto buona. Inspira a fondo e pensa: Niente lanci, niente partite. Ridacchia.

Cammina per dieci minuti mordicchiando lo stuzzicadenti e cercando di schiarirsi le idee. A un certo punto, e non ha ben presente quando, butta via lo spinello che aveva in tasca. Poi, dal telefono pubblico del Joe Smoke Shop in Monument Square, chiama Henry. È quasi sicuro di trovare la segreteria telefonica - va ancora all'università - ma Henry è in casa e risponde al secondo squillo.

«Come va, amico?» chiede Beaver.

«Be', sai», dice Henry. «Stessa merda, altro giorno. E tu?»

Beav chiude gli occhi. Per un istante tutto toma a posto; perlomeno a posto per quanto possano essere a posto le cose in questo triste mondo di merda.

«Più o meno lo stesso», risponde. «Più o meno lo stesso.»

1993. PETE AIUTA UNA SIGNORA IN DIFFICOLTÀ

Pete è alla sua scrivania nell'ufficio dell'autosalone Macdonald Motors a Bridgton, e fa volteggiare il portachiavi che ha una targhetta con quattro lettere in smalto azzurro: NASA.

I sogni invecchiano prima dei sognatori: ecco un fatto della vita che Pete ha scoperto con il passare degli anni. Ma gli ultimi sogni sono duri a morire, e se ne vanno con rauchi gridi strazianti in un recesso del cervello. È passato molto tempo da quando Pete dormiva in una camera tappezzata da immagini dei numerosi Apollo e di astronauti e di passeggiate nello spazio e di capsule spaziali con gli scudi termici anneriti e fusi dall'enorme calore del rientro e dei Lem e dei Voyager e di una foto di un disco luminoso sovrastante l'Interstate 80, con la gente lungo la corsia d'emergenza che guardava in alto facendosi scudo agli occhi con la mano, e con una didascalia che diceva: DI QUEST'OGGETTO, FOTOGRAFATO NEI DINTORNI DI ARVADA, COLORADO, NEL 1971, NON È MAI STATA FORNITA ALCUNA SPIEGAZIONE. SI TRATTA DI UN VERO UFO.

Quanto tempo è passato.

Tuttavia, quest'anno Pete ha trascorso una delle sue due settimane di ferie a Washington, recandosi ogni giorno al National Air and Space Museum della Smithsonian dove ha scrutato gli oggetti in mostra con un sorrisetto estasiato. E gran parte di quel tempo lo ha dedicato alla contemplazione delle rocce lunari, pensando: Vengono da un luogo in cui i cieli sono sempre bui e il silenzio è eterno. Neil Armstrong e Buzz Aldrin hanno prelevato venti chili di un altro mondo e adesso eccolo qui.

Ed ecco qui anche lui, seduto a una scrivania in un giorno in cui non ha venduto neppure un'auto (la gente non ama comprare macchine quando piove, e nella parte di mondo abitata da Pete pioviggina sin dalle prime luci dell'alba), rigirando il portachiavi con la scritta NASA e guardando l'orologio. Il tempo procede lento nel pomeriggio, ancor più lento all'avvicinarsi delle cinque. A quell'ora sarà il momento della prima birra. Non prima delle cinque; assolutamente no. Se bevi durante il giorno magari devi badare a quanto ingurgiti, perché è così che fanno gli alcolisti. Ma se aspetti... se te ne stai lì a rigirare il portachiavi e aspetti...

Oltre alla prima birra della giornata, Pete aspetta che arrivi novembre. Il viaggio a Washington in aprile è stato bello, e le rocce lunari stupefacenti (lo stupiscono ancora adesso, ogni volta che ci pensa), però ci è andato da solo. Non è stato bello trovarsi là da solo. In novembre, quando prenderà l'altra settimana di ferie, sarà con Henry e Jonesy e Beav. E allora sì che si concederà delle bevute anche durante il giorno. Quando sei nei boschi, a caccia con gli amici, si può anche bere la mattina presto. Praticamente, è una tradizione. È...

La porta si apre ed entra una bella ragazza bruna. Sul metro e settantacinque (e a Pete piacciono alte), sulla trentina. Dà un'occhiata alle auto in mostra, ma non con l'aria di chi ha intenzione di comprare. Poi vede Pete e si dirige verso di lui.

Pete si alza lasciando cadere il portachiavi sul sottomano della scrivania e le va incontro sino alla porta. Adesso sfoggia un sorriso super professionale - duecento watt, piccola, puoi crederci - e ha la mano tesa. La stretta della ragazza è fresca e salda, ma lei no.

«Probabilmente non funzionerà», dice.

«Suvvia, non è così che si esordisce parlando con un venditore d'auto», ribatte Pete. «Le sfide sono il nostro pane quotidiano. Mi chiamo Pete Moore.»

«Salve», risponde lei, senza però dire il suo nome, che è Trish. «Ho un appuntamento a Fryeburg proprio fra...» - dà un'occhiata a quello stesso orologio che Pete controlla con grande assiduita nelle lente ore pomeridiane - «... fra tre quarti d'ora. Devo vedere un cliente che vuole comprare una casa, e credo di avere quella giusta, e c'è in ballo una provvigione notevole e...» Con occhi adesso colmi di lacrime, lei deglutisce per schiarirsi la voce: «... e ho perso le chiavi! Le fottute chiavi della macchina!»

Apre la borsetta e fruga all'interno.

«Però ho il libretto dell'auto... e altri documenti... ci sono tutti i numeri, e così ho pensato che lei forse, dico forse, potrebbe darmi delle chiavi nuove così potrei mettermi in viaggio. Questa vendita potrebbe essere determinante per il mio reddito di quest'anno, signor...» Ha dimenticato. Lui non si sente offeso. Moore è un cognome comune quasi quanto Smith o Jones. Senza contare che lei è molto agitata. La perdita delle chiavi può fare quell'effetto. Pete l'ha visto capitare centinaia di volte.

«Moore. Ma rispondo anche se mi chiama Pete.»

«Può aiutarmi, signor Moore? O c'è qualcuno del servizio assistenza che può darmi una mano?»

Il vecchio Johnny Damon nell'officina là dietro sarebbe lieto di aiutarla, ma di certo lei non riuscirebbe mai ad arrivare in tempo all'appuntamento.

«Potremmo procurarle un nuovo set di chiavi, ma questo richiederebbe almeno ventiquattro ore, probabilmente quarantotto», risponde lui.

Lei lo guarda con occhi lacrimosi, di un castano vellutato, e lancia un grido sgomento: «Accidenti! Accidenti!»

In quel momento uno strano pensiero colpisce Pete: assomiglia a una ragazza che conosceva tanto tempo fa. Non bene, ma bene abbastanza da salvarle la vita. Josie Rinkenhauer, ecco come si chiamava.

«Lo sapevo!» esclama Trish, senza più curarsi di nascondere l'incrinatura della voce. «Cavolo, lo sapevo!» Si volta e scoppia a piangere.

Pete le si avvicina e la prende delicatamente per le spalle. «Aspetti, Trish. Aspetti un attimo.»

Un passo falso, quello di pronunciare il suo nome, visto che non gliel'ha detto, però lei è troppo sottosopra per rendersene conto.

«Da dove viene?» chiede Pete. «Lei non è di Bridgton, vero?»

«No», dice lei. «Il nostro ufficio è a Westbrook. L'Immobiliare Dennison. Quelli che hanno un faro come logo.»

Lui annuisce a caso.

«Vengo da là. Mi sono fermata in una farmacia qui vicino per comprare dell'aspirina perché prima di trattare un grosso affare mi viene sempre il mal di testa... è lo stress, e, Santo Cielo, adesso mi sento un martellamento...»

Pete annuisce, comprensivo. S'intende di mal di testa. Naturalmente, nel suo caso, sono imputabili alla birra e non allo stress, però ne sa qualcosa, eccome.

«Dovendo ingannare il tempo, sono andata a prendere un caffè in un posto vicino alla farmacia... la caffeina aiuta, quando si ha il mal di testa...»

Pete annuisce di nuovo. Henry è lo strizzacervelli del gruppo, ma, come Pete gli ha detto più di una volta, devi saperla piuttosto lunga sui meandri della mente umana per essere un buon venditore. Adesso nota con gioia che la sua nuova amica si sta un po' calmando. Bene. Lui, un'idea per aiutarla l'avrebbe, se lei glielo permettesse. Sente che sta per scattare quel consueto piccolo clic. Quella sensazione gli piace. Non ci diventerà mai ricco, ma gli piace lo stesso.

«Sono anche andata dall'altra parte della strada, da Renny. Ho comprato un foulard... per via della pioggia, sa...» Si tocca i capelli. «Poi sono tornata alla macchina... e le mie stronzissime chiavi erano sparite! Sono tornata sui miei passi... da Renny sono andata al caffè e in farmacia, e le chiavi non sono da nessuna parte! E adesso non posso rispettare l'appuntamento!»

Nella sua voce affiora di nuovo la disperazione. Gli occhi si levano sulle lancette, che per lui strisciano e per lei galoppano. Ecco la differenza tra la gente, riflette Pete.

«Si calmi», dice. «Si calmi per qualche istante e mi ascolti. Adesso torniamo in farmacia insieme e cerchiamo le chiavi.»

«Non ci sono! Ho guardato tra tutti gli espositori, ho guardato sullo scaffale dove ho preso l'aspirina, ho chiesto alla commessa...»

«Un altro controllo non guasterà di certo», ribatte lui. La sta pilotando verso la porta, la mano delicatamente premuta contro la sua schiena. Gli piace il suo profumo e ancor più gli piacciono i suoi capelli, ebbene sì. E se è così carina in un giorno piovoso, che aspetto potrà mai avere quando brilla il sole?

«Il mio appuntamento....»

«Abbiamo ancora quaranta minuti», dice lui. «Adesso che i turisti estivi se ne sono andati, per arrivare a Fryeburg ci vogliono solo venti minuti. Cerchiamo le chiavi per una decina di minuti e, se non le troviamo, le do uno strappo io.»

Lei gli lancia uno sguardo insospettito.

Pete guarda in direzione di un altro ufficio. «Dick!» grida. «Ehi, Dickie M.!»

Dick Macdonald alza gli occhi da un cumulo di fatture.

«Di' a questa signora che si può fidare di me, nel caso dovessi darle un passaggio a Fryeburg.»

«Oh, può star tranquilla, signora», dice Dick. «Non è un maniaco sessuale né un pirata della strada. Proverà solo a venderle una macchina.»

«Non è facile vendermi qualcosa», asserisce lei con un lieve sorriso, «ma immagino di dover accettare.»

«Rispondi tu al mio telefono?» chiede Pete.

«Sarà un'impresa titanica. Con un tempo così, i clienti li devi cacciare via a bastonate.»

Pete e la ragazza bruna - Trish - escono, attraversano il vialetto e si dirigono in Main Street. La farmacia di Bridgton si trova nel secondo edificio alla loro sinistra. La pioggerellina si è fatta più insistente. La donna si avvolge la testa nel nuovo foulard e guarda Pete che è a capo scoperto. «Si sta bagnando tutto», dice lei.

«Vengo dal Nord», spiega lui. «Da quelle parti siamo tutti dei duri.»

«Lei è convinto di trovarle, vero?» chiede la donna.

Pete si stringe nelle spalle. «Forse. Sono bravo a trovare gli oggetti smarriti. Sempre stato.»

«Sa qualcosa che io ignoro?» fa lei.

Niente lanci, niente partite, pensa lui. Questo lo so di sicuro, signora mia.

«No», risponde. «Non ancora.»

Entrano in farmacia e il campanello della porta tintinna. La commessa alza gli occhi dalla rivista che sta leggendo. Alle tre e venti di un piovoso pomeriggio di fine settembre, la farmacia è deserta, tranne che per loro tre e il signor Diller che sta al banco dei farmaci venduti dietro presentazione di ricetta.

«Ciao, Pete», dice la commessa.

«Ciao, Cathy, come va?»

«Be'... non c'è proprio una ressa.» Guarda la donna bruna. «Mi spiace, signora, ho controllato di nuovo, ma non le ho trovate.»

«Pazienza», replica Trish con un debole sorriso. «Questo signore ha acconsentito a darmi un passaggio.»

«Be'», dice Cathy, «Pete non è malaccio, ma non credo che arriverei a definirlo un 'signore'.»

«Bada a come parli, cara», le sorride Pete. «Proprio sulla 302 a Naples hanno aperto un'altra farmacia.» Poi dà un'occhiata all'orologio. Anche per lui il tempo ha cominciato a galoppare. Bene: è una piacevole novità.

Pete guarda Trish. «È venuta qui per comprare l'aspirina.»

«Giusto. Ho preso un flacone di Anacin. Poi, siccome ero in anticipo...»

«Lo so, è andata da Christie a prendere un caffè, poi ha traversato la strada ed è entrata da Renny.»

«Sì.»

«Non ha preso l'aspirina col caffè, per caso?»

«No, in macchina avevo una bottiglia di acqua minerale.» Indica una Taurus verde oltre la vetrina. «Le aspirine le ho inghiottite con qualche sorso d'acqua. Ma ho frugato anche sui sedili, signor.... Pete. Ho controllato anche se era inserita nell'accensione.» Gli lancia un'occhiata spazientita che dice: So che cosa stai pensando, che sono una povera donnetta scema.

«Ancora una domanda», continua lui. «Se trovassi le sue chiavi, lei verrebbe a cena con me? Ci potremmo vedere al West Wharf. È sul tragitto tra Bridgton e...»

«So dov'è il West Wharf», dice lei, con un'aria divertita nonostante l'agitazione. Cathy, al banco, non fa nemmeno più finta di leggere. Questo è meglio delle riviste di settore, di gran lunga. «Come fa a sapere che non sono sposata, o in qualche modo impegnata?»

«Niente fede», si affretta a rispondere Pete, sebbene non abbia neppure guardato le sue mani, o perlomeno non con grande attenzione. «E poi avevo solo in mente una cenetta, non l'impegno di una vita.»

Lei guarda l'orologio. «Pete... signor Moore... purtroppo in questo momento non sono affatto in vena di corteggiamenti. Se volesse darmi un passaggio, sarei più che lieta di cenare con lei. Però...»

«A me sta bene», dice lui. «Ma, visto che, secondo me, lei verrà con la sua macchina, sarò io a presentarmi lì. Le va bene per le cinque e mezzo?»

«Sì, ma...»

«Okay.» Pete è contento. Bene: esser contenti è una bella cosa. Da due anni a questa parte non si è sentito neanche remotamente contento, e non sa il perché. Troppe serate a tirar tardi nei bar lungo la 302 tra qui e North Conway? D'accordo, ma è solo per quello? Forse no, ma non è questo il momento per pensarci. La signora ha un appuntamento. Se lo rispetta e vende la casa, chissà che cosa potrebbe capitare a Pete Moore. E se anche gli andasse buca, quantomeno avrebbe aiutato una persona. Sente di riuscire.

«Adesso farò una cosa un po' strana», dice, «ma lei non si preoccupi, d'accordo? È solo un trucchetto, come mettere il dito sotto il naso per frenare uno starnuto o darsi un colpetto alla testa quando si cerca di ricordare qualcosa. Okay?»

«Direi di sì», risponde lei, confusa al massimo.

Pete chiude gli occhi, alza il pugno davanti al volto e solleva l'indice. Lo muove avanti e indietro.

Trish guarda Cathy. La ragazza scrolla le spalle. «Signor Moore?» Adesso Trish sembra a disagio. «Signor Moore, forse dovrei...»

Pete apre gli occhi, inspira a fondo e abbassa la mano. Guarda verso la porta.

«Okay», dice. «Allora, lei è entrata...» Sposta lo sguardo come se stesse seguendo i suoi movimenti. «Si è avvicinata al banco...» Gli occhi si posano sulla superficie. «Probabilmente ha chiesto: 'Dov'è l'aspirina?' O qualcosa del genere.»

«Sì, io....»

«Ma ha preso qualcosa.» Pete lo vede sull'espositore dei dolciumi: il segno giallissimo, simile a una scritta a mano. «Barrette al cioccolato?»

«Un sacco.» Lei sgrana gli occhi. «Come fa a saperlo?»

«Ha preso i dolci, poi è andata a procurarsi l'aspirina...» Adesso sta guardando la seconda fila di scaffali. «Dopo di che ha pagato ed è uscita... andiamo fuori un attimo. Ci vediamo, Cathy.»

Cathy si limita ad annuire, sbarrando gli occhi.

Pete esce, incurante del tintinnio del campanello, incurante della pioggia che adesso scroscia davvero. Il giallo è sul marciapiede, ma sta scolorendo sotto l'azione dell'acqua. Tuttavia lui lo vede e la cosa gli fa piacere. Avverte il famoso clic. Bello. È la riga gialla. Da tanto non gli capitava di percepirla con tanta chiarezza.

«Torniamo all'auto», dice, rivolto a se stesso. «Andiamo a prendere due aspirine con un sorso d'acqua...»

Si dirige verso la Taurus. La donna lo segue, gli occhi più sgranati che mai. Quasi spaventata.

«Lei apre la portiera. Tutta questa roba... borsa... chiavi... aspirina... barrette al cioccolato... passa da una mano all'altra... ed è allora che...»

Si china, caccia la mano nell'acqua del canaletto e tira fuori qualcosa. Lo fa ondeggiare con gesto da prestigiatore. Le chiavi baluginano grigiastre nell'atmosfera piovosa.

«... lei lascia cadere le chiavi.»

La donna, in un primo momento, non le prende. Lo guarda a bocca aperta, come se Pete avesse compiuto una stregoneria.

«Avanti», invita lui, il sorriso un po' meno brillante adesso. «Le prenda. Non era niente di magico, mi creda. In gran parte si tratta di deduzione. Sono bravo in queste cose. Ehi, dovrebbe avermi al suo fianco se dovesse perdersi in auto. Sono bravissimo nel ritrovare la strada giusta.»

Gli prende le chiavi. Rapidamente, badando a non sfiorargli le dita, e in quel momento Pete capisce che lei, quella sera, non verrà al ristorante. Non ci vogliono doti speciali per arrivare a quella conclusione: basta guardarla negli occhi, nei quali si legge più spavento che gratitudine.

«Grazie... grazie», dice. Di colpo sta misurando la distanza tra di loro, non volendo accorciarla più del necessario.

«Di niente. Non si dimentichi: al West Wharf, alle cinque e mezzo. Da queste parti, nessuno sa fare le vongole fritte come loro.» Procedere come da copione. Talvolta bisogna farlo, insistendo sulla finzione, comunque ci si senta. Il pomeriggio ha perso parte del suo smalto, ma qualcosa c'è ancora; ha visto la riga gialla, e questo gli dà la carica. È un piccolo trucco, ma è bello sapere che funziona ancora.

«Alle cinque e mezzo», gli fa eco lei, ma, nell'aprire la portiera, si gira e gli lancia una di quelle occhiate che si riserverebbero a un cane capace di morderti se non fosse tenuto al guinzaglio. È contenta di non dover andare a Fryeburg con lui. Pete non ha bisogno di essere un chiaroveggente per capirlo.

Lui se ne sta lì sotto la pioggia e la guarda uscire dal parcheggio a pettine, e, quando lei si allontana, agita le mani in un cordiale saluto da venditore d'auto. Lei risponde con un movimento delle dita appena accennato, e naturalmente, quando lui si presenta al West Wharf (alle cinque e un quarto, tanto per essere tempestivo ed efficiente, qualora lei venisse), lei non si fa viva, e non compare neppure nell'ora successiva. Lui si attarda comunque nel bar del ristorante bevendo birra e guardando il traffico lungo la 302. Gli pare di vederla passare senza rallentare verso le cinque e quaranta, una Taurus verde che sfreccia sotto la pioggia ormai molto fitta, una Taurus verde che - forse sì, forse no - si tira dietro un nimbo di luce gialla che sfuma subito nell'aria grigiastra.

Stessa merda, altro giorno, pensa Pete, ma adesso ogni gioia è svanita ed è tornata la tristezza, una tristezza che a lui pare meritata, il prezzo di un qualche tradimento non del tutto dimenticato. Accende una sigaretta - ai vecchi tempi, da ragazzino, fingeva di fumare, ma ora non deve più far finta - e ordina un'altra birra.

Milt gliela serve ma dice: «Dovresti mangiare qualcosa assieme a queste birre, Peter».

Allora lui ordina un piatto di vongole fritte e ne mangia qualcuna condita con salsa tartara mentre beve altre due birre, e, a un certo punto, prima di emigrare in qualche altro locale dove è meno conosciuto, cerca di chiamare Jonesy, nel Massachusetts. Ma lui e Carla sono fuori, in una delle loro rare uscite serali, e lui trova solo la baby-sitter che gli chiede se vuol lasciare un messaggio.

Pete sta per dire no, poi ci ripensa. «Gli dica solo che ha chiamato Pete. E che ha detto Smag.»

«S...m...a...g.» Sta prendendo nota. «Ma lui sa cosa....»

«Ah, certo», risponde Pete, «lo sa.»

Verso mezzanotte si ritrova ubriaco in un buco del New Hampshire, il Muddy Rudder o Ruddy Mother, e sta cercando di raccontare a una ragazza sbronza quanto lui che un tempo era davvero convinto che avrebbe posato per primo il piede su Marte, e benché lei annuisca e dica sì-sì-sì, sospetta che quella voglia solo ingollarsi un ultimo brandy prima della chiusura. Poco importa. Domani si sveglierà con il mal di testa ma andrà comunque al lavoro e magari venderà un'auto o magari no, ma tutto procederà comunque. Una volta le cose erano diverse, ma ora sono le stesse. Il fatto non lo turba più di tanto; per uno come lui, la regola pratica è Smag, e allora che cazzo vuoi. Sei cresciuto, sei diventato uomo, ti sei dovuto rassegnare a ottenere meno di quanto avessi sperato; hai scoperto che sulla macchina dei sogni c'era un cartello con la scritta: FUORI SERVIZIO.

In novembre andrà a caccia con gli amici, e questa è un'aspettativa più che sufficiente... oltre a un eventuale pompino al rossetto fattogli in auto da una pollastra ubriaca. Volere di più sarebbe solo andare in cerca di dispiaceri.

I sogni sono per i bambini.

1998. HENRY IN SEDUTA CON UN PAZIENTE «DA DIVANO»

La stanza è semibuia. Henry tiene sempre le luci basse quando riceve un paziente. Ha constatato che ben pochi se ne accorgono. Secondo lui, questo è dovuto al fatto che anche le loro menti vagolano nella semioscurità. Perlopiù riceve dei nevrotici («I boschi ne sono pieni», ebbe a dire a Jonesy mentre si trovavano, per l'appunto, nei boschi) e, secondo la sua valutazione - del tutto priva di basi scientifiche -, i disturbi hanno la funzione di filtro polarizzatore tra loro e il resto del mondo. Con l'aggravarsi della nevrosi, s'infittisce anche l'oscurità interiore. Per i pazienti prova, in linea di massima, una sorta di simpatia distaccata. Talvolta compassione. Pochi di loro lo mandano in bestia. Barry Newman è uno di questi.

Ai pazienti che approdano per la prima volta nello studio di Henry viene data una scelta che di solito non percepiscono come tale. Entrando si trovano in una stanza accogliente (per quanto un po' buia), che, sulla sinistra, ha un caminetto, munito di uno di quei ciocchi indistruttibili, ferro camuffato da legno con quattro beccucci di gas astutamente nascosti nella parte inferiore. Davanti al caminetto c'è una poltrona in cui invariabilmente siede Henry, sotto un'eccellente riproduzione di un Van Gogh. (Talvolta Henry dice ai colleghi che tutti gli psicanalisti dovrebbero avere almeno un Van Gogh nello studio.) Al lato opposto della stanza ci sono una poltrona e un divano. Henry è sempre curioso di vedere per quale deciderà il paziente. È abbastanza pratico del mestiere da sapere che la scelta iniziale determinerà quasi sempre quelle future. Esiste uno studio in proposito. Ma Henry, di questi tempi, si scopre a nutrire minor interesse per le pubblicazioni, le riviste scientifiche, i convegni e le conferenze. Una volta erano importanti per lui, ma adesso le cose sono cambiate. Ora dorme meno, mangia meno, e ride anche meno. Nella sua vita è scesa l'oscurità - è il filtro polarizzatore - e a Henry va bene così. Meno bagliore.

Barry Newman è stato un paziente «da divano» fin dall'inizio, ed Henry non ha mai commesso l'errore di far dipendere la cosa dal suo stato mentale. Il divano gli risulta solo più comodo, anche se Henry talvolta deve dargli una mano per alzarsi alla fine dei cinquanta minuti di seduta. Barry Newman è alto un metro e settanta e pesa centottanta chili. Questo fa del divano un amico.

Le sedute tendono a essere lunghi e monotoni resoconti di avventure gastronomiche della settimana precedente. Non che Barry sia un gourmet, oh no, proprio l'opposto. Mangia tutto ciò che gli capita sottomano. È un tritatutto. E la sua memoria, su questo argomento, è, a dir poco, eidetica. Lui sta al cibo come il vecchio Pete sta alla geografia e all'orientamento.

Henry ha quasi rinunciato al tentativo di strappare Barry dagli alberi affinché possa vedere la foresta. In parte questo è dovuto al desiderio, strisciante ma implacabile, dell'altro di discutere di cibo in modo particolareggiato; in parte si deve al fatto che, a Henry, Barry non piace e non è mai piaciuto. I suoi genitori sono morti. Il padre quando lui aveva sedici anni, la madre quando ne aveva ventidue. Gli hanno lasciato una grossa eredità, destinata però a restare in amministrazione fiduciaria sino a che lui non compirà trent'anni. A quel punto potrà entrarne in possesso... se continuerà la terapia. Altrimenti, il capitale continuerà a essere amministrato da altri sino al compimento del suo cinquantesimo anno.

Henry dubita che Barry Newman arrivi ai cinquant'anni.

Ha una pressione massima di centonovanta e una minima di centoquaranta (glielo ha detto lui stesso, con un certo orgoglio).

Il colesterolo totale è arrivato a duecentonovanta; Barry è una miniera di grassi.

«Sono un infarto ambulante», ha detto a Henry, con l'allegra solennità di chi può fare affermazioni scioccanti su di sé perché tanto non ci crede davvero.

«Oggi a colazione mi sono fatto due megacheeseburger con relativo contorno da Burger King», sta dicendo adesso. «Li adoro perché il formaggio è davvero caldo.» Le sue labbra carnose - stranamente piccole per un omaccione come lui - si stringono e tremano, come se stessero assaporando quello squisito formaggio fondente. «Ho preso anche un milkshake, e, tornando a casa, ho mangiato un paio di barrette al cioccolato. Ho fatto un pisolino e, al risveglio, ho scaldato nel microonde un'intera confezione di cialde surgelate. 'Le cialde Eggo!'» strilla prima di scoppiare a ridere. È la risata di un uomo posseduto da un felice ricordo: la vista di un tramonto, la sensazione di un seno sodo sotto una sottile camicia di seta (non che Barry, secondo la valutazione di Henry, abbia mai provato una simile sensazione), o il tepore della sabbia sulla spiaggia.

«Gran parte della gente usa il tostapane per scongelare le cialde Eggo», continua Barry, «ma, secondo me, diventano troppo croccanti. Il microonde le rende calde e morbide. Calde... e morbide.» Fa schioccare i labbruzzi. «Mi sentivo un po' in colpa a mangiare tutta la confezione.» Butta lì quest'ultima osservazione come se si fosse improvvisamente ricordato che Henry, lì, è nell'esercizio delle sue funzioni professionali. In ogni seduta lancia almeno quattro o cinque battutine del genere... poi ripiomba sul cibo.

Nel suo resoconto, è arrivato al martedì sera. Dato che oggi è venerdì, ci sono ancora molti pasti e spuntini da descrivere. Henry lascia che la sua mente vaghi altrove. Barry è l'ultimo paziente della giornata. Alla fine del suo delirio calorico, Henry andrà a casa a fare le valigie. Domattina si alzerà alle sei e, tra le sette e le otto, Jonesy svolterà nel vialetto di casa sua. Metteranno i bagagli sulla vecchia Scout, ormai adibita solo all'escursione autunnale di caccia, e, per le otto e mezzo, saranno ripartiti in direzione nord. Lungo il tragitto, passeranno a prendere Pete a Bridgton, poi Beav, che vive ancora dalle parti di Derry. A sera saranno all'Hole in the Wall, nella zona di Jefferson, e giocheranno a carte nel soggiorno ascoltando il vento fischiare intorno alle grondaie. I fucili saranno appoggiati in un angolo della cucina, e i permessi di caccia saranno appesi a un gancio della porta sul retro.

Sarà con i suoi amici, e, come sempre, gli parrà di essere tornato a casa. Per una settimana, forse, il filtro polarizzatore sospenderà in parte le funzioni. Parleranno dei vecchi tempi, rideranno delle oscenità pronunciate da Beaver e, se qualcuno dovesse davvero uccidere un cervo, quello sarebbe tutto grasso che cola. Insieme, funzionano ancora bene. Insieme, riescono ancora a sconfiggere il tempo.

Sullo sfondo, Barry Newman borbotta e borbotta. Costolette di maiale e purè di patate e pannocchie di mais grondanti burro e torta di cioccolata e una coppetta con quattro palline di gelato innaffiate di Pepsi-Cola e uova fritte, uova alla coque, uova in camicia...

Henry annuisce a tempo e sente tutto senza veramente ascoltare. Un vecchio trucco del mestiere.

Dio sa se lui e i suoi vecchi amici non hanno dei problemi. Beaver è tremendo quando si tratta di rapporti interpersonali, Pete beve troppo (esageratamente), Jonesy e Carla hanno schivato il divorzio per un pelo, e su Henry incombe una depressione che a lui stesso pare, nel contempo, seducente e sgradevole. Hanno dei problemi, eccome. Ma insieme funzionano ancora bene, la scintilla scocca ancora, ed entro domani sera saranno riuniti. Per otto giorni, quest'anno. Che bello!

«So che non dovrei farlo, ma la mattina presto ho questa compulsione. Forse si tratta di ipoglicemia, potrebbe essere quella. Insomma, ho mangiato gli avanzi del pan di Spagna che erano nel frigo, poi sono salito in macchina e sono andato a un Dunkin' Donuts e ho preso una dozzina di sfogliatine alla mela e quattro...»

Henry, ancora assorto nel pensiero della vacanza che inizia domani, non si rende conto di quel che dice sino a che non gli è sfuggito di bocca.

«Magari questo abbuffarsi compulsivo ha qualcosa a che fare con la convinzione di aver ucciso tua madre. Non ti pare possibile?»

Barry ammutolisce di colpo. Henry solleva lo sguardo e vede che lo fissa con occhi tanto sgranati da essere, una volta tanto, visibili. E pur sapendo di doversi frenare - non dovrebbe assolutamente dire queste cose, non rientrano affatto nella terapia - Henry non vuole smetterla. In parte, si può spiegare con il pensiero dei vecchi amici, ma il vero motivo è il desiderio di vedere l'espressione scioccata sul volto di Barry, il pallore delle sue guance. Quello che davvero gli rompe di lui è il suo autocompiacimento. La sicurezza di non aver alcun bisogno di modificare il suo comportamento autodistruttivo, e men che meno di doverne cercare le origini.

«Sei veramente convinto di averla uccisa, no?» chiede Henry. Parla con disinvoltura, quasi scherzosamente.

«Io... io mai... mi sento offeso...»

«Lei ha chiamato e chiamato, ha detto di avere dei dolori al petto, ma intanto era una cosa che diceva spesso, no? Una settimana sì e una no. Talvolta un giorno sì e uno no. Ti chiamava al piano di sotto. 'Barry, telefona al dottor Withers. Barry, chiama l'ambulanza. Barry, chiama il pronto intervento.'»

Non avevano mai parlato veramente dei genitori di Barry. Nel suo modo strisciante, grasso, implacabile, Barry lo impediva. Cominciava a discuterne - o dava quest'impressione - poi, zacchete, ricadeva nell'agnello alla brace, nel pollo arrosto o nell'anatra all'arancia, l'inventario delle abbuffate. E così Henry non ne sa nulla, e di certo non è al corrente di quanto era avvenuto il giorno della morte della madre, che era caduta dal letto, e si era pisciata addosso sulla moquette, senza mai smettere di gridare, una disgustosa palla di grasso di centotrenta chili che gridava e gridava. Non sa nulla perché non gli è mai stato detto, però lo sa. E Barry, all'epoca, era più snello. Un «fuscello» sugli ottantacinque chili.

Questa è la versione di Henry della visione della riga. Vedere la riga. Henry non la vede da circa cinque anni (a meno che non gli compaia qualche volta in sogno) ed era convinto che fosse una cosa ormai archiviata. Ma adesso, rieccola.

«Te ne stavi davanti alla televisione e sentivi le sue grida», dice. «Eri lì a guardare Ricki Lake e mangiavi... cosa? Un cheesecake? Una coppa di gelato? Non so. Ma l'hai lasciata gridare.»

«Smettila!»

«Hai lasciato che gridasse, e perché no? Grida al lupo, al lupo da tutta una vita. Non sei uno stupido e sai che è la verità. Sono cose che capitano. Sai anche questo. Ti sei immedesimato in una tua versione personale di un'opera di Tennessee Williams solo perché ti piace abbuffarti. Ma sai una cosa, Barry? Questo ti ucciderà. In fondo all'anima non ci credi, ma è così. Hai un cuore che batte come i pugni di un sepolto vivo contro il coperchio della cassa. Che ne sarà di te tra una quarantina di chili?»

«Chiudi quella...»

«La tua caduta, Barry, sarà come quella della Torre di Babele. La gente che assisterà al tuo crollo ne parlerà per anni. Farai precipitare i piatti dagli scaffali...»

«Finiscila!» Adesso Barry si è tirato su a sedere, e questa volta non ha bisogno dell'aiuto di Henry, ed è pallidissimo, tranne che per i due boccioli che rosseggiano espandendosi sulle sue guance.

«... rovescerai il caffè dalla tazza e ti piscerai sotto proprio come ha fatto lei...»

«Finiscila!» strilla Barry. «Finiscila, mostro!»

Ma Henry non ce la fa. Vede la riga che, una volta percepita, non può essere ignorata.

«... a meno che non ti svegli da questo sogno malefico in cui vivi. Vedi, Barry...»

Ma Barry non vuol vedere, si rifiuta nel modo più assoluto. Schizza fuori dalla porta, le chiappe traballanti, e sparisce.

Lì per lì Henry rimane immobile, ascoltando il rombo di quel branco di bufali formato da un solo uomo: Barry Newman. La sala d'aspetto è vuota; lui non ha una segretaria e, sparito Newman, la settimana è conclusa. Meglio così. Era comunque un casino. Si sdraia sul divano.

«Dottore», dice, «ho appena toppato.»

«Cos'hai fatto, Henry?»

«Ho detto la verità a un paziente.»

«La verità ci rende forse liberi, Henry?»

«No», risponde a se stesso guardando il soffitto. «Per niente.»

«Chiudi gli occhi, Henry.»

«D'accordo, dottore.»

Chiude gli occhi. Allo studio subentra il buio, e questo è positivo. L'oscurità gli è diventata amica. Domani vedrà gli altri amici (tre, almeno) e la luce sarà di nuovo buona. Ma ora... ora...

«Dottore?»

«Sì, Henry.»

«Questo è un autentico caso di stessa merda, altro giorno. Te ne rendi conto?»

«Cosa vuol dire, Henry? Cosa vuol dire per te?»

«Tutto», dice, gli occhi chiusi, poi aggiunge: «Niente». Ma è una menzogna. Non è la prima che viene pronunciata in questa sede.

Resta sdraiato sul divano, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, e di lì a poco si addormenta.

Il giorno dopo i quattro vanno all'Hole in the Wall, e sono otto splendidi giorni. Le belle settimane di caccia stanno per finire, ne restano ancora poche, ma loro, naturalmente, non lo sanno. La grande oscurità arriverà tra qualche anno, ma arriverà.

L'oscurità incombe.

2001. LA RIUNIONE ALLIEVO-STUDENTE DI JONESY

Non sappiamo quali saranno i giorni che cambieranno la nostra vita. Probabilmente è meglio così. Nel suo giorno cruciale, Jonesy è nell'ufficio al terzo piano del John Jay College, e guarda la sua porzioncina di Boston pensando quanto avesse torto T.S. Eliot nel definire aprile il mese più crudele solo perché, presumibilmente, un falegname itinerante di Nazareth si era fatto crocifiggere per aver istigato una rivolta. Chi vive a Boston sa che il mese più crudele è marzo, che ti concede qualche giorno di falsa speranza per poi allegramente darti una botta tremenda. Oggi è una di quelle giornate infide, in cui si pensa che la primavera sia davvero alle porte, e Jonesy sta progettando di fare una passeggiata non appena avrà sbrigato la seccatura che lo attende. Naturalmente, a questo punto, non ha idea di quanta bruttura possa riservare una giornata; non ha idea che quella, per lui, si concluderà in una stanza d'ospedale, tutto maciullato e in lotta per la vita.

Stessa merda, altro giorno, pensa. Ma questa sarà una merda diversa.

È allora che squilla il telefono, e lui risponde subito, in preda a una speranzosa premonizione: sarà quel Defuniak che chiama per cancellare l'appuntamento delle undici. Avrà avuto sentore di quello che c'è nell'aria, pensa Jonesy, ed è molto probabile. Di solito sono gli studenti a prendere appuntamento per parlare con il docente. Quando un ragazzo viene a sapere che un docente vuole vederlo... be', non bisogna essere scienziati per capire che... eccetera eccetera.

«Pronto, qui Jones», dice.

«Ehi, Jonesy, come ti va la vita?»

È una voce che riconoscerebbe ovunque. «Henry! Ehi! La vita va alla grande!»

La vita non va poi tanto alla grande, specie con la prospettiva di vedere Defuniak tra un quarto d'ora, ma tutto è relativo, no? In confronto a dove sarà tra dodici ore, collegato a tutte quelle macchine pigolanti, con un'operazione alle spalle e altre tre nel futuro, Jonesy è, come si suol dire, in un letto di rose.

«Mi fa piacere.»

Jonesy forse ha colto il tono greve della voce di Henry, ma più che altro l'ha intuito.

«Henry? Qualcosa non va?»

Silenzio. Jonesy sta per ripetere la domanda quando Henry risponde.

«Ieri è morto un mio paziente. Ho visto il suo necrologio sul giornale. Si chiamava Barry Newman.» Henry s'interrompe. «Era un paziente 'da divano'.»

Jonesy non sa che cosa voglia dire, ma capisce che il vecchio amico sta male. Questo lo sa.

«Suicidio?»

«Infarto. A ventinove anni. Si è scavato la fossa con forchetta e coltello.»

«Mi spiace.»

«Ha smesso di venire da me circa tre anni fa. L'ho spaventato e lui è scappato. Ho avuto... una di quelle cose. Sai di cosa parlo.»

Jonesy pensa di saperlo. «Era la riga?»

Henry sospira. A Jonesy non dà l'impressione che sia un sospiro di rimpianto. Di sollievo, piuttosto. «Sì. Gliel'ho cantata chiara. Lui è scappato come se avesse il fuoco al culo.»

«Non per questo sei responsabile dell'infarto.»

«Può darsi che tu abbia ragione. Ma non è così che mi sento.» Pausa. Poi, con una traccia di divertimento: «Non è il verso di una canzone di Jim Croce? Ma tu stai bene, Jonesy?»

«Io? Sì. Perché me lo chiedi?»

«Non so», risponde Henry. «Solo che non riesco a smettere di pensare a te da quando ho aperto il giornale e ho visto la foto di Barry nella pagina dei necrologi. Voglio che tu stia attento.»

Nelle ossa (molte delle quali andranno in pezzi di lì a poco) Jonesy percepisce un lieve gelo. «Ma insomma, di cosa stai parlando?»

«Non lo so», dice Henry. «Forse non è niente. Ma...»

«È ancora la riga?» Jonesy è allarmato. Si gira sulla sedia e guarda la promessa di primavera fuori della finestra. Gli viene in mente che forse lo studente Defuniak è disturbato mentalmente, forse ha una pistola (ha del ferro addosso, come dicono nei gialli che ama leggere nel tempo libero) ed Henry, chissà come, lo sa.

«Non so. La cosa più probabile è che io abbia avuto una reazione traslata vedendo la foto di Barry nei necrologi. Però sta' attento nelle prossime ore, d'accordo?»

«Be'... sì. Lo farò.»

«Bravo.»

«E tu stai bene?»

«Benone.»

Ma Jonesy non ha l'impressione che Henry stia benone. Sta per dire qualcosa quando qualcuno, alle sue spalle, si schiarisce la gola. Probabilmente è arrivato Defuniak.

«Ottimo», dice, facendo ruotare la sedia. E infatti ecco lì, sulla soglia, il suo appuntamento delle undici, che non ha per niente un'aria minacciosa: è solo un ragazzotto imbacuccato in un piumino troppo pesante per quella giornata, con l'aria scarna e malnutrita, un orecchino e un'acconciatura punk, irta sopra gli occhi spaventati. «Henry, ho un appuntamento. Ti richiamo...»

«Non è necessario. Davvero.»

«Sei sicuro?»

«Sì. Ma c'è un'altra cosa. Mi concedi altri trenta secondi?»

«Ma certo.» Leva un dito verso Defuniak, che annuisce. Ma resta in piedi sino a che Jonesy gli indica una sedia che è la sola dell'ufficio a non essere ingombra di libri. Defuniak si accomoda a malincuore. All'apparecchio, Jonesy dice: «Parla».

«Credo che dovremmo tornare a Derry. Una visita veloce, solo tu e io. A vedere il nostro vecchio amico.»

«Vuoi dire...?» Ma non vuole pronunciare il nome, quel nome fanciullesco, di fronte a un estraneo.

Non ce n'è bisogno: è Henry a dirlo per lui. Una volta erano un quartetto, poi per un breve periodo erano diventati cinque, e infine ridiventati quattro. Ma il quinto non li ha veramente lasciati. Henry pronuncia il nome, il nome di un ragazzo che, magicamente, è ancora un ragazzo. Le preoccupazioni di Henry nei suoi confronti sono più chiare, più facili da esprimere. Non è una cosa che sa di preciso, dice a Jonesy, ma solo una sensazione: il vecchio compagno potrebbe aver bisogno di una visita.

«Hai parlato con sua madre?» chiede Jonesy.

«Secondo me», risponde Henry, «sarebbe meglio se... se capitassimo lì come per caso. Come sei messo questo weekend? O quello dopo?»

Jonesy non ha bisogno di consultare l'agenda. Il weekend inizia dopodomani. Sabato pomeriggio dovrebbe presenziare a una festicciola tra colleghi, ma può facilmente liberarsi.

«Questo weekend mi sta bene», dice. «E se venissi sabato? Alle dieci?»

«D'accordo.» Henry sembra sollevato, più simile al solito vecchio Henry. Jonesy si rilassa. «Sei sicuro?»

«Se pensi che dovremmo andare a vedere...» Jonesy esita «... a vedere Douglas, allora facciamolo. È passato troppo tempo.»

«La persona con cui avevi appuntamento è già lì?»

«Sì.»

«Bene. Ti aspetto sabato alle dieci. Magari prendiamo la Scout. Tanto per usarla un po'. Ti andrebbe?»

«A meraviglia.»

Henry ride. «Carla ti prepara ancora la colazione?»

«Sì.» Jonesy guarda la ventiquattrore.

«Cosa ti ha fatto oggi? Panino col tonno?»

«Insalata di uova sode.»

«Mmm-mmm. Okay, ti lascio. Smag, dico bene?»

«Smag», conviene Jonesy. Non può chiamare il vecchio amico con il suo vero nome davanti a un allievo, ma Smag lo può dire. «Ci sentiamo...»

«E abbi cura di te. Dico sul serio.» Calca quelle ultime parole, e la cosa fa un po' paura. Ma, prima che Jonesy possa reagire (e non saprebbe davvero che cosa dire con Defuniak lì davanti a lui che lo scruta e lo ascolta), Henry chiude.

Jonesy fissa il telefono per qualche istante poi riattacca a sua volta. Gira un foglio del calendario da tavolo e, sulla pagina del sabato, cancella APERITIVO A CASA DEL PRESIDE JACOBSON e scrive [presentare scuse] - ANDARE A DERRY A TROVARE D CON HENRY. Ma è un impegno che non rispetterà. Sabato, Derry e i vecchi amici saranno l'ultimo dei suoi pensieri.

Jonesy inspira a fondo, butta fuori l'aria e sposta la sua attenzione sul problematico appuntamento delle undici. Il ragazzo si agita sulla sedia. Si deve essere fatto un'idea della ragione della convocazione, deduce Jonesy.

«Allora, signor Defuniak», dice. «Lei viene dal Maine, da quanto risulta dai suoi documenti.»

«Sì. Pittsfield. Io...»

«Dalla sua scheda risulta che lei ha una borsa di studio e che ha avuto buoni voti.»

Il ragazzo, nota Jonesy, non è semplicemente preoccupato. È sull'orlo delle lacrime. Cristo, questo sì che è difficile. A Jonesy non era mai capitato di dover accusare uno studente di aver perpetrato un imbroglio, ma c'era da supporre che quella non sarebbe stata l'ultima volta. Spera solo che non succeda troppo spesso. Perché è davvero dura, è quella che Beaver definirebbe un'inculata senza vaselina.

«Signor Defuniak - David - lei sa cosa capita ai borsisti che fanno imbrogli? Diciamo, agli esami semestrali?»

Il ragazzo sussulta come se gli avessero dato una scarica alle chiappe scarnite. Adesso gli tremano le labbra e la prima lacrima, o Dio, scende lungo l'imberbe guancia da adolescente.

«Glielo dico io», fa Jonesy. «La borsa di studio svanisce. Ecco cosa succede. Puf, e si volatilizza.»

«Io... io...»

Sulla scrivania c'è una cartelletta. Jonesy la apre e tira fuori un'esercitazione di fine semestre sulla storia europea, uno di quei mostruosi test costituiti da domande cui corrisponde più di una risposta sui quali il dipartimento, nella sua galoppante follia, insiste. Tracciato alla sommità della pagina, con tratti neri di una penna ottica («Assicuratevi che i segni siano netti e continui, e se dovete cancellare, cancellateli completamente») c'è il nome DAVID DEFUNIAK.

«Ho esaminato il lavoro che ha svolto durante il semestre, David; ho rivisto l'esercitazione che lei ha fatto sul feudalesimo in Francia durante il Medioevo; ho anche guardato i suoi precedenti accademici. Non ha dato prova di essere brillante, ma se l'è cavata. E mi rendo conto che lei, iscrivendosi al mio corso, sta semplicemente assolvendo a esigenze di curriculum - i suoi reali interessi non sono nel mio campo, vero?»

Defuniak scuote il capo senza aprir bocca. Le lacrime lungo le guance brillano nella infida luce marzolina.

Jonesy lancia al ragazzo una scatola di fazzoletti di carta posata sulla scrivania e quello la afferra nonostante il suo turbamento. Buoni riflessi. A diciannove anni, quando tutti i tuoi meccanismi sono saldi e non usurati, reagisci ancora bene, con prontezza.

Aspetta qualche anno, signor Defuniak, pensa Jonesy. Io ne ho solo trentasette e alcuni fili cominciano a staccarsi.

«Forse lei si merita un'altra possibilità», dice Jonesy.

Con gesti lenti e decisi, comincia ad appallottolare il test di Defuniak, che è sospettosamente perfetto, una cosa da trenta e lode.

«Magari è capitato che lei era malato il giorno dell'esame, e non si è mai presentato.»

«Ero malato», si affretta a dire Defuniak. «Credo di aver avuto l'influenza.»

«E allora dovrei assegnarle un'esercitazione da fare a casa invece del test affrontato dai suoi compagni di corso. Se lei vuole. Tanto per compensare l'esame saltato. Le andrebbe?»

«Sì», risponde il ragazzo asciugandosi energicamente gli occhi con un malloppo di fazzoletti di carta. Perlomeno non si è lanciato in tutte quelle stupide geremiadi sull'impossibilità, da parte di Jonesy, di provare quanto era accaduto, sull'eventualità di rivolgersi al Consiglio studentesco e di organizzare una protesta eccetera eccetera. Invece piange, il che non è bello da vedere ma è probabilmente un buon segno - diciannove anni sono pochi, ma troppi per aver perso ogni residuo di coscienza. Defuniak si è mostrato all'altezza della situazione, e questo fa pensare che, dentro di lui, ci sia un uomo in fieri. «Sì, sarebbe stupendo.»

«È chiaro che se dovesse ripetersi un fatto del genere...»

«Non succederà», assicura il ragazzo, con fervore. «Non succederà, professor Jones.»

Benché sia solo un professore associato, Jonesy non si prende la briga di correggerlo. In fondo, un giorno sarà il professor Jones. Se lo augura di tutto cuore: sua moglie e lui hanno un sacco di marmocchi e se nel futuro non dovessero esserci degli aumenti di stipendio, la vita si prospetterebbe piuttosto dura. Di brutti momenti ne hanno già visti abbastanza.

«Spero di no», dice. «Mi consegni una decina di pagine sulle conseguenze a breve termine della conquista normanna. D'accordo, David? Citi le fonti, ma non è necessario che faccia note a piè di pagina. Una tesina informale, ma dritta al punto. La voglio per lunedì prossimo. Chiaro?»

«Sissignore.»

«E allora vada e si metta al lavoro.» Indica le scarpe logore di Defuniak. «E la prossima volta che pensa di comprarsi della birra, acquisti invece un nuovo paio di scarpe. Non vorrei che le venisse di nuovo l'influenza.»

Defuniak va alla porta, poi si gira. È ansioso di togliersi dai piedi prima che il professore cambi idea, ma, d'altra parte, ha solo diciannove anni. Ed è curioso. «Come ha fatto a scoprirlo? Lei nemmeno c'era quel giorno. È stato un atto di pirateria informatica di quelli dei master.»

«Lo sapevo, e basta», risponde Jones, con una certa asprezza. «Vada, figliolo. Scriva una bella tesina. Cerchi di conservare la borsa di studio. Anch'io vengo dal Maine - da Derry - e conosco Pittsfield. È un posto da cui si viene via, e dove non è il caso di tornare.»

«Su questo ha proprio ragione», dice Defuniak, convinto. «Grazie. Grazie per avermi dato un'altra possibilità.»

«Uscendo, chiuda la porta.»

Defuniak - che avrebbe speso i soldi delle scarpe non in birra ma in un mazzo di fiori per augurare una pronta guarigione al professore - esce, chiudendo diligentemente la porta alle sue spalle. Jonesy guarda di nuovo fuori della finestra. La schiarita è incerta ma invitante. E, dato che l'incontro con Defuniak è andato meglio di quanto si aspettasse, pensa di uscire prima che altre nubi marzoline - magari foriere di neve - coprano il cielo. Aveva in mente di mangiare in ufficio, ma matura un altro piano. È il peggiore della sua vita, ma naturalmente lui non lo sa. Pensa di prendere la ventiquattrore, comprare il Phoenix di Boston e andare a piedi sino a Cambridge, sulla sponda opposta del fiume, dove, seduto su una panchina, mangerà il panino con l'insalata di uova sode.

Si alza per riporre nello schedario la cartellina di Defuniak, nella sezione D-F. «Come ha fatto a scoprirlo?» aveva chiesto il ragazzo, e quella era parsa a Jonesy un'ottima domanda. Anzi, eccellente. La risposta è questa: lo sapeva perché... a volte sa delle cose. È la pura e la sola verità. Se fosse minacciato con una pistola alla tempia, direbbe di averlo scoperto durante la prima lezione del secondo semestre, era impresso nella mente di Defuniak come una rossa scritta lampeggiante: IMBROGLIONE IMBROGLIONE IMBROGLIONE.

Ma è una fesseria: lui non sa leggere nella mente altrui. Mai stato capace. Mai e poi mai. Talvolta nella mente gli balenano delle cose - così aveva capito che la moglie aveva dei problemi con le pillole, e allo stesso modo, forse, doveva aver intuito che Henry era depresso quando lo aveva chiamato (No, scemo, si capiva dalla voce, ecco tutto). Eventi del genere gli capitano molto di rado adesso. Non si era verificato niente di davvero strano dopo la faccenda di Josie Rinkenhauer. Forse una volta qualcosa c'era, ed era andato avanti per tutta la loro infanzia e adolescenza, ma di certo adesso era sparito. O quasi.

Quasi.

Fa un cerchio intorno alle parole ANDARE A DERRY sul foglietto del calendario, poi prende la ventiquattrore. A quel punto gli balena un nuovo pensiero, insensato e improvviso ma molto netto: Attenzione a Mr Gray.

Si ferma con la mano sulla maniglia. Era la sua voce, non c'è dubbio.

«Cosa?» chiede nel vuoto che lo circonda.

Niente.

Jonesy esce dall'ufficio, chiude la porta e controlla che la serratura sia scattata. In un angolo del tabellone sulla porta c'è un cartoncino bianco. Jonesy lo stacca e lo gira. L'altro lato reca un messaggio: TORNO ALL'UNA - SONO IRREPERIBILE SINO A QUELL'ORA. Ma passeranno quasi due mesi prima che Jonesy ritorni in quell'ufficio e veda il calendario ancora aperto sul giorno di san Patrizio.

«Abbi cura di te», ha detto Henry, ma Jonesy non sta pensando a quel consiglio. Pensa al sole marzolino. Pensa al panino che mangerà. Pensa alle ragazze che potrebbe sbirciare a Cambridge - vanno di moda le gonne corte e il vento di marzo è birichino. Pensa a un sacco di cose, ma di fare attenzione a Mr Gray non gli viene neppure in mente. E neppure di aver cura di se stesso.

È un errore. Ed è così che le vite cambiano per sempre.

PARTE PRIMA

CANCRO

Questo tremito mi mantiene saldo.

Lo so, eccome.

Si perde quello che è per sempre. Ed è vicino.

Mi sveglio per dormire, e da sveglio

me la prendo comoda.

Apprendo via via il cammino che mi attende.

THEODORE ROETHKE

CAPITOLO UNO

McCARTHY

1

Jonesy per poco non gli sparò non appena lo vide sbucare dal bosco. Quanto ci era andato vicino? Un altro tiro del Garand, una lieve pressione del grilletto. In seguito, con la lucidità che spesso illumina chi è in preda all'orrore, lui rimpianse di non aver sparato prima di aver riconosciuto il berretto e il gilè arancione per quello che erano. Uccidere Richard McCarthy era un fatto trascurabile, e forse sarebbe stato d'aiuto. Forse avrebbe potuto salvarli.

2

Pete ed Henry erano andati al supermercato più vicino, il Gosselin's Market, per fare provvista di pane, scatolette e birra, le cose essenziali. Avevano viveri per altri due giorni, ma i bollettini meteorologici della radio avevano previsto neve. Henry aveva già preso un cervo, e Jonesy sospettava che a Pete stesse più a cuore la scorta di birra che un bel colpo. Per Pete Moore la caccia era un hobby, la birra una fede. Beaver era in giro da qualche parte, ma, non avendo sentito il rumore di uno sparo nel raggio di otto chilometri, Jonesy ne aveva dedotto che Beav, come lui, era ancora appostato.

A una sessantina di metri dalla baita, su un vecchio acero, c'era una piattaforma, ed era lì che si trovava Jonesy, intento a leggere un giallo di Robert Parker e a bere del caffè quando qualcosa lo costrinse a posare libro e thermos. In passato, forse avrebbe rovesciato il caffè per l'eccitazione, ma questa volta trovò il tempo di avvitare anche il tappo.

Da quasi venticinque anni venivano qui a caccia la prima settimana di novembre, se si teneva conto delle volte in cui ce li aveva portati il padre di Beav, e Jonesy, finora, non si era mai rifugiato sull'albero. Nessuno di loro lo aveva mai fatto: era troppo angusto. Quest'anno Jonesy si era piazzato lì. Gli altri credevano di capirne il motivo, ma solo in parte.

A metà marzo, Jonesy era stato investito da un'auto mentre traversava una via di Cambridge, non lontano dal John Jay College in cui insegnava. Si era incrinato il cranio, rotto due costole e fratturato un'anca, che era stata rimpiazzata da una qualche combinazione di teflon e di metallo. L'uomo che l'aveva travolto era un ex professore della Boston University che - almeno a detta del suo legale - si trovava nello stadio iniziale del morbo di Alzheimer, e doveva quindi essere compatito più che punito. Capitava spesso che, una volta finito il polverone, la colpa non fosse di nessuno, pensava Jonesy. E comunque a che sarebbe servito trovare un colpevole? Ti toccava pur sempre convivere con le conseguenze dell'incidente e consolarti all'idea che, come tutti ti ripetevano un giorno dopo l'altro (finché se ne dimenticavano), ti sarebbe potuta andare peggio.

E così fu. Aveva la testa dura e l'incrinatura andò a posto. Non ricordava nulla dell'ora precedente l'investimento nei pressi di Harvard Square, ma il resto delle sue facoltà mentali era intatto. Le costole si erano saldate in un mese. La cosa peggiore era la frattura all'anca, ma già in ottobre era riuscito a fare a meno delle stampelle e adesso l'andatura zoppicante si accentuava solo verso la fine della giornata.

Pete, Henry e Beav erano convinti che fosse quello a fargli preferire la piattaforma sull'albero al bosco freddo e umido, e la frattura era senz'altro uno dei fattori determinanti. Ma non il solo. Jonesy aveva evitato di dire agli amici che della caccia al cervo ormai gli importava ben poco. La notizia li avrebbe gettati nella costernazione. Diamine, anche Jonesy ne era costernato. Ma così stavano le cose, ed era un elemento nuovo della sua esistenza, un elemento di cui non aveva mai avuto sentore finché l'11 novembre non era arrivato qui e aveva tolto il Garand dalla custodia. Non che l'idea della caccia gli ripugnasse... solo che non aveva voglia di impegnarsi. La morte l'aveva sfiorato in un luminoso giorno di marzo e Jonesy non aveva alcun desiderio di rievocarla, anche se in questo caso sarebbe stato lui a darla e non a subirla.

3

Con sua sorpresa, scoprì invece che gli piaceva ancora stare in mezzo al bosco, più che mai. Chiacchierare la sera di libri, di politica, delle cazzate che avevano combinato da ragazzi, dei loro piani per il futuro. Avevano appena superato la trentina, erano giovani abbastanza da poter fare dei piani, e più d'uno, e l'affiatamento tra di loro era ancora saldo.

E anche le ore diurne erano piacevoli, le ore nel rifugio sull'albero, quand'era solo. Si portava un sacco a pelo in cui s'infilava fino alla cintola quando aveva freddo, un libro e un walkman. Il secondo giorno aveva smesso di ascoltare i nastri, scoprendo che preferiva la musica del bosco: il setoso fruscio del vento tra i pini, il gracchiare dei corvi. Leggeva qualche pagina, beveva caffè, leggeva un altro po', talvolta sgusciava fuori dal sacco a pelo (che era rosso come un semaforo) e pisciava oltre il bordo della piattaforma. Era un uomo con una famiglia numerosa e un folto giro di colleghi. Un uomo socievole che gradiva e gestiva in modo equilibrato tutti i rapporti che questo grosso entourage (e naturalmente gli studenti: una valanga di studenti) comportava. Solo quassù capiva quanto concrete e forti fossero le virtù del silenzio. Era come incontrare un vecchio amico dopo una lunga assenza.

«Sei sicuro di volerti mettere sull'acero?» gli aveva chiesto Henry il giorno prima. «Mi farebbe piacere se venissi con me. Ti prometto che non dovrai sforzare la gamba.»

«Lascialo perdere», aveva detto Pete. «Gli piace stare lassù. Vero, Jonesy?»

«Abbastanza», aveva risposto lui, non volendo approfondire l'argomento; ammettendo, per esempio, che gli piaceva molto stare lassù. Ci sono cose che non ti senti di rivelare neppure agli amici più cari. E poi, talvolta, certe cose gli amici le capiscono lo stesso.

«Ti dirò», aveva dichiarato Beav mordicchiando una matita (uno dei suoi vezzi più antichi, risalente ai tempi della prima elementare), «al rientro, mi piace vederti appollaiato là sopra, come la vedetta di uno di quegli stronzissimi libri di capitan Hornblower. Che tieni d'occhio la situazione.»

«Spiegate le vele», aveva detto Jonesy, e tutti avevano riso, ma lui aveva capito che cosa aveva inteso dire Beav. Lo sentiva. Tenere gli occhi aperti. Pensare ai fatti suoi e tenere sotto controllo le eventuali navi o gli eventuali squali o chissà che cos'altro. Scendendo dall'albero l'anca gli fece male, lo zaino gli pesò, e le assicelle inchiodate sul tronco dell'acero gli parvero difficili da affrontare, ma niente di grave. Anzi, tutto bene. Le cose cambiavano, ma solo un cretino poteva pensare che cambiassero solo per il peggio.

Questo era quanto pensava allora.

4

Quando sentì il fruscio degli arbusti smossi e il lieve schianto di un ramoscello spezzato - il classico rumore di un cervo in movimento - Jonesy si ricordò di qualcosa che aveva detto suo padre: «Non puoi prefiggerti di essere fortunato». Linsday Jones era un tipico perdente e di rado gli era capitato di dire cose memorabili, ma quello era uno dei rari esempi, ed eccone la prova: dopo giorni di rinuncia alla caccia, ecco che ti arriva un cervo, e anche grosso a giudicare dal rumore. Un maschio, di certo, magari grande come un uomo.

Che fosse un uomo punto e basta, a Jonesy non venne neppure il sospetto. Questa era una zona fuori del comprensorio più vicino, ottanta chilometri a nord di Rangely, e i cacciatori più prossimi erano a due ore di cammino da lì. La strada asfaltata, quella che portava al Gosselin's Market (BIRRA ESCHE BIGLIETTI DELLA LOTTERIA), distava oltre venticinque chilometri.

Be', pensò Jonesy, non è che abbia fatto voto di non andare più a caccia.

No davvero. Il prossimo novembre magari sarebbe venuto lì con una Nikon invece che con un Garand, ma adesso non era ancora l'anno prossimo, e il fucile era a portata di mano. Non aveva alcuna intenzione di rifiutare un cervo che arrivava su un piatto d'argento.

Jonesy chiuse il thermos e lo mise da parte. Poi si sfilò il sacco a pelo come se fosse un grosso calzino imbottito (sussultando al dolore che gli provocava l'anca intorpidita) e afferrò il fucile. Non c'era bisogno di mettere un colpo in canna, producendo quel secco clic che spaventava la preda; le vecchie abitudini sono dure a morire e il fucile era pronto a sparare non appena Jonesy ebbe tolto la sicura. Cosa che fece non appena fu ben saldo sulle gambe. L'eccitazione di un tempo era svanita, ma ne restava una traccia, confermata dall'aumento delle pulsazioni. Dopo l'incidente, Jonesy constatava con gioia il presentarsi di simili reazioni, come se ora in lui ci fossero due persone, quella che ancora non era finita lunga distesa sulla strada e l'altra, più guardinga, più vecchia, che si era svegliata al Massachusetts General Hospital... se quella lenta, torpida ripresa di coscienza poteva definirsi un risveglio. Talvolta sentiva ancora una voce - non sapeva di chi fosse, ma non era la sua - che diceva: Per favore basta, non ne posso più, un'iniezione, dov'è Marcy, voglio Marcy. Per lui, quella era la voce della morte, che lo aveva mancato per strada ed era venuta in ospedale per completare l'opera, la morte sotto le spoglie di un uomo (o forse era una donna, difficile stabilirlo) in preda al dolore, qualcuno che diceva Marcy intendendo però Jonesy.

Gli era passata - come, con il tempo, se n'erano andate tutte le idee balzane che gli erano venute in ospedale - ma aveva lasciato un residuo: la prudenza. Non rammentava la telefonata di Henry che gli aveva detto di stare attento per un certo periodo di tempo (ed Henry non gliel'aveva ricordata), ma da allora Jonesy era stato attento. Era cauto. Forse perché la morte era là, da qualche parte, e talvolta ti chiamava per nome.

Ma il passato era passato. La morte lo aveva sfiorato ma lui le era sfuggito, e questa mattina, a morire, sarebbe stato solo un cervo che si era avventurato nella direzione sbagliata.

Il fruscio di arbusti e di rami spezzati veniva da sud-ovest, e questo significava un tiro sottovento, con il tronco alle spalle. Bene, anzi benissimo. In gran parte le foglie erano cadute e la visuale attraverso i rami nudi era buona, anche se non perfetta. Jonesy alzò il Garand, sistemò il calcio sulla spalla e si preparò a uno sparo destinato a figurare nelle sue narrazioni future.

A salvare McCarthy - quella volta, almeno - fu lo smorzato entusiasmo di Jonesy per la caccia. Era arrivato a un pelo dall'ucciderlo per un fenomeno che George Kilroy, un amico di suo padre, aveva definito «occhio ballerino», una manifestazione dell'eccitazione nervosa che assale i cacciatori, la seconda causa di incidenti venatori. «La prima è il bere», ripeteva Kilroy... che, come il padre di Jonesy, ne sapeva anche troppo. «La prima è il bere.»

Kilroy sosteneva che le vittime dell'occhio ballerino non mancavano mai di stupirsi sinceramente quando scoprivano di aver sparato a una staccionata, a un'auto, o al loro compagno di caccia (spesso un loro caro). «Ma l'ho visto», protestavano, e gran parte di loro avrebbe superato benissimo la prova della macchina della verità. Avevano visto il cervo, o l'orso, o il lupo, o, più modestamente, il gallo cedrone svolazzante nell'alta erba autunnale. L'avevano visto.

Secondo Kilroy, questi cacciatori erano affetti dall'ansia di sparare, di farla finita, in un modo o nell'altro. Quest'ansia arrivava a un tale parossismo che il cervello, pur di allentare la tensione, comunicava all'occhio la certezza di aver visto qualcosa ancora invisibile. Ecco che cos'era l'occhio ballerino. E sebbene Jonesy si sentisse perfettamente tranquillo - le dita avevano saldamente avvitato il tappo del thermos - in seguito ammise con se stesso che, ebbene sì, forse era stato vittima di quella sindrome.

Per un istante vide nitidamente il cervo in fondo al tunnel formato dall'intrico di rami con la stessa chiarezza con cui aveva visto gli altri sedici uccisi nel corso degli anni all'Hole in the Wall. Vide la testa bruna, un occhio scuro come il velluto di un astuccio per gioielli, e anche parte delle corna.

Spara adesso! gridava una parte di lui, il Jonesy di prima dell'incidente, il Jonesy integro. Quello che da un mese a quella parte parlava con maggiore frequenza - a mano a mano che si faceva più vicino quel mitico stadio che chi non è mai stato investito da un'auto definisce «la guarigione completa» -, e che non aveva mai alzato così la voce. Era un ordine, quasi un grido.

E il dito si contrasse sul grilletto. Non fino a premerlo, ma quasi. La voce che lo fermò era quella del secondo Jonesy, quello che si era svegliato all'ospedale, anestetizzato e disorientato e in preda al dolore, incerto di tutto tranne del fatto che qualcuno non ce la faceva più - quantomeno senza un'iniezione - che voleva Marcy.

No, non ancora, aspetta, fa' attenzione, aveva detto questo nuovo Jonesy prudente, e quella fu la voce cui diede retta. Rimase immobile, bilanciato sulla gamba sinistra, quella sana, fucile sollevato, canna a un angolo di trentacinque gradi verso quel tunnel di luce.

In quel momento, i primi fiocchi di neve scivolarono dal cielo bianco e Jonesy vide materializzarsi sotto la testa del cervo una striscia verticale di un arancione luminoso. Per un istante, ogni percezione cessò e, sopra la canna, non vide che un intrico senza senso, un'accozzaglia di colori mischiati a caso sulla tavolozza di un pittore. Non c'era né cervo né uomo né albero, solo un'inquietante miscuglio di nero, marrone e arancione.

Poi l'arancione si allargò e prese forma: era un berretto munito di paraorecchie. Quelli che venivano da fuori li compravano per quarantaquattro dollari ordinandoli per posta, e ognuno di essi proclamava PRODOTTO NEGLI USA CON MANO D'OPERA RETRIBUITA A NORMA DI LEGGE. Altrimenti, per sette dollari, te ne potevi procurare uno da Gosselin. L'etichetta all'interno diceva: PRODOTTO IN BANGLADESH.

Il berretto ripristinò l'immagine: il marrone che gli era parso una testa di cervo era un giaccone di lana, l'occhio vellutato era un bottone e le corna erano solo rami, rami di quello stesso albero su cui era appollaiato. Quell'uomo era poco accorto (Jonesy non consentì a se stesso di definirlo «scemo») a vestirsi di marrone nei boschi, ma lui, dal canto suo, non riusciva a capacitarsi di aver avuto una svista che poteva avere conseguenze spaventose. Perché quell'uomo, dopotutto, portava un berretto arancione, e un gilè dello stesso colore, sopra l'incauto giaccone. L'uomo era...

A una piccola pressione di dito dalla morte.

Solo in quel momento Jonesy sentì il colpo fin nelle viscere, e fu come essere sbalzato fuori del proprio corpo. Per un tremendo, incandescente momento che non doveva più dimenticare, non fu più il Jonesy numero uno, quello pre-incidente, sicuro di sé, né il Jonesy numero due, l'incerto sopravvissuto che passava gran parte del tempo in un penoso stato di disagio fisico e di confusione mentale. In quel momento divenne un altro Jonesy ancora, una presenza invisibile che osservava un cacciatore appostato sulla piattaforma di un albero. Quel cacciatore aveva i capelli corti e già ingrigiti, rughe ai lati della bocca, guance ispide di barba, e un'aria tirata. Ed era sul punto di usare l'arma. Con la neve che aveva cominciato a sfarfallare intorno al capo e a posarsi sulla camicia di flanella marrone, stava per sparare a un uomo con un berretto e un gilè arancione, del tipo che lui stesso avrebbe indossato se avesse optato per i boschi anziché per la piattaforma sull'albero.

Rientrò in sé con un tonfo, così come si ricade sul sedile dopo aver superato in auto, a gran velocità, un dosso. Inorridito, si accorse di tenere ancora sotto tiro l'uomo tra gli alberi, come se un testardo alligatore annidato nel suo cervello non volesse rinunciare all'idea che quell'essere in giaccone marrone fosse una preda. Peggio ancora, il dito non voleva staccarsi dal grilletto. Per alcuni spaventosi istanti pensò di essere nuovamente sul punto di sparare, colmando con quel piccolo gesto la distanza che lo separava dal peggior errore della sua vita. In seguito si convinse che almeno quella era stata un'illusione, simile alla sensazione che l'auto sia in movimento quando lo è invece quella accanto.

No, si era solo immobilizzato, ma era pur sempre un orrore. «Jonesy, pensi troppo», Pete era solito dirgli quando lo sorprendeva a fissare nel vuoto, astraendosi dalla conversazione, e probabilmente intendeva dire: «Jonesy, fantastichi troppo», cosa probabilmente vera. Certo che stava lavorando un po' troppo di fantasia lì su quell'albero, tra i primi fiocchi di neve della stagione, i capelli irti sul capo, il dito sul grilletto del Garand - senza aumentare la pressione, come aveva temuto, ma neppure allentandola -, e l'uomo ora quasi sotto di lui, e il mirino a fuoco sul berretto arancione, una vita in bilico su un filo invisibile tra la bocca del Garand e quel berretto, e l'uomo che forse stava pensando di cambiare macchina o di tradire la moglie o di comprare un pony alla figlia maggiore (in seguito Jonesy avrebbe appreso che l'uomo non stava pensando a nulla del genere, ma in quel momento non poteva immaginarlo) senza sapere ciò che Jonesy non sapeva quel giorno a Cambridge con la ventiquattrore in una mano e il Phoenix di Boston nell'altra, e cioè che la morte era nei pressi, o forse addirittura la Morte, una figura sfuggente, emersa da un vecchio film di Ingmar Bergman, un'apparizione che portava uno strumento dissimulato tra le pieghe della tunica. Forbici, forse. O un bisturi.

E il peggio era che l'uomo non sarebbe morto, perlomeno non lì per lì. Sarebbe caduto urlando, così come Jonesy era rimasto steso sull'asfalto gridando. Non ricordava di aver urlato, ma di certo l'aveva fatto; così gli era stato riferito e non c'era ragione di dubitarne. È probabile che avesse strillato come un ossesso. E se l'uomo avesse cominciato a invocare Marcy? Di certo non l'avrebbe fatto - non per davvero - ma la mente di Jonesy sì. Se esisteva l'occhio ballerino, se guardando un giaccone marrone si poteva vedere la testa di un cervo, allora doveva esistere anche la sindrome uditiva equivalente. Sentire gridare un uomo sapendo che la causa sei tu, o Dio, no. E il dito sempre lì, incollato.

A infrangere quella paralisi intervenne un evento semplice e inaspettato: l'uomo dal giaccone marrone, a circa dieci passi dall'albero, cadde. Jonesy udì l'esclamazione di sorpresa e di dolore - una sorta di hof! - e la pressione sul grilletto automaticamente si allentò.

L'uomo era ginocchioni, le mani coperte da guanti marrone (altro errore; era come se questo tizio se ne andasse in giro con un cartello con la scritta SPARAMI attaccato sulla schiena) poggiate sul terreno che stava già imbiancandosi. Quando si rialzò, l'uomo cominciò a parlare con voce rotta e concitata. In un primo momento, Jonesy non si rese conto che stava anche piangendo.

«Santo Cielo, Santo Cielo», imprecò il tizio, rialzandosi. Barcollava come se fosse ubriaco. Jonesy sapeva che gli uomini dei boschi, che spesso stavano lontani da casa per una settimana o un weekend, ne combinavano di cotte e di crude, e una delle trasgressioni più comuni era bere alle dieci del mattino. Ma quest'uomo non gli sembrava ubriaco, però.

«Santo Cielo, Santo Cielo.» Poi, riprendendo a camminare: «Neve. Adesso nevica. O Dio, o Dio, adesso nevica».

I primi passi furono incerti e vacillanti. Jonesy si era quasi convinto che la sua impressione fosse sbagliata quando l'altro riprese a camminare più sicuro. Si stava grattando la guancia destra.

Passò sotto la piattaforma e per un attimo fu solo un disco arancione da cui sporgevano, da una parte e dall'altra, due spalle marrone. La sua voce si levò, lacrimosa e strascicata... «O Dio, adesso nevica.»

Jonesy rimase dov'era, guardando il tizio che passava sotto la piattaforma per rispuntare al lato opposto. D'istinto, girò sui tacchi per tenerlo d'occhio e, altrettanto d'istinto, abbassò il fucile, mettendo la sicura.

Jonesy non segnalò a gran voce la sua presenza: si sentiva in colpa e temeva che l'uomo, vedendolo, avrebbe letto la verità nei suoi occhi: nonostante le lacrime e la neve ormai fitta, avrebbe capito che lui per poco non l'aveva ucciso.

A venti passi dall'albero, l'uomo si fermò, la mano destra guantata levata a proteggere gli occhi dalla neve. Jonesy capì che aveva visto l'Hole in the Wall, e forse si era reso conto di trovarsi su un sentiero. I «Santo Cielo» e gli «O Dio» cessarono mentre il tizio si metteva a correre verso il rumore del generatore. Jonesy sentiva il respiro affannoso dell'uomo che si dirigeva verso la grande baita dal cui camino fuoriusciva una lenta voluta di fumo che si dissolveva rapidamente nella neve.

Jonesy cominciò a scendere lungo le assicelle inchiodate al tronco, il fucile in spalla (il pensiero che quell'uomo potesse rappresentare un pericolo non lo aveva neppure sfiorato, ma aveva preferito non lasciare il Garand sotto la neve). Rallentato dall'anca intorpidita, arrivò in fondo quando l'altro aveva quasi raggiunto la porta della baita... che, naturalmente, era aperta. Da quelle parti, nessuno chiudeva mai la porta a chiave.

5

A circa tre metri dalla lastra di granito davanti alla porta, l'uomo in giaccone marrone inciampò di nuovo. Il berretto gli cadde, mettendo in mostra una rada e sudaticcia chioma di capelli castani. Per un istante rimase in ginocchio, il capo chino.

Prese il berretto e, quando lo calzò, Jonesy gli lanciò un grido.

L'uomo si alzò barcollando e si girò. La prima impressione di Jonesy fu che avesse un viso molto lungo - quella che viene definita una «faccia da cavallo». Poi, avvicinandosi, si accorse che quel viso non era lungo più di tanto; era solo spaventato e molto pallido. Là dove si era grattato c'era una chiazza rossa, ben visibile. Il sollievo che lo pervase nel vedere Jonesy fu grande e immediato. Jonesy stesso per poco non rise delle sue preoccupazioni, quando aveva temuto che l'uomo potesse intuire il pericolo scampato. Quello non era tipo da leggere nei volti altrui, e chiaramente non gli importava nulla di quello che Jonesy poteva aver fatto prima. Sembrava solo pronto a stringerlo tra le braccia e a sbavarlo di baci.

«Grazie a Dio!» gridò l'uomo. Tese una mano e avanzò cauto sulla neve caduta di fresco. «O Dio, mi sono perduto nei boschi sin da ieri, e ho temuto di morire qui. Io...»

Scivolò e Jonesy gli afferrò il braccio. Era un uomo più alto e massiccio di lui, che non era certo un piccoletto. Ma, a prima vista, sembrava incorporeo, come se la paura lo avesse svuotato.

«Calma, amico», disse Jonesy. «Tranquillo, adesso è salvo. Venga dentro a scaldarsi.»

Come se la parola «scaldarsi» lo avesse ispirato, l'uomo cominciò a battere i denti. «C-c-certo.» Cercò, invano, di sorridere. Jonesy fu nuovamente colpito dal suo pallore. Faceva freddo quella mattina, ma le guance del tizio erano cenere e piombo. Il solo colore del volto, a parte la chiazza escoriata, erano le occhiaie marrone.

Jonesy gli cinse le spalle con un braccio, di colpo in preda a un'assurda tenerezza per quello sconosciuto, un'emozione forte come la prima cotta alle medie: Mary Jo Martineau in camicetta bianca senza maniche e gonna jeans al ginocchio. Adesso era sicuro che il tizio non aveva bevuto, però il suo fiato puzzava di qualcosa, un odore di banane, che gli ricordava l'etere che un tempo spruzzava sul carburatore della vecchia Ford per farla partire nelle mattinate fredde.

«Viene dentro?»

«Sì. Fr-freddo. Grazie a Dio è spuntato lei. È...»

«Casa mia? No. È di un amico.» Jonesy aprì la porta di quercia e aiutò lo sconosciuto a varcare la soglia. Nel tepore dell'interno, le guance dell'uomo riacquistarono un po' di colore. Jonesy si sentì sollevato nel constatare che in lui scorreva ancora del sangue.

6

L'Hole in the Wall era una signora baita, considerati gli standard della zona. Si entrava in una grande stanza - che era insieme cucina, sala da pranzo e soggiorno - dietro la quale c'erano due camere da letto, più una di sopra, nel sottotetto. Il soggiorno-cucina odorava di pino. Sul pavimento c'era un tappeto navajo e alla parete era appeso un altro tappeto micmac raffigurante piccoli cacciatori intorno a un enorme orso. La zona pranzo era occupata da un grande tavolo di quercia a otto posti. In cucina c'era una stufa a legna e in soggiorno un caminetto; quando entrambi erano accesi, il calore ti rincoglioniva, anche se fuori era meno dieci. La parete ovest era tutta finestre, dalle quali si godeva la vista di una ripida scarpata. Negli anni Settanta c'era stato un incendio e i nudi rami anneriti risaltavano cupi nel paesaggio innevato. Jonesy, Pete, Henry e Beav chiamavano «il Burrone» quella scarpata, perché così lo avevano chiamato il padre di Beav e i suoi amici.

«O Dio, grazie a Dio, e grazie anche a lei», ripeté l'uomo dal berretto arancione, e quando Jonesy sorrise, era proprio una valanga di ringraziamenti, emise una risatina acuta come se volesse dire: Sì, è buffo esprimersi così, ma non ne posso fare a meno. Inspirò a fondo, assumendo, per qualche istante, l'aspetto di quei guru che ogni tanto compaiono in televisione. A ogni espirazione parlava.

«Dio, ieri notte pensavo di aver chiuso... faceva talmente freddo... e l'aria umida, me lo ricordo... ricordo di aver pensato: O Cielo, e se dovesse nevicare... Ho cominciato a tossire e non la finivo più... è arrivato qualcosa e ho pensato: Devo smettere di tossire, se quello è un orso io... potrei attrarre la sua attenzione... Solo che non riuscivo a smettere e dopo un po'... quello se n'è andato di suo...»

«Ha visto un orso nella notte?» Jonesy era nel contempo affascinato e stupefatto. Aveva sentito dire che c'erano orsi da quelle parti, il vecchio Gosselin e i suoi compari al negozio amavano raccontare storie di orsi, ma l'idea che quest'uomo smarrito avesse incontrato un orso era particolarmente orrenda. Era come sentire un marinaio raccontare la storia di un mostro marino.

«Non so se fosse un orso», disse l'uomo lanciando a Jonesy un'occhiata furbastra e improvvisa, di difficile interpretazione. «A quel punto i lampi erano cessati, quindi non lo posso sapere.»

«Anche i lampi?» Se non fosse stato per l'evidente e genuino disagio dell'uomo, Jonesy avrebbe sospettato una presa per i fondelli. In verità, il sospetto c'era.

«Fulmini a ciel sereno, immagino», spiegò l'uomo, grattandosi la chiazza rossa sulla guancia, che forse poteva essere un inizio di congelamento. «In inverno, segnalano l'avvicinarsi di una tempesta.»

«E lei li hai visti? Ieri notte?»

«Credo di sì.» L'uomo gli lanciò un altro sguardo obliquo, nel quale Jonesy, questa volta, non lesse alcuna malizia, il che lo portò a pensare di aver equivocato l'occhiata precedente. «Tutto è confuso nella mia testa... da quando mi sono perso mi fa male lo stomaco... mi fa sempre male quando ho fifa, sin da quand'ero ragazzino...»

Era come un ragazzino che si guardava attorno senza alcun imbarazzo, pensò Jonesy. Lo pilotò verso il divano. Fifa. Aveva detto fifa invece di paura, come un bambinetto.

«Mi dia il giaccone», disse Jonesy, e il tizio si slacciò i bottoni prima di abbassare la lampo sottostante, e a Jonesy balenò di nuovo alla mente l'immagine del cervo - con quel bottone che gli era parso un occhio, contro il quale per poco non aveva sparato.

La lampo s'inceppò a metà, il morsetto dorato incastrato nella stoffa. Il tizio lo fissò a bocca aperta, come se non avesse mai visto una cosa simile. E quando Jonesy allungò le mani per aiutarlo, lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, come uno scolaretto che si fa vestire dalla maestra.

Jonesy liberò il morsetto dalla stoffa e fece scorrere la lampo. Fuori, oltre la finestra panoramica, il Burrone stava sparendo, benché fossero ancora visibili gli scheletri degli alberi bruciati. Erano venuti lì insieme per quasi venticinque anni, e mai, in quel periodo, c'era stata una nevicata che andasse al di là di una semplice spolverata. Sembrava che questo stesse cambiando, ma come si poteva esserne sicuri? Di questi tempi, alla radio e alla televisione qualche centimetro di neve diventava una nuova glaciazione.

Per un istante, il tizio restò lì fermo, con il giaccone slacciato e la neve sgocciolante dagli scarponi sul lucido pavimento di legno, a guardare a bocca aperta le travature del soffitto, e, sì, era davvero come un bimbetto di sei anni. Gli mancavano solo i guantini a manopola. Si liberò del giaccone con tipici movimenti infantili, lasciandolo ricadere con qualche scrollata di spalle. Se Jonesy non l'avesse afferrato, sarebbe caduto a terra, a prosciugare le pozze di neve sciolta.

«Cos'è?» chiese.

Per un istante, Jonesy non capì a che cosa si riferisse lo sconosciuto sino a che, seguendo il suo sguardo, non vide che si era appuntato su un oggetto appeso alla trave centrale. Era un intreccio di fili coloratissimi - rosso e verde, con sprazzi giallo-canarino - e sembrava una ragnatela.

«È un acchiappasogni», spiegò Jonesy. «Un portafortuna indiano. Scaccia gli incubi, si dice.»

«È roba sua?»

Jonesy non sapeva se alludesse alla casa (forse prima il tizio era distratto) o solo all'acchiappasogni, ma, comunque fosse, la risposta era la stessa. «No, è del mio amico. Veniamo qui a caccia tutti gli anni.»

«Quanti siete?» Il tipo stava tremando, le braccia incrociate sul petto, gli occhi puntati su Jonesy che appendeva il giaccone sull'attaccapanni accanto alla porta.

«Quattro. Beaver - il padrone di casa - è fuori a caccia. Non so se la neve lo farà ritornare prima. Forse sì. Pete ed Henry sono andati al negozio.»

«Da Gosselin? Quel negozio lì?»

«Sì. Venga a sedersi sul divano.»

Era un vecchio sofà, molto lungo e componibile, fuori moda da decenni, ma ancora integro e non puzzolente. Stile e gusto non contavano molto in quella baita.

«Si riposi, adesso», disse e lo lasciò lì tremante, con le mani intrecciate tra le ginocchia. I jeans avevano l'aspetto salsiccioso che assumono quando vengono indossati sopra i mutandoni lunghi, ma, ciononostante, il tizio sembrava del tutto intirizzito. Tuttavia, il calore aveva generato in lui una fioritura di colore: adesso, lungi dall'avere un aspetto cadaverico, sembrava vittima della difterite.

Pete ed Henry dividevano la camera più grande del pianterreno. Jonesy vi entrò, e, dalla cassapanca a sinistra della porta, estrasse due trapunte. Tornando in soggiorno, Jonesy si rese conto di non aver posto la domanda più importante, quella che avrebbe fatto anche uno scolaretto di prima elementare.

Stendendo la trapunta sullo sconosciuto seduto sul divano, chiese: «Come si chiama?» E intuì di esserci andato quasi vicino. McCoy? McCann?

L'uomo che per poco non aveva ucciso lo guardò, stringendosi di colpo la trapunta al collo. Le occhiaie marrone stavano diventando violacee.

«McCarthy», rispose. «Richard McCarthy.» Sbucò una mano, sorprendentemente bianca e grassoccia. «E lei?»

«Gary Jones», rispose Jonesy prendendo la mano nella sua, quella che per poco non aveva premuto il grilletto. «Gli amici mi chiamano Jonesy.»

«Grazie, Jonesy. Credo che lei mi abbia salvato la vita.»

«Oh, s'immagini», minimizzò Jonesy. Guardò di nuovo la macchia arrossata. Congelamento. Che altro poteva essere?

CAPITOLO DUE

BEAV

1

«Lei sa che da qui non posso chiamare nessuno, vero?» disse Jonesy. «Da queste parti non ci sono linee telefoniche. C'è un generatore e basta.»

McCarthy, dai recessi della trapunta, annuì. «Ho sentito il generatore, ma lei sa com'è quando ci si perde... i rumori sono strani. Delle volte ti sembra che vengano da destra, poi da sinistra, poi giureresti che vengono da dietro e allora sei tentato di tornare sui tuoi passi.»

Jonesy annuì, benché, in realtà, non sapesse com'era. Tranne che per la settimana successiva all'incidente, il periodo passato in una nebbia di medicinali e di dolore, lui non si era mai smarrito.

«Sto cercando di trovare la soluzione migliore», dichiarò Jonesy. «Quando rientrano Pete ed Henry, sarà meglio perlustrare il bosco. Quanti eravate?»

A quanto pareva, McCarthy aveva bisogno di rifletterci su. Il che, unito alla camminata incerta, convinse Jonesy che il tizio era in stato di choc. Si chiese se una notte nei boschi potesse produrre quel risultato; si chiese se a lui avrebbe fatto lo stesso effetto.

«Quattro», rispose McCarthy, dopo una bella pausa. «Proprio come voi. Andavamo a caccia in coppia. Ero con un amico, Steve Otis. È un legale, come me, e ha lo studio a Skowhegan. Veniamo tutti di lì, e questa settimana per noi... è... una cosa importante.»

Jonesy annuì sorridendo. «Stessa roba per noi.»

«Insomma, li ho persi di vista.» Scosse il capo. «Non so: sentivo Steve più avanti, alla mia destra, e ogni tanto lo intravedevo tra gli alberi, poi... non saprei proprio. Mi sono messo a pensare a una cosa e all'altra... i boschi sono fantastici per farti venire pensieri di ogni genere... e mi sono ritrovato solo. Ho cercato di tornare sui miei passi ma si è fatto buio...» Scosse di nuovo il capo. «Ho le idee confuse, ma, sì... eravamo in quattro, di questo sono certo. Io e Steve e Nat Roper e Becky, la sorella di Nat.»

«Chissà come saranno preoccupati.»

Dapprima McCarthy apparve stupito, poi apprensivo. Quell'idea non gli era ancora balenata in testa. «Già, lo saranno senz'altro. Naturalmente. Santo Cielo.»

Jonesy dovette soffocare un sorriso. Questo McCarthy gli ricordava vagamente un personaggio del film Fargo.

«Per questo è meglio perlustrare i boschi. A meno che lei...»

«Non voglio essere di peso...»

«La porteremo fuori. Se potremo. Il tempo è cambiato così in fretta.»

«Ah, certo», confermò McCarthy, contrariato. «Con tutti quei satelliti, i radar e le altre diavolerie, dovremmo avere risultati migliori. Altro che sereno e temperatura nella media stagionale!»

Jonesy guardò con una certa perplessità l'uomo sotto la trapunta, dalla quale spuntavano solo il volto arrossato e il ciuffo di radi capelli castani. I meteorologi, da quanto risultava a lui, Pete, Henry e Beav, per due giorni avevano previsto delle nevicate. Qualche notiziario, tanto per andare sul sicuro, aveva detto che la neve avrebbe potuto trasformarsi in pioggia, ma, quella mattina, l'annunciatore di Castle Rock (Wcas era l'unica stazione radio che riuscivano a captare da quelle parti, e anche quella con gran difficoltà) aveva parlato di quindici-venti centimetri di neve, se la temperatura non fosse scesa e la zona di bassa pressione non si fosse spostata verso il mare. Jonesy non sapeva quale notiziario avesse ascoltato McCarthy. Probabilmente, quell'uomo era ancora sottosopra, e ne aveva tutti i diritti.

«Potrei scaldare una minestra in lattina. Che gliene pare, McCarthy?»

L'altro gli rivolse un sorriso colmo di gratitudine. «Mi sembra un'ottima idea», rispose. «Ieri notte avevo un gran mal di stomaco e stamattina impazzivo dal dolore, ma ora mi sento meglio.»

«È lo stress», disse Jonesy. «Io avrei vomitato l'anima. E forse me la sarei anche fatta addosso.»

«Non ho vomitato», ribatté McCarthy. «Ne sono quasi sicuro. Ma...» Altra scrollata di capo che faceva pensare a un tic nervoso. «Non so. Dalla confusione che ho in testa, è come se avessi avuto un incubo.»

«L'incubo è finito», affermò Jonesy. Si sentiva ridicolo a pronunciare frasi del genere - che roba da nonne - ma era chiaro che quel tizio aveva bisogno di rassicurazioni.

«Bene», disse McCarthy. «Grazie. E, sì, gradirei della minestra.»

«C'è minestrina di pollo, crema di pomodoro e forse è rimasto brodo di manzo. Quale preferisce?»

«Pollo», rispose McCarthy. «Mia madre diceva sempre che quando non ci si sente in forma niente è meglio della minestrina di pollo.»

Sorrise nel fare questa battuta, e Jonesy cercò di non lasciar trapelare lo choc. I denti di McCarthy erano bianchi e regolari, troppo regolari per non essere incapsulati, data l'età del soggetto, che doveva essere sui quarantacinque. Ma ne mancavano almeno quattro: i canini dell'arcata superiore (quelli che il padre di Jonesy chiamava «i denti del vampiro») e due davanti, in basso, di cui Jonesy ignorava il nome. Ma una cosa la sapeva di certo: McCarthy non si era accorto di non averli più. Nessuno con simili finestre in bocca le avrebbe messe in mostra con tanta disinvoltura, neppure in circostanze come quelle. O almeno così pareva a Jonesy. Sentì un piccolo, gelido brivido saettargli nello stomaco, una chiamata telefonica dal nulla. Si girò verso la cucina prima che l'altro potesse guardarlo in faccia e chiedersi che cosa non andava. O magari chiedergli che cosa non andava.

«Una portata di minestrina di pollo in arrivo. E che ne dice di un toast al formaggio?»

«Se non è troppo disturbo. E mi chiami Richard. O, meglio ancora, Rick. Mi piacerebbe dare del tu e chiamare per nome chi mi ha salvato la vita.»

«D'accordo, Rick.» E faresti bene a farti aggiustare quei denti prima di presentarti di nuovo ai giurati, Rick.

La sensazione che qualcosa non andasse era foltissima. Aveva di nuovo sentito quel clic, come prima, quando aveva quasi indovinato il cognome dello sconosciuto. Lungi da lui rimpiangere di non avergli sparato quando ne aveva avuto l'opportunità, però cominciava a pensare che sarebbe stato meglio se McCarthy non fosse mai passato sotto l'albero.

2

Aveva messo la minestra a scaldare e stava preparando i toast al formaggio quando arrivò la prima raffica di vento: una grossa sventagliata che fece scricchiolare la baita e sollevò irosi lenzuoli di neve. Per un momento anche i nudi scheletri degli alberi del Burrone vennero cancellati, e oltre la finestra tutto fu bianco come uno schermo di un drive-in. Per la prima volta, Jonesy avvertì un sussulto di apprensione, non solo per Pete ed Henry, che dovevano essere sulla via del ritorno dal negozio a bordo della Scout, ma anche per Beaver. Se c'era qualcuno che conosceva a menadito quei boschi era proprio Beaver, ma nessuno sa più nulla in una tempesta di neve; «Non ce n'è più per nessuno», come era solito dire suo padre. Il rumore del generatore avrebbe potuto aiutare l'amico a trovare la strada, ma, come aveva osservato McCarthy, i suoni possono essere ingannevoli. Specie quando infuriava il vento, come adesso.

Sua madre gli aveva impartito una serie di nozioni fondamentali di cucina, tra cui l'arte di fare toast al formaggio. «Prima spalma un po' di senape», diceva la mamma, «poi imburra il pane, ma non la padella. Altrimenti ne cavi solo pane fritto con sopra del formaggio.» Lui non aveva mai capito in che modo quest'accorgimento avrebbe potuto influenzare il risultato finale, ma si atteneva sempre al metodo materno, anche se era una seccatura spalmare il burro sopra le fette di pane mentre erano già in padella. Come del resto non avrebbe mai tenuto indosso gli stivali di gomma una volta entrato in casa... perché sua madre gli diceva sempre: «Ti tendono i piedi». Lui non aveva idea di che cosa volesse dire, ma anche ora, da adulto, non mancava mai di togliersi gli stivali non appena varcata la soglia, in modo che non gli tendessero i piedi.

«Magari me ne mangio uno anch'io», disse. La minestra stava sobbollendo e aveva un buon odore, confortante.

«Buona idea. Mi auguro di cuore che i tuoi amici stiano bene.»

«Già», convenne Jonesy. Diede una mescolata. «Dove alloggi?»

«Be', una volta andavamo a caccia a Mars Hill, e stavamo in una baita dello zio di Nat e Becky, ma due estati fa un cretino l'ha mandata a fuoco. Una bevuta di troppo e poca attenzione con le sigarette, ecco come l'hanno spiegato i vigili del fuoco.»

Jonesy annuì. «Capita spesso.»

«L'assicurazione ha pagato i danni, ma noi siamo rimasti senza una base per le partite di caccia. Pensavo che avremmo dovuto rinunciarci per sempre, poi Steve ha trovato questo bel posticino a Kineo, che credo sia nella zona di Jefferson. Sai da che parti è?»

«Sì», rispose Jonesy. Aveva le labbra stranamente intorpidite, e stava ricevendo un'altra di quelle telefonate dal nulla. L'Hole in the Wall era circa trenta chilometri a est di Gosselin. Kineo distava una cinquantina di chilometri dallo spaccio, in direzione ovest. In totale erano ottanta chilometri. Possibile che quell'uomo sotto la trapunta avesse vagato per ottanta chilometri dopo essersi smarrito il pomeriggio precedente? Era assurdo. Impossibile.

«Buon profumino», disse McCarthy.

Era vero, ma Jonesy non aveva più fame.

3

Stava portando i viveri verso il divano quando sentì un rumore di piedi che battevano sulla lastra di pietra davanti alla porta. Un istante dopo entrò Beav. Aveva le gambe avvolte da un vorticare di neve.

«Gesùmatto», disse Beav. Una volta, Pete aveva fatto un elenco di «beaverismi», e quello figurava tra i più frequenti, insieme con i suoi classici Cazzomarcio e Baciami le chiappe. Il suo repertorio andava dal blasfemo allo zen. «Già temevo di dover passare la notte in giro nel bosco quando ho visto la luce.» Beav levò le mani, le dita tese. «Ho visto la luce, Signore, sì, che Tu sia lodato...» Svanito l'appannamento degli occhiali, vide lo sconosciuto sul divano. Lentamente abbassò le mani e sorrise. Quella era una delle ragioni per cui Jonesy l'aveva sempre amato, sin dai tempi delle elementari, sebbene non brillasse per intelletto e talvolta potesse essere pesante: di fronte a situazioni spiacevoli e inattese, la sua prima reazione non era una smorfia ma un sorriso.

«Ciao», disse. «Sono Joe Clarendon. E tu?»

«Rick McCarthy», rispose l'altro alzandosi in piedi. La trapunta scivolò a terra e Jonesy notò che il davanti del maglione era teso sopra una notevole pancetta. Be', pensò, almeno in questo non c'è niente di strano, è un male dei maschi di mezza età, che ci falcerà a milioni nei prossimi vent'anni o giù di lì.

McCarthy tese la mano, fece per muovere un passo e per poco non inciampò nella trapunta. E se Jonesy non lo avesse afferrato alla spalla, probabilmente sarebbe caduto, magari travolgendo anche il tavolino su cui era posato il vassoio con il cibo. Jonesy fu di nuovo colpito dalla strana goffaggine di quell'uomo - gli ricordava vagamente lo stato in cui si trovava lui la primavera precedente, quando aveva dovuto imparare di nuovo a camminare. Diede un'altra occhiata alla chiazza sulla guancia, e rimpianse di averlo fatto. Non era un inizio di congelamento. Sembrava più un tumore della pelle o una voglia coperta di barba.

«Ehilà, stringila senza romperla», disse Beaver balzando in avanti. Afferrò la mano di McCarthy e la scosse con tanta energia da far temere a Jonesy che il malcapitato sarebbe franato sul tavolino. Si sentì sollevato quando l'amico indietreggiò. Beav stava ancora sorridendo, con più entusiasmo che mai. Con le chiome sino alle spalle e gli occhiali con le lenti spesse, sembrava un genio matematico o un serial killer. In realtà, faceva il falegname.

«Il nostro Rick qui se l'è vista brutta», raccontò Jonesy. «Ieri si è perduto e ha passato la notte nei boschi.»

Il sorriso di Beav non svanì ma si tinse di sollecitudine. Jonesy si era già fatto un'idea di come avrebbe reagito l'amico e si augurò che tenesse la bocca chiusa - aveva l'impressione che McCarthy fosse un uomo piuttosto religioso che non gradiva le parolacce - ma naturalmente aspettarsi da lui un linguaggio castigato era come chiedere al vento di non soffiare.

«O mondo troia!» gridò. «Che fottutissima sfiga! Siediti! Mangia! Anche tu, Jonesy.»

«No, mangialo tu, visto che sei appena rientrato con questo tempaccio.»

«Sicuro?»

«Sì. Io mi faccio qualche uovo strapazzato. Rick ti racconterà la sua avventura.» Magari a te sembrerà più plausibile che a me, pensò.

«Okay.» Beaver si tolse il piumino (rosso) e il gilè (arancione, naturalmente). Fece per buttarli sulla catasta di ciocchi, poi ci ripensò. «Aspetta, aspetta, ho qualcosa che potrebbe farti comodo.» Cacciò la mano in una tasca del piumino e ne trasse un libro tascabile, un po' piegato ma sostanzialmente intatto. Sulla copertina danzavano dei diavoletti armati di forca - Small Vices di Robert Parker. Era il libro che Jonesy leggeva sulla piattaforma.

Beav glielo porse con un sorriso. «Il sacco a pelo l'ho lasciato là, ma ho pensato che stasera non saresti riuscito a prender sonno se non scoprivi chi cazzo era l'assassino.»

«Non saresti dovuto salire sull'albero», sostenne Jonesy, provando tuttavia quel groppo in gola che solo Beaver poteva generare in lui. L'amico era rientrato sotto la tempesta di neve e non era riuscito a vedere con chiarezza se Jonesy fosse sull'albero o no. Avrebbe potuto chiamarlo, ma per lui gridare non sarebbe stato sufficiente: doveva vedere per credere.

«Nessun problema», assicurò Beaver, sedendosi accanto a McCarthy, che lo guardava come si potrebbe contemplare una bestia rara.

«Be', grazie», disse Jonesy. «Mangiati quel toast. Vado a preparare le uova.» S'incamminò, poi si fermò. «E Pete ed Henry? Credi che ce la faranno a rientrare?»

Beav aprì la bocca ma, prima che potesse rispondere, il vento frustò di nuovo la baita facendo scricchiolare le pareti e sibilando sotto le grondaie.

«Bah, è solo un po' di neve», rispose Beav quando la folata si placò. «Torneranno, eccome. Il difficile sarà uscire di qui se il vento si rafforza.» Cominciò a divorare il toast. Jonesy andò in cucina a cuocere le uova e a riscaldare un'altra minestrina. Adesso che era rientrato Beaver, McCarthy lo metteva meno a disagio. La verità era che la presenza dell'amico lo faceva sempre star meglio. Incredibile ma vero.

4

Mentre le uova cuocevano e la minestra si scaldava, McCarthy e Beaver si lanciarono in una conversazione degna di vecchi amici. Il turpiloquio perlopiù divertente di Beav, se mai avesse offeso il suo interlocutore, veniva di gran lunga compensato dalla sua simpatia. «È inspiegabile», aveva detto una volta Henry a Jonesy. «È un incantatore, ecco tutto... non puoi far a meno di trovarlo simpatico. Per questo il suo letto non è mai vuoto... e non è certo il suo aspetto ad attrarre le donne.»

Jonesy si portò uova e minestra in soggiorno, facendo il possibile per non zoppicare - era incredibile quanto gli dolesse l'anca con il brutto tempo, l'aveva sempre ritenuta una vecchia leggenda, ma, a quanto sembrava, non era così - e sedette a un'estremità del divano. McCarthy si era dedicato più alla conversazione che al cibo. Aveva appena assaggiato la minestra e aveva mangiato solo metà del toast al formaggio.

«Come va, ragazzi?» chiese Jonesy. Spruzzò un po' di pepe sulle uova e si buttò sul cibo. A quanto pareva, gli era tornato l'appetito.

«Va a meraviglia», rispose Beaver, ma, nonostante il tono vispo di sempre, a Jonesy parve preoccupato, forse addirittura allarmato. «Rick mi ha raccontato la sua avventura. È all'altezza di quelle che leggevo quand'ero piccolo dal barbiere.» Si girò verso McCarthy con un sorriso - tipico di Beav - e si passò una mano sulla folta chioma. «Quand'ero ragazzo il barbiere dalle mie parti di Derry era il vecchio Castonguay, che tanto mi ha spaventato con le sue forbici da tenermi lontano per il resto della vita.»

McCarthy fece un debole sorriso ma non aprì bocca. Prese l'altra metà del toast, lo guardò e lo posò di nuovo. La chiazza sulla guancia rosseggiava come un marchio a fuoco. Nel frattempo Beaver continuava a cianciare come se avesse paura di quello che McCarthy avrebbe potuto dire se ne avesse avuto la possibilità. Fuori nevicava più forte che mai e il vento continuava a soffiare, e Jonesy pensò a Henry e Pete, che ormai dovevano essere nella Deep Cut Road, sulla vecchia Scout.

«Non solo Rick per poco non si è fatto sbranare nel mezzo della notte - secondo lui da un orso - ma ha anche perso il fucile. Un Remington nuovo fiammante .30-30, un fuoriclasse; ci puoi scommettere che non lo rivedrai mai più.»

«Lo so», disse McCarthy. Con le guance di nuovo impallidite, aveva ripreso l'aria plumbea. «Non ricordo neppure quando l'ho posato, o...»

All'improvviso, ci fu un rumore raspante, simile a quello prodotto da una locusta. Jonesy si sentì drizzare i capelli sulla nuca, pensando che ci fosse qualcosa intrappolato nel camino. Poi capì che era McCarthy. Non era la prima scoreggia che sentiva in vita sua, ma era di sicuro la più lunga. Sembrò andare avanti per sempre, anche se non poteva essere durata più di qualche secondo. Poi si diffuse l'odore.

McCarthy lasciò cadere il cucchiaio nella minestra che aveva appena assaggiato e portò la mano alla guancia in un gesto di imbarazzo quasi fanciullesco. «O Cielo, scusate», disse.

«Figurati, meglio fuori che dentro», ribatté Beaver, ma aveva parlato solo per abitudine. Jonesy si accorse che era scioccato quanto lui da quel tanfo. Non era quell'odore di uova marce che ti faceva ridere e ti spingeva a sventolarti gridando: «Chi ha le tubature guaste?» Né era una di quelle potenti esalazioni da palude. Era l'odore che Jonesy aveva già individuato nel fiato di McCarthy - un misto di etere e di banane troppo mature.

«Santo Cielo, è tremendo», farfugliò McCarthy. «Sono molto spiacente.»

«Ma dai», disse Jonesy, ma il suo stomaco si era contratto come per proteggersi da un assalto. Non avrebbe finito il pasto fuori orario; non c'era proprio verso. Non che avesse qualcosa contro le scoregge, ma questa era davvero potente.

Beav si alzò dal divano e aprì una finestra facendo entrare un mulinello di neve e un misericordioso soffio di aria fresca. «Non ti preoccupare, amico... però come puzza non scherzava. Che diavolo hai mangiato? Stronzi di marmotta?»

«Ramoscelli e muschio e altra roba, non saprei precisamente cosa», rispose McCarthy. «Avevo talmente fame, dovevo mangiare qualcosa, ma non so niente di sopravvivenza... e poi era buio.» Pronunciò quest'ultima frase come in preda a un'ispirazione, e Jonesy guardò Beaver per vedere se anche lui aveva capito che mentiva. McCarthy non sapeva che cosa aveva mangiato nei boschi, e neppure se aveva davvero mangiato. Voleva solo spiegare quell'inatteso e orrendo gracidio. E il tanfo che ne era seguito.

Una potente folata di vento spazzò nella stanza un altro turbinio di neve, ma, grazie al cielo, provvide a cambiare l'aria.

McCarthy si protese in avanti con uno scatto improvviso, come se fosse sospinto da una molla, e, quando chinò il capo tra le ginocchia, Jonesy intuì che cosa stava per succedere: ciao, ciao, tappeto navajo. Anche Beav doveva aver avuto lo stesso pensiero perché scostò le gambe per evitare che gli spruzzi raggiungessero i calzoni.

Ma, anziché vomitare, McCarthy emise un sordo e lungo ronzio, simile al rumore di un macchinario sottoposto a uno sforzo eccessivo. Aveva gli occhi strabuzzati e le guance come palloni. Il rantolo raspante continuava e continuava, e, quando infine cessò, il ronzio del generatore sul retro della baita parve foltissimo.

«In vita mia mi è capitato di sentire dei rutti niente male, ma questo merita l'Oscar», disse Beav. Il tono della sua voce esprimeva un sincero e pacato rispetto.

McCarthy si appoggiò allo schienale del divano, gli occhi socchiusi, la bocca piegata in una smorfia in cui Jonesy lesse imbarazzo o dolore, o un misto delle due reazioni. E di nuovo avvertì quell'aroma di etere e banane, l'odore di una sostanza in fermentazione.

«O Dio, sono così spiacente», si scusò McCarthy senza aprire gli occhi. «È tutto il giorno che lo faccio, sin dall'alba. E ho di nuovo mal di stomaco.»

Jonesy e Beav si scambiarono un'occhiata preoccupata.

«Sai cosa penso?» chiese Beaver. «Secondo me, dovresti sdraiarti e fare un sonnellino. Probabilmente sei stato sveglio tutta la notte ad ascoltare quel rompiballe di orso e Dio sa cos'altro. Sei stanco e stressato e che cazzo. Devi fare un po' di nanna e sarai di nuovo fresco come la pioggia.»

McCarthy guardò Beaver con tanta mesta gratitudine da far nascere in Jonesy un senso di vergogna. Benché avesse ancora un colorito plumbeo, Rick aveva cominciato a sudare... grosse stille oleose che dalla fronte scendevano lungo le guance. E questo a dispetto dell'aria fredda che aveva invaso la stanza.

«Scommetto che hai ragione», ammise. «Sono stanco, ecco tutto. Ho mal di stomaco, ma dev'essere per lo stress. Poi ho mangiato roba d'ogni genere... ramoscelli e... o Cielo, non so... roba d'ogni genere.» Si grattò la guancia. «Questo maledetto sfogo sulla guancia sta sanguinando?»

«No», rispose Jonesy. «È solo arrossato.»

«È una reazione allergica», dichiarò McCarthy, mesto. «Mi capita la stessa cosa quando mangio le noccioline. Andrò a sdraiarmi.»

Si alzò, poi barcollò. Beaver e Jonesy allungarono le braccia per frenare la caduta, ma l'altro riacquistò l'equilibrio senza il loro aiuto. Jonesy avrebbe giurato che quella che gli era parsa una bella trippa da uomo di mezza età adesso era quasi sparita. Possibile che avesse avuto tanto gas in pancia? Chissà. Ma per certo sapeva che aveva fatto un peto fenomenale e un rutto ancor più imponente, quel tipo di cosa su cui puoi favoleggiare per anni, cominciando con: Tutti gli anni, quando iniziava la caccia, andavamo nella baita di Beaver Clarendon, e un novembre - era quello del 2001, l'anno della grande nevicata autunnale - è capitato da noi questo tizio... Sì, sarebbe stata una bella storia, e la gente avrebbe riso alla descrizione della super-scoreggia e del grande rutto, la gente ride sempre di cose del genere. Avrebbe omesso il particolare del dito premuto sul grilletto del Garand, con il quale per poco non aveva ucciso McCarthy. No, quello non l'avrebbe raccontato.

Beaver accompagnò l'ospite nell'altra stanza, al pianterreno, quella occupata da Jonesy. Lanciò all'amico una breve occhiata di scusa, e l'altro si strinse nelle spalle. Dopotutto, era la scelta più logica. Jonesy avrebbe potuto dormire nella camera di Beav, l'avevano fatto centinaia di volte da ragazzi, senza contare che forse McCarthy non sarebbe riuscito a salire al piano di sopra. L'aspetto pallido e sudaticcio di quell'uomo gli piaceva sempre meno.

Jonesy era una di quelle persone che buttano tutto sul letto. Rimosse la montagna il più in fretta possibile e scostò la trapunta.

«Devi fare una pisciata, amico?» chiese Beav.

McCarthy scosse il capo. Sembrava quasi ipnotizzato dalle lenzuola azzurre. Jonesy fu di nuovo colpito dalla lucente fissità dei suoi occhi. Sembravano quelli di un trofeo di caccia imbalsamato. All'improvviso, senza nessun motivo, vide il soggiorno della sua casa a Brookline, la cittadina residenziale vicino a Boston. Tappeti rustici, mobili stile Old America... e la testa di McCarthy appesa sopra il caminetto. «Quello l'ho catturato su nel Maine», avrebbe detto ai suoi invitati alle feste. Un bestione da ottanta chili.

Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, si accorse che Beav lo stava guardando con un'espressione vagamente allarmata.

«Una fitta all'anca», disse. «Scusate. McCarthy - Rick - vorrai toglierti il maglione e i calzoni. E gli stivali, naturalmente.»

McCarthy si guardò attorno con l'aria di chi si desta da un sogno. «Certo», annuì. «Ci puoi giurare.»

«Occorre aiuto?» chiese Beaver.

«No, no.» McCarthy aveva un'aria nel contempo allarmata e divertita. «Non sono ancora così malridotto.»

«Allora affido la supervisione a Jonesy.»

Ciò detto, Beav sgusciò via mentre McCarthy si spogliava, cominciando dal maglione, sotto il quale aveva una camicia a quadri rossi e neri, e una maglia pesante. E sì, adesso Jonesy ne era certo, la trippa era meno prominente.

Be', quasi certo. Solo un'ora fa, si disse, aveva avuto la certezza che il giaccone marrone fosse la testa di un cervo.

McCarthy sedette su una sedia accanto alla finestra per sfilarsi gli stivali e, quando si piegò, fece un'altra scoreggia, non lunga quanto la prima, ma altrettanto rumorosa. Nessuno dei due fece alcun commento sul peto né sull'odore, che, in quel locale ristretto, risultò tanto pungente da far lacrimare gli occhi di Jonesy.

McCarthy scalciò via gli stivali, che caddero sul pavimento con un tonfo sordo, poi si alzò e si slacciò la cintura. Mentre si calava i jeans mettendo in mostra i mutandoni lunghi e pesanti, Beav rientrò nella camera con un pitale di ceramica. Lo posò accanto al letto. «In caso dovessi... ehm... tirar su. Oppure se ti scappa in modo super urgente.»

McCarthy gli rivolse uno sguardo che Jonesy trovò spento in modo allarmante. Uno sconosciuto in quella che era stata la sua camera, una presenza un po' spettrale in mutandoni cascanti. Uno sconosciuto ammalato. Restava da stabilire quanto fosse ammalato.

«In caso non ce la facessi ad arrivare in tempo nel bagno», spiegò Beav. «Che, a proposito, è qui vicino. Gira a sinistra uscendo, ma ricordati che è la seconda porta. Se entri nella prima, cagherai nell'armadio della biancheria.»

Jonesy si sorprese in una risata stridula e vagamente isterica che non gli piacque per niente.

«Adesso mi sento meglio», disse McCarthy, ma Jonesy non colse la minima traccia di sincerità nella sua voce. E quello se ne stava lì in mutande, come un androide i cui circuiti della memoria erano stati per tre quarti cancellati. Prima aveva dato qualche segno di vitalità, sia pur molto ridotta; ora, anche quella era svanita, come il colore dalle guance.

«Su, Rick», lo invitò pacato Beaver. «Sdraiati e fatti una pennichella. Cerca di riprendere le forze.»

«Sì, d'accordo.» Sedette sul letto e guardò fuori della finestra. Aveva gli occhi sbarrati e spenti. A Jonesy parve che il tanfo si diradasse, ma forse ci si stava solo abituando, così come ti abitui all'odore del padiglione delle scimmie allo zoo. «Dio, guarda come nevica!»

«Già», disse Jonesy. «Come va lo stomaco, adesso?»

«Meglio.» Si mise a fissare Jonesy. Aveva lo sguardo solenne di un bimbo impaurito. «Mi spiace di aver mollato tutto quel gas - non mi era mai capitato prima, neppure nell'esercito, quando mangiavamo fagioli tutti i giorni - ma ora mi sento meglio.»

«Sicuro di non dover fare una pisciata prima di coricarti?» Jonesy aveva quattro figli, e quella era una domanda che gli saliva spontanea alle labbra.

«No. L'ho fatta nel bosco proprio prima che mi trovassi. Grazie per avermi accolto qui. Grazie a tutti e due.»

«Che diavolo!» esclamò Beaver, muovendosi a disagio. «L'avrebbe fatto chiunque.»

«Forse sì», disse McCarthy. «E forse no. Nella Bibbia è scritto: 'Sto alla porta e busso'.» Fuori, il vento sempre più forte scuoteva la baita. Jonesy aspettò che l'altro continuasse - sembrava avere quest'intenzione - invece McCarthy sollevò le gambe e s'infilò sotto le coperte.

Dai recessi del letto venne un'altra scoreggia lunga e gracidante, e Jonesy decise di aver sofferto abbastanza. Una cosa era accogliere uno sconosciuto smarrito che si presenta alla tua porta prima che scoppi la tempesta; tutt'altra cosa era stargli vicino mentre lanciava una serie di bombe asfissianti.

Beaver lo seguì chiudendo delicatamente la porta dietro di sé.

5

Quando Jonesy fece per parlare, Beav scosse il capo, portò l'indice alle labbra e condusse l'amico in cucina, che era nel punto più lontano dalla camera di McCarthy.

«Quell'uomo è conciato da sbattere via», disse Beaver, e, nella luce cruda dei tubi al neon della cucina, Jonesy vide quanto fosse preoccupato. Beav si frugò nella tuta, trovò uno stuzzicadenti e cominciò a mordicchiarlo. Nell'arco di tre minuti - il tempo che un fumatore di buona volontà avrebbe impiegato per finire una sigaretta - l'avrebbe ridotto a un mucchietto di minuscole schegge. Jonesy non capiva come i denti (e lo stomaco) dell'amico reggessero a quell'assalto, che durava da una vita.

«Spero che ti sbagli, ma...» Jonesy scosse il capo. «Hai mai annusato delle scoregge simili?»

«Mai», rispose Beaver. «Ma quello non ha solo dei disturbi allo stomaco.»

«Cosa vuoi dire?»

«Be', tanto per dirne una, è convinto che oggi sia l'11 novembre.»

Jonesy non aveva idea di che cosa dicesse Beav. L'11 novembre era stato il giorno del loro arrivo.

«Beav, oggi è mercoledì. Quattordici.»

L'altro annuì con un sorriso stiracchiato. Lo stuzzicadenti, che era già piuttosto massacrato, passò da un angolo della bocca all'altro. «Lo so. Come lo sai tu. Ma Rick no. Rick pensa che sia il giorno del Signore.»

«Beav, che cosa ti ha detto esattamente?» Non poteva avergli detto granché, dato che Jonesy si era allontanato solo il tempo necessario per fare due uova strapazzate e scaldare una lattina di minestra. Spinto dall'associazione di idee scaturita da quel pensiero, Jonesy aprì il rubinetto per lavare i pochi piatti sporchi. Non gli dispiaceva vivere spartanamente nella baita, ma non sopportava il disordine e lo squallore cui cedono i maschi quando sono lontani dalle loro case.

«Ha detto che sono arrivati sabato per poter andare un po' a caccia, e dedicare poi la domenica alla riparazione del tetto, che aveva delle infiltrazioni. 'Perlomeno non ho infranto il comandamento che impone di santificare le feste. Quando ti perdi nei boschi, l'unico compito in cui ti impegni è quello di non perdere la testa', così si è espresso.»

«Ah», fece Jonesy.

«Non potrei giurare che lui sia convinto che sia l'11 novembre, ma se non è così, allora bisogna risalire a una settimana fa, al 4, visto che lui è convinto che sia domenica. E mi rifiuto di credere che vaghi nei boschi da dieci giorni.»

Neppure Jonesy ci credeva. Ma tre? Quello sì, era verosimile. «Questo spiegherebbe una cosa che mi ha detto», disse Jonesy. «Lui...»

Il pavimento scricchiolò ed entrambi, con un piccolo sussulto, si girarono verso la porta della camera, senza peraltro vedere nulla. In quella baita, pavimenti e pareti cigolavano sempre, anche quando non soffiava il vento. Si scambiarono un'occhiata vergognosa.

«Sì, sono nervoso», ammise Beaver, forse leggendo nella mente dell'amico. «Devi riconoscere che è un po' inquietante, la comparsa di questo tizio sbucato dal bosco.»

«Be', sì.»

«Quella scoreggia ti dava l'idea che nel culo avesse qualcosa in fin di vita.»

Beav assunse un'aria sorpresa, come gli capitava sempre quando faceva una battuta divertente. Cominciarono a ridere tutti e due, abbracciandosi ed emettendo suoni rochi e soffocati, cercando di non fare troppo rumore, non volendo che il poveraccio, se era ancora sveglio, sentisse e capisse che stavano ridendo di lui. Jonesy trovava particolarmente difficile contenersi perché aveva proprio bisogno di quello sfogo, che sconfinava nell'isterismo.

Infine Beav lo afferrò per il braccio e lo portò fuori. Rimasero lì sotto la neve, senza giacca, e si abbandonarono alle risate, il cui rumore era coperto dal rombo del vento.

6

Al rientro, Jonesy aveva le mani così intorpidite da non avvertire neppure il calore dell'acqua in cui le immerse, ma almeno aveva dato libero sfogo alle risate e questa era una bella cosa. Si chiese che ne fosse di Pete ed Henry, come stessero e se sarebbero riusciti a rientrare.

«Hai detto che questo spiegherebbe delle cose», disse Beav. Stava aggredendo un altro stuzzicadenti. «Quali?»

«Non sapeva che era prevista una nevicata», rispose Jonesy. Parlò lentamente, cercando di ricordare le parole esatte di McCarthy. «'Altro che bel tempo e temperature nella media stagionale', mi pare abbia detto. E questo avrebbe senso se avesse ascoltato le previsioni verso l'11 o il 12. Perché fino a ieri sera il tempo era bello, no?»

«Sì, con un bel fresco nella fottuta media stagionale», convenne Beaver. Dal cassetto accanto al lavello tirò fuori un asciugapiatti e si mise all'opera. Mentre asciugava le stoviglie guardava la porta della camera. «Che altro ha detto?»

«Che la loro base era a Kineo.»

«Kineo? È ottanta chilometri a ovest di qui. Lui...» Beaver tolse lo stuzzicadenti di bocca, scrutò i segni lasciati dai denti, e infilò in bocca l'altra estremità. «Ho capito.»

«Sì. Non può aver percorso tutta quella distanza in una sola notte, ma se è in giro da tre giorni...»

«... e quattro notti, se si è perso sabato pomeriggio.»

«Già, quattro notti. Supponiamo che abbia sempre puntato più o meno in direzione est...» Jonesy stimò che avesse percorso circa venticinque chilometri al giorno. «Direi che è possibile.»

«Ma come ha fatto a non congelarsi?» Beaver abbassò la voce, probabilmente senza neppure rendersene conto. «Ha un giaccone bello caldo, e i mutandoni lunghi, ma da queste parti, dopo Halloween, la temperatura notturna è sempre stata sui meno cinque, meno otto. Dimmi com'è possibile stare fuori quattro notti senza gelare. Non sembra avere segni di assideramento; ha solo quella schifezza sulla guancia.»

«Non saprei. Poi c'è un'altra cosa», osservò Jonesy. «Come mai non ha una barba di tre giorni?»

«Eh?» Beaver aprì la bocca. Lo stuzzicadenti rimase appiccicato al labbro inferiore. Poi annuì lentamente. «Sì, ha giusto un'ombra.»

«Meno di un giorno.»

«Immagino che si radesse.»

«Sarà», disse Jonesy, figurandosi McCarthy smarrito nei boschi, spaventato, intirizzito e affamato (non che avesse l'aria di aver saltato molti pasti, ma quella era un'altra faccenda), che ogni mattina s'inginocchiava accanto a un ruscello, rompeva il ghiaccio con un calcio, poi traeva il fido rasoio da... da dove? Dalla tasca del giaccone?

«Poi, stamattina, ha perso il rasoio, ed è per questo che ha un'ombra di barba», ipotizzò Beav. Sorrideva di nuovo, ma senza troppa convinzione.

«Già. Proprio quando ha perso il fucile. Hai visto i suoi denti?»

Beav fece una smorfia con l'aria di dire: Che altro c'è, adesso?

«Gliene mancano quattro. Due in alto e due in basso. Sembra una caricatura.»

«E allora? Anch'io ho qualche posto vacante in bocca.» Beaver mise in mostra la gengiva sinistra in un ghigno distorto che Jonesy avrebbe preferito non vedere. «Vishto? Guada qui!»

Jonesy scosse il capo. Non era la stessa cosa. «Questo tizio fa l'avvocato, Beav. Vive a contatto con il pubblico, l'aspetto fa parte della sua professione. E gli mancano proprio davanti. Non sapeva di averli persi, ci giurerei.»

«Non è che sia stato esposto a radiazioni o roba simile?» chiese Beaver, a disagio. «Ti cascano i denti sotto l'effetto delle radiazioni, l'ho visto una volta al cinema. Uno di quei film che guardi sempre tu, quelli con i mostri. Che sia per quello? E magari gli è venuta così anche la chiazza rossa.»

«Già, si è beccato le radiazioni quando è esplosa la centrale nucleare di Mars Hill», dedusse Jonesy, rimpiangendo di aver fatto quella battuta non appena vide l'espressione perplessa dell'amico. «Beav, ma quando sei vittima delle radiazioni, credo che ti caschino anche i capelli.»

Il volto di Beav si rasserenò. «Sì, è vero. Il tizio del film finiva pelato come Telly come-si-chiama, quello che faceva Kojak.» S'interruppe. «Poi il tizio muore. Quello del film, voglio dire, non Telly, sebbene, ora che ci penso, anche...»

«Il nostro tizio qui ha un sacco di capelli», lo interruppe Jonesy. Se Beaver partiva per la tangente, non c'era verso di riportarlo sull'argomento in questione. Notò che, lontano dagli occhi dell'interessato, nessuno dei due lo chiamava Rick, e nemmeno McCarthy. Solo «il tizio», come se, inconsciamente, volessero trasformarlo in qualcosa di men che umano, qualcosa di imprecisato, come se questo potesse rendere meno grave l'eventualità di... be', l'eventualità di qualcosa.

«Già», disse Beaver. «Capelli ne ha. Molti.»

«Deve soffrire di amnesia.»

«Forse, ma ricorda chi è, con chi era, tutta quella roba lì. Amico mio, quella che ha fatto è stata una strombazzata eccezionale, no? E che puzza! Simile all'etere.»

«Sì», convenne Jonesy. «A me ha ricordato il fluido antigelo. I diabetici hanno un odore particolare quando alzano il gomito. L'ho letto in un giallo, mi pare.»

«Come il fluido antigelo?»

«Più o meno.»

Si guardarono in silenzio, ascoltando il vento. Jonesy fu sul punto di parlare della faccenda dei lampi che il tizio affermava di aver visto, ma a che pro? Si erano già detti abbastanza.

«Credevo che avrebbe tirato su l'anima quando si è chinato in avanti», dichiarò Beav. «Pareva anche a te?»

Jonesy annuì.

«E ha l'aria di non stare niente bene, proprio niente bene.»

«Già.»

Beaver fece un sospiro, buttò lo stuzzicadenti nella spazzatura e guardò fuori della finestra la neve che scendeva più fitta che mai. Si passò le dita tra i capelli. «Quanto vorrei che Henry e Pete fossero qui. Specialmente Henry.»

«Beav, Henry è uno psicanalista.»

«Lo so, ma è la cosa più vicina a un dottore di cui disponiamo, e credo che quel tizio abbia bisogno di cure mediche.»

Henry, in effetti, era medico - bisognava essere laureati in medicina per poter prendere la specializzazione in strizzacervellogia - ma, a quanto risultava a Jonesy, aveva sempre e solo fatto lo psicanalista. Tuttavia, capiva benissimo ciò che intendeva Beav.

«Pensi ancora che ce la faranno a rientrare, Beav?»

L'altro sospirò. «Mezz'ora fa ne ero sicuro, ma adesso viene giù di brutto. Credo che arriveranno.» Lanciò all'amico un'occhiata cupa, in cui non affiorava molto dello spensierato Beaver Clarendon di sempre. «Spero di sì», disse.

CAPITOLO TRE

LA SCOUT DI HENRY

1

Adesso, mentre seguiva i fari della Scout nella neve sempre più fitta, procedendo come in un tunnel lungo la Deep Cut Road, Henry si ritrovò a pensare a come farlo.

C'era, naturalmente, la Soluzione Hemingway: ai tempi in cui studiava ad Harvard l'aveva definita così in una tesina, quindi, già allora, doveva averci pensato in modo personale, non sotto un profilo puramente accademico. La Soluzione Hemingway comportava l'uso del fucile, ed Henry adesso ne possedeva uno... ma di certo non l'avrebbe messa in atto qui, in compagnia degli amici. Loro quattro si erano divertiti molto all'Hole in the Wall, e sarebbe stato ingiusto farlo in quel luogo. Avrebbe sciupato i ricordi di Pete e Jonesy, e anche di Beaver, anzi soprattutto di Beaver, che non se lo meritava affatto. Ma sarebbe successo presto, se lo sentiva, come il pizzicore che precede lo starnuto. Era buffo paragonare la fine della vita a uno starnuto, ma probabilmente non era molto di più. Ecciù, e poi ciao oscurità, mia vecchia amica.

Nell'attuare la Soluzione Hemingway, si cominciava con il levarsi scarpa e calzino. Si poggiava a terra il calcio del fucile, s'infilava la canna in bocca. Poi si poggiava l'alluce sul grilletto. C'è un piccolo particolare da tenere a mente, si disse Henry mentre sterzava per compensare la slittata della Scout sulla neve fresca. Se opti per questa soluzione, prendi un purgante e cerca di defecare all'ultimo momento tanto per non offrire una scena più incasinata del necessario a chi rinverrà il cadavere.

«Forse faresti meglio a rallentare un po'», disse Pete. Teneva tra le gambe una bottiglia di birra consumata a metà, ma quello non bastava certo a intontirlo. Con altre tre o quattro, Henry avrebbe potuto slittare lungo la strada a cento all'ora e Pete se ne sarebbe rimasto seduto tranquillo, cantando una di quelle orrende canzoni dei Pink Floyd. E forse avrebbe potuto anche procedere a cento all'ora senza neanche scalfire il paraurti anteriore. Guidare nei solchi della Deep Cut Road, anche quand'erano coperti di neve, era come avanzare sulle rotaie. Le cose sarebbero potute cambiare se la neve fosse aumentata, ma per ora tutto andava bene.

«Non ti preoccupare, Pete. Tutto è a posto.»

«Vuoi una birra?»

«Non quando sono al volante.»

«Neanche da queste parti?»

«Dopo, dopo.»

Pete tacque, lasciando che Henry seguisse la luce dei fanali e si facesse strada lungo questo bianco passaggio tra gli alberi. Abbandonandolo ai suoi pensieri, esattamente dove voleva essere. Era come passare e ripassare su una piaghetta all'interno della bocca, esplorandola ripetutamente con la punta della lingua, ma era proprio lì che voleva stare.

C'erano le pillole. C'era il solito espediente del sacchetto sulla testa. C'era l'annegamento. Il salto da una grande altezza. La pistola all'orecchio non era un metodo del tutto sicuro - correvi il rischio di risvegliarti paralizzato - come non lo era il taglio dei polsi, che era per chi stava solo facendo un tentativo, anche se i giapponesi avevano una tecnica che a Henry sembrava molto interessante. Una corda intorno al collo. L'altra estremità legata a un grande sasso. Il sasso si mette su una sedia, poi ci si siede a propria volta con la schiena ben puntellata in modo da non cadere all'indietro. Si rovescia la sedia e il sasso cade. Il soggetto può vivere per tre-cinque minuti sognando un vortice di asfissia. Il grigio sfuma nel nero; ciao, oscurità, mia vecchia amica. Quel metodo lo aveva letto in uno dei gialli di Kinsey Milhone, tanto amati da Jonesy. Romanzi gialli e film dell'orrore: ecco le cose che tenevano a galla la barca di Jonesy.

Tutto sommato, si sentiva più attratto dalla Soluzione Hemingway.

Pete, con aria notevolmente più rilassata, finì la bottiglia e ne aprì una seconda. «Cosa ne pensi di quella roba?» chiese.

Henry lo percepì come un richiamo da quell'altro universo, quello in cui i viventi di fatto volevano vivere. Come sempre, di questi tempi, questo lo spazientì. Ma era fondamentale che nessuno degli amici nutrisse alcun sospetto, anche se forse Jonesy aveva intuito qualcosa. Magari anche Beaver. Pete era del tutto all'oscuro, ma avrebbe potuto accennare con gli altri al fatto che Henry appariva preoccupato, come se gli frullasse qualcosa di grave in testa, e lui questo non lo voleva proprio. Questa sarebbe stata l'ultima volta in cui tutti e quattro - la vecchia gang di Kansas Street, i Pirati Rossi della terza e quarta elementare - si riunivano all'Hole in the Wall, e lui voleva che fosse un piacevole soggiorno. Voleva che gli amici restassero scioccati dalla notizia, persino Jonesy, che gli leggeva dentro meglio degli altri. Voleva che dicessero che non avevano capito niente. Meglio quello che figurarsi i tre a faccia a faccia, il capo chino, incapaci di guardarsi negli occhi, tormentati dal pensiero che avrebbero dovuto intuirlo, che avrebbero dovuto individuare i segnali e fare qualcosa in proposito. Ripiombò in quell'altro universo, simulando abilmente un interesse che non provava. Chi, meglio di uno strizzacervelli, poteva fare una cosa simile?

«Che ne penso di cosa?»

Pete levò gli occhi. «Da Gosselin, tontolone! Tutta quella roba di cui cianciava il vecchio Gosselin.»

«Peter, non per niente lo chiamano il vecchio Gosselin. Ha a dir poco ottant'anni, e se c'è una cosa di cui i vecchi abbondano è l'isterismo.» La Scout - anche lei non precisamente di primo pelo, in giro da quattordici anni dopo aver macinato un numero astronomico di chilometri - schizzò fuori da un solco e subito slittò, dimentica di essere una fuoristrada. Henry sterzò assecondando la sbandata e quasi scoppiò a ridere quando Pete lasciò cadere la birra gridando: «Ma che cazzo... sta' attento!»

Henry rallentò sino a che la Scout non fu tornata nella carreggiata, poi premette di colpo sull'acceleratore. L'auto slittò di nuovo, e Pete lanciò un altro grido. Henry rallentò ancora e la Scout ripiombò nei solchi, procedendo liscia come su rotaie. Un aspetto positivo della decisione di por fine alla propria vita era, a quanto pareva, l'indifferenza verso le minuzie dell'esistenza. I fari bucavano l'ondulante candore della giornata, popolato da miliardi di fiocchi di neve che, secondo la credenza popolare, erano tutti diversi gli uni dagli altri.

Pete raccolse la bottiglia (si era rovesciata ben poca birra), e si batté il petto. «Non è che vai un po' troppo veloce?»

«Figurati», disse Henry, poi, come se la slittata non si fosse mai verificata (però c'era stata) né avesse mai interrotto il flusso dei suoi pensieri (non l'aveva fatto), proseguì: «L'isteria collettiva è molto diffusa tra i vecchi e tra i giovanissimi. È un fenomeno molto ben documentato sia nel mio campo sia in quello di quei parenti barbari che sono i sociologi».

Henry abbassò gli occhi e vide che procedeva a sessanta, una velocità un po' troppo elevata, dato il tempaccio. Rallentò. «Meglio?»

Pete annuì. «Non equivocare, guidi a meraviglia, però, caro mio, nevica che Dio la manda. Senza contare che abbiamo le provviste.» Con il pollice indicò i due sacchetti e le due scatole sul sedile posteriore. «Oltre agli hot dog, abbiamo tre buste di maccheroni con il formaggio filante. Beaver non può vivere senza quella roba.»

«Lo so», disse Henry. «Piacciono anche a me. Ti ricordi quegli episodi di culti satanici nello stato di Washington, quelli di cui i giornali avevano parlato tanto intorno al '95? I responsabili risultarono essere alcuni vecchioni che vivevano con i loro bambini - nipotini, in un caso - in due cittadine a sud di Seattle. Le numerose segnalazioni di abusi sessuali negli asili nido, denunciati da ragazzine che vi lavoravano part-time, cominciarono nello stesso periodo nel Delaware e in California. Forse era una semplice coincidenza, o forse era il momento in cui storie simili cominciavano ad assumere una certa credibilità, e le ragazze avevano semplicemente cavalcato l'ondata.»

Con quanta facilità sciorinava quelle parole, quasi avessero una qualche importanza. Henry parlava, l'amico accanto a lui ascoltava con muta ammirazione, e nessuno (e men che meno Pete) avrebbe mai sospettato che lui stava pensando al fucile, alla fune, al tubo di scappamento, alle pillole. La sua testa era piena di nastri con la registrazione di motivi ricorrenti. E la lingua era l'amplificatore.

«A Salem», proseguì Henry, «ci fu una fusione dell'isteria dei vegliardi e delle ragazzine, e voilà, ecco i processi alle streghe di Salem.»

«Con Jonesy, ho visto un film sull'argomento», rammentò Pete. «C'era Vincent Price. Mi ha messo una paura tremenda.»

«Ci credo», disse Henry, ridendo. Per un folle istante, pensò che Pete alludesse a La seduzione del male. «E quando le idee folli tendono ad acquisire maggiore credibilità? Dopo il raccolto, e all'arrivo della stagione fredda, quando viene il momento di raccontare storie. A Wenatchee, nello stato di Washington, si parlava di riti satanici e sacrifici di bambini nei boschi. A Salem tiravano in ballo le streghe. E nella zona di Jefferson, patria dell'unico e insostituibile Gosselin's Market, si parla di strane luci nel cielo, cacciatori scomparsi, e manovre di truppe. Per tacere poi della strana muffa rossa che cresce sugli alberi.»

«Non saprei che dire degli elicotteri e dei soldati, ma quelle luci sono state viste da un numero sufficiente di persone da giustificare la convocazione di un'assemblea straordinaria degli abitanti. Il vecchio Gosselin me l'ha detto mentre tu prendevi le scatolette. Senza contare che dalle parti di Kineo sono davvero scomparse delle persone. E questa non è isteria.»

«Quattro rapide osservazioni», puntualizzò Henry. «Primo: non si può fare un'assemblea nella zona di Jefferson perché non esiste un paese vero e proprio - neppure Kineo fa comune: è solo la denominazione della comunità sparsa in quell'area. Secondo: l'assemblea si terrà intorno alla stufa dello spaccio di Gosselin, e metà dei presenti sarà fatta di grappa e di brandy.»

Pete ridacchiò.

«Terzo: che altro hanno da fare? E quarto: i cacciatori o si sono stufati e se ne sono tornati a casa, o si sono ubriacati e hanno deciso di arricchirsi al casinò di Carrabassett.»

«Credi che sia così?» Pete sembrava mortificato, ed Henry provò un moto d'affetto per lui. Gli diede una pacca sul ginocchio.

«Non temere», disse. «Il mondo è pieno di stranezze.» Se così fosse stato, forse Henry non avrebbe avuto tanta fretta di lasciarlo, ma se c'era una cosa in cui gli psicanalisti eccellevano (oltre che nello scrivere ricette di Prozac e altri psicofarmaci) era nel dire bugie.

«Quattro cacciatori che spariscono simultaneamente a me sembra una cosa piuttosto strana.»

«Proprio per niente», ribatté Henry, ridendo. «Sarebbe strano se ne sparisse uno. O due. Ma quattro? Se ne sono andati insieme, sta' pur certo.»

«A quanto siamo dall'Hole in the Wall, Henry?» Il che, tradotto, voleva dire: Faccio in tempo a bermi un'altra birra?

Prima di partire, Henry aveva azzerato il contachilometri, un'abitudine che aveva preso ai tempi in cui lavorava alle dipendenze dello stato del Massachusetts, dove gli rimborsavano otto centesimi al chilometro e quante più visite a vecchi pazzi riusciva a dimostrare di aver fatto. La distanza tra lo spaccio e l'Hole era facile da ricordare: 35,5. Adesso il contachilometri segnava 20, il che voleva dire che...

«Attento!» gridò Pete, ed Henry alzò subito gli occhi sul parabrezza.

L'auto era al culmine di una salita. Sulla cresta densamente alberata la neve era più fitta che mai, ma Henry, che procedeva con gli abbaglianti accesi, vide chiaramente la persona seduta sulla strada a tre metri di distanza: una persona con un giaccone imbottito, un gilè arancione che svolazzava all'indietro come il mantello di Superman, e un colbacco di pelliccia. Al berretto erano stati attaccati nastri arancione che si agitavano nel vento. Il tizio sedeva in mezzo alla strada come un indiano intenzionato a fumare un calumet della pace, e non si mosse neppure quando la luce degli abbaglianti lo centrò in pieno. Per un istante Henry vide suoi occhi, sbarrati e fissi e luminosi, e pensò: È così che apparirebbero i miei occhi se non li tenessi sotto controllo.

Impossibile fermarsi con tutta quella neve. Henry sterzò a destra e sentì il tonfo prodotto dalla Scout che usciva dai solchi. Ebbe una visione fulminea del volto bianco e immoto ed ebbe il tempo di pensare: Accidenti! È una donna.

Uscita dai solchi, l'auto riprese a slittare. Henry raddrizzò il volante, facendo di proposito affondare le ruote nella neve, sapendo d'intuito che quella era l'unica possibilità di salvare la persona sulla strada. E anche quella era una possibilità molto tenue.

Pete lanciò un grido e, con la coda dell'occhio, Henry lo vide farsi schermo con le mani. La Scout proseguì verso il ciglio ed Henry sterzò nella direzione opposta, cercando di controllare la slittata quel tanto che bastava per non spiaccicare il volto della tizia con il parafango posteriore. Il volante girò impazzito tra le sue mani guantate. Forse per tre secondi la Scout scivolò lungo la Deep Cut Road a un angolo di quarantacinque gradi, un movimento dovuto in parte all'intervento di Henry Devlin e in parte allo stato del terreno. La neve si levava in alti spruzzi; la luce dei fari evidenziava i pini carichi di neve sul lato sinistro della strada. Tre secondi, poco tempo, ma sufficiente. Henry vide la figura passargli accanto come se fosse lei a spostarsi, e non loro, ma in realtà non si mosse, neppure quando il bordo rugginoso del paraurti le passò accanto, separato dal volto da un dito d'aria nevosa.

«Mancata!» esultò Henry. «Mancata, brutta stronza!» Poi, perso l'ultimo filo di controllo, la Scout tornò verso il centro della strada, vibrando nel rientrare nei solchi, ma questa volta perpendicolarmente a essi. Stava cercando di raddrizzarsi quando finì contro un grosso sasso o un tronco sepolto dalla neve e si rovesciò, prima sulla fiancata sinistra, poi cappottando del tutto. Un'estremità della cintura di sicurezza di Henry si staccò, facendolo atterrare sul tettuccio con la spalla sinistra. Le palle sbatterono contro l'asta del volante, procurandogli un dolore lancinante. La leva degli indicatori di direzione si spezzò contro la sua gamba ed Henry sentì all'istante il sangue che usciva a fiotti, impregnando i jeans. Il Borgogna, come lo chiamavano i vecchi annunciatori radiofonici quando facevano la cronaca degli incontri di boxe. Attenti, gente, il Borgogna comincia a scorrere. Pete stava urlando.

Per alcuni secondi, il motore della Scout cappottata continuò a camminare prima di cedere alle leggi della gravità. Adesso non era rimasto che un ammasso di ferraglia ribaltato sulla strada, con le ruote che giravano ancora, le luci puntate sugli alberi grevi di neve lungo il ciglio sinistro. Un faro si spense mentre l'altro continuò a brillare.

2

Henry aveva parlato spesso dell'incidente con Jonesy (aveva più che altro ascoltato, la terapia, dopotutto, era un ascolto creativo), e sapeva che l'amico non ricordava nulla dell'investimento vero e proprio. A quanto gli risultava, lui, Henry, non aveva mai perso conoscenza dopo la cappottata della Scout, e la catena dei ricordi era intatta. Rammentava di aver trafficato con la fibbia della cintura di sicurezza, per disincagliarsi del tutto da quella fottuta stretta, mentre Pete gridava di avere una gamba rotta, una maledetta gamba rotta. Ricordava il ritmico sss-tump dei tergicristalli e il baluginio delle spie del cruscotto, che adesso erano sottosopra. Trovò la fibbia, la perse, la ritrovò e la sganciò. La cintura filò all'indietro e lui ricadde contro il tettuccio, mandando in frantumi il rivestimento di plastica della lampadina.

Allungò le mani, trovò la maniglia, ma non riuscì ad abbassarla.

«La mia gamba! La mia fottuta gamba!»

«Piantala», imprecò Henry. «La tua gamba sta benone.» Come se lo sapesse. Diede un altro strattone alla maniglia, che non si mosse. Poi capì il perché: era sottosopra e lui la abbassava nella direzione sbagliata. La spinse al contrario e la luce sul tetto brillò cruda nei suoi occhi mentre la serratura scattava. Spinse la portiera con il dorso della mano, sicuro di non ottenere alcun risultato; l'intelaiatura doveva essersi piegata e sarebbe stato fortunato a scostarla di un palmo.

Ma la portiera cigolò e all'improvviso Henry sentì un freddo turbinio di neve sul volto e sul collo. Spinse più forte, con la spalla questa volta, e solo quando riuscì a districare le gambe scoprì di essere a testa in giù. Fece una mezza capriola e di colpo si ritrovò a contemplare da vicino il cavallo dei calzoni come se stesse cercando di baciarsi la bua. Il diaframma contratto non gli permetteva di respirare a dovere.

«Henry, aiutami! Sono incastrato!»

«Un momento.» La sua voce era strozzata e acuta, quasi irriconoscibile. La gamba sinistra dei jeans era annerita di sangue. Il vento tra gli alberi rombava come un enorme aspirapolvere celeste.

Afferrò la maniglia, lieto di aver tenuto i guanti mentre guidava, e diede un grande strattone: doveva uscire, doveva riprendere a respirare.

Dopo un istante di immobilità, schizzò fuori come un tappo da una bottiglia. Rimase supino per un momento, ansando e guardando l'ondeggiante cortina di neve sopra di lui. Non c'era nulla di strano nel cielo, allora; l'avrebbe giurato su una montagna di Bibbie. Solo il ventre greve e grigio delle nubi e la danza psichedelica della neve.

Pete continuava a chiamarlo, il panico sempre più acuto nella voce.

Henry si girò, si puntellò sulle ginocchia e infine, barcollando, si rizzò in piedi. Rimase fermo solo per un istante, ondeggiando nella bufera, in attesa che la gamba sanguinante cedesse, ributtandolo sulla neve. Ma la gamba resistette e lui, zoppicando, arrancò dietro la Scout cappottata per vedere che cosa poteva fare per l'amico. Lanciò un'occhiata di sfuggita alla donna che aveva provocato tutto quel casino. Lei era là, in mezzo alla strada, le gambe incrociate, il giaccone incrostato di neve. Il gilè e i nastri sventolavano, schioccando nel vento. Non si era girata a guardarli, ma continuava a tenere lo sguardo fisso nella direzione del Gosselin's Market, proprio come faceva quando avevano raggiunto la sommità della salita. La traccia semicircolare del pneumatico era a due spanne dal suo piede sinistro, ed Henry si stupì di essere riuscito a evitarla.

«Henry! Henry, aiutami!»

Lui corse, scivolando nella neve. La portiera di destra era incastrata, ma quando Henry s'inginocchiò e cominciò a tirare con tutte e due le mani, si aprì a metà. Allungò la mano all'interno, afferrò Pete alla spalla e tirò. Niente.

«Slaccia la cintura, Pete.»

Pete trafficò senza alcun risultato, benché fosse proprio davanti a lui. Con mosse pacate, senza il minimo segno di impazienza (doveva essere un effetto dello choc), Henry slacciò la cintura e Pete batté contro il tettuccio, il capo chino di lato. Con un grido che era un misto di sorpresa e di dolore, ricadde e si sporse oltre la portiera semiaperta. Henry lo afferrò sotto le ascelle e lo tirò. Entrambi finirono nella neve ed Henry fu colpito da una sensazione di déjà vu così vivida da dargli il capogiro. Non avevano forse giocato così da ragazzi? Ma certo. La volta in cui avevano insegnato a Duddits come fare gli angeli sulla neve. Qualcuno cominciò a ridere, facendolo sussultare. Poi si rese conto che era stato lui stesso.

Pete si drizzò a sedere, gli occhi spiritati e scintillanti, la schiena coperta di neve. «Perché cazzo ridi? Quello stronzo per poco non ci ha fatto ammazzare. Lo strangolo, quel figlio di puttana!»

«Non è il figlio. È la puttana in persona», lo corresse Henry. Rideva più forte che mai, e gli venne il sospetto che Pete non capisse quel che diceva, specie con tutto quel vento, ma poco gli importava. Di rado si era sentito così bene.

Pete si alzò traballando, più o meno come aveva fatto Henry, il quale stava per fare un commento pungente sulla sua gamba rotta quando l'amico ricadde con un grido. Henry gli si avvicinò e gli tastò l'arto, teso davanti a lui. Sembrava intatto, ma come si poteva esserne certi con due strati di stoffa?

«Non è rotta», disse Pete, pur ansando per il dolore. «È solo bloccata, come quando giocavo a football. Dov'è quella? Sei sicuro che sia una donna?»

«Sì.»

Pete si rialzò e, tenendosi il ginocchio, arrivò zoppicando davanti alla vettura. L'unico faro rimasto riluceva coraggiosamente nella neve. «Spero almeno che sia zoppa o cieca. È l'unica cosa che posso dire. Altrimenti la spedisco a calci sino al Gosselin's Market.»

Henry scoppiò di nuovo a ridere. Gli era balenata l'immagine di Pete che saltellava e poi scalciava, come una ballerina sgangherata. «Pete, non farle troppo male!» gridò, temendo che ogni sfumatura di severità del suo avvertimento sarebbe stata annullata dalle risate isteriche che punteggiavano le sue parole.

«Non lo farò, a meno che non faccia l'impertinente con me», rispose Pete. Quelle parole, portate dal vento all'orecchio di Henry, avevano un tono da vecchia signora offesa che potenziò l'ilarità di Henry. Si calò i jeans e i mutandoni per vedere quanto grave fosse la ferita.

Era un taglio superficiale, lungo circa sei centimetri, nella parte interna della coscia.

«Cosa diavolo credeva di fare?» strillò Pete dal lato opposto della Scout cappottata, i cui tergicristalli stavano ancora frusciando avanti e indietro. E sebbene la protesta di Pete fosse condita di improperi (alcuni dei quali decisamente beaveriani), Henry continuò a percepirne il piglio da vecchia maestra risentita, e questo lo fece di nuovo ridere, mentre si tirava su i calzoni.

«Perché cazzo se ne sta lì seduta in mezzo alla strada sotto una fottuta bufera di neve? È fuori? Ma che razza di testa di merda ha? Ehi, risponda! Per poco non ci ha fatto ammazzare, e il minimo che può fare è... ahia, che male del cazzo!»

Henry girò intorno alla Scout ridotta a un catorcio in tempo per vedere Pete che cadeva accanto alla Signora Buddha. La gamba doveva essersi di nuovo bloccata. Lei neppure lo guardò. I nastri arancione sventolavano. Il suo volto era levato verso l'alto, gli occhi sbarrati non battevano neppure quando i fiocchi di neve vi finivano dentro per sciogliersi sulle calde lenti viventi. Henry, suo malgrado, sentì la curiosità professionale risvegliarsi in lui. Ma in che cosa mai si erano imbattuti?

3

«Ahi, ahi, porca puttana, che male del cazzo!»

«Ti senti bene?» chiese Henry, e subito scoppiò di nuovo a ridere. Che domanda cretina.

«Ti do l'impressione di star bene, genietto strizzacervelli?» ribatté Pete, stizzito, ma, quando l'amico si chinò su di lui, alzò una mano facendogli cenno di allontanarsi. «No, è sotto controllo. Da' un'occhiata alla Principessa degli Stronzi, invece.»

Henry s'inginocchiò davanti alla donna, facendo una smorfia per il dolore - le gambe, d'accordo, ma adesso gli doleva anche la spalla là dove aveva urtato contro il tettuccio e il collo si stava irrigidendo - ma continuando comunque a ridacchiare.

Non era per niente una dolce fanciulla in difficoltà. Aveva a dir poco quarant'anni, ed era corpulenta. Sebbene il giaccone fosse spesso e sotto di esso vi fossero Dio sa quanti strati di indumenti, sul davanti si vedeva un notevole rigonfiamento, rivelatore di quel genere di portentose giberne per le quali è stata messa a punto l'operazione di riduzione del seno. I capelli che si agitavano nel vento sotto il bordo del colbacco non sembravano tagliati con particolare cura. Anche lei indossava jeans, ma da una delle sue cosce si sarebbero potute cavarne due di Henry. La prima parola che gli balenò in mente fu contadina - quel tipo di donna che intravedi mentre stende il bucato in un cortile ingombro di giocattoli, accanto a una casa-roulotte con la radio a tutto volume... o magari che incontri mentre fa la spesa da Gosselin. Il gilè arancione faceva pensare che anche lei fosse uscita a caccia, ma se era così, dov'era finito il suo fucile? Già coperto dalla neve? Gli occhi erano azzurro cupo e del tutto privi di espressione. Henry si guardò intorno per individuare le sue orme, ma non ne vide traccia. Senza dubbio erano state cancellate dal vento, tuttavia la cosa era inquietante, come se quella donna fosse caduta dal cielo.

Henry si tolse un guanto e fece schioccare le dita davanti a quegli occhi fissi. Le palpebre ebbero un battito. Non era granché, ma più di quanto si fosse aspettato, dato che non aveva fatto neppure una piega quando un veicolo di alcune tonnellate l'aveva mancata per pochi centimetri.

«Ehi!» gridò lui. «Ehi, sveglia! Sveglia!»

Fece di nuovo schioccare le dita, che adesso erano intirizzite e quasi insensibili. Da quando si era messo a fare così freddo? Qui siamo in un bel casino, pensò.

La donna fece un rutto. Il rumore risuonò forte nonostante il sibilo del vento tra gli alberi e, prima che l'odore venisse spazzato via, Henry colse una zaffata dal sentore penetrante e amaro, simile all'alcol denaturato. Poi fece una smorfia, spostò le chiappe e mandò fuori una scoreggia, una lunga, frusciante scoreggia, simile alla lacerazione di una stoffa. Forse è così che la gente del luogo dice ciao, pensò Henry. L'idea gli provocò un'altra risata.

«Sacripante», disse Pete, parlandogli all'orecchio. «Quella deve averle strappato la cucitura dei calzoni, a dir poco. Cos'ha bevuto, signora?» Poi, rivolto a Henry: «Qualcosa ha bevuto di certo, Cristo santo, e se non è antigelo, allora io sono una scimmia».

Anche Henry sentì quell'odore.

All'improvviso, lo sguardo della donna incrociò quello di Henry, che rimase scioccato dal dolore che vi lesse. «Dov'è Rick?» chiese lei. «Devo trovare Rick... è l'unico rimasto.» Fece una smorfia e, quando tese le labbra, Henry si accorse che le mancava metà dei denti. Quelli rimasti sembravano una staccionata fatiscente. Fece un altro rutto, e l'odore fu tale da far lacrimare gli occhi di Henry.

«O Cristo!» La voce di Pete fu quasi un urlo. «Cos'ha questa donna?»

«Non so», rispose Henry. Le sole cose che sapeva di sicuro erano che i suoi occhi si erano di nuovo spenti e che loro si trovavano in un bel casino. Se fosse stato solo, avrebbe contemplato l'idea di sedersi accanto alla donna e cingerla con un braccio, una risposta assai più interessante e originale al problema finale che non la Soluzione Hemingway. Ma c'era Pete cui pensare... e Pete, allora, non aveva ancora affrontato il primo trattamento per disintossicarsi dall'alcol, anche se indubbiamente era destinato a farlo.

E poi era curioso.

4

Pete era seduto nella neve, a massaggiarsi il ginocchio, e guardava Henry, in attesa che facesse qualcosa, un'evenienza del tutto normale, dato che spesso era stato lui il cervello del quartetto. Non che ci fosse mai stato un leader tra di loro, ma Henry era la cosa che più si approssimava a un capo, già ai tempi delle medie. Nel frattempo, la donna continuava a fissare i fiocchi di neve.

Calma, pensò Henry. Fa' un bel respiro e calmati.

Inspirò, trattenne il fiato, ed espirò. Un po' meglio. Insomma, che cosa aveva questa donna? Lasciamo perdere il luogo di provenienza, la sua presenza in quella strada, o l'odore di antigelo dei suoi rutti. Che cosa aveva in questo preciso istante?

Era in preda allo choc, chiaramente. A tal punto da essere in uno stato catatonico, come dimostrava il fatto che non aveva fatto una piega quando la Scout l'aveva quasi sfiorata. Tuttavia, non era ancora andata al punto di non ritorno: in effetti, si era riscossa allo schiocco delle dita e aveva parlato. Aveva chiesto notizie di un certo Rick.

«Henry...»

«Taci per un istante.»

Si tolse di nuovo i guanti, tese le mani verso di lei e le batté. Il rumore, a suo parere, era ben poca cosa se paragonato al continuo sibilare del vento tra gli alberi, ma lei abbassò le palpebre.

«In piedi!»

Henry afferrò le mani guantate della donna e, con un certo sollievo, notò che si strinsero intorno alle sue. Si protese in avanti, avvicinando il volto, annusando il sentore di etere. Con un fiato così, non poteva certo star bene.

«In piedi! Con me! Al tre! Uno, due, tre

Si alzò, sempre stringendole le mani. Lei si drizzò, facendo un altro rutto. E un'altra scoreggia. Il berretto le scivolò su un occhio. Quando la donna non fece nulla per raddrizzarlo, Henry ordinò: «Sistemale il colbacco».

«Come?» Anche Pete si era rialzato, pur traballante.

«Non voglio lasciarla andare. Scostale il colbacco, in modo da scoprirle l'occhio.»

Con cautela, Pete fece quanto gli era stato chiesto. La donna si chinò lievemente, fece una smorfia e scoreggiò.

«Grazie tante», disse Pete, scocciato. «Siete un pubblico meraviglioso, buona notte.»

Henry sentì che la donna stava crollando e rafforzò la presa.

«Cammina!» gridò. «Cammina con me! Al tre! Uno, due, tre

Cominciò a indietreggiare verso la Scout. Lei lo guardava fisso negli occhi. Senza voltarsi verso l'amico - non voleva correre il rischio di perderla - disse: «Prendimi per la cintura e guidami».

«Dove?»

«All'altro fianco della Scout.»

«Non so se...»

«Devi farcela, Pete. E subito.»

Per un istante non avvertì nulla, poi sentì la mano di Pete infilarsi sotto il giaccone e afferrare la sua cintura. In fila indiana, avanzando come maldestri ballerini di conga, traversarono la strada, diretti verso il faro sopravvissuto della Scout. Su quel fianco, perlomeno, sarebbero stati parzialmente al riparo dal vento.

Di colpo, la donna si sottrasse alla presa di Henry e si chinò in avanti. Lui fece un passo indietro per non essere colpito dagli spruzzi in caso di vomito... ma lei, anziché rigettare, fece un altro rutto, più forte dei precedenti. Poi, mentre era chinata, mollò un altro peto. Henry non aveva mai sentito nulla di simile, benché fosse convinto di aver visto di tutto e di più nelle corsie dei cronicari del Massachusetts occidentale. Tuttavia, la donna rimase in piedi, inspirando attraverso il naso con grandi fremiti equini.

«Henry», disse Pete. La sua voce era arrochita dal terrore, dallo stupore, o da entrambi. «Mio Dio, guarda.»

Aveva gli occhi levati al cielo, la bocca aperta. Henry seguì la direzione del suo sguardo, e rimase stupefatto. Una decina di cerchi luminosi scivolavano lenti lungo le basse nubi. Henry dovette strizzare gli occhi per osservarli. Per un istante gli vennero in mente i riflettori che spazzavano il cielo hollywoodiano nelle sere delle prime, ma naturalmente non c'era nulla di simile qui in questi boschi, senza contare che, qualora ci fossero stati, si sarebbero visti i coni di luce forare la fitta cortina di falde di neve. La fonte di quelle luci doveva essere sopra, e non sotto, le nubi. Andavano avanti e indietro, senza nessuno schema apparente, ed Henry si sentì invaso da un subitaneo terrore atavico. All'improvviso, gli parve di avere un ghiacciolo al posto del midollo spinale.

«Cosa c'è?» chiese Pete, al confine del gemito. «Cristo, Henry, cosa c'è?»

«Non so...»

La donna alzò gli occhi, vide le luci danzanti e cominciò a strillare. Erano urla forti e acute, talmente cariche di terrore da far venir voglia di strillare allo stesso Henry.

«Sono tornati!» gridò lei. «Sono tornati!»

Si coprì gli occhi e poggiò la testa contro il parafango della Scout cappottata. Smise di gridare e cominciò a gemere, come una creatura intrappolata senza via di scampo.

5

Per un imprecisato lasso di tempo (probabilmente non più di cinque minuti, anche se sembrava di più) guardarono quelle luci spostarsi nel cielo, girando in cerchio, scivolando, calando e volteggiando l'una sull'altra. A un certo punto, Henry si accorse che erano solo cinque e non una decina, poi si ridussero a tre. La donna con il viso poggiato contro il copertone fece un'altra scoreggia, ed Henry si rese conto che erano bloccati a casa di Dio, intenti a contemplare un qualche fenomeno celeste, forse collegato alla bufera, che, per quanto interessante, non li avrebbe in nessun modo aiutati a raggiungere un riparo caldo e asciutto. Ricordava perfettamente l'ultimo dato del contachilometri: 20,3. Erano a una quindicina di chilometri dall'Hole in the Wall, una bella camminata anche in circostanze normali, e figuriamoci poi in una bufera. Inoltre, pensò, sono il solo in grado di camminare.

«Pete.»

«Sbalorditivo, eh!» sussurrò l'amico. «Cazzo, sono degli Ufo, proprio come in X-Files. Secondo te...»

«Pete.» Afferrò il mento dell'amico, costringendolo a guardarlo. In cielo, le ultime due luci stavano svanendo. «È una qualche sorta di fenomeno di natura elettrica, ecco tutto.»

«Credi?» Pete sembrava assurdamente deluso.

«Sì... è collegato alla bufera. Ma anche se fosse la prima ondata degli alieni Farfalla del pianeta Alnitak, per noi non cambierebbe niente se siamo destinati a trasformarci in ghiaccioli qui, in questa strada. Adesso devi aiutarmi. Devi esibirti in uno dei tuoi soliti miracoli. Ce la fai?»

«Non so», disse Pete, lanciando un'ultima occhiata al cielo. Adesso brillava una sola luce, e così fioca che a non saperlo non l'avresti vista. «Signora? Signora, sono quasi sparite. Adesso calma, okay?»

Lei non rispose e continuò a tenere il volto premuto contro la ruota. I nastri del berretto garrivano nel vento. Con un sospiro, Pete si rivolse a Henry.

«Cosa vuoi?»

«Conosci quei ripari per il legname lungo la strada?» Ce n'erano otto o nove, formati da quattro pali sormontati da una tettoia di lamiera ondulata. I taglialegna li usavano per riporre i tronchi tagliati o l'attrezzatura sino all'arrivo della primavera.

«Certo», rispose Pete.

«Dov'è il più vicino? Sei in grado di dirmelo?»

Pete chiuse gli occhi, levò un dito e cominciò a muoverlo avanti e indietro. Nel contempo faceva schioccare la punta della lingua contro il palato. Era un'esibizione che risaliva ai tempi del liceo. Non vecchia quanto le matite o gli stuzzicadenti mordicchiati di Beaver, né la passione di Jonesy per i film dell'orrore e i gialli, ma annosa comunque. E di solito affidabile. Henry attese, sperando che funzionasse anche questa volta.

La donna, forse risvegliata dai piccoli schiocchi ritmici, alzò il capo e si guardò attorno. Sulla fronte, il pneumatico aveva lasciato una grossa chiazza nerastra.

Infine Pete aprì gli occhi. «Proprio laggiù», disse puntando il dito in direzione dell'Hole in the Wall. «Oltre quella curva c'è un'altura. Scendi lungo il versante opposto e trovi un rettilineo, al termine del quale c'è una di quelle tettoie. È a sinistra. Parte della copertura ha ceduto. Un certo Stevenson una volta si è preso una botta sul naso.»

«Ah, sì?»

«Be', non so.» E Pete distolse lo sguardo, come se fosse imbarazzato.

Henry ricordava vagamente quel riparo... e il fatto che la tettoia avesse in parte ceduto poteva essere un vantaggio; se si era piegata nella direzione giusta, avrebbe offerto maggior protezione.

«Quanto dista?»

«Un chilometro, o poco più.»

«Ne sei sicuro?»

«Sì.»

«Ce la fai ad arrivarci con il ginocchio in quelle condizioni?»

«Credo di sì... ma lei?»

«Me lo auguro», rispose Henry. Posò le mani sulle spalle della donna, la costrinse a girare la testa sino a che non furono quasi naso contro naso. Aveva un alito spaventoso - antigelo misto a qualcosa di organico, oleoso - ma lui non si scostò neanche di un pelo.

«Dobbiamo metterci in marcia!» le disse con voce alta e imperiosa. «Cammina con me. Al tre, via! Uno, due, tre

La prese per mano e la pilotò intorno alla Scout, sulla strada. Dopo un istante di resistenza, lei lo seguì con docilità, apparentemente insensibile alle sferzate di vento che li colpivano. Camminarono per circa cinque minuti prima che Pete barcollasse.

«Aspetta», implorò. «Questo ginocchio bastardo si sta di nuovo bloccando.»

Si chinò a massaggiarlo mentre Henry scrutava il cielo. Le luci erano scomparse. «Stai bene? Ce la fai a camminare?»

«Ce la faccio», rispose Pete. «Andiamo.»

6

Svoltarono la curva ed erano a metà della salita quando Pete cadde, gemendo, imprecando e stringendo il ginocchio. Colse lo sguardo di Henry ed emise uno strano rumore, a metà strada tra una risata e un ringhio. «Non ti preoccupare per me», disse. «Il piccolo Pete ce la farà.»

«Sei sicuro?»

«Altro che.» E, sotto lo sguardo allarmato di Henry (un allarme non disgiunto da quella vena di umor nero che ormai lo accompagnava sempre), Pete strinse i pugni e cominciò a colpire il ginocchio.

«Pete...»

«Piegati, disgraziato, piegati!» gridò Pete, ignorandolo. Nel mentre, la donna se ne stava con le spalle curve, contro vento, i nastri arancione svolazzanti sul volto, muta come un macchinario spento.

«Pete?»

«Sto bene adesso», rispose lui. Guardò l'amico con occhi esausti... ma non privi di un guizzo divertito. «È un gran casino, o no?»

«Sì.»

«Non credo di poter camminare sino a Derry, ma a quel riparo ci arrivo di certo.» Tese una mano. «Aiutami ad alzarmi, capo.»

Henry prese la mano dell'amico e tirò. Pete si drizzò con le gambe irrigidite, come chi si rialza dopo aver fatto un inchino, rimase immobile per un momento, poi disse: «Andiamo. Non vedo l'ora di mettermi al riparo da questo vento». Dopo una pausa, aggiunse: «Avremmo dovuto portarci qualche birra».

Giunsero alla sommità dell'altura e il vento, sul versante opposto, era più clemente. Quando arrivarono al rettilineo, Henry cominciò a sperare che almeno quella parte del tragitto sarebbe andata liscia. Poi, a metà del percorso, mentre in lontananza si profilava una sagoma che doveva essere per forza quella del riparo, la donna crollò, prima sulle ginocchia, poi lunga distesa. Rimase ferma per un momento, il capo voltato, il respiro esalante dalla bocca come unico segno di vita (e quanto più semplice sarebbe se invece non lo fosse, pensò Henry). Poi si girò su un fianco ed emise un altro dei suoi possenti rutti.

«O troiaccia menagramo», disse Pete, con tono stanco ma non irato. Guardò Henry. «E adesso?»

Henry le si inginocchiò accanto e, con voce altissima, le ordinò di alzarsi, fece schioccare le dita, batté le mani e contò sino a tre svariate volte. Nulla funzionò.

«Sta' qui con lei. Magari sotto la tettoia riesco a trovare qualcosa per trasportarla.»

«Buona fortuna.»

«Hai un'idea migliore?»

Facendo una smorfia, Pete sedette nella neve, la gamba infortunata tesa davanti a sé. «Signornò», rispose. «Non ho più un'idea a pagarla un milione.»

7

Henry impiegò cinque minuti a raggiungere la tettoia. Anche la sua gamba ferita cominciava a irrigidirsi, ma non gli sembrava grave. Se fosse riuscito a mettere al riparo Pete e la donna, e se il gatto delle nevi che avevano all'Hole in the Wall si fosse messo in moto, forse tutto sarebbe finito bene. E, accidenti, questo sì che era interessante. Quelle luci in cielo...

La copertura di metallo del riparo era caduta alla perfezione: la parte anteriore, sulla strada, era aperta, mentre il retro era quasi completamente bloccato. E dalla lieve spolverata di neve finita all'interno spuntava un pezzo di tela cerata grigia e sporca, coperta di segatura e di schegge di legno.

«Ci siamo», disse Henry, afferrandola. In un primo momento rimase incollata a terra, poi si disincagliò con un sordo rumore di lacerazione che gli ricordò le scoregge della donna.

Tirandosi dietro la cerata, tornò nel punto in cui Pete era rimasto seduto accanto alla donna ansante.

8

Fu più facile di quanto Henry avesse osato sperare. In effetti, non appena ebbe sistemato la donna sulla cerata, fu un gioco da ragazzi. Era corpulenta, ma scivolava sulla neve come sull'olio. Henry benedisse il freddo intenso; una neve più soffice avrebbe reso più difficile l'impresa. E, naturalmente, il fatto di essere su un rettilineo era un vantaggio.

La neve adesso gli arrivava alle caviglie e continuava a cadere più fitta che mai, ma a falde sempre più grandi. «Sta per smettere», si dicevano da bambini con aria delusa quando vedevano nevicare a grandi falde.

«Ehi, Henry?» Pete sembrava senza fiato, ma ormai il riparo era vicino.

«Sì?»

«Di recente mi è capitato spesso di pensare a Duddits. Ti sembra una cosa strana?»

«Qui gira male», rispose di petto Henry.

«Giusto.» Pete fece una risata nervosa. «Le cose girano male. Ti sembra strano, vero?»

«Sì, siamo entrambi strani.»

«Sarebbe a dire?»

«Anch'io mi sono ritrovato a pensare a Duddits, e già da un po'. Almeno da marzo. Jonesy e io avevamo intenzione di andare a trovarlo...»

«Davvero?»

«Sì. Poi Jonesy ha avuto quell'incidente...»

«Quel vecchio stronzo che l'ha investito non avrebbe dovuto essere al volante», osservò Pete, aggrottando la fronte. «Jonesy è fortunato a essere ancora vivo.»

«Dici bene», convenne Henry. «Sull'ambulanza, ha avuto un arresto cardiaco. Hanno dovuto rianimarlo.»

Pete si fermò, gli occhi sbarrati. «Davvero? Ci è andato così vicino?»

Henry si pentì di aver parlato troppo. «Sì, però non devi dire nulla in proposito. A me l'ha detto Carla, ma non credo che Jonesy lo sappia. Io non ho mai...» Fece un vago gesto con la mano, e Pete capì immediatamente. Non ho mai avuto l'impressione che lo sapesse, era quanto intendeva dire Henry.

«Lo terrò per me», disse Pete.

«Sarà meglio.»

«E così Duds non l'avete visto.»

Henry scosse il capo. «Con quel che è successo a Jonesy, me ne sono dimenticato. Poi è venuta l'estate e sai come succede...»

Pete annuì.

«Ma sai una cosa? Stavo pensando a lui proprio mentre eravamo allo spaccio, poco fa.»

«E stato per via del ragazzo con la maglietta di Beavis e Butt-head?» chiese Pete.

Henry annuì. Il «ragazzo» poteva aver avuto dodici o venticinque anni... era difficile dare un'età alle persone affette dalla sindrome di Down. Aveva i capelli rossi e si aggirava tra gli scaffali del minimarket semibuio in compagnia di un uomo che doveva per forza essere suo padre - stesso giaccone a quadri verdi e neri e, cosa più importante, stesso pel di carota - il quale aveva lanciato loro un'occhiata di quelle che dicono: Non ti azzardare a fare commenti su mio figlio se non sei in cerca di guai, e naturalmente nessuno dei due aveva fiatato. Erano lì per procurarsi birra, pane e hot dog, non guai, senza contare che un tempo avevano conosciuto Duddits, e in qualche modo lo conoscevano ancora, e gli mandavano regali di Natale e biglietti di buon compleanno, e, insomma, Duddits, un tempo, era stato, a modo suo, uno di loro. Ciò che Henry non poteva confidare a Pete era che il pensiero di Duds gli era balenato nei momenti più strani negli ultimi sedici mesi, da quando aveva capito di volersi togliere la vita, e da quando ogni sua azione mirava a rimandare o a predisporre quell'evento. Talvolta arrivava persino a sognarlo, e a evocare Beaver che diceva: «Aspetta che lo aggiusto», e Duddits che rispondeva: «Agiufi cofa?»

«Non c'è niente di male a pensare a Duddits, Pete», disse trascinando la slitta improvvisata sotto la tettoia. Anche lui aveva il fiato corto. «Duddits era il nostro termine di paragone. Con lui abbiamo dato il meglio di noi stessi.»

«Tu credi?»

«Sì.» Henry sedette per riprendere fiato. Guardò l'orologio. Era quasi mezzogiorno. A questo punto, Jonesy e Beaver dovevano aver capito che non erano semplicemente in ritardo per via della neve, ma che dovevano aver avuto un qualche incidente. Forse uno di loro avrebbe messo in moto il gatto delle nevi (sempre che funzioni, si ripeté) e sarebbe venuto a cercarli. Quello avrebbe semplificato un bel po' le cose.

Guardò la donna sdraiata sulla cerata. I capelli le erano ricaduti su un occhio, coprendolo; l'altro fissava Henry - lo perforava - con gelida indifferenza.

Henry era convinto che tutti i bambini, nei primi anni dell'adolescenza, attraversavano momenti in cui devono prendere decisioni particolarmente formative, e che in gruppo di solito reagiscono in modo più incisivo degli altri. Spesso si comportavano male, rispondendo con la crudeltà al dolore. Per chissà quale ragione, Henry e i suoi amici si erano comportati bene. Alla fin fine non significava granché, ma di certo aiutava ricordare, specie nei momenti di buio interiore, che un tempo, a dispetto di tutto, ti eri comportato bene.

Informò Pete di quanto avrebbe fatto e gli disse che cosa doveva fare lui, poi si alzò, pronto all'azione. Voleva che tutti fossero al sicuro nell'Hole in the Wall prima che facesse buio. Un posto pulito, illuminato.

«Okay», disse Pete, ma con un tono nervoso. «Spero solo che non mi muoia sotto gli occhi. E che quelle luci non ritornino.» Allungò il collo per guardare il cielo, adesso greve di basse nubi scure. «Secondo te, cos'erano? Delle specie di lampi?»

«Ehi, l'esperto dello spazio sei tu. Comincia a raccogliere dei ramoscelli: non devi neppure alzarti per farlo.»

«Per avviare il fuoco?»

«Sì», rispose Henry, poi, scavalcata la donna, andò al limitare del bosco dove, tra la neve, c'erano molti ciocchi. Lo aspettava una camminata di una quindicina di chilometri. Ma prima bisognava accendere un fuoco. Un bel fuoco grande.

CAPITOLO QUATTRO

McCARTHY VA AL CESSO

1

Jonesy e Beaver erano in cucina a giocare a cribbage, «il gioco», tout court. Era così che lo aveva sempre chiamato il padre di Beaver, come se quello fosse l'unico gioco al mondo. Per Lamar Clarendon, la cui vita era tutta incentrata sulla sua ditta di costruzioni nel Maine centrale, probabilmente era l'unico gioco, quello più praticato negli accampamenti dei tagliaboschi, nei depositi ferroviari e, naturalmente, nei camper delle società edilizie. Un tabellone con centoventi buchi, quattro piccoli pioli e un vecchio e bisunto mazzo di carte: questo era quanto occorreva per giocare. Era un passatempo cui di preferenza ci si dedicava in attesa di fare altro... quando si aspettava che la pioggia cessasse, o che un fornitore facesse una consegna, o che gli amici tornassero dal negozio in modo da poter stabilire che cosa fare dello strano tipo che adesso se ne stava a letto, dietro una porta chiusa.

Ma, pensò Jonesy, in realtà stiamo aspettando Henry. Pete è con lui, e basta. Henry è quello che saprà che cosa fare, come ha giustamente detto Beaver. È di Henry che abbiamo bisogno.

Ma Henry e Pete tardavano. Era troppo presto per pensare che avessero avuto un incidente, forse il ritardo era dovuto solo alla neve, ma Jonesy cominciava a chiedersi se non fosse capitato qualcosa, e immaginava che anche Beaver nutrisse lo stesso timore. Nessuno dei due aveva ancora detto nulla in proposito - non era ancora mezzogiorno e tutto poteva risolversi per il meglio - ma l'idea era lì nell'aria.

Per un po' Jonesy si concentrava sul tabellone e le carte, poi non poteva fare a meno di guardare la porta della camera da letto in cui si trovava McCarthy, probabilmente addormentato. Certo che quell'uomo aveva un colorito da far paura. Due o tre volte colse lo sguardo di Beaver saettare in quella direzione.

Jonesy mescolò il mazzo, diede le carte - due a testa - e poi venne il momento di segnare il punteggio con i piccoli pioli. «Sino all'ultimo si può sempre perdere», era solito dire Lamar, con l'eterna Chesterfield pendente all'angolo della bocca, il berretto con la scritta CLARENDON COSTRUZIONI sempre abbassato sull'occhio sinistro e quell'aria di un uomo che è disposto a svelarti un segreto solo se il prezzo è giusto. Lamar Clarendon, un uomo tutto lavoro, morto di infarto a quarantotto anni.

Niente partite, pensò adesso Jonesy. Niente lanci, niente partite. Poi, a ruota, la dannata voce tremula di quel giorno in ospedale: Per favore basta, non ne posso più, fatemi un'iniezione, dov'è Marcy? Santo Cielo, perché il mondo era così duro? Perché c'erano tanti spuntoni pronti a dilaniarti le dita, tanti ingranaggi pronti a divorarti dentro?

«Jonesy?»

«Sì?»

«Stai bene?»

«Sì, perché?»

«Hai avuto un brivido.»

«Davvero?» Certo: lo sapeva anche lui.

«Sì.»

«C'è una corrente d'aria, forse. Senti un odore?»

«Tipo... il suo?»

«Non alludevo certo alle ascelle di Meg Ryan. Sì, lui.»

«No», rispose Beaver. «Un paio di volte mi è parso che... ma era solo frutto della mia immaginazione. Perché quelle scoregge, sai...»

«... avevano un tanfo tremendo.»

«Davvero. Anche i rutti. Credevo che avrebbe tirato su l'anima.»

Jonesy annuì. Ho paura, pensò. Me ne sto qui, spaventato a morte, nel mezzo di una bufera di neve. Voglio Henry, accidenti.

«Jonesy?»

«Cosa? Vogliamo finire questa mano o no?»

«Certo, ma... credi che Henry e Pete stiano bene?»

«Come diavolo faccio a saperlo?»

«Non hai... come un presentimento? Magari vedi...»

«Vedo solo la tua faccia.»

Beav sospirò. «Credi che non gli sia successo niente?»

«Ne sono sicuro.» Ma lanciò un'occhiata all'orologio - erano le undici e mezzo - e poi alla porta della camera. In mezzo alla stanza l'acchiappasogni danzava in un alito di vento. «Staranno solo procedendo piano. Arriveranno da un momento all'altro. Avanti, giochiamo.»

«D'accordo. Otto.»

«Quindici per due.»

«Cazzo.» Beaver s'infilò uno stuzzicadenti in bocca. «Venticinque.»

«Trenta.»

«Dai le carte.»

«Uno per due.»

«Cazzomarcio!» Beaver fece una risata esasperata quando Jonesy piantò il paletto nella terza fila. «Mi batti sempre quando dai tu le carte.»

«Ti batto anche quando le dai tu», precisò Jonesy. «La verità fa male. Avanti, gioca.»

«Nove.»

«Sedici.»

«Più uno per l'ultima carta», disse Beav, come se avesse avuto una vittoria morale. «Esco a pisciare.»

«Perché? Abbiamo un ottimo bagno, in caso non lo sapessi.»

«Lo so. Voglio solo vedere se riesco a scrivere il mio nome sulla neve.»

Jonesy rise. «Ma quando ti decidi a crescere?»

«Mai, se posso evitarlo. E non parlare forte. Non svegliare quel tipo.»

Jonesy raccolse le carte e cominciò a mescolarle mentre Beaver si dirigeva verso la porta sul retro. Ripensò a una versione di quel gioco che avevano adottato da ragazzini. Lo avevano chiamato «il Gioco di Duddits», e di solito lo giocavano nella tavernetta dei Cavell. Era come il cribbage normale, ma il compito di piantare i pioli era affidato a Duddits. «Dieci», diceva Henry, «segnamene dieci, Duddits.» E lui, con quel sorriso un po' ebete che non mancava mai di rallegrare Jonesy, ne segnava quattro o sei o dieci o ventiquattro. La regola del Gioco di Duddits era non protestare mai, mai dire: «Duddits, sono troppi», oppure: «Non sono abbastanza». Dio, quanto ridevano. Anche i Cavell ridevano, quand'erano nella stanza, e Jonesy ricordava una volta in cui erano sui quindici, sedici anni - e Duddits aveva gli anni che aveva perché la sua età non cambiava mai, e questa era una sua qualità meravigliosa e spaventosa nel contempo - e Alfie Cavell era scoppiato a piangere dicendo: «Ragazzi, se sapeste che cosa significa questo per me e per mia moglie, se solo sapeste che cosa significa per Douglas».

«Jonesy.» La voce di Beaver, stranamente inespressiva. Dalla porta sul retro veniva una corrente d'aria fredda che gli fece venire la pelle d'oca.

«Chiudi la porta, Beav. Sei nato nel Colosseo?»

«Vieni qui. Devi dare un'occhiata.»

Jonesy si alzò e andò alla porta. Aprì la bocca per parlare, poi la richiuse. Nel cortile sul retro c'erano tali e tanti animali da riempire un piccolo zoo. Perlopiù cervi, una ventina di daini, maschi e femmine. Ma, insieme con loro, c'erano procioni, marmotte e un contingente di scoiattoli che sembravano avanzare senza fatica sulla coltre di neve. Da dietro la baracca in cui veniva custodito il gatto delle nevi e vari pezzi di ricambio e utensili, sbucarono tre grossi canidi che, in un primo momento, Jonesy scambiò per lupi. Poi, vedendo un pezzo di fune scolorita pendente dal collo di uno di essi, capì che erano cani, probabilmente randagi. Stavano procedendo in direzione est, risalendo l'altura oltre il Burrone. Jonesy vide un paio di grossi gatti selvatici infilarsi tra i daini e si sfregò gli occhi, come per assicurarsi che non fosse un miraggio. I gatti erano ancora lì. Come pure tutti gli altri animali. Procedevano speditamente, senza quasi degnare di uno sguardo i due uomini sulla porta, ma senza quei segni di panico tipici delle creature che sfuggono a un incendio. E nell'aria non c'era odore di fuoco. Stavano semplicemente migrando a est, lontano da quella zona.

«Cristo santo, Beav», disse Jonesy con voce bassa e stupita.

Beaver stava guardando il cielo. Lanciò agli animali una fuggevole occhiata e tornò a volgere in alto gli occhi. «E adesso guarda lassù.»

Jonesy obbedì e vide una decina di luci molto brillanti - alcune rosse, altre bianco-azzurre - che danzavano in cielo, illuminando le nubi. Di colpo capì che erano i lampi che McCarthy aveva visto quando si era perso nei boschi. Si spostavano avanti e indietro, talvolta urtandosi, talvolta fondendosi ed emanando una luce così brillante che Jonesy dovette strizzare gli occhi. «Cosa sono?» chiese.

«Non so», rispose Beaver, senza distogliere lo sguardo. Sul suo volto pallido, i peli della barba risaltavano con insolita chiarezza. «Ma agli animali non piacciono. È per questo che scappano.»

2

Rimasero a guardare per una decina di minuti e Jonesy, a un certo punto, percepì un basso ronzio, simile al rumore di un trasformatore elettrico. Chiese a Beaver se lo sentisse anche lui, e l'amico si limitò ad annuire senza distogliere lo sguardo dalle luci, che Jonesy valutò delle dimensioni del coperchio di un tombino. Sospettava a quel punto che gli animali stessero sfuggendo al rumore e non alle luci, ma non disse nulla. Di colpo, parlare gli parve difficoltoso; si sentiva attanagliato da una paura debilitante, simile alla febbriciattola provocata dall'influenza.

Infine le luci cominciarono ad affievolirsi, e sebbene Jonesy non avesse notato alcuno spegnimento, gli parve che fossero diminuite di numero. Anche gli animali erano meno, e il ronzio stava svanendo.

Beaver sussultò, come se si destasse da un sonno profondo. «Macchina fotografica», disse. «Voglio fare qualche foto prima che spariscano.»

«Non credo che riuscirai a...»

«Devo provare!» gridò Beaver. Poi, a voce più bassa: «Devo provare. Almeno riprendo qualche daino prima che...» Si girò per rientrare in cucina, probabilmente cercando di ricordare sotto quale mucchio di vestiti sporchi avesse lasciato la scassata macchina fotografica, quando si bloccò di colpo. Con voce piatta, decisamente poco beaveresca, farfugliò: «Oh, Jonesy, siamo nei guai, credo».

Jonesy lanciò un'ultima occhiata alle luci rimaste, sempre in dissolvenza (e sempre più piccole), poi si girò. Beaver era accanto al lavello.

«Cosa c'è adesso?» Quella vocetta acuta, tremula... era davvero la sua?

Beaver tese l'indice. La porta della camera in cui avevano sistemato Rick McCarthy era aperta. La porta del bagno, che avevano lasciato aperta in modo che l'ospite non potesse sbagliare qualora avesse avvertito il richiamo della natura, adesso era chiusa.

Beaver si voltò verso Jonesy. «Senti che odore?»

Anche Jonesy lo percepiva, nonostante l'aria fresca che entrava dalla porta. All'etere o alcol etilico di prima si era mescolata qualche altra cosa. Feci, di certo. Qualcosa che poteva essere sangue. E altro ancora, qualcosa come gas naturale ristagnato per un milione di anni in una miniera e finalmente liberato. Non era certo l'odore dei peti su cui i ragazzini fanno battute quando sono in campeggio. Era qualcosa di più denso e spaventoso. Lo si poteva paragonare alle scoregge, per mancanza di un migliore termine di paragone. Era l'odore di qualcosa di contaminato, che moriva malamente.

«E guarda qui.»

Beaver indicò il parquet. Era coperto di sangue, una scia di goccioline che andavano dalla porta chiusa a quella aperta. Come se McCarthy fosse corso via con un'emorragia al naso. Ma Jonesy temeva che non fosse stato il naso a sanguinare.

3

Di tutte le cose che era stato restio a fare in vita sua - telefonare al fratello Mike per annunciargli la morte della mamma, dire a Carla che doveva affrontare il problema dell'alcol e delle pillole, altrimenti lui l'avrebbe lasciata, avvertire Big Lou, il sorvegliante del campeggio Agawam dove andava da bambino, che aveva pisciato a letto - la più dura fu traversare il soggiorno della baita per avvicinarsi alla porta chiusa del bagno. Era come vivere un incubo in cui avanzi a passi lenti e fluttuanti indipendentemente dalla tua velocità effettiva.

Nei brutti sogni non arrivi mai a destinazione, ma i due raggiunsero la meta, e quindi, come suppose Jonesy, quello non doveva essere un sogno. Abbassarono gli occhi sulle macchie di sangue, grandi una moneta.

«Gli sarà caduto un altro dente», ipotizzò Jonesy. «Dev'essere così.»

Beav lo guardò aggrottando un sopracciglio. Poi andò sulla soglia della camera e, rivoltosi a Jonesy, gli fece cenno di avvicinarsi a lui. L'amico obbedì, senza però perdere di vista la porta del bagno.

Nella camera, le coperte erano state buttate a terra, come se McCarthy si fosse alzato d'urgenza. Il guanciale e il lenzuolo recavano ancora l'impronta del suo corpo. Inoltre, a metà lenzuolo, c'era una grossa chiazza di sangue, che, dilagando sull'azzurro del tessuto, era diventata violacea.

«Strano, perdere un dente all'altezza delle chiappe», sussurrò Beaver. Addentò lo stuzzicadenti che aveva in bocca e la parte anteriore, mordicchiata, cadde a terra. «Forse sperava che la fatina del culo gli avrebbe portato una monetina.»

Jonesy non disse nulla: si limitò a indicare a sinistra della porta. Dove, impilati, c'erano i mutandoni pesanti e gli slip che McCarthy portava sotto di essi. Entrambi incrostati di sangue. Se non fosse stato per l'elastico e la patta sul davanti, avresti potuto scambiare gli slip per uno di quegli indumenti intimi coloratissimi, indossati da chi spera di farsi una scopata dopo un appuntamento rimediato su una chat line.

«Da' un'occhiata al pitale», sussurrò Beaver.

«Perché non bussiamo alla porta del bagno per chiedergli come sta?»

«Perché preferirei sapere che cosa devo aspettarmi», rispose Beaver, dandosi una botta al petto e sputando i resti dell'ultimo stuzzicadenti. «Ho il cuore che batte all'impazzata.»

Anche Jonesy sentiva il cuore esplodergli in petto e il sudore scivolare lungo le guance. Ma entrò comunque nella camera. L'aria dalla porta sul retro aveva ripulito il soggiorno, ma qui il tanfo era tremendo, un misto di merda e di gas naturale. Jonesy sentì che il poco cibo ingerito stava facendo capriole nel suo stomaco, e gli impose di restare dov'era. Si avvicinò al pitale, ma, lì per lì, non riuscì a guardarne il contenuto. Gli balenarono alla mente decine di immagini da film dell'orrore. Organi galleggianti in un liquido sanguinolento. Denti. Testa mozza.

«Avanti!» sussurrò Beaver.

Jonesy chiuse gli occhi, chinò il capo, trattenne il fiato, riaprì gli occhi. Niente: solo il brillio di porcellana pulita. Il pitale era vuoto. Prese fiato e tornò accanto a Beaver, evitando le macchie di sangue sul pavimento.

«Niente», disse. «Adesso smettiamola di cazzeggiare.»

Andarono davanti alla porta del bagno. Beaver guardò Jonesy, il quale scosse il capo. «È il tuo turno. Io ho guardato nel pitale.»

«Sei tu che l'hai trovato», ribatté Beaver, sempre in un sussurro. «Tocca a te.»

Adesso Jonesy stava sentendo qualcos'altro - udendolo senza davvero sentirlo, in parte perché questo rumore gli era più familiare, in parte perché era così fissato sul pensiero di McCarthy, l'uomo che per poco non aveva ucciso. Un vup-vup-vup che diventava sempre più forte.

«Ma che cazzo», disse Jonesy bussando alla porta. «McCarthy! Rick! Tutto a posto lì dentro?»

Non risponderà, pensò Jonesy. Non risponderà perché è morto. Morto e seduto sul trono, come Elvis.

Ma McCarthy non era morto. Gemendo, disse: «Non mi sento tanto bene, amici. Devo andare di corpo. Se ci riesco...» Altro gemito, altra scoreggia. Questa volta non esplosiva, quasi gorgogliante. Un suono che provocò una smorfia in Jonesy. «... starò bene», finì McCarthy. A Jonesy quell'uomo sembrava lontano mille miglia dallo stare bene. Aveva l'aria di essere senza fiato e travolto dai dolori. Quasi a conferma di questo sospetto, ci fu un altro gemito e un altro rumore gorgogliante e lacerante, seguito da un grido.

«McCarthy!» Beaver cercò di abbassare la maniglia, che però non si mosse. McCarthy, il loro piccolo dono dei boschi, l'aveva chiusa dall'interno. «Rick, apri!» Beaver cercava di parlare in tono disinvolto, come se fosse tutto uno scherzo.

«Sto bene», rispose McCarthy. «Solo che... devo fare un po' di spazio.» Altro rumore strombazzante. Era ridicolo definire ciò che sentivano «passare aria», «liberarsi dal gas»: erano frasi lievi, inconsistenti come una meringa. Ciò che si udiva oltre l'uscio chiuso erano rumori brutali, laceranti.

«McCarthy!» gridò Jonesy. «Facci entrare!» Ma voleva davvero entrare? No. Rimpiangeva di aver trovato quella creatura, e, peggio ancora, rimpiangeva di non avergli sparato quando l'aveva avvistata.

«Andate via!» gridò McCarthy, con voce debole ma imperiosa. «Non potete lasciare in pace una persona che deve... evacuare? Accidenti!»

Vup-vup-vup: sempre più forte e in avvicinamento.

«Rick!» Era Beav, che manteneva un tono di voce pacato, con una sfumatura di disperazione, come uno scalatore che ha difficoltà a tenere stretta la fune. «Da dove hai perso sangue, amico?»

«Sangue?» McCarthy sembrava genuinamente stupito. «Non sto perdendo sangue.»

Jonesy e Beaver si scambiarono un'occhiata impaurita.

VUP-VUP-VUP.

Quel rumore aveva infine calamitato tutta l'attenzione di Jonesy, provocandogli un enorme sollievo. «È un elicottero», disse. «Lo stanno cercando.»

«Tu credi?» Beaver aveva l'aria di chi sente una notizia troppo bella per essere vera.

«Sì.» Jonesy ipotizzò che gli uomini dell'elicottero stessero inseguendo le luci in cielo o cercando di capire gli spostamenti degli animali, ma preferiva non pensare a queste cose, preferiva ignorarle. Voleva solo togliersi McCarthy dai piedi, vederlo caricato su un elicottero, diretto verso un ospedale di Machias o di Derry. «Va' fuori e fagli dei segnali.»

«E se...»

VUP! VUP! VUP! E, da dietro la porta, si levarono altri rumori laceranti e gorgoglianti, seguiti da un altro grido di McCarthy.

«Fuori!» ordinò Jonesy. «Fa' atterrare quegli stronzi. Fa' qualunque cosa pur di farli atterrare!»

«Okay...» Beaver fece per voltarsi, poi ebbe un sussulto e lanciò un urlo.

Una serie di cose che Jonesy era riuscito a sopprimere dai propri pensieri adesso vennero alla luce, ridendo e sballonzolando. Ma, quando infine si girò, vide solo una daina che, da dietro il banco della cucina, li guardava con teneri occhi marrone. Inspirando a fondo, Jonesy si appoggiò alla parete.

«Ma vaffanculo», sibilò Beaver. Poi mosse verso l'animale, battendo le mani. «Fuori dai piedi, bella mia. Ma non sai che è la stagione di caccia? Su, da brava, cerca di dartela a gambe!»

La daina rimase dov'era per un istante, gli occhi sbarrati in un'espressione allarmata, quasi umana. Poi si voltò, sfiorando con la testa la fila di padelle e mestoli appesi sopra i fornelli. Nel clangore che seguì, alcuni caddero. Poi l'animale uscì, la bianca codina ondulante.

Beaver la seguì, fermandosi quel tanto che bastava per dare un'occhiata furiosa alle cacche rimaste sul pavimento di linoleum.

4

La migrazione di animali si era ridotta a pochi ritardatari. La daina fuggita dalla cucina balzò sopra una volpe zoppicante che doveva aver perso la zampa in una tagliola, poi sparì nel bosco. Dalla nuvolaglia ammassata sopra la baracca, sbucò un elicottero delle dimensioni di un autobus. Era marrone, con le lettere ANG stampigliate su un fianco.

Ang? si chiese Beaver. Che diavolo è Ang? Poi capì: Air National Guard, probabilmente proveniente da Bangor.

Si abbassò, Beaver uscì in cortile, agitando le braccia. «Ehi!» gridò. «Ehi, aiutateci! Aiutateci, ragazzi!»

L'elicottero scese a una ventina di metri da terra, tanto vicino da sollevare un ciclone di neve. Poi puntò verso di lui, portandosi appresso il turbinio di neve.

«Ehi! Qui abbiamo uno che sta male! Molto male!» Saltava su e giù e continuava a farlo benché si sentisse un idiota. L'elicottero venne verso di lui senza però abbassarsi ulteriormente, e non diede segno di voler atterrare. Beaver si sentì assalito da un'orrida idea, ma non sapeva se a ispirargliela fossero stati i tizi dell'elicottero o se fosse pura paranoia da parte sua. Di una sola cosa era certo: si sentiva come il bersaglio di un tiro a segno. Colpisci Beaver e vinci una radiosveglia.

Si aprì il portello laterale dell'elicottero. Un uomo munito di megafono, con indosso la più voluminosa giacca a vento che Beaver avesse mai visto, si protese verso di lui. La giacca a vento e il megafono non lo allarmarono. Lo allarmò invece la maschera dell'ossigeno che copriva naso e bocca del tizio. Non gli risultava che occorresse una maschera a chi vola a un'altezza di venti metri. O, perlomeno, non se l'aria che respira è accettabile.

L'uomo in giacca a vento parlò attraverso il megafono, e le parole risuonavano forti e chiare nonostante il vup-vup-vup dei rotori, ma sembravano comunque strane, in parte per via dell'amplificazione, ma soprattutto, pensò Beaver, a causa della maschera. Era come sentire la voce di uno strano dio-robot.

«Quanti siete? Me lo indichi con le dita!» ordinò la voce divina.

Beaver, confuso e spaventato, dapprima pensò solo a se stesso e a Jonesy; Henry e Pete, dopotutto, non erano ancora rientrati dal minimarket. Alzò due dita come chi fa un segno di pace.

«Restate dove siete! Questa zona è stata messa temporaneamente in quarantena! Ripeto: la zona è in quarantena! Non allontanatevi!»

Nevicava meno adesso, ma il vento, sempre più forte, spazzò sul volto di Beaver una sventagliata della neve che era stata risucchiata dalle pale dei rotori, costringendolo a socchiudere gli occhi. Continuò ad agitare le braccia, aspirò una boccata di neve e sputò lo stuzzicadenti per evitare di cacciarsi in gola anche quello (era così che sarebbe morto, aveva sempre predetto sua madre: strozzato da uno stuzzicadenti), poi gridò: «Come sarebbe a dire, in quarantena? Qui abbiamo un tizio che sta male. Dovete venire a prenderlo!»

Sapeva che la sua voce sarebbe stata soffocata dal vup-vup-vup dei rotori - lui non aveva un megafono - ma gridò comunque. E pronunciando le parole «un tizio che sta male» si rese conto di non aver segnalato il numero giusto. Fece per alzare un altro dito, poi pensò a Henry e Pete. Non erano lì al momento ma, a scanso di incidenti, sarebbero arrivati, e quindi quanti erano, in realtà? Due era la risposta errata, ma era giusto dire tre? Oppure cinque? Come sempre in simili situazioni, la mente di Beaver si bloccò. Ai tempi della scuola, le risposte gliele fornivano Henry o Jonesy. Qui non c'era nessuno al di là del vup-vup-vup che gli sferzava le orecchie e di tutta quella neve vorticante che gli entrava in bocca e nei bronchi facendolo tossire.

«Restate dove siete! Questa situazione verrà risolta entro ventiquattro-quarantotto ore! Se avete bisogno di cibo, incroci le braccia sopra la testa!»

«Siamo più di due!» gridò Beaver, con tanta forza da vedersi comparire davanti agli occhi una danza di puntini rossi. «Abbiamo un ammalato! Un ammalato!»

L'idiota dell'elicottero ributtò il megafono nella cabina e fece un cerchio unendo pollice e indice, come per dire: Okay! Capito tutto! Beaver avrebbe voluto saltare per la frustrazione. Invece levò la mano aperta - le quattro dita per lui e i suoi tre amici, e il pollice per McCarthy. L'uomo dell'elicottero vide il gesto e sorrise. Per un meraviglioso istante, Beaver pensò che lo stronzo con la maschera avesse capito. Poi lo stronzo rispose a quello che doveva essergli parso un saluto, disse qualcosa al pilota alle sue spalle, e l'elicottero Ang cominciò a risalire. Beaver Clarendon rimase lì, avvolto nel turbinio di neve, gridando: «Siamo in cinque e abbiamo bisogno di aiuto! Siamo in cinque e abbiamo bisogno di AIUTO!»

L'elicottero svanì tra le nubi.

5

Jonesy sentì parte di questo - di sicuro sentì la voce amplificata dal megafono proveniente dall'elicottero - ma assimilò ben poco. Era troppo preoccupato per McCarthy, il quale aveva lanciato alcuni gridi soffocati e poi era ripiombato nel silenzio. Il tanfo esalante da sotto la porta non faceva che peggiorare.

«McCarthy!» urlò mentre rientrava Beaver. «Apri questa porta o la sfondo!»

«Sta' alla larga!» rispose McCarthy con una voce acuta, infastidita. «Devo cagare, e basta. Se cago, mi sentirò meglio!»

Una dichiarazione così esplicita da parte di uno che sembrava considerare «Santo Cielo» una specie di bestemmia spaventò Jonesy ancor più del lenzuolo e delle mutande insanguinate. Si rivolse a Beaver quasi senza notare che l'amico era tutto imbiancato come una torta cosparsa di zucchero vanigliato. «Aiutami a sfondare la porta. Dobbiamo cercare di aiutarlo.»

Beaver appariva spaventato e preoccupato. La neve gli si stava sciogliendo lungo le guance. «Non saprei. Il tizio dell'elicottero ha parlato di quarantena. E se questo qui fosse infetto? E se quella chiazza rossa sulla faccia...»

A dispetto delle sue poco altruistiche riserve riguardo a McCarthy, Jonesy fu tentato di picchiare il vecchio amico. Il marzo scorso lui stesso si era ritrovato sanguinante, steso in una via di Cambridge. E se la gente avesse preferito non toccarlo temendo che avesse l'Aids? E l'avessero lasciato lì a morire dissanguato perché non avevano guanti di gomma a portata di mano?

«Beav, a questo punto, se avesse qualcosa di veramente contagioso, ce lo saremmo già preso. Adesso che dici?»

Per un istante, Beaver non disse proprio nulla. Poi Jonesy percepì il clic nella testa dell'amico. In un lampo, vide il Beaver con cui era cresciuto, il ragazzo con un vecchio giubbotto di pelle che aveva gridato: Ehi, ragazzi, piantatela! Piantatela e basta! e capì che tutto avrebbe funzionato.

Beaver fece un passo avanti. «Ehi, Rick, perché non apri? Vogliamo solo aiutarti.»

Nessun suono si levò da dietro la porta. Né un grido, né un sospiro, neppure un fruscio di stoffa. I soli rumori erano il costante ronzio del generatore e i vup in dissolvenza dell'elicottero.

«Okay», decise Beaver, facendosi il segno della croce. «Sbattiamola giù.»

Indietreggiarono insieme e diedero le spalle alla porta, quasi inconsciamente imitando i poliziotti visti in tonnellate di film.

«Al tre, spingiamo», disse Jonesy.

«Ce la fai, con quella gamba?»

La gamba e l'anca, in effetti, gli facevano molto male, anche se lui non se ne era reso conto sino a che Beaver non gliel' aveva ricordato. «Tutto a posto», rispose.

«Al tre. Pronto?» E, dopo che Beaver ebbe fatto cenno di sì, contò: «Uno... due... tre».

Si precipitarono insieme contro l'uscio, un impatto di oltre centocinquanta chili. La porta cedette con tanta assurda facilità da farli balzare incespicando nel bagno. Scivolarono sulle piastrelle coperte di sangue.

«O cazzo!» esclamò Beaver. Portò la mano destra alla bocca, che, una volta tanto, era orfana di stuzzicadenti, e lì la tenne. I suoi occhi erano sgranati e lucidi. «O cazzo, cazzo...»

Jonesy si accorse di non riuscire a spiccicar parola.

CAPITOLO CINQUE

DUDDITS, PARTE PRIMA

1

«Signora», disse Pete.

La donna non rispose. Rimase lì, sdraiata sulla cerata impolverata di segatura, e non aprì bocca. Pete vedeva solo un occhio, puntato su di lui, o forse al di là di lui, o sull'ombelico dello stramaledetto universo. Da brivido. Il fuoco, ormai ben avviato, crepitava, cominciando a diffondere un po' di calore. Henry si era allontanato da circa un quarto d'ora. Ci sarebbero volute tre ore prima che tornasse, calcolò, tre ore a dir poco, ed erano un'eternità, dovendole passare sotto quell'occhio inquietante, da animale mitologico.

«Signora?» ripeté. «Mi sente?»

Niente. Ma prima, quando aveva sbadigliato, aveva notato che alla donna mancava metà dei denti. Che cazzo le era successo? Voleva davvero saperlo? La risposta era sì e no. Pete era curioso - gli uomini non potevano fare a meno di esserlo - ma nel contempo non voleva sapere. Né chi fosse lei, né chi fosse quel tale Rick o che cosa gli fosse successo. «Sono tornati», aveva gridato vedendo le luci nel cielo. «Sono tornati!»

«Signora», disse per la terza volta.

Niente.

Aveva dichiarato che Rick era l'ultimo rimasto, poi aveva detto: «Sono tornati», presumibilmente riferendosi alle luci, e da allora gli unici segni di vita erano stati quei terribili rutti e scoregge... uno sbadiglio, che aveva rivelato la bocca sdentata... e l'occhio. L'occhio da bestia mitologica. Henry mancava da un quarto d'ora, ma a Pete sembrava che fosse passata un'ora e mezzo. Sarebbe stato un giorno lunghissimo, e per superarlo senza dar fuori di matto (continuava a ricordare una lettura delle medie in cui il protagonista aveva ucciso il padre perché non sopportava più l'occhio del vecchio, e all'epoca Pete non aveva capito, ma adesso sì, eccome) aveva bisogno di qualcosa.

«Signora, mi sente?»

Nada. Solo l'occhio da mostro.

«Devo ritornare alla macchina perché ho dimenticato una cosa. Ma lei aspetti qui e non le succederà niente. D'accordo?»

Nessuna risposta. Poi mollò una di quelle lunghe, rantolanti scoregge, facendo una smorfia come se le procurasse dolore... e probabilmente era così, perché una cosa che faceva un simile rumore doveva per forza far male. E sebbene Pete si fosse tirato da parte, l'odore lo investì comunque: un odore fetido, greve, ma, in qualche modo, non umano. Non somigliava neppure ai peti delle vacche. Da ragazzo aveva lavorato per Lionel Sylvester e aveva munto un'infinità di vacche, che talvolta ti scoreggiavano in faccia mentre tu eri seduto sullo sgabello, e il loro gas aveva un forte tanfo erbaceo, paludoso. Ma quest'odore non gli somigliava per niente. Era come... be', come quando da bambino ti comprano il kit del piccolo chimico e tu, una volta stufo degli esperimenti del libretto, mescoli tutte quelle porcherie tanto per vedere se esplodono. E Pete si rese conto che era proprio quell'idea a innervosirlo. Però era una fesseria. La gente non esplode, no? Tuttavia, aveva bisogno di un piccolo aiuto. Perché quella donna gli dava i brividi, e alla grande.

Prese due dei ciocchi raccolti da Henry, li aggiunse al fuoco, poi, dopo aver riflettuto, ne aggiunse un terzo. Si levarono scintille che, turbinando, si spensero contro la tettoia. «Sarò di ritorno prima che questa legna si consumi, ma se vuole aggiungerne dell'altra, faccia pure. D'accordo?»

Niente. All'improvviso gli venne voglia di scuoterla, ma, dovendo fare un paio di chilometri per raggiungere la Scout e tornare lì, preferì risparmiare le forze. Senza contare che probabilmente la donna avrebbe mollato un'altra scoreggia. O gli avrebbe ruttato in faccia.

«Okay», disse. «'Chi tace acconsente', ci diceva la signora White in quarta elementare.»

Si alzò, puntellando il ginocchio con la mano, scivolando, quasi cadendo, ma riuscendo infine a restare in piedi perché aveva bisogno di quella birra, accidenti, un bisogno disperato, e non c'era nessuno che potesse andare a prenderla per lui. Probabilmente era un alcolista. Anzi, togliamo pure il probabilmente. Prima o poi avrebbe dovuto correre ai ripari, ma per il momento era lì, tutto solo, e doveva agire. Sì, era solo, perché quella disgraziata era fuori combattimento, ridotta a una massa di gas venefico e a un occhio da mostro. Se voleva aggiungere legna al fuoco, doveva arrangiarsi da sola, ma non avrebbe avuto bisogno di farlo perché lui sarebbe stato di ritorno ben presto. Solo due chilometri. Di certo la gamba l'avrebbe sorretto per quella breve distanza.

«Tornerò», disse. Si chinò a massaggiarsi il ginocchio. Irrigidito, ma poteva andare. Davvero, poteva andare. Avrebbe messo la birra in un sacchetto - magari prendendo anche una scatola di cracker per quella disgraziata - e sarebbe tornato. «Sicura di cavarsela?»

Niente. L'occhio e basta.

«Chi tace acconsente», ripeté incamminandosi verso la Deep Cut Road, seguendo la traccia lasciata dalla cerata. Procedeva a piccoli tratti, riposandosi ogni dieci o dodici passi, e massaggiandosi il ginocchio. Si voltò una volta a guardare il fuoco. Nella luce grigiastra del primo pomeriggio, appariva piccolo e inconsistente. È una follia, si disse, ma continuò a camminare.

2

Superò alla grande il rettilineo e metà della salita. Stava cominciando ad allungare il passo, a fidarsi un pochino della gamba infortunata, quando - ah, ah, coglione, ti ho fregato - il ginocchio si bloccò di nuovo, divenne rigido e pesante come la ghisa, facendolo franare a terra, imprecando a gran voce.

Era lì, seduto sulla neve a bestemmiare, quando si accorse che intorno a lui stava succedendo qualcosa di strano. Un grosso cervo passò alla sua sinistra lanciando solo una fuggevole occhiata a quel bipede da cui, di norma, sarebbe scappato via a grandi balzi. Accanto al cervo, praticamente sotto le sue zampe, correva uno scoiattolo.

Pete rimase lì, sotto la neve che adesso cadeva meno fitta, in cortine ondulanti formate da grosse falde che sembravano pizzo, con la gamba tesa e la bocca spalancata. Altri cervi e altri animali avanzavano lungo la strada, simili a profughi scampati a un disastro. Un gruppo ancor più folto era nel bosco, e puntava a est.

«Dove andate, ragazzi?» chiese a una lepre che gli balzò accanto, le orecchie tirate all'indietro. «I giochi invernali nella riserva? Disney sta cercando attori e comparse per un nuovo cartone animato? Avete...»

S'interruppe, la saliva che gli si asciugava in bocca come percorsa dall'elettricità. Un orso nero, grasso per le abbuffate preibernazione, stava superando la sottile fila di alberi alla sua sinistra. Procedeva a testa bassa, dondolando il posteriore, e, sebbene non l'avesse degnato neppure di uno sguardo, ogni illusione che Pete poteva aver nutrito sul suo ruolo in quei boschi si spense del tutto. Era solo un mucchio di appetitosa carne umana che per caso respirava ancora. Senza il fucile, era più indifeso dello scoiattolo che aveva visto correre tra le zampe del cervo. Lui almeno, se fosse stato avvistato da un orso, si sarebbe potuto rifugiare tra i rami alti e sottili dell'albero più vicino, dove non avrebbe potuto raggiungerlo. Il fatto che quest'orso non l'avesse neppure notato fu una magra consolazione per Pete. Se ce n'era uno, dovevano essercene degli altri, e il prossimo poteva essere meno distratto.

Non appena fu certo che l'orso era sparito, Pete si rimise in piedi, il cuore in tumulto. Aveva lasciato sola quella scoreggiona, ma, in ogni modo, quale protezione avrebbe potuto offrirle se un orso li avesse aggrediti? Doveva prendere il fucile. E anche quello di Henry, se fosse riuscito a portarlo. Nei cinque minuti successivi - sino a che giunse alla sommità dell'altura - Pete pensò più alle armi che alla birra. Ma, una volta iniziata la cauta discesa sul versante opposto, la birra tornò in primo piano. Metterla in un sacchetto e appenderlo alla spalla. E niente bevute durante il tragitto. Avrebbe gustato la prima birra davanti al fuoco. Sarebbe stato un premio, e non c'è niente di meglio di una birra-premio.

Sei un alcolista. Lo sai, vero? Un maledetto alcolista.

E quindi? Non dovevi combinare casini. Non dovevi farti beccare a lasciare una donna in stato semicomatoso sola nel bosco per andare in cerca di birra. E, una volta tornato sotto la tettoia, dovevi ricordarti di buttare i vuoti nel bosco. Anche se Henry avrebbe potuto capirlo comunque. Come sempre, loro quattro sembravano intendersi quando erano insieme. E, telepatia o non telepatia, dovevi essere un gran furbacchione per fare fesso Henry Devlin.

Tuttavia, non pensava che Henry gli avrebbe fatto menate. A meno che Pete non avesse deciso che era venuto il momento di parlarne. E magari chiedere il suo aiuto. Cosa che avrebbe potuto fare, prima o poi. Di certo l'immagine che in quel momento aveva di se stesso non gli piaceva per niente: lasciare sola quella donna...

Ma Henry... in questi giorni, anche Henry aveva qualcosa che non andava. Pete non sapeva se Beaver l'avesse percepito, ma era quasi certo che Jonesy lo avvertiva. Henry sembrava un po' sbarellato. Forse addirittura...

Alle sue spalle si levò un grugnito. Con un gridò, Pete si girò di scatto. Il ginocchio s'irrigidì di nuovo, ma lui, spaventato com'era, se ne accorse appena. Era l'orso di prima, o un altro...

Era un alce, che lo sorpassò senza guardarlo mentre lui cadeva di nuovo, imprecando e stringendo il ginocchio, e dandosi del cretino. Un cretino alcolista.

Per alcuni, terrificanti istanti, temette che il ginocchio non si sarebbe mai più sbloccato, e lui sarebbe rimasto lì, sulla pista degli animali in fuga, sino al ritorno di Henry a bordo del gatto delle nevi, ed Henry gli avrebbe detto: «Cosa cazzo fai qui? Perché l'hai lasciata sola? Avrei dovuto immaginarlo».

Infine riuscì ad alzarsi. E ad arrancare di lato, come un granchio, che comunque era preferibile allo starsene nella neve vicino a una fumante cacca di alce. Adesso riusciva a vedere la Scout cappottata, le ruote e il telaio coperti di neve fresca. Si disse che se l'ultima caduta si fosse verificata sul versante opposto dell'altura, sarebbe tornato dalla donna, ma adesso, a poca distanza dalla macchina, tanto valeva proseguire. Si disse che l'obiettivo principale erano i fucili, mentre le bottiglie di Budweiser erano solo un gradevole corollario. E quasi ci credeva. Quanto al tragitto di ritorno... be', in qualche modo ce l'avrebbe fatta. Sin qui c'era arrivato, no?

A una cinquantina di metri dalla Scout, sentì un vup-vup-vup in rapido avvicinamento: l'inconfondibile rumore di un elicottero. Guardò ansioso il cielo, preparandosi a stare in piedi quel tanto che bastava per segnalare la sua presenza - Dio, se c'era qualcuno che aveva bisogno d'aiuto dal cielo, quello era proprio lui - ma l'elicottero non uscì mai dalla cortina di nuvole. Per un istante, gli parve di vedere una sagoma scura sfilare attraverso la nuvolaglia sopra di lui, e anche l'ovattato brillio delle luci, poi il rumore si spostò in direzione est. Con sgomento, Pete avvertì un inquietante senso di sollievo insinuarsi nella delusione: se l'elicottero fosse atterrato, non sarebbe riuscito a prendere la birra, dopo aver fatto tutta quella strada, quella maledetta strada.

3

Cinque minuti più tardi era bocconi e stava cautamente infilandosi nella Scout cappottata. Scoprì ben presto che il ginocchio non l'avrebbe sorretto per molto (si era gonfiato sotto i jeans come una grossa e dolorante pagnotta) e si ritrovò a tuffarsi nell'interno pieno di neve. Non gli piaceva per niente; gli odori erano troppo pungenti, le dimensioni troppo anguste. Era come infilarsi in una tomba, una tomba che odorava dell'acqua di colonia di Henry.

Le provviste si erano rovesciate nella parte posteriore, ma Pete non guardò neppure il pane, le scatolette, la senape e il pacchetto di hot dog. Solo la birra gli interessava. A quanto pareva, una bottiglia si era rotta durante l'incidente. La fortuna dell'ubriaco. L'odore era forte - naturalmente anche quella che stava bevendo durante il viaggio si era rovesciata - ma era un odore che gli piaceva. Mentre la colonia di Henry... che schifo! In certo qual modo puzzava quanto il gas della disgraziata. Pete non sapeva come mai l'odore della colonia dovesse evocargli immagini di bare, tombe e corone da funerale, ma era proprio così.

«Ma perché mai devi profumarti anche qui nei boschi, amico mio?» chiese. E la risposta, naturalmente, era che Henry non si era messo la colonia: non c'era altro odore all'infuori di quello della birra. Per la prima volta, dopo molto tempo, Pete si scoprì a pensare alla graziosa agente immobiliare che aveva perso le chiavi nella farmacia Bridgton, e a come lui aveva capito che non avrebbe rispettato l'appuntamento per la cena. Avvertire l'odore di una colonia inesistente era un'esperienza analoga a quella? Lo ignorava. Sapeva solo che non gradiva quell'associazione tra il profumo e l'idea della morte che gli era balzata in mente.

Lascia perdere, cretino. Ti metti paura da solo. Tra vedere la riga e farti paura da solo ce ne passa. Lascia perdere e prendi quello per cui sei venuto fin qui.

«Ottima idea», disse ad alta voce.

I sacchetti del minimarket erano di plastica e non di carta, e avevano i manici: almeno in questo il vecchio Gosselin si era messo al passo con i tempi. Pete ne afferrò uno e avvertì una fitta di dolore al palmo della mano destra. Una sola bottiglia rotta e lui, naturalmente, l'aveva beccata e si era tagliato. Era il castigo per aver abbandonato la donna. Se era così, l'avrebbe presa sportivamente.

Raccolse otto bottiglie e fece per sgusciare fuori dalla Scout, poi ci ripensò. Era venuto fin qui per otto misere birre? «Ah, no», borbottò raccattando le altre sette. Infine strisciò fuori, cercando di soffocare l'angosciante idea che all'improvviso qualcosa di piccolo ma con zanne aguzze gli avrebbe strappato a morsi i coglioni. Il Castigo di Pete, parte seconda.

Non fu un lampo, ma uscì dall'auto più rapidamente di come vi era entrato, e il ginocchio s'irrigidì nel momento in cui si ritrovò all'esterno. Gemendo, si sdraiò a terra guardando gli ultimi, grandi fiocchi che cadevano, e massaggiando il ginocchio, dicendogli: «Su caro, piantala, comportati bene, stronzo che non sei altro».

Decise di bersi una birra prima di rimettersi in cammino. Diamine, avrebbe alleggerito il carico.

Tirò fuori una bottiglia, svitò il tappo e, in quattro grandi sorsate, ne ingollò metà. La birra era fredda, e la neve su cui era seduto era ancor più fredda, ma la bevuta lo fece sentire meglio. La magia della birra. La stessa magia l'avevano lo scotch, la vodka e il gin, ma, quando si trattava di alcolici, lui era della scuola della birra.

Guardando il sacchetto, ripensò al pel di carota del negozio: il sorriso ebete, gli occhietti a mandorla cui si doveva il termine «mongoloide». E questo lo riportò a Duddits, Douglas Cavell, a voler essere formali. Non gli era chiara la ragione per cui, negli ultimi tempi, aveva pensato spesso a Duds, però si era ripromesso una cosa: alla fine di tutto questo, avrebbe fatto una sosta a Derry per vedere il vecchio Duddits. Avrebbe portato anche gli altri con sé, e qualcosa gli diceva che non sarebbe stato difficile convincerli. Probabilmente, la loro lunga amicizia si doveva proprio a lui. I ragazzi, in genere, non pensano più ai loro vecchi compagni di università o di liceo, e men che meno a quelli delle medie, che ora non si chiamavano più così, ma che dovevano essere la stessa triste giungla di insicurezze, confusione, ascelle puzzolenti, stupide mode e idee mal cagate. Duddits non l'avevano incontrato a scuola perché lui non andava alle medie di Derry, bensì alla scuola speciale Mary M. Snowe, nota ai ragazzi del luogo come «l'Accademia dei rinco» oppure «la Scuola degli scemi». Nel normale corso degli eventi, le loro strade non si sarebbero mai incrociate, se non che, lungo Kansas Street, c'era un'area fabbricabile con un edificio dismesso, sulla cui facciata di mattoni si leggeva ancora DITTA FRATELLI TRACKER SPEDIZIONI E MAGAZZINAGGIO. Sul lato opposto, là dove una volta parcheggiavano i camion per le operazioni di carico e scarico... sul lato opposto c'era un'altra scritta.

Adesso, seduto sulla neve che non gli sembrava più tanto fredda e melmosa sotto le chiappe, intento a bere la seconda birra che aveva aperto quasi senza accorgersene, Pete ricordò il giorno in cui avevano conosciuto Duds. Ricordò l'assurdo giubbotto che Beaver amava tanto, e la voce dell'amico, bassa ma possente, che annunciava la fine di qualcosa e l'inizio di qualcos'altro, che annunciava, in modo confuso e tuttavia reale e comprensibile, che il corso della loro vita era cambiato un martedì pomeriggio, in cui avevano solo progettato di giocare a palla e guardare un po' di televisione; adesso, in mezzo a quei boschi, accanto alla Scout cappottata, con le narici piene dell'odore della colonia che Henry non aveva messo, bevendo il grato veleno della sua vita, il venditore d'auto ricordava il ragazzo che non aveva del tutto rinunciato al sogno di diventare un astronauta nonostante avesse delle difficoltà con la matematica, e ricordava anche gli altri ragazzi, soprattutto Beaver, che aveva ribaltato il mondo con un grido: Ehi, ragazzi, piantatela! Piantatela e basta!

«Beaver», disse Pete levando la bottiglia in un brindisi. «Sei stato fantastico!» Ma non lo erano stati forse tutti loro?

Non erano forse stati tutti fantastici?

4

Essendo in seconda e avendo come ultima lezione musica, tenuta in un'aula del pianterreno, Pete esce sempre prima dei suoi tre migliori amici, che finiscono la giornata al secondo piano, Jonesy ed Henry al corso di letteratura americana, che è un corso di lettura per ragazzini svegli, e Beaver nella classe di elementi di matematica, che è di fatto matematica per cretini. Pete fa del suo meglio per non dover frequentare quel corso l'anno successivo, ma ritiene che sia una battaglia persa. Sa fare le quattro operazioni e se la cava con le frazioni, anche se gli richiedono un sacco di tempo. Ma ora c'è qualcosa di nuovo: la X. Pete non la capisce e la teme.

Se ne sta accanto al cancello con il resto di quelli di seconda mentre i piccoletti di prima filano via, e finge di fumare coprendosi la bocca con una mano mentre nell'altra fa finta di reggere un mozzicone virtuale.

E adesso arrivano i più grandi dal secondo piano e, tra di loro, incedendo come principi reali, ci sono i suoi amici: Jonesy, Beaver ed Henry. E se mai c'è un re dei re, quello è Henry, che tutte le ragazze adorano anche se porta gli occhiali. Pete è fortunato ad avere amici simili, e ne è del tutto consapevole - probabilmente è il più fortunato studente di seconda di tutta Derry, a dispetto della X.

«Ehi, Pete!» lo saluta Henry mentre i tre schizzano fuori del cancello. Come sempre, Henry sembra sorpreso ma del tutto felice di trovarlo lì. «Che fai di bello, amico mio?»

«Niente di speciale», risponde Pete, come sempre. «E tu?»

«Smag», dice Henry, togliendosi gli occhiali per ripulirli. Se fossero stati un club, Smag sarebbe stato il loro motto; e in futuro l'avrebbero persino insegnato a Duddits, che, in dudditese, lo pronunciava come «Effa meda, ato giono», una delle poche frasi che i suoi genitori non capivano. Cosa che naturalmente faceva un immenso piacere a Pete e compagni.

Ma adesso, con Duddits ancora nel futuro, a una mezz'ora di lì, Pete ripete: «Già, Smag».

Stessa merda, altro giorno. Solo che, in cuor loro, i ragazzi credono solo alla prima metà del motto, perché per loro è sempre lo stesso giorno, giorno dopo giorno. Siamo a Derry, nel 1978, e sarà sempre il 1978. Dicono che ci sarà un futuro, che vivranno tanto da vedere il ventunesimo secolo - Henry farà l'avvocato, Jonesy lo scrittore, Beaver il camionista, Pete l'astronauta - ma è solo ciò che dicono, così come recitano il Credo in chiesa senza veramente badare alle parole che escono dalle loro bocche; ciò che a loro interessa davvero è la gonna di Maureen Chessman, che già era corta tanto per cominciare ed è salita ulteriormente quando lei si è mossa. In cuor loro credono che la gonna salirà quel tanto da permettere loro di vedere il colore delle sue mutandine, così come credono che Derry sarà lì per sempre e loro pure. Sarà sempre il tempo delle medie, e saranno sempre le tre meno un quarto e s'incammineranno lungo Kansas Street per andare a giocare a basket nel viale della casa di Jonesy, cianciando delle stesse cose: lezioni e insegnanti; chi ha litigato con chi, o chi litigherà con chi, e chi avrà la meglio; chi di recente ha fatto qualche vera schifezza (quell'anno, la loro preferita riguarda uno di seconda, un certo Norm Parmeleau, Maccheroni Parmeleau, che per scommessa, un giorno, in mensa, si era riempito le narici di maccheroncini, poi li aveva tirati su come se fossero muco e li aveva inghiottiti; Maccheroni Parmeleau che, come molti ragazzini delle medie, aveva scambiato la notorietà per celebrità); chi esce con chi (se un ragazzo e una ragazza venivano visti incamminarsi insieme all'uscita della scuola, voleva dire che probabilmente si frequentavano; se si tenevano per mano, la cosa era certa); chi avrebbe vinto il campionato di football. Tutti questi argomenti sono sempre gli stessi, tuttavia sempre affascinanti per quei ragazzi che escono dalla stessa scuola (Credo in Dio Padre onnipotente) sulla stessa via (Creatore del cielo e della Terra) sotto lo stesso eterno cielo ottobrino (il mondo che verrà) con gli stessi amici (amen). Stessa merda, stesso giorno: ecco la verità vera, e in questo sono in sincronia con K.C. and the Sunshine Band. I mutamenti verranno improvvisi e inattesi, come sempre avviene con i ragazzini di quell'età; se i cambiamenti dovessero avere l'approvazione degli studenti delle medie, le cose non muterebbero mai.

Oggi parlano anche di caccia, perché il prossimo mese il signor Clarendon li porterà per la prima volta all'Hole in the Wall. Staranno via tre giorni, due dei quali sono di scuola (ma non c'è problema nell'ottenere il permesso di assentarsi, e nessun bisogno di mentire; il Maine meridionale si è urbanizzato, ma quassù la caccia è ancora considerata parte integrante dell'educazione di un giovane, specie se di sesso maschile). L'idea di sgusciare nei boschi armati di fucile mentre gli amici sono nei cari vecchi banchi sembra favolosa, e passano davanti all'Accademia dei rinco sull'altro lato della strada senza neppure vederla. I ritardati escono alla loro stessa ora, ma gran parte di loro va a casa con la madre sull'autobus speciale, che è azzurro anziché giallo, e ha un adesivo sul paraurti che dice SOSTIENI L'IGIENE MENTALE O TI UCCIDO. Mentre Henry, Beaver, Jonesy e Pete transitano davanti alla scuola Mary M. Snowe, alcuni handicappati più evoluti che hanno il permesso di tornare a casa da soli passano cazzeggiando con le loro strane espressioni perennemente perplesse. Pete e i suoi amici li guardano senza vederli, come sempre. Sono parte del paesaggio.

Henry, Jonesy e Pete stanno ascoltando Beav che preannuncia la discesa nel Burrone, dove si trovano gli esemplari di cervi più grandi, che amano gli arbusti di quel posto. «Io e il mio papà ne abbiamo visti a milioni», dice.

Discutono su chi prenderà il cervo più grosso e qual è il punto migliore per colpirli in modo da ucciderli con un colpo solo senza farli soffrire. («Mio padre dice che gli animali non soffrono come gli umani quando vengono feriti», spiega Jonesy. «Dice che Dio li ha creati diversi da noi affinché possiamo cacciarli.») Ridono e discutono su chi di loro ha maggiori probabilità di ribaltarsi lo stomaco quando sarà il momento di sventrare la preda, e l'Accademia dei rinco è sempre più lontana. Davanti, sul loro lato della strada, si profila l'edificio di mattoni in cui aveva sede la ditta dei fratelli Tracker.

«Non sarò certo io a vomitare», si vanta Beaver. «Ho visto le budella di cervo migliaia di volte e non mi fanno nessun effetto. Ricordo una volta...»

«Ehi, ragazzi», interrompe Jonesy, di colpo eccitato. «Volete vedere la figa di Tina Jean Schlossinger?»

«Chi è Tina Jean Shoppinger?» chiede Pete, già stuzzicato. Vedere una figa qualsiasi gli sembra un'idea grandiosa; guarda sempre le copie di Playboy e di Penthouse che suo padre tiene in laboratorio, dietro la cassetta degli utensili. La figa è molto interessante. Non glielo fa drizzare come la vista delle tette, ma forse perché è ancora un ragazzino.

La figa è interessante.

«Schlossinger, Petesky», lo corregge Jonesy, ridendo. «Gli Schlossinger abitano a due isolati da me e...» S'interrompe, colpito da una questione importante, che richiede una risposta immediata. Si rivolge a Henry. «Gli Schlossinger sono ebrei o repubblicani?»

Adesso è Henry che ride di Jonesy, ma lo fa senza malizia. «Tecnicamente, si può essere tutte e due le cose... o nessuna.»

«Lasciamo perdere la religione e la politica», dice Henry, sempre ridendo. «Se c'è una foto di Tina Jean Schlossinger che mostra la figa, io la voglio vedere.»

Nel frattempo, Beav, visibilmente eccitato, si caccia un nuovo stuzzicadenti in bocca ancor prima che quello vecchio sia del tutto consumato. Le lampo del giubbotto, quello che suo fratello maggiore ha indossato nei quattro o cinque anni di culto di Fonzie, tintinnano.

«È bionda?» chiede Beav. «Bionda e va al liceo? Super bellona? Ha...» Si porta le mani a coppa davanti al petto, e, quando Jonesy annuisce sorridendo, dice, rivolto a Pete: «La reginetta delle superiori di quest'anno! La sua foto era sul giornale! Nella parata, era sul carro con Richie Grenadeau?»

«Sì, ma quei bastardi dei Tigers hanno perso la partita di fine anno e Grenadeau si è rotto il naso», risponde Henry. «È la prima squadra delle superiori di Derry che gioca con una squadra in A del Maine meridionale e quei cretini...»

«Al diavolo i Tigers», interrompe Pete. Il football a livello di squadre scolastiche gli interessa più della temuta X, ma non più di tanto. Poi adesso ha inquadrato la ragazza, ricorda la foto di lei in piedi sul carro ornato di fiori, accanto al quarterback dei Tigers, entrambi con corone di carta argentata, che sorridono salutando la folla. La ragazza aveva lunghi capelli ondulati alla Farrah Fawcett, e un abito senza spalline che metteva in mostra l'attaccatura del seno.

Per la prima volta in vita sua, Pete capisce che cosa sia il desiderio: una sensazione corposa, intensa, rossa, che gli fa rizzare il cazzo, gli asciuga la bocca e gli rende difficile pensare. La figa è interessante; l'idea di vedere una figa del luogo, di una reginetta della scuola... questo è più che eccitante. Questo, per dirla con il critico cinematografico del Derry News, è «da non perdere».

«Dove?» chiede a Jonesy. Immagina questa Tina Jean Schlossinger in attesa alla fermata dello scuolabus, intenta a ridacchiare con le amiche, senza sapere che il ragazzo di passaggio ha visto quel che ha sotto la gonna o i jeans, che sa se i peli della figa sono o no dello stesso colore dei suoi capelli. Pete è in fiamme. «Dov'è?»

«Laggiù», dice Jonesy, indicando l'edificio che un tempo era il magazzino dei fratelli Tracker. I muri sono coperti d'edera, ma questo è stato un autunno freddo e le foglie sono quasi tutte morte e nerastre. Alcune finestre sono rotte e le altre incrostate di sporcizia. Quel posto fa venire i brividi a Pete. In parte perché i ragazzi delle superiori giocano a baseball nello spiazzo dietro l'edificio, e i grandi, chissà perché, amano picchiare i piccoli, forse per rompere la monotonia, o roba simile. Ma adesso non c'è pericolo, perché ormai la stagione del baseball è finita e i ragazzi grandi si sono spostati a Strawford Park, dove giocano al pallone sino a quando non nevica. (Quando nevica, si spaccano la testa a vicenda giocando a hockey.) No, il vero problema è che talvolta a Derry spariscono dei ragazzini - Derry ha questa peculiarità - e, quando spariscono, di solito vengono avvistati per l'ultima volta in luoghi fuori mano come il vecchio magazzino. Nessuno parla di questo fatto increscioso, ma tutti ne sono al corrente.

Però una figa... e non una figa astratta tipo Penthouse ma quella di una ragazza del posto... quella sì che è una cosa da vedere.

«Dai fratelli Tracker?» chiede Henry, senza nascondere la sua incredulità. Adesso si sono fermati non lontano dall'edificio mentre gli ultimi rinco procedono blaterando all'altro lato della strada. «Jonesy, ho la massima stima di te, credimi, ma come potrebbe esserci la foto della figa di Tina lì dentro?»

«Non so», risponde Jonesy, «ma Davey Trask l'ha vista e ha detto che era lei.»

«Mica mi piace l'idea di entrare lì dentro», fa Beaver. «Insomma, vorrei vedere la figa di Tina Jean Schlossinger, ma quel posto è vuoto fin dai tempi in cui eravamo in quinta...»

«Beav...»

«... e scommetto che è pieno di topi di fogna.»

«Beav...»

Ma Beav vuol finire il discorso. «Dai topi di fogna si prende la rabbia», dice.

«Non è necessario entrare», dice Jonesy, e gli altri tre lo guardano con rinnovato interesse.

Jonesy, ottenuta l'attenzione degli amici, annuisce e prosegue. «Davey dice che basta svoltare nel vecchio viale d'accesso e guardare dentro la terza o la quarta finestra. Era l'ufficio di Phil e Tony Tracker. Al muro c'è ancora appeso un tabellone. E Davey dice che appuntate su di esso ci sono solo una carta del New England con i percorsi per camion e una foto di Tina Jean Schlossinger che mette in mostra la figa.»

Lo guardano rapiti, e Pete pone la domanda che tutti hanno in mente. «È tutta nuda?»

«No», ammette Jonesy. «Davey dice che non si vedono neppure le tette, ma lei ha la gonna sollevata e non porta le mutande e così si vede tutto, chiaro come il sole.»

Pete è deluso che la reginetta dei Tigers non mostri chiappe e tette, ma il particolare della gonna sollevata li infiamma tutti, evocando un'idea rudimentale e semisegreta di come sia veramente fare sesso. Dopotutto, qualsiasi ragazza può alzare la gonna; qualsiasi ragazza.

Neppure Henry fa altre domande. L'unica obiezione viene da Beav, che vuoi sapere se Jonesy è davvero sicuro che non si debba entrare per vedere la foto. E stanno già incamminandosi verso il passaggio a fianco dell'edificio, travolgenti come una marea nei loro movimenti quasi istintivi.

5

Pete finì la seconda birra e lanciò la bottiglia nel bosco. Sentendosi meglio, si alzò con cautela e spazzò via la neve dal fondo dei calzoni. Riusciva a piegare un po' di più il ginocchio? A lui pareva di sì. L'aspetto era orrendo - sembrava un cupolone - ma il dolore era diminuito. Ma lui procedette a passi lenti, facendo ondeggiare il sacchetto con le birre. Adesso che la tenue ma potente voce che ribadiva la necessità di bere era stata zittita, pensò alla donna con rinnovata sollecitudine, sperando che lei non si fosse accorta della sua assenza. Avrebbe camminato piano, si sarebbe fermato a massaggiarsi il ginocchio ogni cinque minuti, e sarebbe tornato da lei. Poi avrebbe bevuto un'altra birra. Non si girò a guardare la vecchia Scout e non vide che, ripensando a quel giorno del 1978, aveva ripetutamente scritto DUDDITS sulla neve.

Solo Henry aveva chiesto come mai la foto della Schlossinger si trovasse nell'ufficio di un'azienda di trasporti abbandonata, e adesso Pete pensò che lo avesse fatto solo per rispettare il suo ruolo di «scettico del gruppo». Di sicuro lo aveva chiesto solo una volta; gli altri ci avevano creduto e basta, e perché no? A tredici anni, Pete aveva passato metà della vita credendo a Babbo Natale. Senza contare che...

Pete sì fermò in cima all'altura, non perché gli mancasse il fiato né perché la gamba si fosse irrigidita, ma perché gli rimbombava in testa un basso ronzio, simile al rumore di un trasformatore, ma con un andamento ciclico. E non si era presentato all'improvviso: doveva essere lì da un certo tempo, ma lui se ne era accorto solo adesso. E poi gli erano venute quelle strane pensate. La faccenda della colonia di Henry, per esempio... e Marcy. Qualcuno di nome Marcy. Non gli pareva di conoscere nessuno chiamato Marcy, ma quel nome gli era frullato in testa all'improvviso: Marcy ho bisogno di te o Marcy ti voglio o forse Marcy, porta il gasogeno.

Rimase fermo dov'era, leccandosi le labbra secche, il sacchetto con le birre che pendeva immobile dalla sua mano. Guardò il cielo, improvvisamente sicuro che ci sarebbero state le luci... e infatti c'erano, ma erano solo due, e molto fioche.

«Di' a Marcy che gli ordini di farmi un'iniezione», disse Pete, articolando con cura ogni parola, sapendo che quella era la frase giusta. Non sapeva perché o come fossero le parole giuste, ma quelle erano le parole che aveva in testa. Era il clic, oppure erano state le luci a generare quei pensieri? Pete non lo sapeva.

«Forse nessuno dei due», si rispose.

Si accorse che non nevicava più. Il mondo intorno a lui aveva solo tre colori: il grigio plumbeo del cielo, il verde scuro degli abeti e il bianco immacolato della neve fresca. E silenzio totale.

Pete tese il capo da un lato, poi dall'altro, in ascolto. Sì, silenzio. Nulla. Nessun rumore al mondo, e il ronzio era cessato del tutto, come la neve. Quando alzò gli occhi, vide che il tenue lucore delle luci era anch'esso scomparso.

«Marcy?» disse, come se stesse chiamando qualcuno. Pensò che potesse essere il nome della donna che aveva provocato l'incidente della Scout, poi scartò quell'idea. Il suo nome era Becky: lo sapeva con la stessa certezza con cui aveva individuato il nome di quell'agente immobiliare. Marcy era solo una parola che non gli evocava niente. Probabilmente aveva avuto un corto circuito mentale. Non sarebbe stata la prima volta che gli capitava.

Iniziò la discesa, i pensieri di nuovo rivolti a quel giorno dell'autunno 1978, il giorno in cui avevano conosciuto Duddits.

Era quasi arrivato al rettilineo pianeggiante quando il ginocchio cedette di colpo, non irrigidendosi, questa volta, ma esplodendo come una pigna secca sul fuoco.

Pete cadde sulla neve. Non sentì le bottiglie di Bud che si rompevano nel sacchetto... tutte, tranne due. Stava urlando troppo forte.

CAPITOLO SEI

DUDDITS, PARTE SECONDA

1

Henry si incamminò di buon passo in direzione della baita, ma non appena la neve diminuì e il vento cominciò a placarsi, accelerò sino a un ritmo da jogging. Correva da anni e quella velocità gli veniva piuttosto naturale. Forse avrebbe dovuto rallentare o anche sostare per un po', ma aveva dei dubbi in proposito. Aveva fatto gare di oltre quindici chilometri, sebbene non negli ultimi due anni e mai con dieci centimetri di neve sul terreno. Comunque, che ragione c'era di preoccuparsi? Una caduta che gli avrebbe spezzato l'anca? Un infarto? A trentasette anni un infarto sembrava improbabile, ma quand'anche fosse stato un soggetto a rischio, una simile preoccupazione sarebbe stata assurda, no? Specie considerando i piani che aveva in mente. E allora di che cosa doveva preoccuparsi?

Di Jonesy e di Beaver, naturalmente. A voler essere razionali, le difficoltà erano quelle da cui si era appena allontanato, e riguardavano Pete e quella strana donna in stato semicomatoso, e non riguardavano la baita... eppure c'erano guai all'Hole in the Wall, guai seri. Lo sapeva senza sapere il perché, e accettava quella percezione. Lo aveva intuito ancor prima di incontrare gli animali in fuga che lo avevano appena degnato di uno sguardo.

Un paio di volte guardò il cielo alla ricerca di altre luci lampeggianti, ma, non scorgendone alcuna, procedette con gli occhi fissi davanti a sé, talvolta costretto a zigzagare per evitare gli animali. Non correvano a precipizio, ma i loro occhi avevano un che di inquietante, che Henry non aveva mai visto prima in vita sua. A un certo punto dovette balzare via per non essere travolto da due volpi.

Ancora dodici chilometri, si disse. Divenne una sorta di mantra della corsa, diverso da quelli che di solito gli venivano in mente quando faceva jogging (i più comuni erano filastrocche infantili), ma poi non tanto diverso... il concetto era lo stesso. Ma al posto del solito castello raggiungibile su un ippogrifo, qui si trattava di raggiungere la baita di Clarendon, senza ippogrifo. Ma che cos'era poi un ippogrifo? Chissà. E, in nome di Dio, che cosa succedeva qui... le luci, la fuga degli animali (Santo Cielo, che cos'era quella creatura alla sua sinistra, un fottuto orso?), la donna in mezzo alla strada, che se ne stava lì con i denti e il cervello dimezzati? E quelle scoregge, Santo Cielo. L'unico odore vagamente simile che ricordava di aver annusato era quello del fiato di un paziente schizofrenico, affetto da cancro all'intestino. «Hanno sempre quell'odore», gli aveva spiegato un amico internista cui Henry aveva chiesto lumi, «possono lavarsi i denti dieci volte al giorno, fare sciacqui ogni ora, senza che quell'odore sparisca. È l'odore del corpo che divora se stesso. Perché, una volta rimossi i veli diagnostici, il cancro si riduce a questo: autocannibalismo.»

Ancora undici chilometri, undici chilometri, e tutti questi animali corrono, diretti verso Disneyland. E, una volta arrivati, si metteranno in fila a ballare e cantare.

Il ritmico e soffocato tonfo dei suoi piedi. Gli occhiali sobbalzanti sulla radice del naso. Il fiato esalante in nuvolette di vapore. Ma adesso, sotto lo stimolo delle endorfine, si sentiva bene, non aveva più freddo. Quali che fossero i suoi disturbi, non erano certo dovuti alla carenza di endorfine; soffriva di manie suicide ma non di distimia.

Alcuni dei suoi problemi - il senso di vuoto fisico ed emotivo che era simile al turbinare di una tormenta di neve - avevano senza dubbio origini fisiche, ormonali, su questo non aveva dubbi. Come non aveva dubbi che queste difficoltà potessero essere, se non risolte, almeno alleviate dalle pillole che lui si era autoprescritto a tonnellate. Ma come Pete, che senza dubbio sapeva che nel suo futuro presumibilmente ci sarebbe stata una disintossicazione e anni di riunioni alla Alcolisti Anonimi, Henry non voleva guarire, era convinto che la cura sarebbe stata, in certo qual modo, una menzogna, una cosa che l'avrebbe sminuito.

Si chiese se Pete fosse andato a recuperare la birra, sapendo che la risposta, probabilmente, era sì. Se ci avesse pensato sul momento, gli avrebbe suggerito di portarsela appresso, eliminando così i rischi di quella camminata, ma dopo l'incidente era piuttosto scosso, e il pensiero non lo aveva neppure sfiorato.

Ma scommetto che ha sfiorato Pete. Ce l'avrebbe fatta ad andare e tornare dall'auto con quel ginocchio? Era possibile, ma Henry non ci avrebbe messo la mano sul fuoco.

«Sono tornati!» aveva gridato la donna guardando il cielo. «Sono tornati! Sono tornati!»

Henry abbassò il capo e accelerò.

2

Ancora dieci chilometri. Erano dieci, oppure lui era troppo ottimista? Aveva lasciato un po' troppo spazio alle endorfine? E con questo? L'ottimismo, in quella situazione, non poteva certo nuocergli. La neve era quasi cessata e l'avanzata degli animali si era diradata, e questa era una bella cosa. Ma belli non erano i pensieri che lo assalivano, alcuni dei quali sembravano non essere neppure suoi. Becky, per esempio. Chi era Becky? Il nome aveva cominciato a echeggiargli nella mente, era diventato parte del mantra. Poteva essere il nome della donna che per poco non aveva investito. Chi sei, piccina? Sono Becky, una bimba carina.

Solo che, quella, carina non lo era per niente. Era una corpulenta carampana puzzolente, che adesso era nelle poco affidabili mani di Pete.

Dieci. Dieci chilometri.

Correndo a ritmo regolare - per quanto lo permetteva il terreno innevato - e sentendo strane voci in testa. Ma solo una voce era davvero strana, e non era neppure una voce ma una sorta di ronzio ritmico. Il resto erano voci che conosceva, o voci note ai suoi amici. Una era quella di cui gli aveva parlato Jonesy, la voce sentita dopo l'incidente: Basta, per favore, non ne posso posso più, fatemi un'iniezione, dov'è Marcy.

Sentì la voce di Beaver: Da' un'occhiata al pitale.

E Jonesy che rispondeva: Perché non bussiamo alla porta del bagno per chiedergli come sta?

Una voce ignota diceva che se solo fosse riuscito a cagare sarebbe stato bene...

... ma non era uno sconosciuto, era Rick, l'amico della graziosa Becky. Rick che cosa? McCarthy? McKinley? McKeen? Henry propendeva per McCarthy, come Kevin McCarthy in quel vecchio film dell'orrore sui baccelli alieni che prendevano sembianze umane. Uno dei preferiti di Jonesy. Bastava nominargli quel film quando aveva un po' d'alcol in corpo e lui rispondeva subito citando la battuta chiave: «Sono qui! Sono qui!»

La donna che guardava il cielo gridando: «Sono tornati! Sono tornati!»

Cristo, non era capitato nulla di simile da quando erano bambini, e questo era peggio, come raccogliere un cavo che conduceva voci e non elettricità.

Tutti quei pazienti che, per anni, si erano lamentati delle voci risonanti nelle loro teste. Ed Henry, il grande psicanalista (un «giovane dio», lo aveva definito un paziente dell'ospedale psichiatrico di stato all'inizio della sua carriera), aveva sempre annuito come se sapesse che cosa intendevano dire. In effetti, aveva creduto davvero di saperlo. Ma forse lo capiva solo adesso.

Voci. Le ascoltava con tanta attenzione da non udire neppure il vup-vup-vup dell'elicottero che passò sopra di lui, una scura massa appena offuscata dalle nubi. Poi le voci cominciarono ad affievolirsi come fanno i segnali radio di luoghi remoti quando spunta il giorno e le frequenze sono più intasate. Infine, nei suoi pensieri, ci fu una sola voce, che gli diceva che qualcosa di terribile stava per succedere o era già successo all'Hole in the Wall; che qualcosa di tremendo stava per succedere o era già successo vicino alla Scout o sotto la tettoia.

Otto chilometri. Ancora otto chilometri.

Nel tentativo di scacciare dalla mente le preoccupazioni per l'amico lasciato indietro e per gli amici nella baita, indirizzò i suoi pensieri nella direzione che, come lui sapeva, aveva già imboccato Pete: il 1978, i fratelli Tracker e Duddits. Henry non capiva che cosa c'entrasse Duddits Cavell con tutto questo casino, ma tutti e quattro avevano pensato a lui, ed Henry non aveva neppure bisogno del vecchio collegamento telepatico per saperlo. Pete aveva nominato Duddits mentre trascinavano la donna verso il riparo, Beaver ne aveva parlato qualche giorno prima quando era stato con lui nei boschi. Beav aveva ricordato la volta in cui loro quattro avevano portato Duddits a Bangor per fare acquisti natalizi. Era successo subito dopo che Jonesy aveva preso la patente, e quell'inverno era sempre stato più che disposto a dare uno strappo a chiunque, in qualunque luogo. Beav, ridendo, aveva evocato i dubbi di Duddits riguardo all'esistenza di Babbo Natale, dubbi che loro quattro erano riusciti a dissipare, convincendo Duddits che esisteva, eccome. E, proprio il mese prima, Jonesy, un po' sbronzo, aveva chiamato Henry da Brookline, dicendogli che in vita sua non aveva fatto nulla di altrettanto buono come quello che avevano fatto per il povero Duddits Cavell nel 1978. «Abbiamo dato il meglio di noi», aveva detto Jonesy al telefono e, con uno spiacevole brivido, Henry si rese conto di aver detto a Pete la stessa, identica cosa. Duddits. Quel benedetto Duds.

Otto chilometri... forse sette.

Erano andati a vedere la foto della figa di una ragazza, una foto presumibilmente affissa su un tabellone in un ufficio abbandonato. Henry non ricordava il nome della ragazza, sapeva solo che era stata la fidanzata di quello stronzo di Grenadeau e la reginetta delle superiori di Derry nel 1978. Questi particolari avevano reso molto interessante la prospettiva di vedere la sua figa. Poi, una volta giunti nel viale d'accesso, avevano visto per terra una maglia rossa e bianca dei Tigers di Derry. Più oltre, c'era qualcos'altro.

«Odio quegli stupidi cartoni animati. Non si cambiano mai il vestito», aveva detto Pete, ed Henry stava per rispondere, quando...

«Il ragazzino ha urlato», disse Henry. Scivolò sulla neve, barcollò per un istante e riprese a correre, ricordando quel giorno d'ottobre, sotto quel cielo bianco. Riprese a correre ricordando Duddits, che, con il suo grido, aveva cambiato le loro vite. Per il meglio, avevano sempre ritenuto tutti e quattro, anche se in questo momento Henry aveva i suoi dubbi.

Molti dubbi.

3

Beaver è in testa, quando giungono nel viale. Ha quasi la schiuma alla bocca. Henry immagina che Pete sia più o meno nelle stesse condizioni, anche se lo nasconde meglio, pur avendo un anno di meno. Beaver è... come dire... sul punto di scoppiare. Si ferma così di colpo che Pete per poco non gli casca addosso.

«Ehi!» esclama Beaver. «Che cazzo! La maglia di qualche ragazzo!»

Infatti. Bianca e rossa, né vecchia né sporca. Anzi, quasi nuova.

«Ma chi se ne frega di questa maglia?» obietta Jonesy. «Là...»

«Frena», dice Beav. «È in buone condizioni.»

Ma quando la raccattano, si accorgono che non è così. Sì, è nuova, è dei Tigers e ha il numero 19 sul dietro. Pete se ne frega del football, ma gli altri riconoscono subito il numero di Richie Grenadeau. Ma non è in buone condizioni. È strappata sul dietro del collo, come se chi l'indossava avesse cercato di scappare via, fosse stato afferrato e riportato indietro.

«Mi ero sbagliato», borbotta Beav, mestamente, lasciandola ricadere. «Andiamo.»

Ma, dopo pochi passi, si imbattono in un'altra cosa. Questa volta è gialla, di quel giallo acceso che potrebbe piacere solo a un bimbetto. Henry corre in avanti e la raccoglie. È un cestino di metallo per la merenda, decorato con le immagini di Scooby Doo e i suoi amici che sembrano correre via da una casa stregata. Come la maglia, anch'esso sembra nuovo, e non un oggetto abbandonato lì da molto tempo, e all'improvviso Henry comincia a sentire brutte vibrazioni, e rimpiange di aver svoltato in quel viale deserto... o perlomeno di non aver rimandato quell'impresa a un altro giorno. Ma, persino a quattordici anni, capisce che è una stupidaggine. Quando si tratta di figa, o procedi o rinunci, ma non rimandi la cosa a un altro giorno.

«Odio quegli stupidi cartoni animati», dice Pete, guardando il cestino. «Non si cambiano mai il vestito, l'avete notato? Portano sempre la stessa roba.»

Jonesy prende il cestino dalle mani di Henry e lo gira per guardare qualcosa appiccicato su un lato. Non ha più l'espressione da invasato e aggrotta la fronte, ed Henry intuisce che anche l'amico rimpiange di essere lì.

L'etichetta sul lato dice: APPARTENGO A DOUGLAS CAVELL, 19 MAPLE LANE, DERRY, MAINE. SE IL RAGAZZO CUI APPARTENGO DOVESSE SMARRIRSI, CHIAMATE IL 949-1864. GRAZIE!

Henry apre la bocca per dire che il cestino e la maglia devono essere di un ragazzo che va all'Accademia dei rinco - basta guardare l'etichetta per capirlo: sembra quasi la targhetta di un cane - ma, prima di poter pronunciare una parola, si sente un grido dallo spiazzo in cui i grandi giocano a baseball in estate. È un grido pieno di dolore, ma quello che fa scattare Henry in avanti prima ancora di riflettere è il tono sorpreso, la sorpresa di chi prova dolore e spavento per la prima volta.

Gli altri lo seguono. Corrono in fila indiana tra le erbacce che hanno invaso il viale: Henry, Jonesy, Beav e Pete.

Si ode una sonora risata maschile. «Avanti, mangiala», ordina qualcuno. «Mangiala e ti lasciamo andare. Magari Duncan ti restituisce anche i calzoni.»

«Sì, se tu...» dice un altro ragazzo, probabilmente Duncan, ma si blocca vedendo Henry e i suoi amici.

«Ehi, ragazzi, piantatela!» grida Beaver. «Piantatela e basta!»

Gli amici di Duncan - sono due, entrambi vestiti con il blazer delle superiori di Derry - accorgendosi che il loro passatempo pomeridiano ha degli spettatori, si girano. Inginocchiato sulla ghiaia tra di loro, con indosso solo le mutande e una scarpa da tennis, il volto striato di sangue, terra e lacrime, c'è un bambino di età indefinita. Non è un bimbetto - ha una spolverata di peli sul petto - ma ha comunque l'aria da piccolino. Gli occhi verdissimi, a mandorla, sono colmi di lacrime.

Sul muro di mattoni dietro il gruppetto, scritto in grandi lettere bianche un po' scolorite ma ancora leggibili, c'è questo messaggio: NIENTE LANCI, NIENTE PARTITE. Il che probabilmente vuol dire di non giocare a baseball in quel terreno abbandonato, dove, tra le erbacce, sono ancora visibili il tracciato del diamante e la pedana di lancio. Ma chi può saperlo con certezza? Negli anni a venire avrebbero detto spesso quella frase, destinata a entrare nel loro lessico privato, ma senza un preciso significato.

«Chi cazzo sei?» chiede a Beav uno dei grandi. Sulla mano sinistra porta un guantone da baseball, o qualcosa del genere, sul quale c'è la merda rinsecchita di cane che lui sta tentando di far mangiare al bimbo seminudo.

«Cosa cazzo fate?» chiede Jonesy, inorridito. «State cercando di fargli mangiare quella roba? Ma cosa avete nella testa?»

Il ragazzo che tiene lo stronzo di cane ha la radice del naso coperta da un grosso cerotto bianco, ed Henry, riconoscendolo, lancia un suono inarticolato, a metà strada tra la sorpresa e la risata. È troppo perfetto per essere vero. Sono qui per guardare la figa della reginetta delle superiori, e, Santo Iddio, ecco qui il reginetto in persona, la cui stagione sportiva si è conclusa con una banale rottura di naso, e che, al momento, inganna il tempo facendo roba del genere mentre il resto della squadra di football si allena.

Richie Grenadeau non si è accorto di essere stato riconosciuto da Henry; sta fissando Jonesy. Essendo stato colto di sorpresa e conscio del tono genuinamente disgustato di Jonesy, Richie fa un passo indietro. Poi si rende conto che il ragazzo che ha osato rimproverarlo ha circa tre anni meno di lui e pesa una quarantina di chili in meno. La mano si tende di nuovo.

«Gli faccio mangiare questa merda», dice. «Poi può andare. Tu, brutto moccioso, togliti dai piedi, se non vuoi mangiarne metà.»

«Sì, smamma», gli fa eco il terzo ragazzo. Richie Grenadeau è grande e grosso, ma questo qui è ancor più grosso, una montagna dal volto foruncoloso. «Finché sei in tempo...»

«So chi sei», dichiara Henry.

Richie sposta lo sguardo su di lui. Di colpo sembra guardingo... ma anche scocciato. «Fuori dalle palle, bimbo. Dico sul serio.»

«Sei Richie Grenadeau. La tua foto era sul giornale. Cosa penserà di te la gente quando racconteremo che ti abbiamo beccato a fare una cosa simile?»

«Non direte un bel niente perché sarete morti», dice il tizio di nome Duncan. Ha i capelli biondastri che gli scendono lungo il viso e sulle spalle. «Fuori dai coglioni. Al galoppo.»

Henry non gli bada. Continua a fissare Richie Grenadeau. Non avverte alcun senso di paura, pur sapendo che questi tre potrebbero spiaccicare tutti e quattro come niente; è in preda a un'indignazione che non ha mai provato in vita sua. Il ragazzino inginocchiato a terra è indubbiamente ritardato, ma non al punto tale da non aver capito che questi tre ragazzi grandi volevano fargli del male, gli hanno strappato la maglia, e poi...

Henry non ha mai corso un rischio così grosso in vita sua, ma non potrebbe importargliene di meno. Fa un passo avanti, le mani strette a pugno. Il ragazzino a terra singhiozza, il capo chino, e quel suono rimbomba in testa a Henry, alimentando la sua furia.

«Farò la spia, eccome», dichiara, e sebbene sia una minaccia fanciullesca, a lui non sembra di aver parlato da ragazzino. E, a quanto pare, neppure a Richie, che fa un passo indietro e abbassa di nuovo la mano che regge la merda. Per la prima volta sembra allarmato. «Tre contro uno, un ragazzino ritardato, cazzo, altro se lo dirò. E so anche chi sei!»

Duncan e l'altro ragazzo - il solo che non indossa il blazer della scuola - si mettono a fianco di Richie. Il ragazzino in mutande adesso è dietro di loro, ma Henry sente ancora il suono dei suoi singhiozzi, che gli pulsa in testa e lo sta tirando scemo.

«Okay, basta», interviene il ragazzo più grande. Sorride mettendo in mostra svariate finestre in cui un tempo si affacciavano dei denti. «Adesso morirete.»

«Pete, appena attaccano, corri a casa», sbotta Henry senza distogliere gli occhi da Richie Grenadeau. «Corri a casa e dillo a tua madre.» E, rivolto a Richie: «Non lo prenderai mai. Corre come il vento».

La voce di Pete è bassa ma non spaventata. «Dici bene, Henry.»

«E più ci malmenerete, peggio sarà per voi», aggiunge Jonesy. «Anche se ci fate fuori, a che vi servirà? Perché Pete corre davvero forte, e riferirà tutto.»

«Anch'io corro forte», ribatte Richie, tranquillo. «Lo prenderò.»

Henry si gira prima verso Jonesy, poi verso Beav. Nessuno dei due si è mosso. Anzi, Beav sta facendo qualcosa di più. Si china rapidamente, raccoglie due sassi - grandi come uova, ma taglienti - e comincia a batterli l'uno contro l'altro, spostando lo sguardo da Richie al ragazzo montagnoso. Lo stuzzicadenti saltella aggressivo tra le sue labbra.

«Appena attaccano, tu buttati su Grenadeau», dice Henry. «Gli altri due non sono nessuno in confronto a Pete.» Guarda l'amico, che è pallido ma impavido, pronto a scattare. «Dillo a tua mamma. Dille dove siamo, e dille di mandare gli sbirri. E, qualunque cosa tu faccia, non dimenticare il nome di questo stronzo.» Punta un indice accusatorio verso Grenadeau, che sembra di nuovo esitante. Anzi, sembra impaurito.

«Richie Grenadeau», scandisce Pete, e adesso sta cominciando a danzare. «Non me lo dimentico.»

«Avanti, sacco di merda», dice Beaver. «Ti spacco di nuovo il naso. Solo un cagasotto lascia la squadra perché si è rotto il naso.»

Grenadeau non risponde - forse non sa più a chi rispondere - poi si verifica qualcosa di fantastico: l'altro ragazzo con il blazer, Duncan, comincia a dar segni di perplessità. Il rossore si diffonde sulle sue guance e sulla fronte. Si lecca le labbra e guarda Richie. Solo il montagnoso sembra pronto alla rissa, ed Henry quasi si augura che scoppi davvero, e loro tre gliela faranno vedere, tutto per via di quel pianto spaventoso che martella nelle loro teste.

«Ehi, Richie, forse dovremmo...» comincia Duncan.

«Ucciderli», ringhia il montagnoso. «Massacrarli ben bene.»

Fa un passo avanti e per un istante sembra intenzionato a procedere. Henry sa che se facesse un altro passo sfuggirebbe al controllo di Grenadeau, come un pitbull privato del guinzaglio che balza contro la preda, una freccia fatta di carne e ossa.

Ma Richie non gli permette di fare il passo successivo. Gli prende l'avambraccio, che è più grosso del bicipite di Henry e coperto di peli biondo-rossicci. «No, Scotty», dice, «aspetta un attimo.»

«Sì, aspetta», riecheggia Duncan, con tono quasi impaurito. Lancia un'occhiata che a Henry, benché quattordicenne, sembra grottesca. Un'occhiata di rimprovero. Come se a essere in torto fossero Henry e i suoi amici.

«Cosa vuoi?» chiede Richie a Henry. «Vuoi che ce la battiamo di qui?»

Henry annuisce.

«Se ce ne andiamo, cosa farete? Lo direte in giro?»

Henry scopre una cosa straordinaria: sta per buttarsi, come Scotty, il montagnoso. Parte di lui vuole provocare uno scontro, vuol gridare: «'Fanculo! 'Fanculo tutti!» Sapendo che gli amici lo avrebbero sostenuto, e che nessuno avrebbe detto una parola anche se fossero finiti maciullati in ospedale.

Ma il ragazzino. Il povero, piangente ragazzino ritardato. Una volta sistemati Henry, Beaver e Jonesy (e anche Pete, se mai fossero riusciti a prenderlo), i grandi avrebbero fatto la festa anche a lui, magari facendogli qualcosa di peggio che costringerlo a ingoiare una cacca di cane.

«Non lo diremo a nessuno», assicura. «A nessuno.»

«Sporco bugiardo», dice Scotty. «È uno sporco bugiardo, Richie.»

Scotty si fa di nuovo sotto, ma Richie rafforza la presa sul suo braccio.

«Se nessuno finisce male», afferma Jonesy con un tono di voce miracolosamente ragionevole, «non c'è niente da raccontare.»

Grenadeau lo guarda, poi posa di nuovo gli occhi su Henry. «Lo giuri davanti a Dio?»

«Lo giuro», consente Henry.

«Lo giurate tutti?» chiede Grenadeau.

Jonesy, Beav e Pete giurano.

Grenadeau riflette per un istante che sembra eterno, poi annuisce. «Okay, al diavolo tutto. Ce ne andiamo.»

«Se ci attaccano, corri intorno all'altro lato del magazzino», mormora Henry a Pete, parlando in fretta perché i grandi si sono già mossi. Ma Richie non ha mollato il braccio di Scotty, ed Henry pensa che questo sia un buon segno.

«Non voglio perdere il mio tempo», dice Grenadeau con un tono magnanimo che suscita l'ilarità di Henry... che si sforza comunque di non ridere. A questo punto, una risata sarebbe una pessima mossa. Le cose sono quasi a posto. In parte gli dispiace, ma un'altra parte di lui quasi trema di sollievo.

«Ma cosa cazzo vi prende, in ogni modo?» gli chiede Grenadeau. «Dov'è il problema?»

Henry, a sua volta, vorrebbe porgli qualche domanda... vorrebbe chiedere a Grenadeau come ha potuto fare una cosa simile, e non sarebbe una domanda retorica. Quel pianto! Mio Dio! Ma sta zitto, sapendo che qualsiasi cosa lui dica potrebbe provocare quello stronzo, e spingerlo a ricominciare.

Qui c'è una specie di balletto, di quelli che si imparano in prima o seconda elementare. Mentre Richie, Duncan e Scott s'incamminano verso il viale (con passo elastico e disinvolto, cercando di dimostrare che non si sono lasciati intimorire da quattro piccoletti delle medie), Henry e i suoi amici prima si girano verso di loro, poi avanzano verso il ragazzino piangente, creando una barriera davanti a lui.

All'angolo del magazzino, Richie si ferma per lanciare loro un'ultima occhiata. «Ci rivediamo, ragazzi», grida. «Uno alla volta, o tutti insieme.»

«Sì», conferma Duncan.

«Vedrete il mondo attraverso una tenda a ossigeno!» aggiunge Scott, ed Henry si sente di nuovo pericolosamente sull'orlo della risata. Prega che gli amici non dicano nulla - che il passato sia sepolto - e nessuno di loro apre bocca. Quasi un miracolo.

Con un'ultima occhiata minacciosa di Richie, i grandi spariscono oltre l'angolo. Henry, Jonesy, Beaver e Pete sono soli con il ragazzino che si dondola sulle ginocchia, il volto rigato di lacrime e sporco levato al cielo bianco come il quadrante di un orologio rotto. Si interrogano sul da farsi. Parlargli? Dirgli che i cattivi sono andati via e il pericolo è passato? Non capirebbe mai. E quel pianto è così spaventoso. Come hanno potuto quei ragazzi, per stupidi e cattivi che fossero, procedere di fronte a quel pianto? In seguito Henry l'avrebbe capito - più o meno - ma per il momento quello è un mistero totale.

«Provo a fare una cosa», annuncia all'improvviso Beaver.

«Ma certo, fa' come vuoi», dice Henry.

Beav avanza, poi guarda gli amici. È una strana occhiata, un misto di vergogna, sfida e - sì, Henry ci avrebbe scommesso - di speranza.

«Se lo raccontate a qualcuno, non sarò mai più vostro amico», dichiara Beav.

«Lascia perdere le stronzate», dice Pete. «Se sai come farlo smettere, fa' pure!»

Beaver si ferma per un istante, poi s'inginocchia. Henry si accorge che le mutande del ragazzino sono decorate con gli stessi personaggi di Scooby Doo, proprio come il cestino della merenda.

Beav prende tra le braccia il ragazzino piangente e comincia a cantare.

4

Sei chilometri e mezzo... o forse solo cinque. Ancora sei chilometri e mezzo...

Henry scivolò di nuovo e questa volta non riuscì a riacquistare l'equilibrio. Avvolto com'era dalla nebbia dei ricordi, si ritrovò sbalzato in aria.

Atterrò sulla schiena, con una botta così forte da togliergli il fiato. La neve si levò in sbuffi zuccherosi e lui sbatté la testa così forte da vedere le stelle.

Rimase dov'era per un momento per dare alle eventuali fratture il tempo di manifestarsi. Non notando nulla, si tastò il fondo della schiena. Dolore, ma non atroce. Quando, a dieciundici anni passavano interi inverni sulla slitta a Strawford Park, aveva fatto capitomboli peggiori di questo e si era rialzato ridendo. Il guaio era che adesso non aveva più dieci o undici anni.

Su, amico, stai bene, si disse rimettendosi cautamente a sedere. Fitte alla schiena, ma nient'altro. Era solo scosso. Niente di ferito, tranne l'orgoglio, come solevano dire. Ma sarebbe rimasto seduto per qualche minuto. Aveva proceduto di buon passo, e meritava un po' di riposo. E poi quei ricordi l'avevano turbato. Richie Grenadeau, il maledetto Richie Grenadeau, che - a quanto poi era risultato - era stato eliminato dalla squadra, e non per il naso rotto. «Ci rivediamo, ragazzi», aveva detto, ma la minaccia non si era mai concretizzata, proprio mai. Invece, era capitata un'altra cosa.

Tutto era avvenuto tanto tempo fa. Adesso lo aspettava il castello - o almeno la baita - e lui non aveva un ippogrifo, ma solo le sue povere gambe. Si alzò, si spazzò via la neve dal fondo dei jeans, poi qualcuno urlò nei recessi della sua testa.

«Ahi, ahi, ahi!» gridò Henry. Era come un suono diffuso da un walkman alzato però a un volume degno di una sala da concerto, come un colpo sparato proprio dietro i suoi occhi. Barcollò in avanti e, se non fosse stato per i rami di un pino lungo il bordo della strada, sarebbe caduto di nuovo.

Si liberò dall'abbraccio dei rami e fece qualche passo in avanti, le orecchie ancora rombanti - anzi, l'intera testa ancora rombante - stupito di ritrovarsi ancora vivo. Si portò una mano al naso e la ritrasse sporca di sangue. Anche in bocca era successo qualcosa. Tese la mano, sputò un dente, lo guardò perplesso, poi lo buttò via, resistendo all'idea di metterselo in tasca. Nessuno, a quanto gli risultava, impiantava i denti caduti; inoltre nutriva fieri dubbi riguardo alla presenza della fatina dei denti in quei boschi remoti.

Non sapeva a chi attribuire quel grido, ma aveva il sospetto che Pete Moore fosse incappato in guai seri.

Henry cercò di individuare altre voci, altri pensieri, ma non sentì nulla. Ottimo. Però doveva ammettere che, anche senza voci, quella era diventata la battuta di caccia più memorabile della sua vita.

Avanti, ragazzo mio, in moto, si disse, e cominciò a correre verso l'Hole in the Wall. La sensazione che nella baita qualcosa fosse andato storto era più forte che mai, e questo lo spronava a proseguire ad andatura sostenuta.

Guarda nel pitale.

Perché non bussiamo alla porta del bagno per chiedergli come sta?

Aveva davvero sentito quelle voci? Adesso erano sparite ma lui le aveva udite davvero, così come gli era giunto quel tremendo grido agonico. Pete? Oppure era stata la donna? Becky, la bambina carina?

«Pete», disse. «Era Pete.» Non sicuro al cento per cento, ma abbastanza sicuro.

In un primo momento, temette di non riuscire a ritrovare il ritmo, ma infine piedi e respiro furono di nuovo in sincronia.

Cinque chilometri. Sto andando a casa. Così come quel giorno avevano accompagnato a casa Duddits.

(se lo raccontate a qualcuno, non sarò mai più vostro amico)

Henry tornò a quel giorno d'ottobre come in un sogno profondo. S'immerse nel pozzo della memoria con tanta velocità che, in un primo momento, non sentì la nube che correva verso di lui, la nube che non era né parole né pensieri ma solo lui stesso, una cosa che aveva una meta e delle imprese da compiere.

5

Beaver si fa avanti, esita un istante, poi s'inginocchia. L'handicappato non lo vede, sta ancora strillando, gli occhi chiusi e il petto ansante. Le mutande Scooby Doo e il giubbotto di pelle di Beaver sono buffi, ma nessuno ride. Henry vuole solo che il ritardato smetta di piangere. Quel pianto lo uccide.

Beaver si protende in avanti e prende tra le braccia il ragazzino piangente.

«La barchetta del piccino è un sogno d'argento che veleggia lontano...»

Henry non ha mai sentito Beaver cantare, tranne le rare volte in cui accompagna la radio - i Clarendon non sono certo tipi di Chiesa - ed è stupito dal timbro dolce e tenorile della voce dell'amico. Di lì a un anno o due, la sua voce sarebbe cambiata del tutto, diventando comunissima, ma ora, nel terreno pieno di erbacce dietro il magazzino, tutti l'ascoltano stupefatti. Anche l'handicappato reagisce; smette di piangere e guarda Beaver, meravigliato.

«Dalla camera del piccino veleggia nel cielo arcano; Va', barchetta, tra stelle e luna, e torna da me...»

L'ultima nota si leva nell'aria e per un istante la sua bellezza immobilizza il mondo. Henry ha voglia di piangere. L'handicappato guarda Beaver, che lo ha cullato al ritmo della canzone. Il volto rigato di lacrime ha un'espressione stupefatta e felice. Ha dimenticato il labbro tagliato e le guance contuse, gli abiti che gli sono stati tolti, il cestino della merenda. A Beaver dice: «Iu iu», sillabe che potrebbero voler dire qualsiasi cosa, ma Henry le capisce alla perfezione e vede che anche Beaver ha capito.

«Non posso cantare di più», dice Beav. Accortosi di avere ancora il braccio intorno alle spalle del ragazzo, lo toglie.

Non appena lo fa, il volto del ragazzino si rabbuia, ma questa volta non per la paura né per il dispetto di non essere stato accontentato, ma per pura tristezza. Le lacrime riempiono quegli occhi straordinariamente verdi e scivolano lungo le guance. Prende la mano di Beaver e se la rimette sulla spalla. «Iu, iu!» dice.

Beaver, in preda al panico, guarda gli amici. «Mia mamma non è mai andata oltre, perché mi addormentavo subito», spiega.

Henry e Jonesy si scambiano un'occhiata e scoppiano a ridere. Non è una buona idea, perché il bambino potrebbe spaventarsi e ricominciare quel terribile pianto, ma nessuno dei due riesce a trattenersi. E il ragazzino non piange. Invece rivolge a Henry e Jonesy un gran sorriso mettendo in mostra una chiostra di denti un po' accavallati, poi guarda di nuovo Beaver, lo abbraccia e gli pianta un gran bacio schioccante sulla guancia.

«Se dite in giro che ho fatto questo...» comincia Beaver, che però sorride, chiaramente compiaciuto.

«Sì, sì, non sarai mai più nostro amico, stupido segaiolo», conclude Jonesy, ridendo. Porge al bimbo il cestino della merenda che è ancora tra le sue mani. «È tua, ragazzo?»

Quello ride felice come se avesse incontrato un vecchio amico e glielo toglie di mano. «Ubi-Ubi-Du, dove ei u?» canta. «Adeffo lavoo da fae!»

«Giusto», conviene Jonesy. «Adesso abbiamo un lavoro da fare. Dobbiamo portarti a casa: ecco cosa dobbiamo fare. Il tuo nome è Douglas Cavell, vero?»

Il ragazzino tiene il cestino stretto al petto e gli dà un grosso bacio, come quello che aveva piazzato sulla guancia di Beaver. «Io Duddits!» grida.

«Bene», dice Henry. Prende una mano del ragazzino mentre Jonesy gli prende l'altra, e insieme lo aiutano a rialzarsi. Maple Lane è solo a tre isolati da lì, e in dieci minuti possono arrivare a destinazione, sempre che Richie e i suoi amici non siano nei pressi, a tendere un'imboscata. «Andiamo a casa, Duddits. Scommetto che tua mamma è in pensiero.»

Ma prima Henry spedisce Pete all'angolo del magazzino per controllare la strada. Quando l'amico ritorna dichiarando che la via è libera, Henry li fa avanzare sino a quel punto. Una volta raggiunto il marciapiedi della via principale, dove la gente può vederli, saranno al sicuro. Ma prima non vuol correre rischi. Spedisce di nuovo Pete in ricognizione, chiedendogli di fare un fischio se tutto è a posto.

«Loo andati», dice Duddits.

«Può darsi», ribatte Henry, «ma preferisco che Pete dia un'occhiata.»

Duddits se ne sta tranquillo in mezzo a loro, guardando i disegni del cestino, mentre Pete va a dare un'occhiata. Henry non ha timore nel mandare avanti l'amico: non ha esagerato riguardo alla sua bravura nella corsa. Se Richie e compagni cercassero di saltargli addosso, Pete scapperebbe come il vento.

«Ti piacciono questi cartoni?» chiede Beaver prendendo il cestino. Henry osserva quella mossa con un certo interesse, curioso di vedere se il ragazzino scoppierà a piangere. Niente.

«Loo fono Ubi Du», dice Duddits. Ha i capelli biondi e ricciuti. Henry non sa ancora dargli un'età precisa.

«So che sono Scooby Doo», replica Beaver, paziente, «ma non si cambiano mai il vestito. Pete ha ragione su questo. Giusto?»

«Iuto!» Allunga la mano per riprendere il cestino, che Beaver gli restituisce. L'handicappato lo stringe al petto, poi sorride ai ragazzi. È un sorriso meraviglioso, pensa Henry, sorridendo a sua volta.

Anche Jonesy sorride. «Duddits, qual è il cane?»

Il ragazzino lo guarda sorridendo, ma con una certa perplessità.

«Il cane», ripete Henry. «Qual è il cane?»

Adesso il ragazzino, sempre più perplesso, guarda Henry.

«Qual è Scooby, Duddits?» chiede Beaver, e il volto del ragazzino si rischiara. Punta l'indice su una figura.

«Ubi! Ubi Du! Ui cane!»

Tutti scoppiano a ridere, poi si sente il fischio di Pete. Hanno percorso tre quarti del viale quando Jonesy esclama: «Aspettate! Aspettate!»

Corre a una delle finestre dell'ufficio e scruta all'interno, portandosi le mani alle tempie per ridurre il riflesso del vetro, ed Henry, di colpo, ricorda la ragione per cui sono venuti qui. La figa di Tina Jean Vattelapesca. Sembra una cosa avvenuta mille anni fa.

Dopo dieci secondi, Jonesy grida: «Henry! Beav! Venite qui! Lasciate lì il ragazzino!»

Beaver raggiunge Jonesy di corsa. Henry dice al ragazzino: «Aspetta qui, Duddits. Proprio qui, con il tuo cestino, okay?»

Duddits lo guarda, gli occhi verdi rilucenti, il cestino stretto al petto. Poi annuisce, ed Henry corre alla finestra. Si accalcano contro il vetro e Beaver protesta che qualcuno gli ha pestato i piedi. Un minuto o due dopo, stupito di non trovarli sul marciapiedi, Pete li raggiunge e caccia la testa tra le spalle di Henry e Jonesy. Ecco qui quattro ragazzi contro una finestra sporca, e un quinto che aspetta in un viale pieno di erbacce, con il cestino della merenda premuto contro il petto, e guarda il cielo bianco, dove il sole sta cercando di fare capolino. Oltre il vetro sporco c'è una stanza vuota. Sulla parete davanti alla finestra è appeso un tabellone, sul quale sono affissi una carta del New England settentrionale e una Polaroid con l'immagine di una donna che si solleva la gonna. Ma si vedono solo delle mutandine bianche, e niente figa. E poi non è una ragazza delle superiori. È vecchia. Ha a dir poco trent'anni.

«Santo Cielo», dice Pete lanciando a Jonesy un'occhiata disgustata. «E siamo venuti fin qui per questa roba

Jonesy sembra sulla difensiva, poi sorride e punta il pollice dietro di sé: «No», risponde. «Siamo venuti per lui.»

6

Henry venne strappato ai ricordi da una straordinaria e inattesa percezione: era terrorizzato, e lo era stato da un bel po'. Una cosa nuova era in agguato ai margini della sua consapevolezza, soffocata dal vivido ricordo dell'incontro con Duddits. E adesso era balzata in avanti con un grido terrorizzato, reclamando l'attenzione.

Henry si fermò slittando e agitò le braccia per non cadere di nuovo nella neve, poi rimase lì, ansante, gli occhi sbarrati. E adesso che cosa c'era? Era a quattro chilometri dall'Hole in the Wall, era quasi arrivato, e che diavolo capitava adesso?

C'è una nube, pensò. Una specie di nube, ecco. Non so cosa sia, ma la sento... non ho mai avuto una percezione così netta in vita mia. Da adulto, quantomeno. Devo scappare da questa strada. Scappare dal film. In quella nube c'è un film. Del genere che piace a Jonesy. Quelli che fanno paura.

«Che stupidaggine», borbottò, sapendo che non lo era affatto.

Sentì il ronzio di un motore in avvicinamento. Proveniva dalla direzione della baita, era il motore di un gatto delle nevi, probabilmente l'Arctic Cat di Beaver... ma era anche una nuvola rossonera dentro la quale si stava svolgendo un film, una terribile energia nera che correva verso di lui.

Per un istante Henry si sentì paralizzato da centinaia di orrori infantili, cose sotto il letto e cose nelle bare, vermi formicolanti sotto sassi capovolti e la gelatina pelosa che era quanto restava di un topo da tempo stecchito, emerso quando suo padre aveva spostato la stufa per controllare una presa. E orrori che non erano affatto infantili: suo padre, smarrito nella sua stessa camera da letto e ululante di paura; Barry Newman, che scappava dallo studio di Henry con l'aria terrorizzata perché gli era stato chiesto di contemplare qualcosa che non voleva, o non poteva, ammettere; ritrovarsi sveglio alle quattro del mattino con un bicchiere di scotch in mano, il mondo inerte e spento intorno a lui, la mente inerte e spenta in lui... o baby, mancano mille anni allo spuntare dell'alba e le ninnenanne ormai tacciono da tempo. Ecco che cosa c'era nella nube rossonera che si avventava verso di lui come il cavallo bianco dell'Apocalisse, questo e molte altre cose. Tutte le cose infide che aveva paventato ora venivano verso di lui, non su un cavallo bianco ma su un vecchio gatto delle nevi con la carrozzeria arrugginita. Non era la morte, ma era peggio della morte. Era Mr Gray.

Allontanati dalla strada! urlò la sua mente. Nasconditi!

Per un istante non riuscì a muoversi. Il taglio sulla coscia bruciava come un marchio a fuoco. Adesso capiva come doveva sentirsi un cervo abbagliato dai fari, o un tamia che saltella stupidamente davanti a una tosaerba in avvicinamento. La nuvola gli aveva tolto ogni capacità di mettersi in salvo.

A smuoverlo furono, stranamente, tutti i suoi progetti di suicidio. A che cosa erano servite le cinquecento angosciose notti insonni che lo avevano portato a quella decisione, per poi vedere ogni opzione annullata da questa paralisi? No, per Dio, mai. La sofferenza era già terribile di per sé; ma permettere al proprio corpo terrorizzato di concretizzare questa sofferenza restando impietrito e lasciandosi travolgere da un demone... questo no. Non lo avrebbe permesso.

Così si mosse, ma era come muoversi in un incubo, facendosi largo in un'aria che sembrava diventata densa come zucchero caramellato. Le sue gambe si alzarono e si posarono a terra come se camminasse sott'acqua. Infine si infilò tra gli alberi a fianco della strada. Avanzò per circa cinque metri, quel tanto che bastava per trovare il terreno coperto solo da una coltre di aromatici aghi di pino, spruzzati appena di neve. Si mise in ginocchio, singhiozzando terrorizzato e coprendosi la bocca per soffocare il rumore. E se l'avesse sentito? Era Mr Gray, la nube era Mr Gray, e se l'avesse sentito...

Strisciò dietro il tronco muschioso di un pino, lo abbracciò, poi protese il capo e guardò verso la strada attraverso la cortina arruffata dei capelli sudati. Nel buio pomeridiano vide un raggio di luce, che ondeggiò, sobbalzò e svoltò. Divenne un faro.

All'avvicinarsi della nube nera, Henry cominciò a gemere. Quel buio sembrava gravare sulla sua mente come un'eclissi, cancellando tutti i pensieri, sostituendoli con immagini tremende: il latte sul mento del padre, il panico negli occhi di Barry Newman, corpi sfiniti e occhi dilatati dietro il filo spinato, donne scorticate e uomini impiccati. Per un attimo gli parve che il mondo fosse stato rivoltato come un calzino e capì che tutto era contaminato... o rischiava di esserlo. Tutto. Le ragioni per cui aveva contemplato il suicidio erano insignificanti di fronte a questa cosa in arrivo.

Premette la bocca contro il tronco per impedirsi di urlare, sentì le sue labbra imprimere un bacio nel muschio elastico e umido. In quel momento l'Arctic Cat schizzò lungo la strada ed Henry riconobbe la figura che era in sella, la persona che generava la nube rossonera che adesso riempiva la testa di Henry come una febbre.

Morse il muschio, urlò contro l'albero, inalò frammenti di muschio senza accorgersene, e gridò di nuovo. Poi rimase lì in ginocchio, stretto al tronco, mentre il rumore dell'Arctic Cat cominciava ad affievolirsi in direzione ovest. Era ancora lì quando si ridusse a un fievole ronzio; ed era ancora lì quando si spense del tutto.

Pete è laggiù, da qualche parte, pensò. Raggiungerà Pete e la donna.

Barcollando tornò sulla strada, ignaro del sangue che gli colava dal naso, ignaro delle proprie lacrime. Riprese il cammino verso l'Hole in the Wall, ma ora riusciva solo ad avanzare a passi incerti, claudicanti. Ma forse andava bene anche così, perché ormai alla baita tutto era finito.

Quale che fosse la cosa orribile che aveva percepito, era successa. Un amico morto, l'altro stava morendo, e l'altro ancora, che Dio lo proteggesse, era diventato una star del cinema.

CAPITOLO SETTE

JONESY E BEAV

1

Beaver lo ripeté. Ma adesso non era un beaverismo, bensì la parola che dici quando sei impietrito e non trovi altro modo per esprimere l'orrore provocato da quello che hai davanti agli occhi. «O cazzo. Cazzo.»

Per quanto in preda ai dolori, McCarthy aveva provveduto ad abbassare gli interruttori a fianco della porta accendendo i due tubi al neon ai lati dello specchio e quello del soffitto. Quest'illuniinazione cruda e forte evocava la foto della scena di un crimine scattata dalla scientifica... ma c'era anche un che di surreale, perché le luci, essendo alimentate dal generatore, non erano del tutto stabili.

Il pavimento era celeste. Vicino alla porta c'erano solo chiazze e strisce di sangue, ma intorno al water i rivoletti confluivano diventando un serpente rosso con minuscole ramificazioni. Le piastrelle erano tatuate con le impronte degli stivali che nessuno dei due si era tolto. Sulla tenda di plastica azzurra della vasca c'erano quattro impronte digitali confuse, e Jonesy pensò: Deve aver allungato la mano e afferrato la tenda quando si è girato per sedersi sul water.

Sì, ma il brutto non era quello. Il brutto era la visione che balenò nella mente di Jonesy: McCarthy che correva sulle piastrelle azzurre con una mano dietro di sé, nel tentativo di non lasciarsi scappare qualcosa.

«O cazzo!» ripeté Beaver. Quasi singhiozzando. «Non voglio vedere questa roba, Jonesy... non ce la faccio.»

«Dobbiamo. Dobbiamo, Beav. Se quella volta siamo stati capaci di affrontare Richie Grenadeau e i suoi amici, siamo in grado di affrontare anche questo.»

«Non so, non so...»

Neppure Jonesy lo sapeva, ma allungò comunque la mano per prendere quella dell'amico, e insieme fecero un altro passo all'interno del bagno. Jonesy cercava di evitare il sangue, ma era difficile, perché era ovunque. E non c'era solo sangue.

«Jonesy», disse Beaver in un sussurro. «Vedi quella sozzeria sulla tenda della vasca?»

«Sì.» Sulle impronte digitali erano cresciute chiazze di una specie di muffa rosso-giallastra. E la stessa sostanza proliferava anche sul pavimento, non nel serpentone di sangue, ma nelle fessure tra le piastrelle.

«Cos'è?»

«Non so», rispose Jonesy. «La stessa schifezza che aveva sulla faccia, direi. Sta' zitto un momento.» Poi: «McCarthy?... Rick?»

McCarthy, seduto sul water, non rispose. Per qualche ignota ragione si era messo in testa il berretto arancione, un po' sulle ventitré. Per il resto era nudo. Aveva il mento abbassato sul petto, quasi a parodiare la posa di chi è assorto in profondi pensieri (o forse non era una parodia, chissà?). Gli occhi erano socchiusi. Le mani erano pudicamente intrecciate davanti ai peli pubici. Il sangue colava lungo i lati del water in grosse pennellate irregolari, ma su McCarthy non c'era traccia di sangue, almeno da quel che Jonesy riusciva a vedere.

Una cosa però la vedeva: la pelle del ventre di McCarthy si era afflosciata in due sacche vuote. Quella vista gli ricordava qualcosa: quello era l'aspetto della pancia di Carla dopo ciascuno dei quattro parti. Sopra l'anca di McCarthy, in corrispondenza della piccola maniglia dell'amore, la pelle era solo arrossata. Ma sul ventre si era lacerata in piccole ragadi. McCarthy doveva essere stato gravido di un qualche parassita o di un verme solitario o qualcosa del genere. Solo che nel suo sangue cresceva quella strana roba, e che cosa aveva detto mentre se ne stava sul letto di Jonesy con le coperte tirate sino al mento? «Sto alla porta e busso.» Quella era una chiamata cui Jonesy rimpiangeva di aver risposto. Anzi, rimpiangeva di non avergli sparato. Sì. Adesso vedeva le cose con maggiore chiarezza, con quella chiarezza che talvolta si affaccia in una mente in preda all'orrore. E, in quello stato, si doleva di non averlo colpito prima di vedere il berretto e il gilè arancione. Male non avrebbe fatto di certo.

«Sto alla porta e ti busso in culo», borbottò Jonesy.

«Jonesy? È ancora vivo?»

«Non so.»

Jonesy fece un altro passo avanti e sentì le dita di Beaver sgusciare via dalle sue; evidentemente, l'amico non voleva procedere oltre.

«Rick?» chiese Jonesy a bassa voce. Una voce da non svegliare il bambino. Una voce da esaminiamo il cadavere. «Rick, sei...»

Dall'uomo sul water esplose un forte peto puzzolente, e il bagno si riempì all'istante del bruciante aroma di escrementi e di colla per modellini. Jonesy quasi si aspettava che la tenda della vasca si sciogliesse.

Dalla tazza del water giunse uno sciacquio. Ma non era il rumore di uno stronzo che cade nell'acqua... o almeno tale non parve a Jonesy. Sembrava più simile al tuffo di un pesce in uno stagno.

«Dio onnipotente, che tanfo!» gridò Beaver. Le parole erano soffocate dalla mano premuta contro il naso e la bocca. «Ma se scoreggia, dev'essere vivo. Ti pare, Jonesy?»

«Taci», ordinò Jonesy con voce pacata. Era stupito della propria calma. «Taci, okay?» E Beav tacque.

Jonesy si protese in avanti. Vedeva tutto: il puntino di sangue sul sopracciglio destro di McCarthy, la muffa rossastra sulla sua guancia, il sangue sulla tenda azzurra, il cartello con la scritta IL PENSATOIO DI LAMAR, risalente ai tempi in cui lì c'era una toilette chimica e bisognava ancora pompare l'acqua della vasca. Vide il gelido brillio che filtrava da sotto le palpebre semiabbassate e le screpolature delle labbra che, in quella luce, apparivano violacee. Sentiva l'ammorbante odore del gas espulso e gli pareva quasi di vedere anche quello, aleggiante in volute giallastre, come gas nervino.

«McCarthy? Rick? Mi senti?»

Fece schioccare le dita davanti a quegli occhi semichiusi. Niente. Si leccò il dorso della mano e lo tese sotto le narici di McCarthy, poi davanti alle labbra. Niente.

«È morto, Beav», disse ritraendosi.

«Col cazzo che lo è», rispose Beaver. Parlava con voce sconnessa, assurdamente offesa, come se McCarthy avesse violato tutte le leggi dell'ospitalità. «Ha appena mollato uno stronzo, l'ho sentito.»

«Non credo che fosse uno...»

Beav gli passò accanto, spingendolo contro il lavello con forza tale da fargli dolere l'anca. «Adesso piantala!» gridò Beaver. Afferrò McCarthy alla spalla e lo scosse. «Datti una mossa! Datti...»

McCarthy s'inclinò lentamente verso la vasca e, per un momento, Jonesy pensò che Beaver avesse ragione, che il tizio fosse ancora vivo e stesse cercando di alzarsi. Poi McCarthy piombò dal trono nella vasca, spingendo la tenda che si gonfiò come una lieve vela azzurra. Il berretto arancione cadde. Il cranio colpì la porcellana con uno scricchiolio d'ossa, poi Jonesy e Beaver si ritrovarono abbracciati e ululanti, l'espressione del loro orrore assordante in quel piccolo locale piastrellato. Il sedere di McCarthy era una distorta luna piena con un gigantesco cratere sanguinolento al centro, il risultato di un qualche terribile impatto, a quanto pareva. Jonesy riuscì a vederlo solo per un secondo prima che McCarthy crollasse nella vasca e la tenda tornasse al suo posto, coprendolo, ma in quel secondo ebbe l'impressione che il buco avesse un diametro di trenta centimetri. Possibile? Trenta centimetri? Ma no!

Altro sciabordio nella tazza del water, questa volta possente abbastanza da schizzare gocce sanguinolente sull'asse, anch'essa azzurra. Beaver si protese a guardare e Jonesy, senza neanche pensarci, sbatté giù il coperchio. «No», disse.

«No?»

«No.»

Beaver cercò di trarre uno stuzzicadenti dalla tasca sul davanti della tuta, ne tirò fuori una mezza dozzina che lasciò cadere a terra. Rotolarono sulle piastrelle azzurre come bastoncini da shanghai. Beav li guardò, poi alzò lo sguardo su Jonesy. Aveva gli occhi colmi di lacrime. «Come Duddits, amico», osservò.

«Ma cosa diavolo dici?»

«Non ti ricordi? Anche lui era quasi nudo. Quegli stronzi gli avevano strappato via maglia e calzoni, lasciandolo in mutande. Ma noi l'abbiamo salvato.» Beaver annuì energicamente, come se Jonesy - o una qualche parte recondita e dubbiosa di se stesso - si fosse fatto beffe di quell'idea.

Jonesy non si beffava di un bel nulla, benché McCarthy non gli ricordasse affatto Duddits. Continuava a vedere il tizio che franava nella vasca, il berretto arancione che cadeva, i rigonfiamenti adiposi sul petto («le tette della vita comoda», le chiamava Henry quando ne intravedeva un paio sotto la maglietta di qualche uomo) ondulanti. E poi il sedere che appariva sotto la luce violenta del neon alla quale non sfuggiva nessun segreto. Il classico sedere dell'uomo bianco: glabro, all'inizio della sua discesa verso la sommità delle cosce. Ne aveva visti migliaia come quello nei vari spogliatoi dove si era cambiato e aveva fatto la doccia, e cominciava ad averne uno così anche lui (o, meglio, aveva cominciato ad averlo prima dell'incidente, che aveva cambiato forse per sempre la configurazione del suo dorso), ma non ne aveva mai visto uno conciato come quello di McCarthy, che sembrava squarciato da uno sparo dall'interno... ma a che scopo?

Altro sciabordio dal water. Il coperchio sobbalzò. Era già una risposta. Allo scopo di uscire, naturalmente.

Per uscire.

«Siediti lì», ordinò Jonesy a Beaver.

«Come?»

«Siediti sull'asse del water!» gridò Jonesy, e Beaver si affrettò a obbedire. Nella luce fredda e impietosa del neon, la pelle di Beaver era bianca come gesso e ogni pelo di barba sembrava una verruca. Le labbra erano violacee, gli occhi azzurri erano sbarrati e terrorizzati.

«Sono seduto, vedi?»

«Sì. Scusa, Beav. Resta seduto lì, d'accordo? La cosa che era dentro di lui, quale che fosse, è intrappolata. Non gli resta che scendere nella fossa biologica. Io torno...»

«Dove vai? Non voglio che mi lasci qui, seduto sul water accanto a un morto, Jonesy. Se scappiamo tutti e due...»

«Non scappiamo», disse Jonesy. «Questa è casa nostra e noi non scappiamo.» Una nobile dichiarazione, che tuttavia non teneva conto di almeno un aspetto della situazione: Jonesy aveva paura che la cosa nel water fosse in grado di correre più forte di loro. O dimenarsi più forte. O chissà che cos'altro. Nella sua mente, a velocità fulminea, scorsero centinaia di sequenze di film dell'orrore: Alien, Il demone sotto la pelle, Parassita. Carla si rifiutava di andare al cinema con lui quando andava a vedere film del genere e, quando noleggiava i video, lo costringeva a guardarli al televisore del suo studio. Ma uno di quei film - qualcosa che aveva visto in uno di essi - avrebbe potuto salvare loro la vita. Jonesy guardò la muffa rosso-dorata cresciuta sulle impronte di McCarthy. O, perlomeno, salvarli dalla cosa nel water. Quanto alla muffa... chissà.

La cosa nella tazza fece un altro balzo, battendo contro l'asse, ma Beaver non ebbe difficoltà a tenere chiuso il coperchio. Bene. Magari quella cosa sarebbe annegata, anche se Jonesy non si faceva molte illusioni in proposito: dopotutto aveva vissuto dentro a McCarthy. E doveva esserci stata per un certo tempo, forse per i quattro giorni in cui lui aveva vagato nei boschi. A quanto pareva, gli aveva rallentato la crescita della barba e provocato la caduta di alcuni denti; e aveva inoltre scatenato la fuoriuscita di gas che non sarebbero passati inosservati neppure in ambienti di estremo bon ton - scoregge simili a gas venefico, per essere chiari - ma la cosa stessa, a quanto pareva, era cresciuta benone...

All'improvviso, Jonesy ebbe la visione di una tenia bianca che emergeva torcendosi da un mucchio di carne cruda. Dalla gola gli salì un gorgoglio strozzato.

«Jonesy?» Beaver fece per alzarsi. Sembrava più allarmato che mai.

«Beaver, risiediti!»

Beaver obbedì, proprio in tempo. La cosa nel water fece un balzo e colpì l'asse con un colpo forte, rimbombante. Sto alla porta e busso.

«Ricordi uno di quei film di Arma letale in cui il compagno di Mel Gibson non osava alzarsi dal cesso?» disse Beaver. Sorrideva, ma la sua voce era roca e gli occhi erano terrorizzati. «È la stessa cosa, eh?»

«No», rispose Jonesy, «perché qui niente sta per esplodere. Senza contare che io non sono Mel Gibson e tu sei troppo bianco per essere Danny Glover. Senti, Beav, io vado nella baracca sul retro...»

«Neanche per scherzo. Non lasciarmi qui solo...»

«Taci e ascolta. C'è del nastro adesivo telato?»

«Sì, è appeso a un chiodo, credo...»

«Appeso a un chiodo. Vicino alle latte di vernice, mi pare. Un grosso rotolo. Vado a prenderlo e con quello sigillo il coperchio dell'asse. Poi...»

La cosa fece un altro balzo furioso, come se avesse sentito e capito quelle parole. Be', chi ci dice che non capisca? pensò Jonesy. Udendo un altro colpo, Beav fece una smorfia.

«Ce ne andiamo di qui», finì Jonesy.

«Col gatto delle nevi?»

Jonesy annuì, sebbene, in realtà, avesse dimenticato l'esistenza del gatto delle nevi. «Sì. E raggiungeremo Henry e Pete...»

Beav scosse il capo. «Quarantena, ha detto quello dell'elicottero. Per questo non sono ancora rientrati, non credi? Saranno stati trattenuti da...»

Bang!

Espressioni inorridite.

«... dalla quarantena.»

«Può darsi», disse Jonesy. «Però preferirei essere in quarantena con Pete ed Henry piuttosto che qui... tu no?»

«Tiriamo lo sciacquone», propose Beaver. «Che ne dici?»

Jonesy scosse il capo.

«Perché no?»

«Perché ho visto il buco che ha fatto uscendo», rispose Jonesy, «e l'hai visto anche tu. Non so cosa sia, ma di certo non ci libereremo di lui tirando l'acqua. È troppo grosso.»

«Cazzo.» Beaver si batté la mano sulla fronte.

Jonesy annuì.

«Va bene, va' a prendere il nastro.»

Sulla soglia, Jonesy si fermò e si guardò alle spalle. «Beaver. .. sta' seduto e non ti muovere.»

Beaver cominciò a ghignare. E così pure Jonesy. Si guardarono e scoppiarono in una risata. Poi Jonesy traversò di corsa il soggiorno diretto verso la porta sul retro. Si sentiva accaldato e febbricitante, inorridito e nel contempo divertito.

2

Beav sentì Jonesy sghignazzare mentre attraversava il soggiorno. Nonostante tutto, quel suono gli faceva piacere. Per Jonesy quello era già stato un anno sfortunato, con quell'incidente che per poco non lo aveva spazzato via dalla faccia della Terra a neppure trentotto anni. Un brutto anno per Pete, che beveva troppo, un brutto anno per Henry, che talvolta aveva un'aria assente che a Beav non piaceva affatto... e adesso si poteva dire che era stato un brutto anno anche per Beaver Clarendon. Naturalmente, questo era solo un giorno su trecentosessantacinque, ma non capita spesso di alzarsi la mattina pensando che entro il pomeriggio ti ritroverai accanto a un morto nella vasca da bagno, seduto su un water per impedire a una cosa che non hai neppure visto di...

«No», disse Beaver. «Non mi muovo.»

Jonesy sarebbe tornato tra un minuto o due con il nastro adesivo. Il problema era dove andare fin quando Jonesy fosse tornato. Dove poteva andare per sentirsi bene?

Da Duddits, ecco dove. Pensare a Duddits lo faceva sempre star bene. E anche a Roberta. Senza dubbio.

Beav sorrise, ricordando la donnina in abito giallo in attesa in fondo al vialetto di casa sua. Il sorriso si accentuò al ricordo del momento in cui li aveva visti. Aveva chiamato il figlio allo stesso modo. Lo aveva chiamato.

3

«Duddits!» grida quello scricciolo di donna nell'abito a fiori, poi corre verso il marciapiedi.

Duddits ha camminato tranquillo con i suoi nuovi amici, cianciando senza posa, tenendo il cestino della merenda con la mano sinistra mentre con la destra stringe la mano di Jonesy. Il suo bla-bla sembra formato perlopiù da suoni di vocali. Beaver si stupisce di quanto riesce a capire.

Adesso, vedendo la donnina-uccelletto, Duddits lascia la mano di Jonesy e corre verso di lei, così come lei corre verso di lui. La scena ricorda a Beaver un musical su una famiglia di ragazzi canterini, i Von Cripps, o Von Crapps, o qualcosa del genere. «Amma, amma!» grida Duddits, con slancio.

«Dove sei stato? Dove sei stato, ragazzaccio?»

Si abbracciano, e Duddits è talmente più grande di lei - sette o otto centimetri - da far temere a Beaver che la donnina venga schiacciata proprio come capita a Wyle E. Coyote nei cartoni animati. Invece lei lo tira su e gli fa fare una mezza piroetta, i piedi levati da terra, e la bocca tesa in un'espressione estatica.

«Stavo per chiamare la polizia, brutto ritardatario...»

Vedendo Beaver e i suoi amici, rimette a terra il figlio. Il sorriso di sollievo è sparito; con aria solenne avanza verso di loro calcando le righe del gioco della settimana tracciate a terra, e Beaver pensa che, per quanto semplice, anche quel gioco è fuori della portata di Duddits. Le lacrime sulle guance della donna brillano nel sole che è finalmente sbucato dalle nuvole.

«Ahi, ahi», dice Pete. «Adesso ci fa una scenata.»

«Calma», sussurra Henry, a bassa voce. «Lascia che sbraiti, poi le spiego tutto.»

Ma hanno mal giudicato Roberta Cavell; hanno pensato che fosse come i tanti adulti che ritengono i ragazzi della loro età colpevoli sino a che non viene provata la loro innocenza. Roberta Cavell non è così, come non lo è Alfie, suo marito. I Cavell sono diversi. È stato Duddits a cambiarli.

«Ragazzi», dice lei. «Si era perso? Ho paura a lasciarlo tornare a piedi, ma lui ha così tanta voglia di essere come gli altri...»

Tende le mani e stringe quelle di Pete e di Beaver. Poi fa lo stesso con Jonesy ed Henry.

«Signora...» esordisce Henry.

La signora Cavell lo scruta come se cercasse di leggergli nel pensiero. «Non si era solo perso», dice.

«Signora...» ricomincia Henry, poi rinuncia a qualsiasi tentativo di dissimulazione. Lei lo fissa con occhi verdi identici a quelli di Duddits, ma svegli e intelligenti, acuti e perplessi. «No, signora», sospira Henry. «Non si era solo perso.»

«Perché di solito viene subito a casa. Dice che non si può perdere perché vede la riga. Quanti erano?»

«Oh, un gruppetto», risponde Jonesy, poi lancia una rapida occhiata a Henry. Accanto a loro, Duddits ha trovato alcuni soffioni di tarassaco sul prato dei vicini e, sdraiatosi a terra, vi sbuffa sopra guardando i pappi che volano via. «Alcuni ragazzi gli davano fastidio, signora.»

«Ragazzi grandi», aggiunge Pete.

Lei scruta Jonesy, poi Pete, poi Beaver, e torna a fissare Henry. «Venite in casa con noi», dice. «Voglio sentire tutta la faccenda. Tutti i pomeriggi Duddits si beve un bicchierone di ZaRex - è la sua bibita preferita - ma scommetto che a voi piace di più un tè freddo, vero?»

I tre guardano Henry, che, dopo aver riflettuto, annuisce. «Sissignora, il tè freddo andrebbe a meraviglia.»

E lei li guida verso la casa in cui, negli anni a venire, avrebbero passato molto tempo - la casa al numero 19 di Maple Lane - ma in realtà è Duddits che precede tutti loro, saltellando, ballonzolando, talvolta sollevando il cestino giallo, ma, come nota Beaver, sempre lungo lo stesso punto del marciapiedi, a una trentina di centimetri dal ciglio del prato. A distanza di anni, dopo la faccenda della Rinkenhauer, ripenserà a quello che ha detto la signora Cavell. Tutti loro ci ripenseranno. Lui vede la riga.

4

«Jonesy?» chiamò Beaver.

Nessuna risposta. Cristo, gli sembrava che fosse passato un sacco di tempo da quando l'amico si era allontanato. Probabilmente non era vero, ma Beaver non poteva verificarlo perché quella mattina aveva dimenticato di mettersi l'orologio. Che stupido, ma, alla fin fine, lui era sempre stato stupido, e ormai avrebbe dovuto averci fatto l'abitudine. Non che Jonesy o Henry l'avessero mai trattato come tale... quella era una delle loro virtù.

«Jonesy?»

Niente. Magari aveva avuto difficoltà a trovare il nastro, ecco tutto.

Ma una vocina nella testa di Beaver gli diceva che il nastro non c'entrava niente, che Jonesy se l'era svignata lasciandolo lì sul water come Danny Glover in quel film, ma lui non avrebbe ascoltato quella voce perché il suo amico non avrebbe mai fatto una cosa simile. Erano amici per la pelle, lo erano sempre stati e lo sarebbero stati sino alla fine.

Giusto, disse la vocina. Eravate amici. E questa è la fine.

«Jonesy? Ci sei, amico?»

Ancora niente. Magari il nastro era caduto dal chiodo cui era appeso.

Niente neppure sotto di lui. Ma insomma, non era certo possibile che McCarthy avesse cagato un qualche mostro nel water, no? Che avesse partorito «La bestia del water»? Sembrava la parodia di un film dell'orrore. E quand'anche le cose fossero andate proprio così, a questo punto la bestia del water doveva essere annegata o scesa nella fossa biologica. All'improvviso, gli tornò alla mente il verso di una storiella che erano soliti leggere a Duddits, e per fortuna erano in quattro e potevano leggere a turno, perché quando Duddits amava una cosa non si stancava mai di sentirla.

«Gi agno!» gridava Duddits, precipitandosi accanto a uno di loro con il libro tenuto alto sopra il capo, così come, quel primo giorno, aveva portato il cestino durante il tragitto verso casa. «Gi agno, gi agno!» Che, in questo caso, significava: «Leggi stagno». Il libro era Lo stagno di McElligot del dottor Seuss, che iniziava con un memorabile distico: «Giovanotto, sei uno scemino, rise il contadino / nello stagno di McElligot non troverai neanche un pesciolino». Ma nella fantasia del bimbetto della storia c'erano molti, moltissimi pesci. Grossi pesci.

Sotto di lui, niente sciabordii. Né colpi contro l'asse. Già da un po'. Magari avrebbe potuto dare una rapida occhiata, sollevare appena il coperchio e richiuderlo subito se qualcosa...

Ma l'ultima cosa che Jonesy gli aveva detto era: «Non ti muovere», ed era meglio obbedirgli.

Jonesy avrà già fatto più di un chilometro, calcolò l'infida vocina. E starà procedendo a tutta velocità.

«No», disse Beaver. «Jonesy non lo farebbe mai.»

Si spostò leggermente sull'asse, in attesa che la cosa sobbalzasse, ma non successe nulla. Adesso poteva essere lontana una sessantina di metri, a nuotare tra la merda nella fossa biologica. Jonesy aveva detto che era troppo grossa per scendere, però, dato che nessuno dei due l'aveva vista, era impossibile saperlo con certezza. Ma, comunque stessero le cose, Monsieur Beaver Clarendon non si sarebbe mosso di lì. Perché così aveva promesso di fare. Perché il tempo sembra scorrere più lento quando hai paura. E perché di Jonesy si fidava. Jonesy ed Henry non gli avevano mai fatto delle cosacce né lo avevano mai preso in giro. E lo stesso valeva per Pete. E nessuno di loro aveva mai fatto cosacce a Duddits, né lo aveva mai preso in giro.

Beav scoppiò a ridere. Duddits con il suo cestino con le figure di Scooby Doo. Duddits a pancia in giù a soffiare sui pappi di tarassaco. Duddits che correva nel cortiletto di casa sua, felice come un uccello su un albero, già, e la gente che chiamava «speciali» i ragazzini come lui, non aveva idea di quanto davvero fossero speciali. Lui era stato davvero speciale per loro, il regalo di un mondo incasinato che di solito non ti dà un bel niente. Duddits era stato la loro cosa speciale, e loro lo avevano tanto amato.

5

Sono al tavolo di cucina a bere tè e a guardare Duddits che si è scolato il suo bicchierone di ZaRex (una robaccia di un orrendo color arancione) in tre sorsate sputacchianti ed è uscito a giocare.

A parlare è soprattutto Henry, il quale racconta alla signora Cavell che i ragazzi «facevano i prepotenti con lui». Dice che il gioco si è fatto un po' più duro e quelli gli hanno strappato la maglia, e Duddits, spaventato, si è messo a gridare. Non accenna al fatto che Richie Grenadeau e i suoi amici gli hanno tolto i calzoni, né parla dello schifoso spuntino che gli volevano far mangiare, e quando la signora chiede se sanno chi fossero quei ragazzi, Henry, dopo una breve esitazione, risponde di no, erano solo dei ragazzi delle superiori di cui lui ignora i nomi. Lei guarda Beaver, Jonesy e Pete, i quali fanno un cenno di diniego. Potrebbe essere un errore - e, con il tempo, rappresentare anche un pericolo per Duddits - ma i quattro amici non possono prescindere del tutto dalle leggi che governano le loro vite. Beaver già non sa più capacitarsi di quella prova di coraggio, e in seguito anche gli altri diranno la stessa cosa. Si stupiscono del loro ardire; e si stupiscono di non essere finiti in ospedale.

Lei li guarda mestamente per un istante, e Beaver capisce che sa molte cose di cui loro hanno taciuto, probabilmente abbastanza da non dormirci la notte. Poi sorride. Sorride a Beaver, e lui avverte un formicolio che lo pervade sino alla punta dei piedi. «Hai un sacco di lampo su quel giubbotto!» osserva.

Lui sorride. «Sissignora. È il mio giubbotto da Fonzie. Prima era di mio fratello. Questi qui lo trovano ridicolo, ma a me piace lo stesso.»

«Happy Days», precisa lei. «Piace anche a noi. A Duddits piace quella serie. Magari qualche sera potreste venire qui e guardarlo con noi. Con lui.» Il sorriso si fa malinconico, come se sapesse che una cosa del genere non accadrà mai.

«Sì, si può fare», dice Beav.

«Certo», conviene Pete.

Per un po' restano lì in silenzio, a guardare Duddits che gioca in cortile. C'è un'altalena doppia. Il ragazzo spinge i sedili vuoti. A tratti si ferma, incrocia le braccia sul petto, leva al cielo il muto quadrante del suo volto e ride.

«Adesso si è ripreso», dichiara Jonesy, bevendo l'ultimo sorso di tè. «Immagino che se lo sia dimenticato.»

La signora Cavell stava per alzarsi, ma si è rimessa a sedere, lanciandogli un'occhiata quasi stupefatta. «O no, per niente», dice. «Ricorda, eccome. Forse non come voi e come me, ma le cose le ricorda. Stanotte, probabilmente, avrà degli incubi, e quando suo padre e io andremo in camera sua non riuscirà a spiegarci il perché. È la cosa peggiore per lui, quest'incapacità di dire cosa vede, cosa pensa e come si sente. Non ha il vocabolario per farlo.»

Sospira.

«E, comunque, quei ragazzi non si scorderanno di lui. E se lo aspettassero al varco? E se aspettassero voi al varco?»

«Siamo in grado di badare a noi stessi», risponde Jonesy, ma per quanto risoluta sia la sua voce, gli occhi tradiscono un certo disagio.

«Può darsi», dice lei. «Ma Duddits? Posso accompagnarlo a scuola la mattina - lo facevo in passato e posso farlo di nuovo, per un certo tempo, almeno - ma gli piace così tanto tornare a casa da solo.»

«Lo fa sentire grande», dice Pete.

Lei allunga la mano e sfiora quella di Pete, facendolo arrossire. «È vero: lo fa sentire grande.»

«Sa una cosa?» propone Henry. «Potremmo accompagnarlo noi. Frequentiamo tutti le medie, e per noi sarebbe facile venire fin qui da Kansas Street.»

Roberta Cavell, uno scricciolo di donna con il vestito a fiori, non apre bocca e si limita a scrutare Henry come chi aspetta la battuta conclusiva di una barzelletta.

«Le va bene, signora Cavell?» chiede Beaver. «Perché per noi non è un disturbo. Ma magari lei non è d'accordo.»

Il volto della signora subisce una complessa trasformazione: piccoli fremiti, perlopiù sottopelle, una palpebra batte, l'altra si chiude. Lei trae un fazzoletto di tasca e si soffia il naso. Beaver pensa: Sta cercando di non riderci in faccia. Quando ne parla con Henry nel tragitto verso casa - Jonesy e Pete li hanno già lasciati - l'amico lo guarda stupefatto. «Quello che cercava di soffocare erano lacrime», dice... poi, dopo una breve pausa, aggiunge, affettuosamente: «Quanto sei scemo».

«Lo fareste davvero?» chiede lei, e quando Henry annuisce per tutti loro, lei modifica la domanda: «Perché lo fareste?»

Henry si guarda attorno come per dire: A questo risponda qualcun altro, eh?

Pete risponde: «Ci è simpatico, signora».

Jonesy annuisce. «Mi piace il modo in cui porta il cestino sopra la testa...»

«Sì, è così 'fuori'», dice Pete. Henry gli allunga un calcio sotto il tavolo. Pete conferma quanto ha detto miniando il gesto, poi diventa rosso come un peperone.

La signora Cavell sembra non accorgersene. Guarda fisso Henry. «Deve uscire di casa alle otto meno un quarto», precisa.

«A quell'ora siamo sempre da queste parti», afferma Henry. «Vero, ragazzi?»

E sebbene le sette e tre quarti sia un po' prestino per loro, tutti annuiscono e dicono certo, certo.

«Lo fareste?» chiede di nuovo la donna, e questa volta Beaver non ha difficoltà a interpretare il suo tono di voce; ha parlato incredulissimevolmente, il termine che, nel suo lessico, vuol dire «non credo alle mie fottute orecchie».

«Certo», risponde Henry. «A meno che lei non ritenga che Duddits... sa...»

«Che Duddits non voglia», finisce Jonesy.

«Siete matti?» fa lei. Beaver pensa che parli a se stessa, cercando di convincersi che questi ragazzi sono davvero lì, nella sua cucina, che tutto questo è realtà. «Andare a scuola in compagnia dei ragazzi grandi? Che vanno a quella che lui chiama 'la scuola vera'? Gli sembrerebbe di essere in paradiso.»

«Okay», dice Henry. «Passiamo qui alle otto meno un quarto e lo accompagniamo a scuola. E lo riportiamo a casa al pomeriggio.»

«Esce alle...»

«Sì, sappiamo a che ora escono quelli dell'Accademia dei rinco», dice Beaver tutto allegro, poi, prima ancora di vedere le facce costernate degli amici, capisce di aver detto qualcosa di peggio di «fuori». Si tappa la bocca con le mani. Jonesy gli sferra un calcio così possente che per poco non lo fa cadere all'indietro.

«Non gli badi, signora», interviene Henry. Parla a gran velocità, come fa solo quando è imbarazzato. «È solo...»

«Non mi dà fastidio», assicura lei. «Lo so che la chiamano così. Talvolta lo diciamo anche io e Alfie.» Stranamente, quest'argomento sembra di scarso interesse per lei. «Perché?» chiede di nuovo.

E sebbene lei stia guardando Henry, è Beaver a risponderle, a dispetto delle guance in fiamme. «Perché è carino», dice. Gli altri fanno cenno di sì.

Lo accompagneranno a scuola per i prossimi cinque anni, esclusi i giorni in cui è ammalato o quelli in cui loro quattro sono all'Hole in the Wall; negli ultimi tempi Duddits non va più alla scuola Mary M. Snowe, detta anche l'Accademia dei rinco, ma alla scuola professionale di Derry, dove impara a fare biscotti, a sostituire la batteria dell'auto, a contare il resto e farsi il nodo della cravatta (che è sempre perfetto, anche se talvolta gli scende a metà petto). A quel punto la vicenda di Josie Rinkenhauer è archiviata e dimenticata, da tutti tranne che dai genitori della ragazza, che non se la scorderanno mai. In quegli anni, Duddits cresce sino a superarli tutti in statura, diventando un adolescente dinoccolato con una faccia infantile di peculiare bellezza. In quegli anni gli insegnano a giocare a Monopoli in versione semplificata; inventano il Gioco di Duddits e si intrattengono in partite senza fine, talvolta ridendo così forte che Alfie Cavell scende in cucina e vuol sapere che cosa succede, che cosa c'è di tanto buffo, e quando gli spiegano il modo in cui suo figlio segna il punteggio, lui resta lì con aria perplessa, poi dice sempre la stessa cosa - «Non fate crollare il tetto con le risate, ragazzi» - e infine chiude la porta, lasciandoli ai loro intrattenimenti... di cui il migliore era il Gioco di Duddits, una cosa del tutto «fuori», come avrebbe detto Pete. Certe volte Beaver pensava che sarebbe scoppiato dal ridere, e Duddits se ne stava lì, accosciato sul tappeto, con un sorriso da Buddha. Che casino! Tutto questo è ancora nel futuro: adesso c'è solo questa cucina, il sole sbucato di sorpresa, e Duddits in cortile che spinge le altalene. Duddits, entrando nelle loro vite, ha fatto loro un gran favore. Duddits che, come hanno capito sin dall'inizio, è diverso da chiunque altro.

«Non capisco come abbiano potuto», dice all'improvviso Pete. «Il modo in cui piangeva. Non so come abbiano potuto continuare a tormentarlo.»

Roberta Cavell lo guarda mestamente. «I ragazzi più grandi non hanno la stessa percezione del suo pianto», afferma. «Spero che voi non diventiate mai così.»

6

«Jonesy!» gridò Beaver. «Ehi, Jonesy!»

Questa volta ebbe una risposta, soffocata ma inequivocabile. Nella baracca dove veniva custodito il gatto delle nevi c'era un vecchio clacson a pompa, del tipo che, negli anni Venti o Trenta del secolo scorso, un fattorino sarebbe potuto montare sul manubrio della bici. Adesso Beav sentì un uga-uga! un suono che sicuramente avrebbe fatto scoppiare a ridere Duddits, che adorava i rumori forti e strani.

La tenda di plastica azzurra frusciò facendogli venire la pelle d'oca, e per poco non balzò in piedi, pensando che fosse stato McCarthy a muoversi, e rendendosi poi conto che era stato lui stesso a sfiorarla con il gomito. Sotto di lui tutto taceva; la cosa doveva essere morta o sparita. Di sicuro.

Be'... quasi di sicuro.

Beav allungò il braccio dietro di sé, tastò la leva dello sciacquone, poi lasciò ricadere la mano. «Non muoverti», aveva detto Jonesy, e Beaver avrebbe obbedito, ma perché cazzo l'amico non tornava? Se non era riuscito a trovare il nastro, perché non era tornato senza? Ormai erano passati dieci minuti, a dir poco. Sembrava un'ora. Nel frattempo, lui era rimasto lì, seduto sul water, accanto a un cadavere con un culo che sembrava spaccato da una carica di dinamite...

«Almeno continua a strombazzare», borbottò Beaver. «Fammi sapere che ci sei ancora.» Ma Jonesy non lo fece.

7

Jonesy non riusciva a trovare il nastro.

Aveva cercato ovunque, senza trovarlo. Doveva essere da qualche parte, ma non era appeso a un chiodo, né era sul banco da lavoro ingombro di utensili. Non era dietro le latte di vernice, né appeso al gancio con le vecchie mascherine da verniciatore. Guardò sotto il banco, guardò negli scatoloni allineati contro la parete, poi nel vano portaoggetti sotto il sedile dell'Arctic Cat. Lì dentro trovò un faro di scorta e mezzo pacchetto di vetuste Lucky Strike, ma niente nastro. I minuti passavano. Una volta aveva sentito il richiamo di Beav, ma, non volendo tornare senza nastro, aveva risposto con una strombazzata del vecchio clacson, lanciando un uga-uga! che senza dubbio sarebbe piaciuto a Duddits.

Più si affannava a cercare il nastro, più importante gli sembrava il fatto di trovarlo. C'era un gomitolo di spago, ma come si poteva usarlo per legare l'asse del cesso? In uno dei cassetti di cucina c'era del nastro adesivo trasparente, ma non sarebbe stato abbastanza resistente da bloccare quella cosa nel water che, a giudicare dal rumore, doveva essere piuttosto robusta.

Jonesy si fermò accanto all'Arctic Cat, guardandosi intorno con gli occhi sbarrati e passandosi le dita tra i capelli (non si era rimesso i guanti ed era stato lì dentro il tempo sufficiente per congelarsi le dita).

«Ma dove cazzo...?» chiese ad alta voce, battendo il pugno sul banco. Questa mossa fece cadere una pila di scatoline piene di chiodi e viti, dietro le quali c'era un grosso rotolo di nastro telato.

Lo afferrò, se lo cacciò nella tasca del giaccone - almeno quello se lo era infilato, anche se non aveva chiuso la lampo - e si voltò per uscire. Fu allora che Beaver cominciò a gridare. Le urla gli giunsero chiare e nette. Erano possenti, avvolte di dolore.

Jonesy corse verso la baita.

8

La mamma aveva sempre detto a Beaver che gli stuzzicadenti lo avrebbero ucciso, ma di certo non aveva mai immaginato una scena del genere.

Seduto sull'asse, Beaver s'infilò la mano in tasca alla ricerca di uno stuzzicadenti, senza riuscire a trovarlo: erano tutti sparsi sul pavimento. Due o tre non erano finiti nel rivolo di sangue, ma per prenderli avrebbe dovuto alzarsi dal water... alzarsi e chinarsi.

Beaver rifletté. «Non muoverti», aveva detto Jonesy, ma di certo la cosa ormai era sparita; «Immersione, immersione», come dicevano nei film di guerra. Anche se era ancora nella tazza, lui avrebbe alzato le chiappe solo per un secondo o due. Se la cosa avesse fatto un balzo, avrebbe potuto ricacciarla giù, rompendole magari il collo (sempre che ne avesse uno).

Guardò voglioso gli stuzzicadenti. Tre o quattro erano a portata di mano, ma non voleva infilarsi uno stuzzicadenti insanguinato in bocca, considerando la provenienza di quel sangue. Poi c'era un altro particolare. Quella robetta pelosa che cresceva sul sangue, nelle scanalature tra le piastrelle... adesso la vedeva più chiaramente che mai. Era anche sugli stuzzicadenti, ma non su quelli caduti fuori del rivolo di sangue, che erano bianchi e puliti. Mai come in quel momento, Beaver aveva sentito l'impellente necessità di avere un pezzetto di legno sotto i denti.

«Al diavolo», borbottò Beav, protendendosi in avanti. Tese le dita, ma invano. Contrasse i muscoli delle cosce e sollevò il bacino. Afferrò lo stuzzicadenti e, proprio in quel momento, qualcosa colpì il coperchio del water, lo colpì con forza terrificante, sbattendoglielo contro le palle e facendolo cadere in avanti. Nello sforzo disperato per non perdere l'equilibrio, Beaver afferrò la tenda della vasca, che però si staccò dal tubo metallico con un tinitinnio di anelli. Scivolò sul sangue e cadde in avanti come sbalzato dal meccanismo di espulsione di un sedile. Alle sue spalle, sentì l'asse del water schizzare verso l'alto con tanta forza da incrinare il serbatoio di porcellana dello sciacquone.

Qualcosa di pesante e bagnato atterrò sulla sua schiena. Qualcosa che sembrava una coda o un verme o un tentacolo si insinuò tra le sue gambe e gli strinse le palle già doloranti. Beaver lanciò un urlo, sollevando il mento dalle piastrelle insanguinate, gli occhi fuori della testa. La cosa, che gli stava appiccicata addosso dalla nuca al fondo della schiena, come un tappeto arrotolato e vivente, cominciò a emettere acuti squittii febbrili, come una scimmia idrofoba.

Beaver urlò di nuovo, si trascinò verso la porta, poi si puntellò su mani e ginocchia cercando di scrollarsi di dosso la cosa. Il tentacolo muscoloso tra le gambe si contrasse di nuovo e, in quella liquida pozza di dolore che era adesso il suo inguine, ci fu un piccolo plop.

Cristo, pensò Beav. Gesùmatto, dev'essere stata una delle mie palle.

Gemendo, sudando, la lingua saettante tra le labbra come quella di una marionetta impazzita, Beaver fece l'unica cosa che gli venne in mente: si girò sulla schiena cercando di schiacciare la cosa contro le piastrelle. Quella gli squittì nelle orecchie, quasi assordandolo, e cominciò a dimenarsi freneticamente. Beaver afferrò la coda ripiegata tra le sue gambe, che era liscia sopra e spinosa sotto, come se fosse coperta di gancetti formati da pelo incrostato. Ed era bagnata. Acqua? Sangue? Entrambi?

«Ahhh! Ahhh! O Dio, molla la presa! Gesù! Le mie povere palle!»

Prima che lui riuscisse a infilare la mano sotto la coda, una fila di aghi gli penetrò nel collo. Beaver alzò di scatto la testa, ululando, poi la cosa lo mollò. Cercò di rimettersi in piedi. Dovette puntellarsi sulle mani perché nelle gambe non aveva più forza. Le mani scivolarono sul sangue. Oltre al sangue di McCarthy, il pavimento adesso era coperto con l'acqua torbida fuoriuscita dallo sciacquone incrinato e la superficie piastrellata era come una pista da pattinaggio.

Quando infine fu in piedi, vide qualcosa attaccato allo stipite della porta. Sembrava una specie di donnola mutante - niente zampe ma dotata di una coda spessa, rosso-dorata. Non aveva una testa vera e propria, solo una specie di viscida protuberanza con due occhi neri e febbrili.

La parte inferiore della protuberanza si aprì, mettendo in mostra una fila di denti. A Beaver parve come una specie di serpente, la protuberanza tesa all'attacco, la coda glabra avvolta intorno allo stipite. Beaver urlò e alzò una mano davanti al viso. Tre dita sparirono. Non provò alcun dolore... o forse tutto era stato soffocato dall'orrenda lacerazione del testicolo. Cercò di indietreggiare, ma con l'incavo dietro le ginocchia sbatté contro il water. Non c'era luogo in cui trovare riparo.

La cosa era dentro di lui? trovò il tempo di pensare Beaver. Era in lui?

Poi svolse le spire della coda o del tentacolo o di quel che era e si avventò contro di lui, la parte superiore della rudimentale testa invasa dagli occhi ottusamente furibondi, la parte inferiore irta di aghi di osso. In lontananza, in un qualche universo in cui poteva ancora esserci una vita normale, Jonesy gridava il suo nome, ma ormai era tardi, troppo tardi.

La cosa partorita da McCarthy atterrò sul petto di Beav con uno schiocco. Puzzava come le scoregge, un misto di etere e di gas metano. La frusta muscolosa che costituiva la parte inferiore del suo corpo si avvolse intorno alla vita di Beaver. La testa schizzò in avanti e i denti si chiusero sul naso di Beaver.

Urlando, menando pugni, Beaver cadde all'indietro, sul water. Il sedile e il coperchio si erano sollevati quando la cosa era balzata fuori. 11 coperchio era rimasto alzato ma il sedile era ricaduto al suo posto. Beav vi atterrò sopra, lo ruppe e finì con il sedere infilato nel cesso mentre la cosa lo stringeva alla vita e gli morsicava la faccia.

«Beaver! Beav, cosa...»

Beaver sentì la cosa irrigidirsi contro di lui, letteralmente irrigidirsi, come un cazzo in erezione. La stretta intorno alla vita si rafforzò per poi allentarsi. Il muso ebete si girò al suono della voce di Jonesy, e, attraverso una cortina sanguinolenta e con occhi semispenti, Beav vide l'amico che, a bocca aperta, era sulla soglia, tenendo in mano un rotolo di nastro adesivo (adesso non serve più, pensò Beaver, proprio no). Jonesy, impietrito dall'orrore, se ne stava sulla porta, del tutto inerme. Il prossimo pasto della cosa.

«Jonesy, fuori di qui!» gridò Beaver. La voce era gorgogliante, impastata da una boccata di sangue. Sentì la cosa sul punto di scattare e la strinse tra le braccia come un'amante. «Fuori! Chiudi la porta! Br...» Bruciala, avrebbe voluto dire. Chiudila dentro, chiudi dentro tutti e due, bruciala, bruciala viva, io me ne starò qui col culo nel water, abbracciandola stretta, e morrò contento se potrò sentire l'odore della sua carne che brucia. Ma la cosa si dimenava con troppa forza e Jonesy se ne stava lì, con il rotolo dì nastro in mano e la bocca spalancata, e, accidenti, assomigliava proprio a Duddits, rincoglionito senza speranza. Poi la cosa sferrò un ultimo assalto alla sua preda e, prima che il mondo esplodesse per l'ultima volta, Beaver formulò un pensiero finale, incompleto: Accidenti, quegli stuzzicadenti. Mamma ha sempre detto che...

Poi l'esplosione rossonera e, in lontananza, il suono delle sue grida, le ultime.

9

Jonesy vide Beaver incastrato nel water, con appiccicato addosso qualcosa che sembrava un gigantesco verme rosso-dorato. Lanciò un grido e la cosa - neri occhi da squalo e una fila di denti - si girò verso di lui. Aveva qualcosa tra i denti, qualcosa che non poteva essere quanto restava del naso maciullato di Beaver, ma che probabilmente lo era.

Scappa! gridò a se stesso, poi: Salvalo! Salva Beaver!

Lacerato da due imperativi di pari forza, rimase impietrito sulla soglia, con l'impressione di pesare una tonnellata. La cosa tra le braccia di Beaver emetteva un folle squittio che gli penetrava in testa e gli evocava un ricordo remoto, che non riusciva a mettere a fuoco.

Beaver gli gridava di scappare, di chiudere la porta, e la cosa si girò di nuovo, come se quella voce gli avesse ricordato un'impresa temporaneamente accantonata, e questa volta il suo obiettivo furono gli occhi di Beaver, il quale si contorceva e urlava, cercando di trattenere la cosa che squittiva e strideva e mordeva, la coda, o quel che era, avvolta intorno alla vita della vittima, strisciando poi sotto la tuta, sulla pelle, i piedi di Beaver scaldanti sulle piastrelle, i tacchi degli stivali che sollevavano spruzzi di acqua sanguinolenta, la sua ombra ondeggiante sulla parete, e quella roba muffosa adesso diffusa ovunque, in rapida crescita...

Jonesy vide l'amico ricadere all'indietro in una convulsione estrema; vide la cosa allentare la presa e scansarsi mentre Beaver cadeva giù dal water, finendo con il torso addosso a McCarthy. La cosa finì a terra e strisciando - Cristo, quanto era rapida - venne verso di lui. Jonesy fece un passo indietro e chiuse la porta proprio un istante prima che la cosa vi sbattesse contro, con un tonfo simile a quello che aveva prodotto buttandosi contro l'asse del water. La porta tremò sotto il suo impatto. La luce che filtrava da sotto l'uscio sparì e ricomparve mentre la cosa si spostava avanti e indietro sulle piastrelle, poi ci fu un altro colpo. Il primo pensiero di Jonesy fu di correre a prendere una sedia per incastrarla sotto la maniglia, ma quella era una fesseria perché la porta si apriva verso l'interno del bagno. Il vero problema era se la cosa sapeva che cos'era una maniglia e se era in grado di raggiungerla.

Come se gli avesse letto nel cervello - e chi poteva escludere questa eventualità? - quella strisciò e Jonesy sentì una forzatura alla maniglia. La cosa aveva una forza incredibile. Jonesy bloccò la maniglia con entrambe le mani. Quando la pressione aumentò, ebbe la certezza che la cosa sarebbe riuscita ad abbassarla nonostante la sua presa, e, in un istante di panico, per poco non scappò via.

A fermarlo fu il ricordo della velocità con cui l'essere si muoveva. Non arriverei neppure a metà soggiorno prima di ritrovarmela addosso, pensò, chiedendosi come mai quella stanza fosse così grande. Mi raggiungerebbe, mi salirebbe sulla gamba, poi...

Rafforzò la presa sulla maniglia, digrignando i denti. Anche l'anca gli doleva. Quella maledetta anca avrebbe rallentato la sua corsa, e questo grazie al professore in pensione, quel fottuto stronzo di professore che non sarebbe dovuto mai essere al volante comunque, grazie, prof, grazie tante, e se non riusciva a tenere chiusa la porta e non ce la faceva a correre, che cosa poteva succedergli?

Quello che era capitato a Beaver, naturalmente. Quello che aveva tra i denti, infilzato come uno spiedino, era proprio il naso di Beav.

Gemendo, Jonesy tenne ferma la maniglia. Per un istante la pressione aumentò, poi sparì. Dall'altra parte dell'uscio, la cosa squittì irata. Jonesy sentiva l'odore di etere.

Come faceva a stare attaccata alla porta? Da quanto aveva visto, non aveva arti, ma era munita solo di una specie di coda rossiccia, quindi come...

Sentendo il crepitio di legno spezzato all'interno della porta, all'altezza della sua testa, capì. Stava attaccata con i denti. L'idea ispirò a Jonesy un irrazionale orrore. Quella cosa aveva albergato nel corpo di McCarthy, di questo era certo. E dentro di lui era cresciuta come una gigantesca tenia in un film dell'orrore. Come un cancro, un cancro munito di denti. E, una volta cresciuta a sufficienza, quando si era sentita matura per compiere imprese più grandi e impegnative, per così dire, era uscita aprendosi un varco con i denti.

«No, no», disse Jonesy con voce gemente e gorgogliante.

La maniglia cominciò a girare nel senso opposto. Jonesy se l'immaginava incollata alla porta come una sanguisuga zannuta, la coda o tentacolo avvolti intorno alla maniglia come il cappio di un boia, a tirare...

«No, no, no», ansò Jonesy, stringendo la maniglia con tutte le sue forze. Gli stava sfuggendo di mano. Sentiva il sudore sul viso e sulle mani.

Sotto i suoi occhi inorriditi, sul legno comparve una costellazione di minuscole escrescenze. Erano in corrispondenza dei denti conficcati nella porta. Presto le punte sarebbero sbucate e lui avrebbe visto le zanne che avevano strappato il naso dell'amico.

E a quel punto prese piena coscienza della morte di Beaver.

«L'hai ucciso!» gridò alla cosa dietro la porta, la voce tremante di dolore e terrore. «Hai ucciso Beav!»

Sulle guance in fiamme corsero lacrime di fuoco. Beaver con il giubbotto di pelle nera («Hai un sacco di lampo!» aveva detto la mamma di Duddits quando si erano conosciuti), Beaver al ballo della scuola che danzava come un cosacco, i piedi scaldanti e le braccia incrociate sul petto, Beaver al ricevimento per le nozze di Carla e Jonesy, che abbracciando l'amico gli diceva: «Devi essere felice, devi essere felice per tutti noi». E solo allora lui aveva capito che Beaver non lo era... su Henry e Pete non aveva mai avuto dubbi, ma Beav? E adesso era morto, era mezzo dentro e mezzo fuori della vasca da bagno, crollato sul maledetto Richard «Sto-alla-porta-e-busso» McCarthy.

«L'hai ucciso, stronzo!» gridò rivolto alle escrescenze sulla porta, che prima erano sei e adesso erano nove, no, diavolo, dodici.

Come colpita dalla sua rabbia, la cosa allentò la pressione sulla maniglia. Jonesy si guardò attorno nella disperata ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo, non vide nulla e abbassò gli occhi. A terra c'era il rotolo di nastro. Avrebbe potuto chinarsi a raccoglierlo, ma per farne che? Gli occorrevano due mani per svolgere il nastro, e i denti per strapparlo, ma se anche ci fosse riuscito, a che cosa sarebbe servito, visto che non era nemmeno in grado di tenere ferma la maniglia?

Che adesso riprese a girare. Jonesy tenne duro, ma ora cominciava a stancarsi, l'adrenalina si stava trasformando in piombo, i palmi erano più scivolosi che mai, e quell'odore... quell'odore di etere si era fatto più netto, depurato com'era dai gas del corpo di McCarthy, e come poteva essere così forte anche fuori della porta? A meno che...

Nella frazione di secondo che precedette la rottura del perno che collegava le due maniglie, quella interna e quella esterna, Jonesy si accorse che adesso il buio era aumentato. Appena appena. Come se qualcuno gli fosse sopraggiunto alle spalle, mettendosi tra lui e la luce, tra lui e la porta sul retro.

Il perno si spezzò. Jonesy si ritrovò in mano la maniglia esterna e la porta cominciò a girare sui cardini, tirata dal peso della cosa anguillosa. Con un grido, Jonesy lasciò andar giù la maniglia che cadde sul rotolo di nastro e scivolò via.

Si voltò per darsela a gambe e si vide davanti un uomo grigio.

Era uno sconosciuto, ma, in certo qual modo, non gli era affatto ignoto. Aveva visto centinaia di raffigurazioni di quella creatura negli show televisivi «del mistero», sulle prime pagine di giornalacci pieni di orrori serio-comici su cui posavi l'occhio quando facevi la coda al supermercato, in film come ET e Incontri ravvicinati e Bagliori nel buio; il Mr Gray che era uno dei capisaldi di X-Files.

Tutte le immagini ci avevano azzeccato almeno per quel che riguardava gli occhi, quegli enormi occhi neri simili a quelli della cosa che aveva lacerato il culo di McCarthy, e in parte anche la bocca - una rudimentale fessura - ma la pelle grigia ricadeva in pieghe flosce, come la pelle di un vetusto elefante morente. Dalle rughe colava un pus giallastro; e la stessa sostanza gocciolava dagli occhi fissi. Chiazze di quella roba erano finite sul pavimento del soggiorno e sul tappeto navajo sotto l'acchiappasogni. Da quanto era lì Mr Gray? Era stato fuori casa a guardare Jonesy che dalla baracca correva verso il bagno tenendo in mano l'inutile rotolo di nastro?

Non lo sapeva. Sapeva solo che Mr Gray stava morendo, e che doveva scansarlo per scappare perché la cosa nel bagno si era buttata a terra con un gran tonfo. L'avrebbe inseguito.

Marcy, disse Mr Gray.

Si espresse con estrema chiarezza, pur non muovendo la rudimentale bocca. Jonesy sentì la parola risuonargli al centro della testa, nello stesso punto in cui sentiva sempre il pianto di Duddits.

«Che vuoi?»

La cosa gli passò sui piedi, ma Jonesy la notò appena. Come a stento si accorse che si accoccolava tra i piedi nudi dell'uomo grigio.

Per favore, piantala, implorò Mr Gray nella testa di Jonesy. Era il clic. Anzi, era la riga. Talvolta la riga la vedevi, altre volte la sentivi, così come quella volta aveva sentito il percorso dei pensieri di Defuniak. Non ne posso più, fatemi un'iniezione, dov'è Marcy?

Quel giorno la morte mi cercava, pensò Jonesy. Mi aveva mancato in strada, mancato all'ospedale, e da allora mi ha sempre cercato. Finalmente mi ha trovato.

Poi la testa della cosa esplose, si spaccò liberando una nube di particelle rosso-arancione che puzzavano di etere.

Jonesy le inalò.

CAPITOLO OTTO

ROBERTA

La madre di Duddits, che adesso era una vedova cinquantottenne, ingrigita (ma ancora uno scricciolo di donna con un debole per i vestiti a fiori), sedeva davanti al televisore nell'appartamento del complesso residenziale West Derry Acres in cui ora abitava con il figlio. Dopo la morte di Alfie aveva venduto la casa in Maple Lane. Avrebbe potuto permettersi di tenerla - Alfie le aveva lasciato soldi in abbondanza, cui si erano aggiunti il premio dell'assicurazione sulla vita, più la sua quota della ditta di importazione di ricambi d'auto che il marito aveva creato nel 1975 - ma era troppo grande e troppo piena di ricordi, al piano di sopra come al piano di sotto. Sopra c'era la camera da letto in cui lei e Alfie avevano dormito e chiacchierato e fatto l'amore. Sotto c'era la tavernetta in cui Duddits e i suoi amici avevano passato tanti pomeriggi e tante serate. Nell'ottica di Roberta, quei ragazzi erano stati un dono del cielo, angeli sboccati ma dal cuore tenero, che, quando Duddits aveva cominciato a dire: «Fan», le avevano assicurato che il figlio si riferiva al nuovo cucciolo di Pete. Lei, naturalmente, aveva fatto finta di crederci.

Troppi ricordi, troppi fantasmi di tempi più lieti. Poi c'era stata la malattia di Duddits. Ormai durava da due anni, e nessuno dei vecchi amici ne era al corrente perché non venivano più a trovarlo, e lei non aveva il coraggio di prendere il telefono e comunicarlo a Beaver, che avrebbe poi avvertito gli altri.

Adesso se ne stava davanti al televisore dove quelli dei telegiornali locali, anziché inserirsi in continuazione nelle soap pomeridiane, trasmettevano ininterrottamente notiziari e aggiornamenti. Roberta rimase in ascolto, impaurita, e nel contempo affascinata, da quanto stava avvenendo su al Nord. La cosa più inquietante era che nessuno sembrava sapere esattamente di che cosa si trattasse, o quanto gravi fossero gli eventi. In una remota zona del Maine, a circa duecentocinquanta chilometri da Derry, risultava dispersa una decina di cacciatori. Quello sembrava chiaro. Roberta non ne era sicurissima, ma supponeva che gli inviati stessero parlando della zona di Jefferson, dove i ragazzi erano soliti andare a caccia riportandone storie tremende che incantavano e spaventavano Duddits.

Che quei cacciatori fossero rimasti isolati dalla ventina di centimetri di neve caduti durante la bufera? Forse. Nessuno lo sapeva con certezza, ma quattro persone che erano andate nella zona di Kineo risultavano davvero disperse. Le loro foto comparivano spesso sullo schermo, accompagnate dai nomi: Otis, Roper, McCarthy, Shue. L'ultima era una donna.

Di per sé, la sparizione di alcuni cacciatori non avrebbe giustificato l'interruzione delle soap pomeridiane, ma stavano emergendo altri particolari. La gente aveva visto strane luci multicolori apparire in cielo. Due cacciatori di Millinocket che erano stati nella zona di Kineo due giorni prima affermavano di aver avvistato un oggetto a forma di sigaro librarsi sopra il tracciato disboscato in cui passavano i cavi della linea elettrica. L'oggetto, a detta loro, non aveva rotori né altri mezzi visibili di propulsione. Se ne stava lì, sei metri sopra i cavi, emettendo un forte ronzio che ti penetrava nelle ossa. E, a quanto pareva, nei denti. Entrambi i cacciatori affermavano di aver perso alcuni denti, anche se, quando avevano aperto la bocca per confermare le loro parole, Roberta pensò che anche quelli rimasti sembravano sul punto di cadere. Quei cacciatori erano a bordo di un vecchio pickup Chevrolet, e, quando avevano cercato di avvicinarsi di più all'oggetto, il motore si era spento. Uno di loro aveva un orologio a batteria che per tre ore dopo l'evento aveva camminato in senso antiorario e infine aveva cessato di funzionare (l'orologio di un altro, con carica meccanica, andava benissimo). Secondo l'inviato, nelle ultime due settimane svariati cacciatori e abitanti della zona avevano visto degli Ufo, alcuni a forma di sigaro, altri, più tradizionali, a forma di disco. Nello slang militare, disse il giornalista, il verificarsi di questi avvistamenti veniva definito un «flap».

Cacciatori dispersi, Ufo. Eventi stuzzicanti, e certamente degni di un servizio d'apertura, ma adesso c'era dell'altro. E di ben peggio. Erano solo voci, naturalmente, e Roberta sperò che si rivelassero prive di fondamento, tuttavia erano abbastanza inquietanti da tenerla incollata davanti al televisore per due ore, bevendo troppo caffè e sentendosi sempre più agitata.

I particolari più allarmanti riguardavano la caduta di un qualche velivolo nei boschi, non lontano dal punto in cui i cacciatori avevano affermato di aver visto il sigaro sospeso sopra i cavi dell'elettricità. Quasi altrettanto inquietante era la notizia che una vasta area della contea di Aroostook, in gran parte di proprietà di cartiere, era stata isolata e messa in quarantena.

Alla base dell'Air National Guard di Bangor, un uomo alto, pallido, con gli occhi infossati (posizionato davanti a un cartello con la scritta CASA DI MATTI) fece una breve dichiarazione alla stampa, sostenendo che nessuna voce rispondeva al vero, ma che era in corso la verifica di «svariati resoconti contraddittori». Nel sottopancia si leggeva il suo nome: ABRAHAM KURTZ. Roberta non era riuscita a stabilire quale fosse il suo grado, e neppure se fosse, di fatto, un militare. Indossava una tuta verde priva di qualsiasi distintivo o scritta. Nei suoi occhi, che erano grandi e orlati di ciglia bianche, c'era qualcosa che a Roberta piaceva ben poco. Le sembravano occhi da bugiardo.

«Può almeno confermarci che il velivolo precipitato non è straniero... né di origini extraterrestri?» chiese un inviato.

«ET... telefono... casa», rise Kurtz, imitato anche da gran parte dei giornalisti, e nessuno, tranne Roberta che guardava il servizio a casa sua, parve rendersi conto che quella non era affatto una risposta.

«Può confermarci che l'area di Jefferson non è stata messa in quarantena?» chiese un altro inviato.

«A questo punto, non posso né smentire né confermare», rispose Kurtz. «Stiamo affrontando la faccenda con la massima serietà. Signore e signori, oggi i soldi dei contribuenti vengono impiegati al meglio.» Poi si girò e si diresse verso un elicottero che recava sul fianco la sigla ANG.

Quel servizio era stato registrato alle nove e quarantacinque del mattino, secondo l'annunciatore. Il servizio successivo era stato girato a bordo di un Cessna che Channel 9 News aveva noleggiato per sorvolare l'area di Jefferson. Le riprese erano mosse e la neve era fitta, ma non abbastanza da oscurare i due elicotteri che, come grandi libellule marrone, avevano affiancato il piccolo aereo. C'era una trasmissione via radio, tanto disturbata che Roberta dovette leggere la trascrizione riportata in sovraimpressione: È PROIBITO SORVOLARE QUESTA ZONA, VI ORDINIAMO DI TORNARE AL PUNTO DI ORIGINE DEL VOLO. RIPETIAMO: È PROIBITO SORVOLARE QUESTA ZONA. TORNATE INDIETRO.

La proibizione di sorvolare la zona equivaleva a una quarantena? Roberta pensò che doveva essere così, anche se i tipi come Kurtz erano portati a cavillare sui termini. Le lettere sulla fiancata dell'elicottero erano chiaramente visibili: ANG. Uno di essi poteva essere quello che aveva portato da quelle parti Abraham Kurtz.

Il pilota del Cessna: CHI COMANDA QUESTA OPERAZIONE?

Radio: TORNATE INDIETRO, PRIMA CHE VI COSTRINGIAMO A FARLO.

L'aereo si era ritirato. E, come riferì l'annunciatore, era comunque a corto di carburante. Come se quello spiegasse tutto. Da quel punto in poi, alla televisione avevano solo rimasticato le stesse notizie, chiamandole «aggiornamenti». Presumibilmente, le grosse reti nazionali stavano inviando corrispondenti nella zona.

Roberta stava per spegnere il televisore - quei notiziari cominciavano a renderla nervosa - quando Duddits lanciò un grido. Con una stretta al cuore, schizzò in piedi, si voltò urtando il tavolino accanto alla poltrona reclinabile che un tempo era stata di Alfie e adesso era sua, e rovesciò la tazza del caffè, che inzuppò la Guida Tv.

All'urlo seguì un singhiozzare acuto, isterico, infantile. Ma quello era tipico di Duddits, che, pur avendo adesso più di trent'anni, sarebbe morto bimbo, molto prima dei quaranta.

Per un istante Roberta si bloccò. Infine si mosse, rimpiangendo che Alfie non fosse con lei... o, meglio ancora, che non ci fosse almeno uno dei ragazzi. Non che fossero più ragazzi, naturalmente; solo Duddits era rimasto tale, trasformato in Peter Pan dalla sindrome di Down, e destinato a raggiungere presto l'Isola che non c'è.

«Arrivo, Duddie!» gridò lei, e così fece, ma, precipitandosi lungo il corridoio verso la camera del figlio, si sentì molto vecchia, con il cuore che batteva fiacco, e le anche attanagliate dall'artrite. Per lei niente Isola.

«Arrivo, mamma arriva!»

Singhiozzi su singhiozzi, come se avesse il cuore infranto. Duddits aveva urlato la prima volta che gli erano sanguinate le gengive dopo essersi lavato i denti, ma da anni non piangeva così, con quel singhiozzare che ti penetrava nella testa e ti aggrediva il cervello.

«Duddie, cosa c'è?»

Si precipitò in camera e lo guardò, talmente convinta che avesse un'emorragia da vedere di fatto sangue. Ma c'era solo Duddits, che si dondolava avanti e indietro nel letto regolabile da ospedale, le guance rigate di lacrime. Gli occhi erano verdi e luminosi come sempre, ma il resto aveva perso ogni traccia di colore. Anche i capelli erano spariti, quei bei capelli biondi e ricciuti che le ricordavano Art Garfunkel da giovane. La tenue luce invernale che filtrava dalla finestra brillava sul cranio pelato, sui flaconi allineati sul comodino (pillole per le infezioni, pillole analgesiche, ma nessun medicamento capace di fermare o rallentare il male di cui era affetto), riluceva sull'asta della flebo accanto al letto.

Ma, a quanto Roberta poteva vedere, non c'era nulla di insolito. Nulla che potesse giustificare la grottesca espressione di dolore dipinta sul volto del figlio.

Sedette accanto a lui e strinse al petto la testa dondolante. Nonostante lo stato d'agitazione, Duddits aveva la pelle fredda; il sangue impoverito, morente, non riusciva a far affluire il calore alle guance. Roberta ripensò a quando, da ragazzina, aveva letto Dracula, ricordando quel delizioso senso di terrore che si era rivelato assai meno delizioso quando si era ritrovata a letto con le luci spente e la camera piena di ombre. Ricordò quanto fosse stata lieta che i vampiri non esistessero veramente, ma adesso sapeva che non era proprio così. Almeno un vampiro c'era, ed era più terrorizzante di qualsiasi conte della Transilvania; il suo nome non era Dracula bensì leucemia, e nel suo cuore non potevi conficcare un paletto.

«Duddits, Duddie, tesoro, cosa c'è?»

Lui urlò di nuovo contro il suo petto, facendole dimenticare gli eventi della zona di Jefferson, raggelandole il cuoio capelluto e dandole la pelle d'oca. «Eaver oto! Eaver oto! O amma, Eaver oto!» Non c'era bisogno di chiedergli di ripeterlo con maggiore chiarezza: lei ascoltava il figlio da una vita e capiva benissimo che cosa le stava dicendo: Beaver è morto! Beaver è morto! Oh, mamma, Beaver è morto!

CAPITOLO NOVE

PETE E BECKY

1

Pete, riverso nel solco innevato dove era caduto, gridò e gridò sino a che non ebbe più fiato, poi rimase lì fermo, cercando di affrontare il dolore, di arrivare a un compromesso. Non ce la faceva. Era una sofferenza insanabile, un Blitzkrieg di dolore. Non aveva idea che al mondo potesse esserci un male simile: se lo avesse immaginato, sarebbe rimasto con la donna. Con Marcy, sebbene quello non fosse il suo nome. Quasi sapeva il suo nome, ma che importava? Era lui quello nei guai, con quelle fitte lancinanti al ginocchio, brucianti e terribili.

Rimase tremante in mezzo alla strada, con il sacchetto di plastica al fianco. Allungò la mano per controllare se qualche bottiglia fosse rimasta intatta e, spostando la gamba, sentì al ginocchio una scossa terrificante, che ridusse gli altri dolori a semplici pruriti. Un altro urlo, e perse i sensi.

2

Quando rinvenne, non riuscì a stabilire la durata dello svenimento: a giudicare dalla luce non doveva essere passato molto tempo, ma i piedi erano intirizziti, e così pure le mani, nonostante i guanti.

Era girato su un fianco, il sacchetto delle birre ridotto una pozza di nevischio ambrato. Il dolore al ginocchio si era in parte attenuato - forse anche la gamba cominciava a congelarsi - e questo gli aveva restituito la facoltà di pensare. Ottima cosa, perché si ritrovava davvero in un bel casino. Doveva tornare accanto al fuoco del riparo, e doveva riuscirci da solo. Se fosse rimasto qui in attesa di Henry e del gatto delle nevi, si sarebbe trasformato in un ghiacciolo, un ghiacciolo con un sacchetto pieno di bottiglie di birra infrante, grazie per esserti servito da noi, stupido alcolista, grazie tante. E poi bisognava pensare anche alla donna, che rischiava di morire solo perché Pete Moore non aveva potuto fare a mano del suo goccetto.

Schifato, guardò il sacchetto. Non poteva scagliarlo nel bosco; non poteva rischiare di riaccendere il dolore al ginocchio. Allora lo coprì di neve, come un cane che copre la propria merda, e cominciò a strisciare.

A quanto pareva, il ginocchio non era poi così intorpidito. Pete strisciava sui gomiti, spingendo con la gamba sana, stringendo i denti, i capelli sugli occhi. Gli animali erano spariti, e lui era rimasto solo, in compagnia del suo respiro e dei gemiti soffocati che emetteva ogni volta che il ginocchio ferito urtava terra. Sentiva il sudore colargli lungo la schiena e le braccia, ma piedi e mani erano intirizziti.

Si sarebbe dato per vinto se, a metà del rettilineo, non avesse visto baluginare il fuoco che lui ed Henry avevano acceso. Consumato, sì, ma ancora lì. Pete cominciò a strisciare verso di esso, cercando di proiettare i dolori nelle scintille arancione del fuoco. Voleva arrivare a destinazione. Non voleva morire assiderato nella neve.

«Ce la faccio, Becky», borbottò. «Ce la faccio, Becky.» Aveva pronunciato quel nome una decina di volte prima di rendersi conto di averlo usato.

Avvicinandosi al fuoco, si fermò a guardare l'orologio e rimase perplesso. Segnava le undici e quaranta o giù di lì, e quella era pura follia: aveva guardato l'ora prima di mettersi in cammino verso la Scout e allora erano le dodici e venti. Un'occhiata più attenta gli svelò l'origine di quella confusione. L'orologio camminava all'indietro, la lancetta dei secondi si muoveva in direzione antioraria, a piccoli scatti spasmodici. Osservò quel particolare senza grande sorpresa. Non era più in grado di badare a simili dettagli. Neppure la gamba lo turbava più di tanto. Aveva molto freddo e si sentiva scosso da brividi irrefrenabili mentre percorreva strisciando gli ultimi cinquanta metri.

La donna non era più sulla cerata. Adesso era al lato opposto del fuoco, come se si fosse trascinata fin lì per essere più vicina ai ciocchi ancora ardenti e poi fosse crollata.

«Ciao, cara, sono tornato», ansò Pete. «Ho avuto dei disguidi col ginocchio, ma ora sono qui. E poi la ferita al ginocchio è colpa tua, Becky, quindi non lamentarti. Becky, ti chiami così, vero?»

Lei, quale che fosse il suo nome, non rispose. Lo fissava e basta. Pete vedeva solo uno dei suoi occhi, ma non sapeva se fosse lo stesso di prima. Adesso non gli sembrava più così inquietante, forse perché aveva ben altre preoccupazioni. Come il fuoco. Si stava estinguendo, ma c'era ancora un buono strato di braci e quindi era possibile ravvivarlo. Aggiungere qualche ciocco a quel tesorino, poi sdraiarsi lì accanto alla sua fanciulla Becky (sopravvento, però, perché quelle scoregge erano infami). Aspettare il ritorno di Henry. Non sarebbe stata la prima volta che Henry lo aveva tratto dai pasticci.

Pete strisciò verso la donna e il mucchietto di ciocchi dietro di lei e, avvicinandosi - quel tanto che bastava per sentire di nuovo il puzzo di etere - capì come mai l'occhio non lo turbasse più. Il bagliore da mostro mitologico era sparito. Tutto era sparito. La donna si era trascinata accanto al fuoco ed era morta. La coltre di neve che la copriva era rossa e scura all'altezza dei fianchi e della vita.

Pete si fermò un attimo, puntellandosi sulle braccia doloranti per scrutarla meglio, ma l'interesse che provava per lei non era molto più vivo di quello che aveva provato per l'orologio che camminava all'indietro. Voleva solo aggiungere legna al fuoco e scaldarsi. Alla donna avrebbe pensato dopo. Il mese prossimo, magari, quando si fosse ritrovato nel soggiorno di casa sua con un'ingessatura alla gamba e una tazza di caffè caldo.

Raggiunse la scorta di legna. Ne restavano solo quattro pezzi, ma erano grossi. Henry sarebbe potuto essere di ritorno prima che si consumassero tutti, e ne avrebbe raccattato degli altri prima di andare in cerca di aiuto. Il buon vecchio Henry. In quest'epoca di lenti a contatto morbide e di interventi eseguiti con il laser, lui portava ancora quei ridicoli occhiali con la montatura di corno, ma era un tipo affidabile.

Pete, con la mente, sarebbe voluto riandare al momento in cui, sgusciando nella Scout, aveva sentito l'odore di quella colonia che di fatto Henry non si era spruzzato addosso, ma si impose di non farlo. Non andare là, ordinò alla sua mente, come avrebbe fatto con un bambino. Come se la memoria fosse una destinazione vera e propria. Basta colonia fantasma, basta ricordi di Duddits. Basta lanci, basta partite. Aveva fin troppe cose per le mani.

Buttò i ciocchi sul fuoco uno alla volta, artigliato dal dolore al ginocchio, ma godendosi la vista delle scintille che si sollevavano turbinando sotto il tetto di lamiera come lucciole impazzite.

Henry sarebbe tornato presto. Era l'unico pensiero cui aggrapparsi. Guardare le lingue di fuoco e aggrapparsi a quel pensiero.

No, non tornerà. Perché le cose sono andate storte all'Hole in the Wall. Qualcosa che ha a che fare con...

«Rick», disse ad alta voce guardando le fiamme che mordevano la nuova legna. Ben presto il fuoco sarebbe divampato.

Si tolse i guanti tirandoli con i denti e tese le mani verso il fuoco. Il taglio sul palmo della destra era lungo e profondo. Avrebbe lasciato una cicatrice, ma che importava? Che cos'era una cicatrice o due tra amici? E loro erano amici, no? Sì. La vecchia gang di Kansas Street, i Pirati Rossi con i pugnali di plastica e le spade laser di Guerre Stellari. Una volta avevano fatto qualcosa di eroico... anzi due, contando anche l'episodio della Rinkenhauer. Quella volta le loro foto erano apparse sul giornale, e allora che cosa contava qualche cicatrice? E che importava se una volta forse - ma il forse era d'obbligo - avevano ucciso un tizio? Perché se mai c'era uno che meritava di essere ucciso...

Ma non si sarebbe avventurato neppure in quei pensieri. Assolutamente no.

Però vedeva la riga. Che gli piacesse o no, vedeva la riga, più netta che mai. Soprattutto vedeva Beaver... E lo sentiva. Proprio al centro alla testa.

Jonesy? Ci sei?

«Non muoverti, Beav», gemette Pete guardando le fiamme scoppiettanti. Adesso il calore del fuoco sul volto gli dava una certa sonnolenza. «Rimani dove sei. Non ti muovere...»

Ma che cos'era quella faccenda? «Cos'è tutto questo strazia-cazzo?» come talvolta diceva Beaver quand'erano bambini, una frase che non mancava mai di farli ridere. Pete intuiva che, volendo, avrebbe potuto scoprirlo perché la riga era luminosissima. Ebbe una fulminea visione di piastrelle azzurre, una tenda azzurra, un berretto arancione - quello di Rick - e capì che, se avesse voluto, avrebbe potuto evocare anche il resto. Non sapeva se questo fosse il futuro, il passato o il presente, ma avrebbe potuto scoprirlo se...

«Non voglio», decise, respingendo la visione.

A terra erano rimasti alcuni rametti. Pete li buttò sul fuoco, poi guardò la donna. L'occhio sbarrato non esprimeva alcuna minaccia. Era opaco, come quelli dei cervi uccisi. E tutto quel sangue intorno a lei... doveva aver avuto un'emorragia. Pete immaginò che, aspettandosela, si fosse seduta in mezzo alla strada affinché qualcuno la trovasse. E così era stato, ma guarda un po' com'erano andate le cose. Povera disgraziata. Povera malcapitata.

Pete si girò lentamente a sinistra sino ad afferrare la cerata, poi cominciò a strisciare di nuovo. La cerata era stata una slitta improvvisata, e ora poteva diventare un sudario altrettanto improvvisato. «Mi spiace», disse. «Becky o come cavolo ti chiami, mi spiace davvero. Ma anche restando qui con te non ti sarei stato d'aiuto. Non sono un medico: sono un disgraziato venditore d'auto. Tu eri...»

... fottuta in partenza era la conclusione prevista per quella frase, ma le parole gli si spensero in gola notando la schiena della donna, che non aveva visto prima perché Becky era morta rivolta verso il fuoco. Il fondo dei jeans era scoppiato, come se, finito di espellere gas, fosse passata alla dinamite. Brandelli di denim si agitavano nel vento. E svolazzavano anche pezzi di biancheria: almeno due paia di mutandoni, uno di cotone e l'altro di seta rosa. E sulle gambe dei jeans e sul dietro della giacca a vento cresceva qualcosa. Sembrava una sorta di muffa o un fungo. Rosso-dorato, o forse quello era dovuto solo al riflesso delle fiamme.

Da lei era fuoriuscito qualcosa. Qualcosa...

Sì. Qualcosa. Che adesso mi sta osservando.

Pete guardò vero il bosco. Niente. La processione di animali era finita. Era solo.

No. C'era qualcosa lì in giro, qualcosa che non gradiva il freddo, ma preferiva luoghi caldi e umidi. Solo che...

Solo che era cresciuto troppo. E gli era venuto a mancare il cibo.

«Sei lì?»

Pete pensava che si sarebbe sentito cretino a chiamarlo ad alta voce, ma così non fu. Provò solo più terrore che mai.

I suoi occhi si posarono su una scia di quella roba muffosa, che da Becky - sì, quella era Becky, non c'erano dubbi - si snodava oltre l'angolo della tettoia. Un istante dopo, Pete sentì uno struscio graffiante, come se qualcosa strisciasse sul tetto di lamiera. Allungò il collo in direzione del rumore.

«Vattene», sussurrò. «Vattene e lasciami in pace. Sono... nella merda sino al collo.»

Altro breve sdrucciolio mentre la cosa saliva sulla lamiera. Sì, era nella merda sino al collo. Purtroppo, era anche una fonte di cibo. La cosa là sopra strisciò di nuovo. Pete era convinto che non avrebbe indugiato molto; forse non era in grado di resistere lassù; sarebbe stato come un geco in un frigo. Gli sarebbe saltato addosso. E adesso gli fu chiara una cosa terribile: la birra gli era stata così a cuore da fargli dimenticare i fucili.

Il suo primo impulso fu di rifugiarsi in fondo alla tettoia, ma quella avrebbe potuto essere una mossa sbagliata, come infilarsi in un vicolo cieco. Afferrò l'estremità di uno dei rami che aveva appena messo sul fuoco. Si limitò a stringerlo senza trarlo dalle fiamme. L'altra estremità stava già bruciando. «Vieni», disse rivolto al tetto di lamiera. «Ti piace caldo? Ho qualcosa di caldo per te. Vieni a prenderlo. Che bontà!»

Niente. Non dal tetto, comunque. Dai rami bassi dei pini alle sue spalle si udì un piccolo flamp provocato dalla caduta dell'accumulo di neve. Pete strinse più forte la sua torcia di fortuna, sollevandola leggermente dal fuoco. Poi la abbassò di nuovo tra le fiamme. «Vieni, stronzo. Sono caldo, saporito e ti aspetto.»

Niente. Ma era lassù. Non poteva aspettare a lungo: di questo Pete era certo.

3

Il tempo passò. Pete non sapeva quanto, perché il suo orologio si era fermato del tutto. Talvolta i suoi pensieri sembravano farsi più acuti, più nitidi, come talvolta capitava quando lui e gli amici stavano in compagnia di Duddits (benché quell'esperienza fosse diventata sempre più sporadica a mano a mano che loro crescevano mentre Duddits restava identico a se stesso... come se i loro cervelli e i loro corpi in evoluzione avessero perso il dono di raccogliere gli strani segnali dell'amico). Era una cosa di quel genere, ma non proprio. Una cosa nuova, forse. Magari collegata alle luci in cielo. Pete sapeva che Beaver era morto e che a Jonesy doveva essere capitato qualcosa di terribile.

Qualunque cosa fosse successa, Pete era sicuro che anche Henry l'avvertiva, ma non chiaramente; Henry era concentrato in se stesso e pensava: Ancora sei chilometri... ancora cinque chilometri.

Il ramo continuava a bruciare, e Pete si chiese che cosa avrebbe fatto se si fosse consumato al punto da non essere più utilizzabile, se l'essere là sopra avesse resistito più di lui. Poi gli balenò un nuovo pensiero, luminoso come il giorno e rovente di paura. Gli riempì la testa costringendolo a gridare, soffocando il rumore della cosa sulla tettoia che strisciava rapida verso il bordo della lamiera.

«Per favore, non fateci del male! Ne nous blessez pas!»

Ma lo avrebbero fatto, perché... che cosa?

Perché, ragazzi miei, non sono dei piccoli, innocui ET, in attesa che qualcuno dia loro una carta telefonica per poter chiamare casa, questi sono una malattia Sono un cancro, e voi, ragazzi, siete una massiccia dose radioattiva di chemioterapia. Avete sentito?

Pete non sapeva se i ragazzi cui il messaggio era rivolto avessero sentito, ma lui di certo sì. Stavano arrivando, quei ragazzi stavano arrivando, i Pirati Rossi stavano arrivando e nessuna supplica al mondo li avrebbe fermati. E loro continuavano a supplicare, e Pete con loro.

«Per favore, non fateci del male! Per favore! S'il vous plaît! Ne nous blessez pas! Ne nous faites pas mal, nous sommes sans défense!» In lacrime adesso. «Per favore! Per l'amor di Dio, siamo inermi!»

Nella mente vide la mano, lo stronzo di cane, il ragazzino seminudo, piangente. E nel frattempo la cosa sul tetto stava strisciando, morente ma non inerme, stupida ma non del tutto stupida, sopraggiungendo alle spalle di Pete che, sdraiato a fianco della morta, urlava, le orecchie tese ad ascoltare l'inizio di una sorta di massacro apocalittico.

«Cancro», disse l'uomo dalle ciglia bianche.

«Per favore!» gridò. «Per favore, siamo inermi!»

Ma, vero o falso che fosse, era troppo tardi.

4

Il gatto delle nevi era passato accanto al nascondiglio di Henry senza rallentare, e il rumore del motore stava ora svanendo in direzione ovest. Henry sarebbe potuto uscire allo scoperto, ma non lo fece. Non poteva. L'intelligenza che si era impossessata di Jonesy non aveva intuito la sua presenza, forse perché era concentrata su altre cose o perché Jonesy, in qualche modo, era riuscito a...

Ma no. L'idea che in quella nube terribile potesse essere rimasto qualcosa di Jonesy era solo un sogno.

E adesso che la cosa era sparita - o, perlomeno, si era allontanata - subentrarono le voci. Riempirono la testa di Henry facendolo rincretinire con il loro chiacchiericcio, proprio come il pianto di Duddits lo aveva tirato scemo, almeno sino a che la pubertà non aveva messo fine a gran parte di quella roba. Una delle voci era di un uomo che diceva qualcosa a proposito di un fungo

(muore facilmente se non trova un organismo ospite)

poi qualcosa circa una carta telefonica e... chemioterapia? Sì, un massiccio trattamento di chemioterapia. Era la voce di un pazzo, pensò Henry. Ne aveva avuti in cura talmente tanti da riuscire a riconoscerli.

Le altre voci erano quelle che gli facevano dubitare della sua stessa sanità mentale. Non le riconosceva tutte, ma alcune sì: Walter Cronkite, Bugs Bunny, Jack Webb, Jimmy Carter, una donna che gli sembrava Margaret Thatcher. Talvolta parlavano in francese.

«Il n'y a pas d'infection ici», disse Henry, prima di scoppiare a piangere. Scoprì, con stupore ed esaltazione, che c'erano ancora lacrime nel suo cuore, il punto da cui, secondo lui, tutte le lacrime e tutte le risate - quelle vere - erano scomparse. Lacrime di orrore, lacrime di pietà, lacrime che aprivano la dura crosta dell'ossessione autoreferenziale e infrangevano la roccia sottostante. «Non c'è nessuna infezione, per favore, o Dio, fermali, no, no, nous sommes sans défense...»

Poi, a ovest, iniziò il tuono umano ed Henry si strinse la testa tra le mani, pensando che le urla e il dolore che lì si annidavano gliel'avrebbero fatta esplodere. I bastardi stavano...

5

I bastardi li stavano massacrando.

Pete sedette accanto al fuoco, incurante del dolore al ginocchio, incurante del ramo ardente che ora teneva accanto alla tempia. Le urla nella sua testa non soffocavano del tutto il fuoco di mitragliatrici a ovest, mitragliatrici pesanti, calibro 50. Le grida - Non fateci del male, siamo inermi, non c'è nessuna infezione - cominciavano ad affievolirsi, degenerando nel panico; non funzionava, nulla avrebbe funzionato, il dado era tratto.

Con la coda dell'occhio percepì un movimento e si girò proprio in tempo per vedere la cosa che stava sul tetto lanciarsi su di lui. Intravide l'immagine sfocata di un corpo sottile, da donnola, che sembrava avanzare non sulle zampe ma a colpi di coda, poi sentì i denti della cosa affondargli nella caviglia. Strillò e sollevò la gamba sana con tanta forza che per poco non si diede una ginocchiata al mento. La cosa, attaccata come una sanguisuga, seguì il movimento. Erano questi gli esseri che imploravano pietà? Se erano loro, che andassero pure all'inferno.

Senza neppure pensarci, allungò verso di lei la mano destra, quella che si era tagliato con la bottiglia di Bud, mentre nella sinistra continuava a stringere la torcia. Palpò qualcosa che al tatto sembrava gelatina fresca e pelosa. Quella mollò subito la caviglia, e Pete ebbe una fuggevole visione di occhi neri, inespressivi - occhi da squalo, da aquila - prima che i denti affondassero nella sua mano contratta, lacerandola lungo il taglio preesistente.

Il dolore fu come la fine del mondo. La testa della cosa - se mai ne aveva una - era immersa nella sua mano, intenta a scavare, sbranare, lacerare. Si levarono ventagli di sangue mentre Pete cercava di scrollarsi l'aggressore di dosso. Alcune gocce caddero nel fuoco, sfrigolando come grasso in una padella rovente. Adesso stava emettendo un rumore squittente e feroce. La coda, spessa quanto il corpo di un'anguilla, si avvolse intorno al braccio di Pete, cercando di immobilizzarlo.

L'impiego della torcia non fu una decisione conscia perché Pete aveva dimenticato di averla in mano; il suo solo pensiero fu di strapparsi la cosa dalla mano destra con la sinistra. In un primo momento, quando prese fuoco diventando rossa e fiammeggiante come un giornale arrotolato, lui non capì che cosa stesse succedendo. Poi lanciò un grido, che era in parte di dolore e in parte di vittoria. Scattò in piedi - per ora, almeno, il ginocchio non gli faceva male - e sventagliò il braccio contro uno dei pali che reggevano la tettoia. Ci fu uno scricchiolio e allo squittio subentrò un guaito soffocato. Per un istante che gli parve eterno i denti conficcati nella mano penetrarono ancor più a fondo. Poi lasciarono la presa e la creatura in fiamme cadde sul terreno gelato. Pete la pestò, la sentì dimenarsi, e per un attimo dilagò in lui un senso di puro e selvaggio trionfo, prima che il ginocchio massacrato cedesse definitivamente, i tendini strappati.

Si accasciò su un fianco, a faccia a faccia con il letale passeggero che Becky aveva avuto in corpo, e non si accorse che la tettoia cominciava a inclinarsi, seguendo il cedimento del palo colpito. Per un momento, la faccia rudimentale della creatura donnolesca fu a cinque centimetri dal volto di Pete. Il corpo ardente batté contro il suo giaccone. Gli occhi neri ribollivano. Non aveva nulla che potesse essere definita una bocca vera e propria, ma quando la protuberanza che fungeva da testa si aprì mettendo in mostra i denti, Pete gridò: «No! No! No!» e sbatté la cosa nel fuoco, dove si dimenò, emettendo frenetici squittii scimmieschi.

Levò il piede sinistro scalciandola verso il centro delle fiamme. La punta dello stivale colpì il palo già inclinato, che cedette, lasciando cadere metà del tetto di lamiera. Un secondo più tardi, anche l'altro palo crollò. Il resto del tetto cadde sul falò, lanciando in aria mulinanti spruzzi di scintille.

Per un istante quello fu tutto. Poi la lamiera rugginosa cominciò ad andare su e giù, come se stesse respirando. Un momento più tardi, Pete sgusciò fuori. Aveva gli occhi velati. La pelle era illividita dallo choc. Il polso sinistro del giaccone era in fiamme. Lui lo fissò per un istante con le gambe ancora intrappolate sotto la lamiera, poi alzò il braccio davanti a sé, inspirò a fondo e soffiò sulle fiamme che si levavano dalla giacca come una gigantesca candelina di compleanno.

In avvicinamento da est si sentiva il ronzio del motore di un gatto delle nevi. Jonesy... o quanto restava di lui. La nube. Pete non credeva che avrebbe avuto pietà di lui. Quello non era un giorno all'insegna della compassione nella zona di Jefferson. Doveva nascondersi. Ma la voce che glielo suggeriva era remota, trascurabile. C'era una sola cosa buona: l'idea che finalmente aveva smesso di bere.

Alzò la mano destra maciullata. Un dito era sparito, presumibilmente finito in pancia alla cosa. Altri due penzolavano in un groviglio di tendini strappati. Vide che la roba rosso-dorata si era diffusa nei tagli più profondi: quelli fatti dal mostro, e quello che si era procurato da solo, infilandosi nella Scout a prendere la birra. Avvertì una sensazione di sfrigolio mentre quella muffa ignota si nutriva della sua carne e del suo sangue.

Di colpo, Pete pensò che prima moriva, meglio era.

Il rumore di mitragliatrici a ovest era cessato. Come evocata dal pensiero, un'immensa esplosione squarciò il giorno, cancellando il ronzio del gatto delle nevi in arrivo e tutto il resto. Cancellò tutto, tranne la sensazione di sfrigolio nella mano, dove quella robaccia si cibava di lui come il cancro che aveva ucciso suo padre aveva divorato stomaco e polmoni del vecchio.

Pete si passò la lingua sui denti e sentì i varchi lasciati da quelli caduti.

Chiuse gli occhi e rimase in attesa.

PARTE SECONDA

I GRIGI

Un fantasma esce dalla mente inconscia

E si aggrappa al mio davanzale: vuole

una nuova vita!

La figura alle mie spalle non è un amico;

In corno si trasforma la mano che su di me

ha posato le dita.

THEODORE ROETHKE

CAPITOLO DIECI

KURTZ E UNDERHILL

1

Il solo edificio nella zona delle operazioni era uno spaccio, il Gosselin's Country Market. I «disinfestatori» di Kurtz cominciarono ad affluirvi poco dopo l'inizio della nevicata. Quando, alle dieci e mezzo, arrivò Kurtz in persona, comparvero anche i primi rinforzi. La situazione cominciava a essere sotto controllo.

Il negozio venne denominato «Blue Base». Il granaio, la stalla adiacente (fatiscente ma ancora in piedi) e il corral erano stati designati come «Blue Holding». I primi fermati erano già stati raccolti lì.

Archie Perlmutter, il nuovo aiutante di campo di Kurtz (il precedente, Calvert, era morto d'infarto meno di due settimane prima, con deplorevole assenza di tempismo), stringeva in mano un blocco su cui era scritta una dozzina di nomi. Perlmutter era arrivato con un computer laptop e uno palmare, per poi scoprire che in quel momento, nella zona di Jefferson, tutta l'attrezzatura elettronica era Fss: Fottuta senza speranza. I due nomi in cima all'elenco erano quelli dei Gosselin, il vecchio e la moglie.

«Altri sono in arrivo», affermò Perlmutter.

Kurtz diede un'occhiata distratta all'elenco, poi restituì il blocco all'aiutante. Alle loro spalle erano parcheggiati grossi camper e roulotte; svariati rimorchi di camion venivano staccati e messi in fila; venivano issati pali della luce. Al calare della notte, il posto sarebbe stato illuminato quanto lo Yankee Stadium durante le partite della World Series.

«Ce ne siamo persi due per un pelo», disse Perlmutter. «Erano venuti a comprare provviste. Principalmente birra e hot dog.» L'aiutante era pallido in volto, con una vivida rosellina in boccio su ogni guancia. Dovette alzare la voce per via del rumore in costante aumento. Gli elicotteri arrivavano in coppia e atterravano sulla strada asfaltata che portava all'Interstate 95, dove si poteva procedere a nord verso una squallida cittadina (Presque Isle) o a sud verso una serie di cittadine altrettanto squallide (Bangor e Derry, tanto per nominarne due). Gli elicotteri se la cavavano bene, sempre che i piloti non avessero bisogno di ricorrere alle sofisticate strumentazioni di navigazione, anch'esse Fss.

«Quei tizi sono andati verso un paese o nei boschi?» chiese Kurtz.

«In direzione dei boschi», rispose Perlmutter. Non riusciva a fissare Kurtz negli occhi e faceva di tutto per evitare il suo sguardo. «C'è una strada nei boschi, Gosselin dice che si chiama Deep Cut Road. Non è sulle carte normali, ma io ho una carta topografica che mostra...»

«Bene. O tornano indietro o restano dove sono. Positivo in ogni caso.»

Arrivarono altri elicotteri, alcuni dei quali, ormai al riparo da occhi indiscreti, stavano scaricando le mitragliatrici calibro 50. Questa poteva rivelarsi una cosa grossa quanto Desert Storm. Forse anche più grossa.

«Pearly, hai capito la tua missione qui, vero?»

Perlmutter aveva decisamente capito. Era nuovo, voleva fare buona impressione, e per poco non si metteva a saltellare. Come uno spaniel che ha sentito odore di cibo, pensò Kurtz. «Signore, il mio compito è uno e trino.»

Uno e trino, pensò Kurtz. Ma guarda un po' !

«Devo: a) intercettare; b) inviare soggetti intercettati al servizio medico; e) radunarli e segregarli in attesa di ulteriori ordini.»

«Esattamente. È proprio...»

«Ma, signore, mi scusi, signore, qui non ci sono medici per il momento, solo alcuni militari addetti alla sanità, e...»

«Taci», sussurrò Kurtz. Non aveva parlato ad alta voce, ma una mezza dozzina di uomini in tuta verde priva di contrassegni (erano tutti vestiti così, Kurtz incluso) esitarono mentre, come fulmini, erano impegnati a svolgere i rispettivi incarichi. Prima di rimettersi all'opera lanciarono un'occhiata verso il punto in cui si trovavano Kurtz e Perlmutter. Di corsa. Quanto a Perlmutter, gli si sbiancarono i pomelli alle guance. Indietreggiò, aumentando di un paio di spanne la distanza che lo separava da Kurtz.

«Pearly, se mi interrompi un'altra volta, ti prendo a calci. Se m'interrompi una seconda volta, ti faccio finire in ospedale. Chiaro?»

Con uno sforzo visibile, Perlmutter alzò lo sguardo sul viso di Kurtz. Lo fissò negli occhi. Fece un saluto così scattante da sprigionare scintille. «Sissignore!»

«Puoi piantarla anche con quello.» E, quando l'aiutante cominciò ad abbassare gli occhi: «Guardarmi quando ti parlo, ragazzino».

Con riluttanza, Perlmutter obbedì. Aveva il viso cereo. Nonostante il frastuono degli elicotteri allineati lungo la strada, sembrava che lì regnasse il silenzio, come se Kurtz viaggiasse in una bolla d'aria tutta sua. Perlmutter era convinto che tutti lo guardassero e che tutti capissero quanto era terrorizzato. In parte questo era dovuto agli occhi del suo nuovo capo, con la loro spaventosa vacuità, come se dietro non vi fosse traccia di cervello.

Ma, chissà come, l'aiutante riuscì a reggere lo sguardo del capo. Guardò in quel vuoto. Quello non era un buon esordio. Era importante fermare la slavina prima che diventasse una valanga.

«Bene. Un po' meglio, insomma.» Kurtz parlò a voce bassa ma Perlmutter non ebbe difficoltà a udirlo nonostante il frastuono degli elicotteri. «Te lo dirò una sola volta, e solo perché sei stato appena assegnato a me e chiaramente non distingui il buco del culo dalla bocca. Qui mi è stato chiesto di gestire un'operazione phooka. Sai cos'è un phooka?»

«No», rispose Perlmutter. Gli dava un dolore quasi fisico non poter dire «nossignore».

«Secondo gli irlandesi, una razza mai interamente uscita dal bagno di superstizione in cui le madri li hanno procreati, un phooka è un cavallo fantasma che rapisce i viaggiatori e li porta via sulla groppa. Io adopero questo termine per indicare un'operazione che è, nel contempo, segreta e del tutto palese. Un paradosso, Perlmutter! Il lato positivo è che stiamo mettendo a punto piani per questo genere di casino sin dal 1947, quando l'aeronautica militare rinvenne per la prima volta il tipo di oggetto extraterrestre noto come flashlight, luce lampeggiante. Il lato negativo è che il futuro è arrivato e io devo affrontarlo con l'aiuto di gente come te. Chiaro, pivello?»

«Sis... sì.»

«Lo spero. Qui, Perlmutter, dobbiamo agire con rapidità e con decisione e del tutto phooka. Dobbiamo fare tutto il lavoro sporco che sarà necessario e uscirne il più possibile puliti... puliti, sissignore, e sorridenti...»

Kurtz scoprì i denti in un sorriso tanto sardonico e brutale che Perlmutter ebbe voglia di gridare. Alto e con le spalle incassate, Kurtz aveva un fisico da burocrate. In lui c'era una componente terribile, in parte visibile nei suoi occhi, in parte intuibile dalla compassata immobilità con cui teneva le mani davanti a sé... ma non erano quelle le cose che lo rendevano spaventoso, che avevano spinto i suoi uomini a chiamarlo il «Vecchio Schifoso Kurtz». Perlmutter non aveva ancora individuato l'elemento veramente terrificante in lui, né moriva dalla voglia di scoprirlo. Ciò che voleva adesso - l'unica cosa che voleva - era uscire da quella conversazione con il culo intatto. C'era forse bisogno di spostarsi cinquanta chilometri a ovest per stabilire un contatto con una specie aliena? Perlmutter ne aveva uno proprio davanti agli occhi.

Le labbra di Kurtz si riabbassarono sui denti. «Siamo nella stessa barca?»

«Sì.»

«Salutiamo la stessa bandiera? Pisciamo nella stessa latrina?»

«Sì.»

«E da questo come ne usciremo, Pearly?»

«Puliti?»

«Ottimo! E ...?»

Per un tormentoso secondo, Perlmutter non seppe che cosa rispondere. Poi gli tornò in mente. «Sorridenti, signore.»

«Chiamami ancora signore e ti meno.»

«Mi scusi», sussurrò Perlmutter. E lo pensava davvero.

Arrancando lungo la strada, arrivò uno scuolabus che s'inclinò pericolosamente uscendo dalia carreggiata per evitare gli elicotteri. Sulla fiancata c'era la scritta DIPARTIMENTO SCOLASTICO DI MILLINOCKET, in grandi caratteri neri sullo sfondo giallo. Un bus requisito. All'interno c'erano Owen Underhill e i suoi uomini. Vedendoli, Perlmutter si sentì meglio. In momenti diversi, entrambi avevano lavorato con Underhill.

«Entro stasera, arriveranno i medici», assicurò Kurtz. «Tutti i medici che ti occorrono. Va bene?»

«Bene.»

Mentre si dirigeva verso lo scuolabus, che si era fermato davanti all'unica pompa di benzina di Gosselin, Kurtz guardò l'orologio. Quasi le undici. Cielo, come volava il tempo quando ti divertivi. Perlmutter camminò al suo fianco, ma il suo passo aveva perso tutta l'irruenza da cocker spaniel.

«Per il momento, Archie, scrutali, annusali, ascolta le loro storie fantasiose e prendi nota di ogni traccia di Ripley che ti capita di vedere. Suppongo che tu conosca il Ripley, no?»

«Sì.»

«Bene. Non toccarlo.»

«O Dio, no!» esclamò Perlmutter, poi arrossì.

Kurtz accennò a un sorriso. Sincero quanto il suo ghigno da squalo. «Ottima idea, Perlmutter! Sei fornito di maschere di protezione?»

«Sono appena arrivate. Dodici scatole, e ce ne sono delle altre nel...»

«Bene. Vogliamo foto polaroid del Ripley. Abbiamo bisogno di un sacco di documentazione. Prova A, Prova B, e così via. Capito?»

«Sì.»

«E nessuno dei nostri... ospiti deve scappare, chiaro?»

«Assolutamente no.» Perlmutter trovò scioccante quell'idea e la sua espressione lo tradì.

Kurtz tese le labbra e il sorrisino ridiventò il ghigno da squalo. Gli occhi vacui guardarono attraverso l'aiutante... raggiungendo il centro della Terra, per quanto ne sapeva Perlmutter, che si chiese se mai qualcuno avrebbe lasciato Blue Base alla fine delle operazioni. Salvo Kurtz, naturalmente.

«Procedi, cittadino Perlmutter. Te lo ordino in nome del governo.»

Archie Perlmutter guardò Kurtz che s'incamminava verso l'autobus, da cui stava scendendo Underhill, un uomo basso e tarchiato. Mai in vita sua aveva visto con tanto piacere la schiena di un suo simile.

2

«Salve, capo», disse Underhill. Come tutti gli altri, indossava una tuta verde. Sull'autobus c'erano una ventina di uomini, intenti a finire il pranzo.

«Cosa mangiano quelli?» chiese Kurtz. Con la sua statura, torreggiava su Underhill, che però aveva addosso almeno trenta chili più di lui.

«Burger King. Abbiamo fatto una tappa venendo qui. Ne vuoi uno? Probabilmente adesso sono un po' freddi, ma da qualche parte ci sarà pure un forno a microonde.» Underhill accennò al negozio.

«Faccio senza. Meglio stare alla larga dal colesterolo.»

«L'inguine è a posto?» Sei anni prima, Kurtz aveva riportato uno strappo muscolare all'inguine giocando a squash. E questo, indirettamente, era all'origine della loro unica divergenza. Non grave, secondo Owen Underhill, ma con Kurtz non si poteva mai sapere. Dietro il suo volto impassibile, i pensieri andavano e venivano alla velocità della luce, i piani venivano continuamente riscritti, e le emozioni altalenavano a ogni secondo. C'erano persone - e non poche - che lo ritenevano pazzo. Underhill non aveva un'opinione precisa, ma sapeva che con lui bisognava stare attenti. E molto.

«A postissimo», rispose Kurtz, dandosi una scherzosa toccata e omaggiando Owen con un ghigno tutto denti.

«Bene.»

«E tu come stai?»

«A postissimo», rispose Owen, e Kurtz rise.

Lungo la strada procedeva con cautela una Lincoln Navigator nuova di zecca, con a bordo tre tipi ben piazzati che guardavano a bocca aperta gli elicotteri e i soldati in tuta verde. Contemplavano soprattutto le mitragliatrici. Il Vietnam arriva nel Maine settentrionale, che il Signore sia lodato. Ben presto sarebbero finiti nel campo di raccolta.

Alcuni soldati si avvicinarono all'auto che si era fermata dietro lo scuolabus. Tre avvocati o bancari nel ruolo degli allegri compagnoni, convinti di trovarsi ancora in un'America in pace (ma avrebbero cambiato idea). Presto sarebbero stati nel granaio (o nel corrai, se gradivano l'aria fresca), dove le loro carte di credito non servivano a niente. Avrebbero avuto il permesso di tenere i cellulari. Non che ci fosse campo, ma premere il tasto di ripetizione dell'ultimo numero poteva svagarli abbastanza.

«La zona è stata del tutto isolata?» chiese Kurtz.

«Credo di sì.»

«Sempre efficiente come al solito?»

Owen si strinse nelle spalle.

«Quante persone ci sono in totale nella Blue Zone, Owen?»

«Stimiamo che siano ottocento. Non più di cento nei Settori A e B.»

Non male, a condizione che nessuno riuscisse a sfuggire. In termini di eventuale contaminazione, non era il caso di preoccuparsi per qualche fuggitivo. Sotto quell'aspetto, almeno per il momento, tutto filava liscio. Quello che non filava per niente era il controllo delle informazioni. Di questi tempi, era duro condurre un'operazione phooka. Troppa gente munita di videocamere. Troppi elicotteri delle stazioni televisive. Troppi sguardi curiosi.

Kurtz disse: «Vieni nel negozio. Mi sistemeranno in un camper, quando arriverà».

«Un momento», pregò Underhill e salì di corsa nello scuolabus. Ridiscese con un sacchetto bisunto contenente un hamburger e un registratore appeso a tracolla.

Kurtz indicò il sacchetto. «Quella roba ti ucciderà.»

«Siamo in una scena da Guerra dei mondi e tu stai a preoccuparti del livello del colesterolo?»

Dietro di loro, uno degli impavidi cacciatori appena arrivati diceva di voler chiamare il suo legale, il che significava che probabilmente era un bancario. Kurtz condusse Underhill nel negozio. Sopra di loro erano riapparse le luci lampeggianti che saltavano e ballavano come personaggi di un cartone animato di Disney.

3

L'ufficio del vecchio Gosselin puzzava di salame, sigari, birra e perfino zolfo. Scoregge o uova sode, dedusse Kurtz. Aleggiava anche un vago odore di alcol etilico. Il loro odore. Adesso era ovunque, da quelle parti. Un altro sarebbe stato tentato di ritenere quel tanfo un prodotto della fantasia e della tensione nervosa, ma Kurtz era immune da entrambe. E, comunque, per la zona non c'era più niente da fare. Talvolta è necessario scartavetrare a fondo un mobile per poi restaurarlo e lucidarlo.

Kurtz sedette alla scrivania e aprì un cassetto. All'interno c'era una scatola con la stampigliatura CHEM/U.S./10 PEZZI. Bravo, Perlmutter. Kurtz la tirò fuori e la aprì. Dentro c'erano delle piccole maschere di plastica, del tipo trasparente che copre bocca e naso. Ne lanciò una a Underhill, poi ne indossò una lui stesso, regolando il cinturino di plastica.

«Sono necessarie?» chiese Owen.

«Non sappiamo. E non sentirti un privilegiato; tra un'ora, le porteranno tutti. Tranne quelli trattenuti nel campo di raccolta.»

Underhill si mise la maschera. «Funzionano?» La sua voce non era affatto soffocata. La plastica trasparente non si appannò con il suo fiato. Sembrava non avesse pori o filtri, ma permetteva di respirare agevolmente.

«Funzionano per l'Ebola, funzionano per l'antrace, funzionano per il supercolera. Proteggono dal Ripley? È probabile. Altrimenti, ce l'abbiamo nel culo, soldato. Mi tocca ascoltare quell'affare?»

«Non tutto. Un po'.»

Kurtz annuì e si appoggiò allo schienale della poltroncina di Gosselin.

Underhill sfilò la tracolla del registratore, lo posò sulla scrivania e premette il tasto PLAY. Una voce meccanica, senza inflessioni, recitò: «Intercettazione della National Security Agency. Multibanda. 62914A44. Materiale top secret. Orario intercettazione: 06:27, 14 novembre, due-zero-zero-uno. La registrazione del materiale inizia dopo il segnale acustico. Chi non è in possesso della Classificazione Uno, che dà accesso a tutto il materiale top secret, è pregato di spegnere adesso».

«Ma per favore!» esclamò Kurtz. «Geniale. Questo fermerà gran parte del personale non autorizzato, non ti pare?»

Una pausa, un bip, poi una voce femminile, giovane, disse: «Uno. Due. Tre. Per favore non fateci del male. Ne nous blessez pas». Due secondi di silenzio, poi una voce maschile: «Cinque. Sette. Undici. Siamo inermi. Nous sommes sans défense. Per favore non fateci del male, siamo inermi. Ne nous faites...»

«Mio Dio, è come una lezione della Berlitz dal Grande Aldilà», affermò Kurtz.

«Riconosci le voci?» chiese Underhill.

Kurtz scosse il capo e si portò l'indice alle labbra.

La voce successiva era quella di Bill Clinton. «Tredici. Diciassette. Diciannove. Qui non c'è nessuna infezione. Il n'y a pas d'infection ici.» Poi si udì la voce di Tom Brokaw. «Ventitré. Ventisette. Ventinove. Stiamo morendo. On se meurt, on crève. Stiamo morendo.»

Underhill premette il pulsante STOP. «Tanto per la cronaca, la prima voce è di Sarah Jessica Parker, un'attrice. La seconda, di Brad Pitt.»

«Chi sarebbe?»

«Un attore.»

«Ah.»

«A ogni pausa segue un'altra voce. Tutte le voci sono - o dovrebbero essere - riconoscibili da gran parte della popolazione di questa zona. C'è Alfred Hitchcock, Paul Harvey, Garth Brooks, Tim Sample - è un comico del Maine, molto noto qui - e centinaia di altri, alcuni dei quali tuttora non identificati.»

«Centinaia? Quanto è durata quest'intercettazione?»

«Per essere precisi, non si tratta di un'intercettazione ma di una trasmissione su un canale libero nella quale abbiamo creato interferenze sin dalle otto di stamattina. Il che vuol dire che in parte è andata in onda, ma dubito che chiunque l'abbia sentita ci abbia capito granché. E se così fosse...» Underhill alzò le spalle come per dire Pazienza. «La trasmissione continua tuttora. Le voci sembrano vere. Le poche analisi dei tracciati vocali che abbiamo fatto finora confermano che le voci sono identiche a quelle originali. Questi tizi, chiunque essi siano, lascerebbero in braghe di tela qualunque imitatore.»

Il vup-vup degli elicotteri risuonava forte oltre i muri. Kurtz lo sentiva sotto la pelle, era un imperativo a fare in fretta, a fare in fretta, a fare in fretta. Con il sangue che gli ribolliva continuava a fissare tranquillamente Owen Underhill. Riflettendo su di lui. Affrettati lentamente: ecco un detto utile. Specie con gente come Owen.

Mi hai fottuto una volta, pensò Kurtz. Magari non hai invaso il mio territorio, ma di certo hai calpestato il confine, no? Sì, credo di sì. E bisogna tenerti d'occhio.

«Gli stessi quattro messaggi, ripetuti e straripetuti», disse Underhill. «Non fateci del male. Siamo inermi. Qui non c'è nessuna infezione. L'ultimo...»

«Nessuna infezione», rifletté Kurtz. «Hanno una bella faccia tosta, eh?»

Aveva visto foto della muffa rosso-dorata che cresceva su tutti gli alberi nella Blue Zone. E sulla gente. Perlopiù morta, almeno per il momento. Gli esperti l'avevano denominata «fungo di Ripley», la dura spaziale impersonata da Sigourney Weaver.

«L'ultimo è: 'Stiamo morendo'», disse Underhill. «Ed è interessante per via delle due diverse versioni in francese che lo seguono. La prima è normale. La seconda - 'on crève' - è colloquiale. 'Siamo spacciati', diremmo noi.» Guardò negli occhi Kurtz, il quale rimpianse che Perlmutter non fosse qui a vedere che, in effetti, si poteva fare. «Sono spacciati? Anche senza il nostro intervento?»

«Perché in francese, Owen?»

Underhill alzò le spalle. «È ancora la seconda lingua, da queste parti.»

«Ah. E i numeri? Per dimostrarci che abbiamo a che fare con esseri intelligenti? Come se esseri non dotati d'intelletto potessero arrivare qui da altri mondi, o altre dimensioni, o da dove diavolo vengono quelli.»

«Immagino sia così. E che mi dici delle luci lampeggianti?»

«Adesso sono soprattutto concentrate sopra i boschi. Si disintegrano con una certa rapidità, non appena viene meno l'alimentazione. Quelle che abbiamo recuperato sembrano delle specie di scatolette di latta prive di etichetta. Considerate le dimensioni ridotte, fanno un figurone, non ti pare? Hanno spaventato a morte gli abitanti di qui.»

Disintegrandosi, le luci lampeggianti lasciavano chiazze di muffa. Come del resto gli alieni. I sopravvissuti erano riuniti intorno alla loro astronave come pendolari accanto a un autobus guasto, e proclamavano a gran voce di non essere infetti: «Il n'y a pas d'infection ici. L'abbiamo scampata bella». E non appena avevi addosso quella roba, probabilmente eri fatto. Non ne avevano ancora la certezza, ma era meglio supporre che così fosse.

«Quanti ET sono rimasti?» chiese Owen.

«Forse un centinaio.»

«Sono ancora molti i fattori a noi ignoti? Qualcuno ne ha un'idea?»

Kurtz eluse la domanda agitando la mano. Non era affar suo; c'erano altri per questo.

«I sopravvissuti», insistette Underhill. «Sono i membri dell'equipaggio?»

«Non lo so, ma probabilmente no. Sono troppi per essere un equipaggio; non abbastanza per essere coloni; e totalmente insufficienti per essere un reparto d'assalto.»

«Che altro succede lassù? Qualcosa sta succedendo di certo.»

«Ne sei sicuro, eh?»

«Sì.»

«Perché?»

Underhill si strinse nelle spalle. «Intuizione?»

«Non è intuizione», disse Kurtz, quasi educatamente. «È telepatia.»

«Prego?»

«Di bassa intensità, ma non ci sono dubbi in proposito. Gli uomini percepiscono qualcosa che per il momento non riescono a definire. Tra qualche ora ci riusciranno. I nostri amici grigi sono telepatici, e sembrano diffondere questa loro capacità proprio come diffondono il fungo.»

«Cielo santissimo», sussurrò Underhill.

Kurtz, con tutta calma, lo osservò. Gli piaceva guardare la gente concentrata a pensare, specie se era ben attrezzata per farlo. E adesso c'era qualcosa di più: sentiva Owen pensare, un rumore remoto, simile al fruscio del mare in una conchiglia.

«Il fungo non resiste bene in quest'ambiente», osservò Owen. «E neppure loro. E l'Esp?»

«È troppo presto per stabilirlo. Ma se resiste, e se dilaga fuori da questo cesso pieno di pini in cui ci troviamo, cambierà tutto. Lo sai, vero?»

Underhill lo sapeva. «Non ci posso credere», disse.

«Sto pensando a una macchina», continuò Kurtz. «Che tipo di macchina è?»

Owen lo guardò come se dubitasse della serietà di Kurtz. Capì che diceva sul serio e scosse il capo. «Come potrei...» S'interruppe. «Fiat.»

«Ferrari, per essere precisi. Penso a un gusto di gelato. Quale...»

«Pistacchio», suggerì Owen.

«Appunto.»

Owen, dopo una breve pausa, chiese a Kurtz se conoscesse il nome di suo fratello.

«Kellogg», rispose l'altro. «Gesù, che razza di nome è?»

«Il cognome da nubile di mia madre. Cristo. Telepatia.»

«Straccerà tutti i quiz televisivi, questo è certo», dichiarò Kurtz. E aggiunse: «Se si diffonde».

Dall'esterno giunse uno sparo e un grido. «Non ce n'era alcun bisogno!» gridò qualcuno con tono scandalizzato e sgomento. «Non ce n'era alcun bisogno!»

Non si udì altro.

«Il numero ufficiale delle vittime grigie è ottantuno», disse Kurtz. «Probabilmente sono di più. Una volta morte, si decompongono abbastanza in fretta. Di loro resta solo una specie di gelatina... e poi il fungo.»

«In tutta la Zona?»

Kurtz scosse il capo. «Immaginati una sorta di spicchio con la punta rivolta a est. La parte larga è Blue Boy. Noi siamo più o meno al centro. A est di qui ci sono altri immigrati illegali di razza grigiastra. Le luci lampeggianti sono apparse perlopiù sopra questa zona. La stradale di ET.»

«E questo è quanto?» chiese Owen. «Non solo i grigi e l'astronave e le luci... ma anche la delimitazione territoriale.»

«In questo momento non posso fare dichiarazioni in proposito», rispose Kurtz.

No, pensò Owen, naturalmente no. Si chiese se Kurtz potesse leggergli nel pensiero. Impossibile stabilirlo, specie se l'unica spia erano quegli occhi incolori.

«Elimineremo il resto dei grigi, questo te lo posso dire. Se ne occuperanno i tuoi uomini, e solo loro. Sei a capo di Blue Boy. Chiaro? Blue Boy Leader.»

«Sissignore.»

Kurtz non lo riprese. In questo contesto, e data la chiara avversione di Owen per quell'incarico, sentirsi dare del «signore», probabilmente era positivo. «Io sono Blue 1.»

Owen annuì.

Kurtz si alzò e tirò fuori l'orologio dal taschino. Era andato a puttane.

«La cosa sarà risaputa», disse Underhill. «Nella Zona ci sono molti cittadini americani. Non c'è modo di tenere tutto segreto. Quanti hanno avuto quegli... quegli innesti?»

Kurtz represse un ghigno. Già, le donnole. Da queste parti erano parecchie, ed erano aumentate nel corso degli anni. Underhill non lo sapeva, ma Kurtz sì. Creaturine micidiali. E c'era un vantaggio nell'essere il numero uno: non dovevi rispondere alle domande che preferivi ignorare.

«Quel che succede dopo è di competenza di quelli dei media», affermò. «Il nostro compito è porre rimedio a ciò che alcune persone - la voce di uno di loro figura probabilmente nella tua registrazione - hanno ritenuto essere un pericolo imminente ed evidente per la popolazione degli Stati Uniti. Capito?»

Underhill guardò quegli occhi di ghiaccio e infine distolse lo sguardo.

«Un'altra cosa», aggiunse Kurtz. «Ricordi il phooka?»

«Il cavallo fantasma delle leggende irlandesi.»

«Appunto. Quando si tratta di ronzini, quello è tutto mio. Sempre stato. In Bosnia, qualcuno ti ha visto in groppa al mio phooka. Dico bene?»

Owen non si azzardò a rispondere. Kurtz non parve seccato, ma assunse un'aria molto seria.

«Non voglio un bis, Owen. Il silenzio è d'oro. In groppa al phooka dobbiamo essere invisibili. È chiaro?»

«Sì.»

«Chiaro, chiarissimo?»

«Sì», rispose Owen. Si chiese di nuovo quanto Kurtz potesse leggergli nel pensiero. Una cosa era certa: lui leggeva perfettamente il nome che campeggiava nella testa di Kurtz, e forse era proprio quello che voleva il suo interlocutore. Bosanski Novi.

4

Stavano per partire - quattro equipaggi formati dagli uomini di Underhill avevano rimpiazzato i tizi della Ang che avevano portato lì gli elicotteri CH-47 e il rumore dei rotori riempiva l'aria - quando arrivò l'ordine di Kurtz di restare a terra.

Owen lo trasmise, poi inclinò il mento a sinistra. Adesso era sintonizzato sul canale riservato a Kurtz.

«Scusa, ma che cazzo succede?» chiese. Se proprio dovevano farlo, tanto valeva entrare in azione e farla finita. Era peggio di Bosanski Novi, e di gran lunga. Condonare l'azione con il pretesto che non erano esseri umani non funzionava per niente. Non per lui, comunque. Creature capaci di costruire una cosa come Blue Boy - o farla volare, quantomeno - erano più che umane.

«Niente che dipende da me, amico», rispose Kurtz. «Quelli del meteo di Bangor dicono che questo schifo di perturbazione si sta allontanando in fretta. È quella che chiamano 'un'Alberta Clipper'. Trenta minuti, tre quarti d'ora al massimo, e partiamo. Con la strumentazione andata in vacca, è meglio aspettare, se possibile... ed è possibile. Me ne sarai grato, quando tutto sarà finito.»

Ne dubito.

«Ricevuto.» Girò il capo a destra. «Conklin», disse. In questa missione era proibito chiamare le persone con il loro grado, specialmente nei contatti via radio.

«Sono qui, s... sono qui.»

«Di' agli uomini che restiamo in attesa per trenta-quarantacinque minuti. Ripeti: trenta-quarantacinque.»

«Ricevuto. Trenta. Quarantacinque.»

«Metti un po' di musichetta.»

«Okay. Qualche preferenza?»

«Scegli tu. Tutto, tranne l'inno della squadra.»

«Okay, niente inno.» Nessuna traccia di ilarità nella voce di Conk. Ecco un uomo che, come Owen, non gradiva affatto quella faccenda. Naturalmente, anche Conklin aveva partecipato alla missione Bosanski Novi nel 1995. Nelle cuffie di Owen riecheggiarono i Pearl Jam. Se le tolse e le appese al collo. Non gli piaceva quella musica, ma, in questo gruppo, era in minoranza.

Archie Perlmutter e i suoi uomini correvano avanti e indietro come polli con la testa mozzata. Si accennavano saluti scattanti, troncati a metà non appena i militari notavano il piccolo elicottero verde in cui sedeva Kurtz, le cuffie saldamente indossate e una copia del News di Derry levata davanti a sé. Sembrava immerso nella lettura, ma Owen sospettava che notasse ogni saluto, ogni soldato che, dimentico della situazione, ricadeva nelle stolte abitudini militari. Accanto a Kurtz, sul sedile di sinistra, c'era Freddy Johnson. I due erano insieme più o meno dai tempi in cui l'arca di Noè era finita sul monte Ararat. Anche lui aveva partecipato alla missione Bosanski e doveva aver fatto a Kurtz un rapporto completo, quando non aveva potuto montare l'amato cavallo phooka per via del dolore all'inguine.

Nel giugno del 1995, l'aeronautica militare aveva perso un pilota inviato in ricognizione nella no-fly zone della Nato, vicino ai confini con la Croazia. I serbi avevano piantato un gran casino per l'aereo del capitano Tommy Callahan, e ne avrebbero scatenato uno ancor più grande intorno a Callahan stesso, se l'avessero catturato; gli alti papaveri delle forze armate, perseguitati dai ricordi dei nordvietnamiti che, tutti soddisfatti, esibivano di fronte alla stampa internazionale piloti rincitnilliti dal lavaggio del cervello, ritennero prioritario il salvataggio di Tommy Callahan.

Gli incaricati della ricerca stavano per gettare la spugna, quando il pilota stesso li contattò su un canale radio a bassa frequenza. La sua ragazza dei tempi del liceo li aveva informati di un dettaglio molto specifico, e l'uomo disperso lo confermò rispondendo che, sì, i suoi amici avevano cominciato a chiamarlo «il Vomitoso» dopo una memorabile nottata di bisboccia al terzo anno di liceo.

Gli uomini di Kurtz erano andati a recuperare Callahan con un paio di elicotteri molto più piccoli di quelli che venivano impiegati oggi, lì nel Maine. Il comando della missione era stato assegnato a Owen Underhill, già allora indicato da molti (lui incluso) come probabile successore di Kurtz. Il suo compito - la parte phooka dell'impresa - era quello di salvare il pilota senza farsi vedere. Questo, secondo Owen, non era strettamente necessario, ma era così che Kurtz amava agire: i suoi uomini erano invisibili, cavalcavano il cavallo delle leggende irlandesi.

L'impresa andò alla perfezione. Volarono alcuni missili terra-aria, ma nulla li sfiorò: Milosevic, in linea di massima, aveva degli armamenti di merda. I soli bosniaci che Owen vide furono quelli che notò mentre portavano Callahan a bordo: cinque o sei bimbetti - il più grande aveva al massimo dieci anni - che li guardavano con espressione solenne. L'idea che l'ordine di Kurtz di non lasciare testimoni potesse includere un gruppo di mocciosi non aveva mai neppure sfiorato la mente di Owen. E Kurtz non aveva mai detto nulla in proposito.

Fino a oggi.

Owen non aveva dubbi che Kurtz fosse un uomo tremendo. Ma nelle forze armate gli uomini tremendi abbondavano, c'erano più demoni che santi, senza dubbio, e molti di loro erano fanatici della segretezza. Owen non capiva che cosa rendesse diverso quell'uomo dal volto lungo e melanconico, con gli occhi fissi e le ciglia bianche. Era difficile guardare quegli occhi perché in essi non c'era nulla... niente amore, niente riso, e nessunissima curiosità. Quest'ultima caratteristica forse era la peggiore.

Davanti al negozio si fermò una Subaru malconcia dalla quale cautamente scesero due uomini anziani. Entrambi indossavano giacconi da boscaiolo a quadri rossi e neri. Entrambi portavano il berretto con la visiera, con marche di trattori. Contemplarono con stupore il contingente di militari che li circondò. Soldati da Gosselin? E che diavolo? Erano sugli ottant'anni, a giudicare dall'aspetto, ma erano dotati di quella curiosità che a Kurtz mancava. Lo si vedeva dalla postura del corpo, dall'inclinazione del capo.

Tutte le domande che Kurtz non aveva espresso. Che cosa vogliono? Intendono davvero farci del male? Agendo così, potremmo provocare danni? Seminando vento non raccoglieremo forse tempesta? Che cosa c'era stato negli incontri precedenti - i flap, le luci lampeggianti, la pioggia di capelli d'angelo e di polvere rossa, i rapimenti iniziati alla fine degli anni Sessanta - che aveva a tal punto intimorito il potere? Erano mai stati fatti seri tentativi per comunicare con queste creature?

E l'ultima domanda, la più importante: i grigi erano come noi? Potevano, al limite, essere considerati affini agli umani? Si trattava di un puro e semplice sterminio?

Nessun dubbio negli occhi di Kurtz, neppure a questo proposito.

5

La nevicata divenne meno intensa, il cielo si rischiarò, e, esattamente trentatré minuti dopo l'ordine di restare a terra, Kurtz diede il via. Owen ritrasmise la comunicazione a Conklin, e i Chinook, pronti al decollo, sollevarono densi veli di neve trasformandosi momentaneamente in fantasmi. Poi si alzarono sopra la cima degli alberi, allineandosi dietro a Underhill e puntando a ovest, in direzione di Kineo. Il Kiowa 58 di Kurtz volava sotto di loro, leggermente a destra, cosa che a Owen ricordò l'immagine di un film di John Wayne, una colonna di uniformi blu dietro a uno scout indiano che, in groppa al suo pony, si teneva a un lato della pista. Pur non potendo vederlo, immaginava che Kurtz stesse ancora leggendo il giornale. Forse l'oroscopo. «Pesci: questo è un giorno in cui ti coprirai d'infamia. Resta a letto.»

I pini e gli abeti sottostanti apparivano e sparivano come bianche fumate. La neve volava contro i due parabrezza anteriori del Chinook, danzava e spariva. Il volo era molto turbolento - come stare in una lavatrice - ma Owen non si era aspettato nulla di diverso. Si rimise la cuffia. Un altro gruppo, forse i Matchbox Twenty. Niente di entusiasmante, ma meglio dei Pearl Jam. Quello che Owen temeva era l'inno della squadra. Ma avrebbe ascoltato anche quello. Senza dubbio.

Sotto le basse nubi, a tratti comparivano scorci di una foresta apparentemente infinita.

«Blue Boy Leader, qui Blue 2.»

«Ricevuto, Due.»

«Contatto visivo con Blue Boy. Confermato?»

Per un istante Owen non fu in grado di dare conferma, poi ci riuscì. Ciò che vide gli mozzò il fiato. Una cosa era guardare una foto, un'immagine delimitata da un bordo, una cosa che potevi tenere tra le mani. Questo era ben diverso.

«Conferma, Due. Blue Group, qui Blue Boy Leader. Rimanete nelle vostre posizioni attuali. Ripeto: rimanete nelle posizioni attuali.»

Uno per uno, gli altri elicotteri confermarono di aver ricevuto l'ordine. Solo Kurtz non lo fece, ma restò dov'era. I Chinook e il Kiowa si tennero a circa un chilometro dal velivolo atterrato, in direzione del quale si vedeva un'enorme striscia di alberi caduti di lato, come se fossero stati falciati da un gigantesco tagliaerba. Alla fine di questa striscia c'era una zona paludosa. Alberi morti si levavano al cielo, quasi volessero lacerare le nubi. C'era una pista zigzagante di neve semisciolta, che, giallastra, penetrava nel terreno. In altri punti c'erano vene e capillari di nera acqua ruscellante.

La nave, un gigantesco disco grigio del diametro di circa mezzo chilometro, era passata attraverso gli alberi morti al centro della palude, spezzandoli e lanciandone i frammenti in tutte le direzioni. Il Blue Boy (che non era affatto blu) si era posato sull'altra sponda, dove si levava una ripida parete rocciosa, in gran parte franata nel terreno instabile. Sullo scafo liscio erano ricaduti terra e resti di alberi spezzati.

Sotto il bordo inclinato della nave, su piccole alture coperte di neve, erano riuniti i grigi sopravvissuti. Se ci fosse stato il sole, sarebbero stati all'ombra del disco precipitato. Be'... chiaramente qualcuno riteneva che quello non fosse un disco precipitato bensì un cavallo di Troia, ma i grigi scampati, nudi e disarmati, non sembravano una grossa minaccia. «Un centinaio», aveva detto Kurtz, ma adesso erano meno. Owen calcolò che fossero una sessantina. Vide almeno una decina di cadaveri in vari stadi di decomposizione, che avevano assunto una colorazione rossastra. Qua e là, sorprendentemente vivide sul candore della neve, c'erano chiazze rosso-dorate del fungo di Ripley... solo che non tutte erano di colore brillante, come notò Owen scrutandole con il binocolo. Alcune avevano cominciato a ingrigire, vittime del freddo o dell'atmosfera, o di entrambi. No, qui non sopravvivevano bene... né i grigi né il fungo di cui erano portatori.

Questa roba poteva davvero diffondersi? Owen non ne era convinto.

«Blue Boy Leader?» chiese Conk. «Ci sei?»

«Sono qui, sta' zitto un momento.»

Owen si protese in avanti, allungò la mano sotto il gomito del pilota (Tony Edwards, una brava persona), e sintonizzò la radio sulle frequenze normali. L'accenno a Bosanski Novi fatto da Kurtz non gli sfiorò neppure la mente; così come non gli balenò il timore di poter commettere un errore tremendo, né l'idea di aver molto sottovalutato la follia di Kurtz. In realtà, agì quasi d'istinto. O almeno così gli sembrò, quando, in seguito, riesaminò ripetutamente l'incidente. Un interruttore abbassato. A quanto sembrava, bastava quello a cambiare il corso di una vita.

Ed eccola, forte e chiara, una voce che nessuno degli uomini di Kurtz avrebbe riconosciuto. Conoscevano Eddie Vedder, ma Walter Cronkite era un'altra faccenda, «...qui. Il n'y a pas d'infection ici.» Due secondi, poi una voce che poteva essere quella di Barbra Streisand: «Centotredici. Centodiciassette. Centodiciannove».

Owen capì che, a un certo punto, i grigi avevano cominciato a contare i numeri primi partendo da uno. Durante il tragitto sullo scuolabus, le varie voci erano arrivate a numeri di quattro cifre.

«Stiamo morendo», disse la voce di Barbra Streisand. «On se meurt, on crève.» Una pausa, poi la voce di David Letterman: «Centoventisette. Cento...»

«Falla finita!» gridò Kurtz. Era la prima volta, a memoria di Owen, che Kurtz sembrava davvero sconvolto. Quasi scioccato. «Owen, perché vuoi riversare quelle porcate nelle orecchie dei miei ragazzi? Dimmi perché, e dimmelo subito.»

«Volevo solo sapere se c'erano dei cambiamenti», rispose Owen. Era una menzogna, e, naturalmente, Kurtz lo sapeva, e prima o poi gliel'avrebbe fatta pagare. Era come la mancata uccisione dei bambini o, forse, peggio ancora. Ma Owen se ne fregava. Al diavolo il cavallo phooka. Se quell'impresa andava fatta, voleva che i ragazzi di Kurtz (Skyhook in Bosnia, Blue Group questa volta, un altro nome la prossima volta, ma le facce erano sempre quelle, dure e giovani) sentissero i grigi per l'ultima volta. Viaggiatori di un altro sistema stellare, forse di un altro universo, a conoscenza di cose che loro non sapevano (non che per Kurtz questo facesse alcuna differenza). Che ascoltassero un'ultima volta i grigi invece dei Pearl Jam o del loro inno di battaglia; che ascoltassero quei grigi che si appellavano a quella che, stupidamente, avevano sperato fosse una razza migliore.

«E ci sono cambiamenti?» gracchiò la voce di Kurtz. Il Kiowa era ancora laggiù, sotto la fila di Chinook. «Ce ne sono, Owen?»

«No, niente, capo.»

«E allora spegni quel casino. La luce del giorno non dura per sempre.»

Owen fece una pausa, poi, con studiata lentezza scandì: «Sissignore».

6

Kurtz sedeva con la schiena perfettamente dritta. Nonostante la tenue luce grigiastra, aveva inforcato gli occhiali da sole, ma, anche così, il suo pilota, Freddy, osava a stento lanciargli un'occhiata di sbieco. Non si poteva mai sapere dove guardasse il capo, e di certo non potevi dedurre niente dall'inclinazione della testa.

Kurtz raccolse il News di Derry che aveva posato in grembo («LUCI MISTERIOSE IN CIELO, LA SPARIZIONE DI CACCIATORI SCATENA IL PANICO NELLA ZONA DI JEFFERSON», diceva il titolo) e cominciò a ripiegarlo con cura per trasformarlo in quello che sarebbe stato un simbolo della carriera di Underhill: un cappello da somaro. Owen si rendeva conto che sarebbe stato sottoposto a una qualche misura disciplinare, dopo la quale gli sarebbe stata offerta una seconda possibilità. Ma non sapeva che questa era già la sua seconda possibilità. Ed era più di quanto Kurtz avesse mai concesso ad altri, e ora lo rimpiangeva. Lo rimpiangeva amaramente. Che Owen facesse uno scherzo del genere dopo la loro conversazione al minimarket... dopo essere stato espressamente avvertito...

«Chi dà l'ordine?» chiese Owen nel canale riservato a Kurtz.

Kurtz fu sorpreso dall'intensità della propria rabbia. Era soprattutto scatenata dalla sorpresa, l'emozione più semplice, quella che i neonati avvertono per prima. Owen gli aveva fatto un bel tiro sintonizzando i grigi sul canale della squadra; e gli aveva raccontato una gran palla affermando di aver voluto controllare se c'erano novità nella trasmissione. Owen, probabilmente, era stato il miglior collaboratore che lui avesse mai avuto in una lunga e tortuosa carriera iniziata nei primi anni Settanta in Cambogia, ma Kurtz intendeva comunque stracciarlo per quello scherzo della radio, perché aveva dimostrato di non aver imparato la lezione. Il punto non era il gruppetto di bambini bosniaci né il bla-bla dei grigi, né la disobbedienza agli ordini. E non era neppure una questione di principio. Qui si trattava della linea. La sua linea. La Linea di Kurtz.

Poi c'era anche il sissignore.

Lo stronzissimo, sprezzante sissignore.

«Capo?» Adesso Owen sembrava un pelino nervoso, e ne aveva ben donde, che Gesù l'aiutasse. «Chi dà...»

«Sintonizzami sul canale della squadra, Freddy.»

«Attenzione, ragazzi», disse Kurtz guardando i quattro elicotteli in fila, libellule di vetro librate sopra gli alberi e sotto le nubi. Davanti a loro c'erano la palude e l'enorme disco perlaceo con i sopravvissuti raccolti a poppa.

«Sentite, ragazzi, papà fa una predica. Siete in ascolto? Rispondete.»

Sì, sì, affermativo, ricevuto (con qualche «signore» buttato qua e là, ma fin lì niente di male; c'era una bella differenza tra la sbadataggine e l'insolenza).

«Non sono un parlatore, ragazzi, parlare non è il mio mestiere, ma voglio che sappiate che questo non è - ripeto non è - un caso in cui ciò che appare è ciò che è. Quello che vedete sono una sessantina di umanoidi grigi, apparentemente asessuati, che se ne stanno lì nudi come Dio li ha fatti, e voi - o almeno alcuni di voi - direte: 'Insomma, poveretti, tutti nudi e disarmati, senza cazzi e senza fighe, che implorano pietà accanto al loro aeroplanino intergalattico, che razza di mostro potrebbe sentire quelle voci supplichevoli e massacrarli comunque?' E io vi dico, ragazzi, che quel mostro sono io, sono quel guerrafondaio postindustriale postmoderno criptofascista politicamente scorretto, Dio Santo, e, a chi mi ascolta, dico che sono Abraham Peter Kurtz, ufficiale in pensione dell'aeronautica militare, numero di serie 241771699, e conduco quest'operazione.»

Prese fiato, gli occhi fissi sugli elicotteri.

«Ma, ragazzi, sono qui per dirvi che i grigi stanno interferendo con noi sin dalla fine degli anni Quaranta e io mi sono occupato di loro dai tardi Settanta, e vi assicuro che se un tizio viene verso di voi con le mani in alto dicendo che si arrende non vuol necessariamente dire che non abbia una carica di nitroglicerina su per il culo. I pesci grossi e intelligentoni che nuotano nei centri di ricerca dicono, perlopiù, che i grigiolini hanno cominciato a venire dopo che abbiamo fatto esplodere bombe atomiche e bombe H, che sono venuti qui come insetti attratti dalla luce. Non so niente di tutto questo, non sono un pensatore, lascio che a pensare siano gli altri, le super zucche, però la vista ce l'ho buona, e vi dico che quei figli di puttana grigiolini sono innocui quanto un lupo in un pollaio. Nel corso degli anni ne abbiamo presi un bel po', ma nessuno è sopravvissuto. Quando muoiono, i loro corpi si decompongono rapidamente e si trasformano in quella schifezza che vedete qui sotto, quello che chiamate il fungo di Ripley. Talvolta esplodono. Capito? Esplodono. Il fungo di cui sono portatori - o forse è il fungo l'elemento dominante, come sostengono altre zucche ancora - muore con facilità se non trova un organismo ospite vivente - sottolineo il vivente - e l'ospite che preferiscono è, Dio Santo, il buon vecchio homo sapiens. Non appena ve ne beccate anche una sola scaglietta sotto l'unghia, non ce n'è più per nessuno: Katie prendi il fucile e sbarra la porta.»

Non era proprio la verità - anzi era ben lungi dall'essere la verità - ma nessuno si batte con la ferocia di un soldato spaventato. Questo Kurtz lo sapeva per esperienza.

«Ragazzi, i nostri grigetti sono telepatici, e sembrano in grado di comunicarci questa loro caratteristica attraverso l'aria. Ci contagia anche se non prendiamo il fungo, e se da un lato la capacità di leggere nel pensiero può apparirvi divertente e farvi diventare l'anima della festa, io, d'altra parte, posso dirvi qual è la tappa successiva: schizofrenia, paranoia, separazione dalla realtà, insomma, follia totale. Le super zucche dei centri di ricerca, che Dio le benedica, credono che, al momento, questa telepatia sia relativamente di breve durata, ma non c'è bisogno che vi dica che cosa potrebbe succedere se i grigiolini riuscissero a sistemarsi comodamente qui. Voglio che ascoltiate con attenzione quanto devo dirvi adesso. Come se da questo dipendesse la vostra vita, chiaro? Quando ci prendono, ragazzi - ripeto, quando ci prendono - e tutti voi sapete che i rapimenti ci sono stati, e non tutti i resoconti sono menzogne architettate da fuori di testa... insomma, le persone in seguito liberate hanno spesso subito degli innesti. In alcuni casi si tratta solo di strumenti - trasmettitori, forse, o qualche specie di monitor - ma in altri casi si tratta di creature viventi che si nutrono dell'organismo ospite, ingrassano e lo riducono a brandelli venendo alla luce. Questi innesti sono stati impiantati da quelle stesse creature che vedete laggiù, tutte nude e innocenti. Affermano che non sono portatori d'infezione anche se sono infetti sino al buco del culo. Ho visto queste cose per più di venticinque anni, e vi dico che questa è un'invasione, è la partita decisiva del campionato, e voi giocate in difesa. Non sono dei piccoli ET inermi, in attesa che qualcuno dia loro una carta telefonica per chiamare casa, sono una malattia. Sono un cancro, e noi siamo una massiccia dose radioattiva di chemio. Mi sentite, ragazzi?»

Nessun affermativo questa volta. Nessun ricevuto, nessun sì. Applausi nervosi e nevrotici, vibranti di aspettativa.

«Cancro, ragazzi. Sono un cancro. Non mi viene in mente un'immagine migliore: come sapete non sono un parlatore. Ricevuto, Owen?»

«Ricevuto, capo.» Calmo. Calmo e pacato, accidenti a lui. Be', che si cavi questo sfizio, finché può. Owen Underhill era un uomo finito. Kurtz sollevò il cappello da somaro e lo guardò ammirato. Owen Underhill era passo e chiudo.

«Cos'è quella roba laggiù, Owen? Quelli che, uscendo stamattina, si sono dimenticati d'infilare scarpe e calzoni?»

«Cancro, capo.»

«Giusto. Adesso da' l'ordine e procediamo. Avanti, Owen.» E, con gesto studiato, sapendo che gli uomini negli altri elicotteri lo avrebbero guardato (non aveva mai fatto un sermone del genere, mai e poi mai, e addirittura senza averne preparato neppure una parola, se non nei suoi sogni), girò il proprio berretto all'indietro.

7

Owen vide Tony Edwards girarsi il berretto dei Mets in modo che la visiera fosse abbassata sulla nuca, sentì Bryson e Bertinelli spostare le mitragliatrici, e capì che questo stava succedendo davvero. Si stavano gasando. Lui poteva saltare sul carro con loro o mettersi in mezzo alla strada ed essere travolto. Kurtz non gli aveva dato altra scelta.

E c'era un'altra cosa, una brutta cosa avvenuta tanto tempo prima, quando aveva sette, otto anni. Forse anche meno. Lui era sul praticello davanti a casa, la casa di Paducah, suo padre era ancora al lavoro, sua madre era fuori, probabilmente nella chiesa battista, intenta ad allestire una delle innumerevoli vendite di beneficenza, quando davanti alla casa dei Rapeloew, i suoi vicini, si era fermata un'ambulanza. Niente sirene, ma lampeggiatori accesi. Due uomini in tute non dissimili da quella che lui indossava adesso erano corsi lungo il vialetto, spiegando una lettiga. Senza mai rallentare. Era come un trucco magico.

In meno di dieci minuti erano di nuovo fuori e trasportavano la signora Rapeloew. La donna aveva gli occhi chiusi. Dietro di lei veniva il marito, che non si prese neppure la briga di chiudere la porta dietro di sé. Aveva la stessa età del padre di Owen, ma in quel momento sembrava vecchio come un nonno. Altro trucco magico. Il signor Rapeloew aveva visto Owen che giocava a palla sul prato, e aveva gridato: «Infarto! Andiamo al St. Mary's Memorial! Dillo a tua madre, Owen!» Poi era salito sull'ambulanza che era ripartita. Owen aveva ripreso a giocare per cinque minuti o giù di lì, ma, tra un tiro e l'altro, aveva continuato a guardare la porta dei vicini rimasta aperta pensando che avrebbe dovuto chiuderla. Quello sarebbe stato ciò che sua madre chiamava un Atto di Carità Cristiana.

Infine si era diretto nel loro prato. Quei vicini erano sempre stati gentili con lui. Niente di speciale, però quando la signora faceva i biscotti gliene lasciava sempre qualcuno, mentre il marito gli aveva insegnato a fare aeroplani di carta che volavano bene. Quindi i Rapeloew meritavano un atto di carità, ma, quando aveva varcato la soglia di casa loro, Owen aveva capito che non era stato quello a spingerlo lì. La carità cristiana non ti fa venire duro il pisello.

Per cinque minuti, o forse quindici o trenta - il tempo si snodava come in un sogno - Owen aveva vagato per la casa senza far nulla, sempre con il pisello duro come una roccia, così duro da pulsare, e uno potrebbe pensare che una cosa simile facesse male, e invece tutto il contrario, e solo ora, dopo tutti quegli anni, capiva che cosa fosse stato quel silenzioso vagare: un atto preliminare. Il fatto che non avesse nulla contro i Rapeloew, che, anzi, gli piacevano, rendeva ancor più gradevole la cosa. Se avessero scoperto che era stato lui (non avvenne mai) e gli avessero chiesto perché l'avesse fatto, avrebbe potuto rispondere: «Non so», e sarebbe stato sincero.

Non che avesse fatto granché. Nel bagno del pianterreno aveva trovato uno spazzolino da denti. Owen aveva cercato di pisciare sulle setole, ma, con il pisello così duro, non gli era uscita neppure una goccia di pipì. Allora ci aveva sputato sopra e lo aveva sfregato ben bene prima di rimetterlo a posto. In cucina aveva versato l'acqua sui fornelli. Poi aveva preso dalla credenza un grosso piatto di porcellana. «Ha detto che è un parto», aveva proclamato Owen reggendo il piatto sopra la testa. «Allora ci sarà un bambino.» E aveva scagliato il piatto in un angolo, facendolo andare in mille pezzi. Ciò fatto, era corso via. Quale che fosse stata la cosa dentro di lui che gli aveva indurito il pisello e fatto schizzare gli occhi dalle orbite, con quello si era placata. Nella settimana successiva, aveva dormito poco, e quel poco sonno era stato funestato da brutti sogni. In uno di essi, la signora tornava a casa con il bambino, che però era nero e morto. Owen era stato divorato dal senso di colpa e dalla vergogna (ma mai sino al punto da confessare quanto aveva fatto; che cosa avrebbe risposto alla sua religiosissima madre se lei gli avesse chiesto che cosa mai gli aveva preso?), e non aveva mai dimenticato il piacere che aveva provato quando aveva cercato di pisciare sullo spazzolino del signor Rapeloew, o il brivido elettrizzante che lo aveva percorso quando il piatto di portata si era rotto. Probabilmente, se fosse stato più grandicello, sarebbe venuto nelle mutande. La purezza era nell'insensatezza; la gioia, nel botto del piatto infranto; l'effetto collaterale era il lento e piacevole crogiolarsi nel rimorso e la paura di venire scoperto. Aveva capito che era un parto, ma, rientrando la sera, il padre di Owen l'aveva corretto con infarto. Un ramo delle coronarie si era guastato e la circolazione si era bloccata.

E adesso ecco che tutto si ripresentava.

Magari questa volta vengo davvero, pensò. Sarà senza dubbio più travolgente che pisciare sullo spazzolino del signor Rapeloew. Poi, rigirando il berretto, si disse: Ma fondamentalmente, il concetto è lo stesso.

«Owen?» La voce di Kurtz. «Ci sei, figliolo? Se non mi rispondi all'istante, dovrò ritenere che tu non vuoi o non puoi...»

«Sono qui, capo.» Voce calmissima. Con l'occhio della mente vide un bimbetto sudaticcio che reggeva un piatto sopra la testa. «Ragazzi, siete pronti a prendere a calci qualche chiappa spaziale?»

Un boato di consenso, punteggiato da un «altro che» e un «facciamoli a pezzi».

«Cosa volete sentire prima, ragazzi?»

Gli Stones!

«Chi è contrario, lo dica adesso.»

Silenzio. In un'altra frequenza su cui Owen non si sarebbe mai più sintonizzato, i grigi supplicavano usando voci di persone famose. Sotto di loro, a destra, c'era il Kiowa OH-58. Owen non aveva bisogno del binocolo per vedere Kurtz con il berretto girato all'indietro, Kurtz che lo guardava. In grembo aveva ancora il giornale, che adesso era ripiegato a triangolo. Per sei anni, Owen Underhill non aveva mai avuto bisogno che gli venisse accordata una seconda possibilità, il che era un bene perché Kurtz non ne concedeva a nessuno, e in cuor suo Owen l'aveva sempre saputo. Ma su questo avrebbe riflettuto poi. Un ultimo pensiero sensato gli attraversò la mente: Kurtz, il cancro sei tu, poi anch'esso si spense. Al suo posto subentrò una perfetta oscurità.

«Blue Group, qui Blue Boy Leader. Seguitemi. Cominciate a far fuoco a duecento metri. Se possibile, non colpite Blue Boy, ma quei figli di troia li facciamo fuori tutti. Conk, metti l'inno.»

Gene Conklin infilò un Cd nel lettore. Owen, ormai separato da se stesso, si protese in avanti e alzò il volume.

La voce di Mick Jagger rimbombò nelle cuffie. Owen alzò la mano, vide Kurtz fargli un saluto - poco gli importava se fosse sincero o sarcastico - poi abbassò il braccio. E Jagger cantò, cantò quello che era diventato il loro inno di battaglia. Gli elicotteri si abbassarono e puntarono sull'obiettivo.

8

I grigi - quelli rimasti - se ne stavano all'ombra della nave. Sul momento non tentarono di scappare via né di nascondersi; anzi, metà di loro si fece avanti calpestando la neve semisciolta e il muschio rosso-dorato con i piedi senza dita, scalzi. Si volsero verso la fila di elicotteri in avvicinamento, levando le mani dalle lunghe dita, per mostrare che non erano armati. I loro grandi occhi neri brillavano nella luce opaca e grigia.

Gli elicotteri non rallentarono, benché tutti, a bordo, avessero ancora nelle orecchie l'ultima trasmissione: Per favore, non fateci del male, siamo inermi, stiamo morendo. E, inserendosi come una spirale, arrivò la voce di Mick Jagger: Please allow me to introduce myself, I'm a man of wealth and taste; I've been around far many long years, stolen many man's soul and faith...

Gli elicotteri virarono con la scattante energia di una banda che fa dietro-front al fondo del campo del Rose Bowl, e le calibro 50 entrarono in azione. I proiettili s'inabissarono nella neve, colpirono rami morti di alberi già feriti, suscitarono minuscole scintille lungo i bordi della nave. Penetrarono nei grigi che stavano con le mani levate, facendoli a pezzi. Dai corpi rudimentali si staccarono braccia, lasciando fori da cui colava una sorta di linfa rosata. Le teste scoppiarono come zucche, e da esse si sprigionò una sostanza rossastra che piovve sulla nave e sui compagni. Non era sangue, bensì quella roba muffosa, come se le teste non fossero affatto teste bensì ceste piene di frutta marcia. Alcuni vennero falciati a metà busto e caddero con le mani ancora alzate in segno di resa. Cadendo, i corpi grigi diventavano biancastri e sembravano ribollire.

Mick Jagger confidava: I was around when Jesus Christ had His moment of doubt and pain...

Alcuni grigi rimasti sotto il bordo della nave si girarono quasi volessero fuggire, ma non c'era scampo. Gran parte di essi venne abbattuta immediatamente. I pochi sopravvissuti - forse quattro in tutto - si ritrassero nell'ombra. Sembrava stessero trafficando con qualcosa, e Owen ebbe una terribile premonizione.

«Li becco io!» Era Deforest nel Blue Boy 4, quasi ansante per l'impazienza. E, anticipando l'ordine di Owen, il Chinook si abbassò quasi a livello del suolo, mentre i rotori sollevavano una tempesta di neve e acqua fangosa e appiattivano il sottobosco.

«No, negativo. Risalire alla posizione precedente più cinquanta!» gridò Owen e diede una botta alla spalla di Tony, il quale tirò la barra facendo risalire il Blue Boy Leader. Nonostante la musica - Sympathy far the Devil non era ancora stata suonata fino in fondo neppure una volta - Owen sentì le rimostranze del suo equipaggio. Vide che il Kiowa si era già allontanato. Quali che fossero le tortuosità della sua mente, Kurtz non era un cretino. E i suoi istinti funzionavano alla perfezione.

«Ah, capo...» Era Deforest, con un tono di bruciante delusione.

«Ripeto, ripeto, risalire, Blue Group, tornare alla base...»

L'esplosione lo scaraventò contro il sedile e sbalzò in alto il Chinook come se fosse un giocattolo. Sentì Tony Edwards bestemmiare strattonando la barra. Alle loro spalle si levarono delle grida, ma, sebbene tutti gli uomini avessero riportato ferite, l'unico a morire fu Pinky Bryson, che si era sporto fuori per vedere meglio ed era precipitato quando l'onda d'urto li aveva colpiti.

«Ecco, sbloccato», berciò Tony, ma Owen pensò che fossero passati almeno trenta secondi prima che Tony ci fosse davvero riuscito, secondi che gli parvero ore. La musica era cessata, e questo non faceva sperare bene per Conk e i ragazzi del Blue Boy 2.

Tony virò e Owen vide che il parabrezza di perspex era incrinato in due punti. Dietro loro, qualcuno stava ancora urlando: come risultò poi, Mac Cavanaugh ci aveva rimesso due dita.

«Dannazione», borbottò Tony, poi: «Ci hai salvato la cotenna, capo. Grazie».

Owen lo sentì appena. Si era girato a guardare i resti della nave, che adesso era spaccata in almeno tre pezzi. Era difficile dirlo con precisione perché nell'aria, oscurata da una nebbia rossiccia, volavano miriadi di detriti. Era più facile vedere quanto restava dell'elicottero di Deforest, finito su un fianco nell'acqua paludosa, adesso ribollente. La pala di un rotore galleggiava come un gigantesco remo da canoa. Cinquanta metri più in là, da una furibonda palla di fuoco bianco-gialla, spuntavano altre pale annerite e contorte. Era Conklin e Blue Boy 2.

Crepitii e bip dalla radio. Blakey a bordo di Blue Boy 3. «Capo, ehi, capo, vedo...»

«3, qui Leader. Voglio che tu...»

«Leader, qui 3, vedo dei sopravvissuti, ripeto: vedo dei sopravvissuti di Blue Boy 4, almeno tre... no quattro... scendo a...»

«Negativo, Blue Boy 3. Risalire a quota precedente più cinquanta... no, più centocinquanta, e subito!»

«Ma, signore... capo... vedo Friedman, è in fiamme...»

«Joe Blakey, da' retta.»

Era l'inconfondibile gracidio di Kurtz, che si era allontanato per tempo da quella fetenzia rossastra. Come se avesse saputo come sarebbero andate le cose, pensò Owen.

«Togli le chiappe di lì, o la settimana prossima ti ritroverai a spalare merda di cammello in un clima caldo in cui gli alcolici sono fuori legge.»

Da Blue Boy 3 non si udì altro. I due elicotteri scampati all'esplosione risalirono alla quota da cui aveva avuto inizio l'assalto, più centocinquanta metri. Owen guardò la convulsa spirale del fungo di Ripley, chiedendosi se Kurtz avesse saputo o solo intuito la verità, chiedendosi se lui e Blakey si fossero allontananti in tempo. Perché erano infetti, naturalmente; checché dicessero gli interessati, i grigi erano davvero infetti. Owen non sapeva se questo bastava a giustificare ciò che avevano appena fatto, ma era quasi sicuro che i sopravvissuti del Blue Boy 4 fossero dei cadaveri ambulanti. O, peggio ancora, dei viventi in mutazione. Che diventavano Dio sa che cosa.

«Owen.» La radio.

Con un sospiro, l'interpellato si sintonizzò sul canale riservato di Kurtz. «Sono qui, capo.»

9

Kurtz era nel Kiowa e aveva ancora il giornale in grembo. Lui e Freddy avevano la maschera sul volto, come pure tutti i ragazzi del gruppo d'assalto. Anche i poveracci a terra la portavano ancora. Le maschere erano probabilmente inutili, ma Kurtz, che non aveva alcuna intenzione di prendersi il fungo di Ripley se poteva evitarlo, era il capo supremo, e, tra le altre cose, doveva dare il buon esempio. Poi, tanto valeva provare anche quello. Quanto a Freddy Johnson... be', per lui aveva in serbo un piano.

«Sono qui, capo», la voce di Underhill nelle cuffie.

«Buono l'assalto, ottimo il volo ed eccezionale la tua presenza di spirito. Hai salvato delle vite. Adesso hai pareggiato il conto con me, e siamo tornati al punto di partenza. Capito?»

«Sì, capo. Ho capito e te ne sono grato.»

E se mi credi, pensò Kurtz, sei ancor più cretino di quel che sembri.

10

Alle spalle di Owen, Cavanaugh stava ancora gemendo, ma con meno forza. Nessun cenno da Joe Blakey, che forse cominciava a capire le implicazioni di quel nebbioso vortice rosso-dorato, che forse erano riusciti a evitare o forse no.

«Tutto a posto?» chiese Kurtz.

«Abbiamo qualche ferito», rispose Owen, «ma più o meno ce la siamo cavata. Ma sarà necessaria una grande opera di bonifica: è un disastro, laggiù.»

La risata gracchiante di Kurtz risuonò forte nelle cuffie.

11

«Freddy.»

«Sì, capo.»

«Dobbiamo tener d'occhio Owen Underhill.»

«Okay.»

«Se dovessimo partire all'improvviso - Imperial Valley, intendo - Underhill resta qui.»

Freddy Johnson si limitò ad annuire e a pilotare l'elicottero. Bravo ragazzo, quello. A differenza di altri, sapeva stare al suo posto.

Kurtz si girò di nuovo verso di lui.

«Freddy, torniamo in quel negozio a casa di Dio e procedi a tutta birra. Voglio arrivarci un quarto d'ora o venti minuti prima di Owen e Joe Blakey.»

«Sì, capo.»

«E voglio un collegamento riservato via satellite con Cheyenne Mountain.»

«Mi ci vorranno cinque minuti.»

«Te ne concedo tre.»

Kurtz si appoggiò allo schienale e guardò la foresta di conifere che scorreva sotto di loro. Tanti alberi, tanta selvaggina, e non pochi esseri umani, che, in quella stagione, perlopiù vestivano di arancione. E tra una settimana - forse addirittura tra settantadue ore - tutto sarebbe diventato un deserto, morto come i monti lunari. Un peccato, ma se c'era una cosa che nel Maine non scarseggiava erano proprio i boschi.

Kurtz rigirò il cappello da somaro sulla punta del dito. Se possibile, avrebbe voluto vederlo sulla testa di Underhill quando avesse cessato di respirare.

«Voleva solo sapere se c'erano dei cambiamenti», disse piano.

Freddy Johnson, che sapeva sempre stare al mondo, non disse nulla.

12

Coperta metà della distanza che li separava dal negozio di Gosselin, con il Kiowa ormai lontanissimo, ridotto a un puntolino, gli occhi di Owen fissarono la mano destra di Tony Edwards, stretta sulla barra del Chinook. Alla base dell'unghia del pollice, lieve come una spolverata di sabbia, c'era una mezzaluna rosso-dorata. Owen scrutò le proprie mani, con la stessa attenzione dimostrata dalla signora Jankowski nell'ora di igiene personale, ai tempi remoti in cui avevano abitato accanto ai Rapeloew. Non vide nulla, ma, a giudicare dallo stato di Tony, prima o poi anche lui sarebbe stato segnato.

Cresciuto com'era in una famiglia di devoti battisti, Owen conosceva bene la storia di Caino e Abele. La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo, aveva detto Dio, e aveva mandato Caino a vivere nel paese di Nod, a oriente di Eden. Con gli uomini spregevoli, a detta di sua madre. Ma prima che Caino partisse, Dio gli aveva imposto un segno affinché gli abitanti di Nod sapessero chi era. E ora, vedendo quel filo rosso-dorato sull'unghia di Eddie e scrutandosi mani e polsi per individuarne la presenza su di sé, Owen credette di sapere di quale colore fosse stato il segno di Caino.

CAPITOLO UNDICI

Il VIAGGIO DELL'EGGMAN

1

Il suicidio, come aveva scoperto Henry, aveva una voce. Voleva spiegarsi. Il guaio era che non parlava molto bene, e perlopiù ripiegava su una sorta di balbettio. Ma poco importava: il solo fatto di parlare era sufficiente. Una volta data una voce al suicidio, la sua vita era migliorata enormemente. C'erano state notti in cui era riuscito a dormire (non molte, ma abbastanza), e non gli era più capitata una giornata davvero storta.

Sino a oggi.

Sul gatto delle nevi c'era il corpo di Jonesy, ma la cosa che ora albergava nel suo vecchio amico era piena di immagini e di intenti alieni. Forse dentro c'era anche Jonesy ma, se così era, l'amico era troppo rintanato, troppo piccolo e impotente per potersi rendere utile. Ben presto Jonesy sarebbe sparito del tutto, e quella, probabilmente, sarebbe stata una benedizione.

Henry aveva temuto che la cosa che aveva preso possesso di Jonesy avrebbe avvertito la sua presenza, e invece procedette senza rallentare. Verso Pete. Poi che cosa? Poi dove? Henry non voleva pensarci, non voleva preoccuparsene.

Infine riprese il cammino verso la baita, non perché fosse rimasto qualcosa da quelle parti, bensì perché non sapeva dove altro andare. Giunto al cancello con una sola parola sulla targhetta - CLARENDON - sputò un altro dente nella mano guantata, e lo contemplò prima di buttarlo via. Non nevicava più, ma il cielo era ancora buio e il vento sembrava sul punto di rafforzarsi. La radio non aveva forse parlato di una bufera in due tempi? Non se ne ricordava, e non aveva poi molta importanza.

Da qualche parte, a ovest, risuonò un'enorme esplosione. Henry guardò in quella direzione, ma non vide nulla. Qualcosa si era schiantato al suolo o era esploso, e alcune voci che gli martellavano in testa tacquero. Non aveva idea se le due cose fossero collegate o no, né se questo fosse rilevante per lui. Varcò il cancello aperto camminando sulla neve segnata dai solchi dell'Arctic Cat, e si avvicinò alla baita.

Il generatore ronzava, e la porta d'ingresso era aperta. Henry si fermò a esaminare la lastra di pietra davanti all'uscio. Dapprima gli parve insanguinata, ma il sangue, per quel che ne sapeva, non aveva quello strano lucore rosso-dorato. No: si trattava di una qualche proliferazione organica. Muschio o forse un fungo. E qualcos'altro...

Arrovesciò il capo all'indietro, dilatò le narici e annusò... e gli si affacciò il ricordo, chiaro e assurdo, di quando, un mese prima, era stato da Maurice con la sua ex moglie e, annusando il vino appena versato dal sommelier, aveva pensato: Noi sniffiamo il vino, i cani si sniffano il buco del culo, e più o meno è la stessa cosa. Poi, in un flash, gli era balenato il ricordo del latte che gocciolava sul mento di suo padre. Aveva sorriso a Rhonda, la quale aveva ricambiato il sorriso, e lui aveva pensato che sollievo sarebbe stata la fine, e più in fretta si faceva, meglio era.

Ma quello che sentiva non era vino, bensì un odore paludoso, sulfureo. Lo riconobbe dopo un momento: la donna che aveva provocato l'incidente della Scout. C'era anche il tanfo del suo intestino travagliato.

Henry mise piede sulla lastra di granito, sapendo che la calcava per l'ultima volta, sentendo il peso di tutti quegli anni... le risate, le conversazioni, le birre, le occasionali fumate di erba, i colpi, l'odore aspro di quella mistura di polvere da sparo e di sangue che caratterizzava la stagione della caccia, l'odore di morte e di amicizia e di radiosa infanzia.

Annusò di nuovo. L'odore era più forte, e adesso sembrava più chimico che organico, forse perché era così denso. Guardò all'interno della casa. Sul pavimento si era diffusa quella stessa sostanza muffosa, ma le assi del parquet erano ancora visibili. Sul tappeto navajo, invece, era così spessa da occultare quasi del tutto il disegno. Senza dubbio, quella roba cresceva meglio al caldo, ma la velocità con cui si diffondeva era comunque spaventosa.

Henry stava per entrare, poi ci ripensò. Indietreggiò di qualche passo e rimase lì, sulla neve, conscio del fatto che gli sanguinava il naso e che lungo le gengive c'erano dei buchi là dove, poche ore prima, c'erano stati dei denti. Se quella muffa produceva una qualche specie di virus che si trasmetteva attraverso le vie respiratorie, come l'Ebola o l'Hanta, probabilmente lui era già spacciato, e, qualsiasi cosa avesse fatto, sarebbe stato come chiudere la stalla dopo che erano scappati i buoi. Ma non era il caso di correre rischi inutili, no?

Girò attorno alla baita portandosi sul lato del Burrone, calcando le tracce lasciate dall'Arctic Cat per non affondare nella neve fresca.

2

Anche la porta della rimessa era aperta. Ed Henry poteva vedere Jonesy, sì, chiaro come il sole, Jonesy che si fermava sulla soglia prima di entrare a prendere il veicolo, Jonesy che teneva aperta la porta, Jonesy che ascoltava... che cosa?

Il nulla. Niente corvi, niente ghiandaie, niente picchi o scoiattoli. Si udiva solo il vento e, ogni tanto, il plop attutito di un piccolo strato di neve che cadeva dai rami. La fauna selvatica locale se ne era andata, come un buffo corteo di animali usciti da un cartone animato.

Rimase dov'era per un istante, cercando di ricordare la sistemazione interna della rimessa. Pete sarebbe stato più bravo di lui - a occhi chiusi, facendo ondeggiare l'indice, ti avrebbe descritto tutto nei minimi dettagli - ma in questo caso Henry pensava di poter fare a meno dell'abilità dell'amico. Era stato lì proprio il giorno prima, alla ricerca di qualche attrezzo. E aveva visto quello che gli occorreva adesso.

Inspirò ed espirò a fondo svariate volte, poi si tappò naso e bocca ed entrò. Per un istante rimase immobile per abituarsi alla semioscurità. Non voleva essere colto di sorpresa.

Quando riuscì a vedere bene, traversò lo spazio, in precedenza occupato dal gatto delle nevi. Sul pavimento era rimasta solo una costellazione di macchie d'olio, ma sulla cerata verde che era servita a coprire l'Arctic Cat e che era stata buttata in un angolo c'erano chiazze di quella robaccia rosso-dorata.

Il banco da lavoro era tutto in disordine: un barattolo di chiodi e uno di viti erano stati rovesciati sul ripiano mescolando così tutto quello che era stato accuratamente separato, un vecchio portapipe che era appartenuto a Lamar Clarendon era caduto a terra rompendosi, tutti i cassetti sotto il ripiano erano stati aperti. Uno dei due - Beaver o Jonesy - doveva aver buttato all'aria quel locale alla ricerca di qualcosa.

Era stato Jonesy.

Doveva essere un oggetto di importanza vitale per lui o per entrambi gli amici. Si chiese se lo avesse trovato. Probabilmente non avrebbe mai scoperto di che cosa si trattasse, ma quello che occorreva a lui era chiaramente visibile all'angolo opposto del locale, appeso a un chiodo sopra una pila di barattoli.

Sempre tappandosi naso e bocca e trattenendo il fiato, Henry traversò il locale. C'erano almeno cinque mascherine da verniciatore, appese a elastici che avevano perso gran parte della loro tenuta. Le prese tutte e si girò in tempo per vedere qualcosa che si muoveva dietro la porta. Non spalancò la bocca, ma il cuore gli balzò in petto e, di colpo, le boccate d'aria che lo avevano alimentato sino a quel momento gli sembrarono calde e grevi. Nulla: era solo uno scherzo della sua immaginazione. Poi vide che c'era davvero qualcosa: grazie alla proiezione della luce che entrava dalla porta aperta e a quella della finestrella sopra il banco, Henry aveva, letteralmente, avuto paura della sua stessa ombra.

A grandi passi uscì dalla baracca, le maschere da verniciatore penzolanti dalla sua mano. Trattenne il fiato per un altro tratto, poi buttò fuori l'aria. Si chinò, le mani puntellate sopra le ginocchia, la vista offuscata da puntini neri in sparizione.

Da est riecheggiò il rumore secco di un fuoco di fila. Non erano fucili; gli spari erano troppo forti e rapidi. Erano armi automatiche. Alla mente di Henry si presentò una visione nitida come il ricordo del latte gocciolante sul mento del padre o di Barry Newman che scappava dal suo studio come se avesse dei razzi ai piedi. Vide i cervi e i procioni e le marmotte e i cani randagi e i conigli che perivano a decine e a centinaia mentre cercavano di scappare da una zona ormai contaminata; vide la neve macchiarsi del loro sangue innocente (ma forse infetto). Questa visione lo ferì in modo del tutto inaspettato, lacerando un punto che non era ancora morto, ma solo assopito. Era quello spazio che aveva reagito con tanta forza al pianto di Duddits, che aveva creato quell'effetto sonoro che ti faceva scoppiare la testa.

Henry raddrizzò la schiena, vide sangue fresco sul palmo del guanto sinistro e, rivolto al cielo, gridò: «Oh, cazzo!» con voce che era nel contempo furibonda e divertita. Si era coperto naso e bocca, aveva preso le maschere e contava di metterne almeno due per entrare nella baita, ma aveva completamente dimenticato il taglio alla coscia, provocato dall'incidente della Scout. Se nella rimessa c'era stato un qualche agente contaminante, qualcosa prodotto dal fungo, adesso c'erano ottime probabilità che fosse penetrato in lui. Non che le precauzioni da lui adottate fossero granché. Henry immaginò un cartello con una grande scritta a lettere rosse: PERICOLO DI CONTAMINAZIONE BIOLOGICA! PER FAVORE TRATTENERE IL RESPIRO E COPRIRE CON LA MANO EVENTUALI FERITE APERTE!

Con un grugnito di risata, s'incamminò verso la baita. Be', Dio buono, non è che avesse contato di vivere in eterno.

A est, il crepitio degli spari continuava senza posa.

3

Di nuovo davanti alla baita, Henry si frugò nella tasca posteriore dei jeans senza grandi speranze di trovarvi un fazzoletto... e infatti non c'era. Tra i piaceri inconfessati della vita nei boschi rientrava la possibilità di pisciare dove volevi e di soffiarti il naso con le dita. Ti dava una sorta di primordiale soddisfazione veder volare piscio e muco... almeno ai maschi. A ben pensarci, era già un miracolo che le donne potessero amare gli uomini migliori.

Si tolse il giaccone, la camicia e la maglia pesante. L'ultimo strato era una maglietta scolorita dei Red Sox di Boston, con la scritta GARCIAPARRA 5 sulla schiena. Se la sfilò, ne ricavò una fasciatura improvvisata che avvolse intorno allo strappo coperto di sangue rappreso della gamba sinistra dei jeans, pensando anche questa volta che stava chiudendo la stalla dopo che erano scappati i buoi. Ma, dopotutto, riempivi le caselle vuote, no? Sì, le riempivi compilandole in stampatello ben leggibile. Queste erano le regole guida della vita. A quanto sembrava, la guidavano anche quando ti stava sfuggendo.

Si rimise il resto degli indumenti sul torso intirizzito, poi si sistemò due maschere sul volto. Pensò di usare le altre due per proteggere le orecchie, immaginò gli elastici che s'intrecciavano sul dietro della testa come le cinghie di una fondina sotto l'ascella e scoppiò a ridere. Che altro? Usare l'ultima maschera per coprirsi un occhio?

«Se mi becca, mi becca», disse, ribadendosi però che le precauzioni non erano mai troppe; «un po' di attenzione non ha mai fatto male a nessuno», soleva ripetere il vecchio Lamar.

All'interno della baita, il fungo (o muffa che fosse) si era notevolmente esteso persino durante la sua breve assenza. Il tappeto era coperto da un'estremità all'altra, e il disegno non era più visibile. C'erano chiazze sul divano, sulla penisola che divideva la cucina dalla zona pranzo, e sui sedili degli sgabelli. Un contorto capillare di muffa rosso-dorata s'inerpicava su una gamba del tavolo, come se seguisse la scia di un liquido rovesciato, e a Henry venne in mente il modo in cui le formiche si accalcavano intorno alla minima traccia di zucchero. Forse la cosa più inquietante era la ragnatela di muffa rossastra che pendeva dal soffitto. Henry la scrutò per qualche secondo prima di capire che cosa fosse: era l'acchiappasogni di Lamar Clarendon. Henry era convinto che non avrebbe mai capito che cosa era successo in quella casa, ma di una cosa era certo: questa volta l'acchiappasogni aveva intrappolato un vero incubo.

Non vorrai mica procedere oltre qui dentro, vero ? Adesso che hai visto quanto cresce in fretta? Jonesy sembrava star bene quando è passato, ma non era così, e tu lo sai. L'hai intuito. Quindi... non vorrai mica proseguire, vero?

«Penso di sì», disse Henry. «Se mi becca... be', sarò costretto ad ammazzarmi.»

Ridendo come Stubb in Moby Dick, s'inoltrò nella baita.

4

Il fungo cresceva in strati sottili o in piccole protuberanze. Con un'eccezione: davanti alla porta del bagno, dove ce n'era una vera e propria montagnola, il fungo si era agglomerato e si era inerpicato lungo gli stipiti sino a un'altezza di oltre un metro. Questa escrescenza collinosa sembrava crescere su una sostanza grigiastra e spugnosa. Sul lato che dava sul soggiorno, la robaccia grigia si biforcava formando una V che a Henry suscitò la sgradevole immagine di gambe divaricate. Come se il fungo crescesse sul cadavere di qualcuno morto sulla soglia. Henry ricordò una dispensa che gli era capitata sottomano quando frequentava medicina. C'era la foto di un'autopsia, talmente schifosa da essersi impressa per sempre nella sua mente. Mostrava il cadavere di una persona assassinata, ritrovato nei boschi quattro giorni dopo l'omicidio: sulla nuca, dietro le ginocchia e tra le natiche gli erano cresciuti dei funghi.

In quattro giorni, passi. Ma la casa era stata pulita solo...

Guardò l'orologio e vide che si era fermato alle dodici meno venti. Adesso, nel fuso orario della costa orientale, era l'Ora Ignota.

Sbirciò dietro l'uscio, di colpo convinto che lì ci fosse qualcosa in agguato.

No. Solo il Garand di Jonesy, appoggiato al muro.

Henry fece per allontanarsi, poi ci ripensò. Prese il fucile, che gli parve immune da escrescenze fungose. Carico, con la sicura, un colpo in canna. Bene. Bene. Se lo mise a tracolla e si diresse verso la schifosa coUinetta rossa davanti alla porta del bagno. L'odore di etere, mescolato con qualcosa di sulfureo e ancor più sgradevole, era molto forte lì dentro. Traversò lentamente la stanza, costringendosi a ogni passo, con il timore (e con la crescente certezza) che la massa rossastra con le propaggini a V fosse quanto restava del suo amico Beaver. Tra un istante avrebbe visto i ciuffi residui dei lunghi capelli neri dell'amico, o le Doc Martens, che Beaver definiva la sua «prova di solidarietà verso le lesbiche». Beav era convinto che le Doc Martens fossero un segreto segno di riconoscimento tra donne gay, e nessuno era riuscito a fargli cambiare idea. Era altrettanto convinto che gente di nome Rothschild e Goldfarb reggessero le sorti del mondo, magari da un qualche bunker sotterraneo situato in Colorado. Beaver, la cui esclamazione preferita era: 'Fanculo, Freddy!

Ma non c'era modo di stabilire se la montagnola sulla soglia fosse quanto restava di Beaver, o di chiunque altro. Era solo una forma vaga. Henry intravide un brillio nella massa spugnosa e si protese in avanti chiedendosi se microscopiche particelle di fungo non stessero già crescendo sulla superficie umida e non protetta dei suoi occhi. La cosa risultò essere la maniglia tondeggiante del bagno. Di fianco, già decorato di muffa, c'era un rotolo di nastro adesivo telato. Henry ricordò il disordine del banco da lavoro, i cassetti aperti. Era questo che Jonesy aveva cercato? Uno stupido rotolo di nastro? Qualcosa - era il clic, oppure no? - gli diceva di sì. Ma perché?

Negli ultimi cinque mesi, con l'infittirsi dei pensieri suicidi, la curiosità di Henry si era praticamente spenta. Adesso se ne sentiva preda, come chi si sveglia affamato. E lui non aveva nulla di cui nutrirla. Che Jonesy avesse voluto sigillare la porta con il nastro? Per proteggersi da che cosa? Senza dubbio lui e Beaver dovevano sapere che non avrebbe funzionato contro il fungo, che avrebbe strisciato sotto la porta.

Henry guardò nel bagno ed emise un basso grugnito. L'orrida follia che si era manifestata nella casa - quale che essa fosse - doveva essere cominciata e finita proprio lì: di questo era certo. Il locale era una grotta rossa, le piastrelle un tempo azzurre completamente coperte dalla robaccia muffosa. Era cresciuta anche alla base del lavabo e della tazza del water. L'asse era alzato e, benché non potesse distinguere chiaramente, Henry era quasi certo che il sedile si era rotto verso l'interno della tazza. La tenda adesso era rosso-dorata anziché azzurra, ed era in gran parte staccata dagli anelli (anch'essi coperti di barbetta vegetale) e finita nella vasca.

Dal bordo della vasca sporgeva un piede calzato. La scarpa era una Doc Martens: Henry non aveva dubbi. A quanto sembrava, era riuscito a trovare Beaver. Di colpo, lo assalirono ricordi del giorno in cui avevano salvato Duddits, così nitidi che sarebbero potuti risalire al giorno precedente. Beaver con indosso il suo cazzutissimo giubbotto di pelle, Beaver che prendeva il cestino di Duddits e diceva: Ti piacciono questi cartoni? Ma non si cambiano mai il vestito! Poi diceva...

«'Fanculo, Freddy», disse Henry. «Ecco quello che diceva sempre.» Lacrime lungo le guance. Se quello che occorreva al fungo era l'umidità - e, a giudicare dalla giungla intorno al water, l'umidità gli piaceva, eccome - poteva aggredirlo e banchettare della sua carne.

A Henry importava ben poco. Aveva il fucile di Jonesy. Il fungo poteva anche saltargli addosso, ma di certo lui non avrebbe aspettato che arrivasse al dessert. Se proprio fosse stato necessario.

Probabilmente, sì.

5

Era certo di aver visto degli avanzi di moquette impilati in un angolo della rimessa. Si chiese se fosse il caso di andarli a prendere. Avrebbe potuto stenderli sul pavimento, camminarci sopra e riuscire così ad avvicinarsi alla vasca. Ma a che scopo? Sapeva che quello era Beaver, e non aveva alcuna voglia di vedere il suo vecchio amico, autore di spiritosaggini tipo Baciami le chiappe, tutto coperto di fungo rossastro come il pallido cadavere di quella vecchia foto. Forse avrebbe trovato risposta a qualche interrogativo, ma gli sembrava improbabile.

Soprattutto, voleva togliersi di lì. Il fungo era inquietante, ma c'era dell'altro. La sensazione, ancor più inquietante, di non essere solo.

Henry si allontanò dalla porta del bagno. Sul tavolo da pranzo c'era un volume in edizione economica che in copertina recava l'immagine di diavoli danzanti, muniti di forche. Senza dubbio uno dei libri di Jonesy, già esibiva le sue piccole chiazze.

Si accorse che da ovest proveniva un vago brontolio, che ben presto divenne un rombo assordante. Elicotteri, e, questa volta, non uno solo. Tanti. E grandi. Sembravano volare all'altezza del tetto, ed Henry, istintivamente, si chinò. Decine e decine di immagini di film sulla guerra in Vietnam gli si affacciarono alla mente e, per qualche istante, temette che avrebbero sforacchiato la casa con le mitragliatrici. O forse avrebbero lanciato del napalm.

Passarono senza fare né l'una né l'altra cosa, ma sorvolarono l'edificio così bassi da far tintinnare tazze e piatti sugli scaffali di cucina. Henry si rialzò quando il rumore si fu affievolito. Forse intendevano unirsi al massacro di animali in corso al confine orientale della zona di Jefferson. Affari loro. Lui avrebbe alzato i tacchi di lì e...

E che cosa? Che cosa, per la precisione?

Mentre rifletteva su questo interrogativo, sentì un rumore proveniente da una delle camere al pianterreno. Una sorta di fruscio. Seguito da un istante di silenzio, lungo abbastanza da convincere Henry che la sua fantasia stava davvero facendo gli straordinari. Poi ci furono dei ticchettii e degli squittii, non molto diversi da quelli che emetterebbe un giocattolo meccanico sul punto di scaricarsi. Pelle d'oca in tutto il corpo. Bocca asciutta. Capelli ritti sulla nuca.

Fuori di qui, corri!

Prima di poter obbedire a quella voce, Henry puntò verso la camera da letto, sfilandosi nel contempo la tracolla del Garand. L'adrenalina pulsava in lui, e il mondo si parava nitido e illuminato alla sua vista. La percezione selettiva, quel dono che non sappiamo di avere quando siamo calmi e tranquilli, lo aveva disertato, costringendolo a vedere ogni minimo dettaglio: la scia di sangue che dalla camera andava nel bagno, una pantofola abbandonata, quella strana muffa rossastra che si era diffusa sulla parete in forma di mano. Varcò la soglia.

Era sul letto, qualunque cosa essa fosse; a Henry parve una donnola con le zampe amputate e una lunga coda sanguinolenta tesa a un'estremità come un cordone ombelicale. Ma nessun animale che lui avesse mai visto - con la possibile eccezione delle murene al Boston Seaquarium - aveva occhi così enormi. Altra somiglianza: quando aprì quella fenditura rudimentale che era la bocca, mise in mostra una fila di zanne tremende, lunghe e sottili come spilloni.

Dietro la bestia, pulsanti sul lenzuolo insanguinato, c'erano un centinaio di uova arancio-brunastre. Avevano le dimensioni di grosse biglie ed erano rivestite da una sostanza viscosa, torbida. Dentro ognuna di esse, Henry vedeva nuotare un'ombra sottile.

La creatura donnolesca si levò come un serpente dal cesto di un incantatore e squittì in direzione di Henry. Balzò sul letto, senza però dar prova di grande agilità. Gli occhi neri e opachi lo fissarono. La coda (che Henry ipotizzò fosse una sorta di tentacolo) si agitò prima di posarsi sulle uova, quasi a proteggerle.

Henry si rese conto che stava dicendo no, no, no, all'infinito, con il tono cantilenante di un povero nevrotico imbottito di psicofarmaci. Imbracciò il fucile, prese la mira e tenne sotto tiro la ripugnante testa che si abbassava per scansarsi. Sa che cos'è un'arma, pensò Henry premendo il grilletto.

La creatura era vicina e non aveva molte vie di scampo; forse era stata fiaccata dalla deposizione di uova o forse non sopportava bene il freddo: con la porta aperta, la baita era davvero gelida. Lo sparo risuonò forte in quello spazio ristretto, e la testa della cosa si disintegrò lanciando spruzzi grumosi sulla parete della camera. Il suo sangue aveva lo stesso colore rosso-dorato del fungo. Il corpo decapitato cadde dal letto su un mucchio di indumenti che Henry non riconobbe: un giaccone marrone, un gilè arancione, un paio di jeans con risvolti (nessuno di loro, da ragazzi, aveva mai rivoltato il fondo dei jeans, e chi lo faceva veniva denominato «pestamerda»). Svariate uova rotolarono a terra e perlopiù atterrarono sugli abiti o sul cumulo disordinato dei libri di Jonesy, ma due finirono sul pavimento e si ruppero. Da esse fuoriuscì una cucchiaiata di sostanza torbida e viscosa, simile ad albume andato a male. E nel liquido c'erano dei vermetti che si dimenavano e sembravano guardare Henry con occhietti a punta di spillo. La loro vista gli faceva venir voglia di urlare.

Muovendosi come un rigido Pinocchio, Henry si girò e uscì dalla camera. Non aveva idea di dove fosse diretto sino a che non raggiunse la cucina e si chinò verso l'armadietto sotto il lavello.

I am the eggman, I am the eggman, I am the walrus! Goo-goo-joob!

Non cantò la canzone dei Beatles, ma la declamò con voce forte e teatrale che non sapeva di avere. Era la voce di un gigione dell'Ottocento. Quell'idea - chissà perché - gli evocò l'immagine di Edwin Booth nei panni di d'Artagnan, cappello piumato e tutto il resto, che citava i versi di John Lennon, e lo spinse a fare una risata: «Ah ah!»

Sto impazzendo, pensò... ma meglio così. Meglio d'Artagnan che recitava I am the Walrus dell'immagine del sangue della cosa schizzato sul muro, o la Doc Martens coperta di muffa sporgente dalla vasca da bagno, o, peggio ancora, quelle uova che liberavano vermicelli filiformi e occhiuti. Tutti quegli occhi che lo guardavano.

Scostò il detersivo per piatti e il secchio e trovò la bomboletta di liquido infiammabile per il barbecue. La portò in soggiorno, fermandosi a raccattare una scatola di fiammiferi di legno sopra il caminetto.

«I am he and you are me and we are all together!» declamò entrando con passo deciso nella camera di Jonesy prima che la persona terrorizzata che era in lui potesse fargli cambiare idea e spingerlo alla fuga. Quella persona voleva che lui corresse sino a stramazzare a terra, privo di sensi. O che morisse.

Anche le uova sul letto si stavano schiudendo. Una ventina di vermetti strisciavano sul lenzuolo insanguinato e sul cuscino. Uno levò quel grumo che era la testa e squittì, un suono così fievole da essere a stento udibile.

Senza fermarsi - se lo avesse fatto, si sarebbe rimesso in movimento solo verso l'uscita - Henry si avvicinò al letto. Uno dei vermetti sgusciò verso di lui sul pavimento, pilotato dalla coda come uno spermatozoo al microscopio.

Henry lo calpestò e, contemporaneamente, tolse il tappo alla bomboletta. Puntò la valvola verso il letto e la premette, rotando il polso a destra e a sinistra e facendo in modo di bagnare anche il pavimento. Quando venivano innaffiati dal liquido, i vermiciattoli emettevano miagolii acuti, da gattini appena nati.

«Eggman... eggman... walrus!»

Calpestò un altro vermetto e ne vide un terzo che si era attaccato alla gamba dei jeans e cercava di mordere la stoffa con i denti ancora teneri.

«Eggman», borbottò Henry, e lo staccò spingendolo via con l'altro scarpone. Poi lo calpestò. Di colpo, si accorse di essere in un bagno di sudore dalla testa ai piedi, e se fosse uscito in quello stato (cosa che prima o poi doveva fare) probabilmente sarebbe morto.

«Non puoi stare qui, non puoi darti tregua!» gridò Henry nel suo nuovo tono declamatorio.

Aprì la scatola di fiammiferi, ma tremava a tal punto che rovesciò a terra metà del contenuto. Altri vermetti venivano verso di lui. Magari non la sapevano lunga, ma di certo avevano capito che lui era il nemico: l'avevano capito, eccome.

Henry prese un fiammifero e avvicinò il pollice alla capocchia. Un trucco che gli aveva insegnato Pete in tempi remoti. Erano sempre gli amici a insegnarti le cose più preziose, no? Come quella di fare al vecchio compagno Beav un funerale da vichingo e, nel contempo, liberarsi di questi rumorosi serpentelli.

«Eggman!»

Grattò con l'unghia la capocchia del fiammifero, che si accese. L'odore di zolfo era simile a quello che aveva sentito entrando nella baita, e a quello delle scoregge della donna.

«Walrus!»

Buttò il fiammifero ai piedi del letto, dove c'era un piumino zuppo di infiammabile. Per un istante la fiammella divenne bluastra e sottile, ed Henry temette che si sarebbe spenta. Poi ci fu un flamp, e dal piumino si levò una piccola corona di lingue giallastre.

«Goo-goo-joob!»

Le fiamme si diffusero verso l'alto, annerendo il sangue che inzuppava il lenzuolo. Raggiunse l'ammasso di uova, le assaggiò, le trovò di suo gradimento. Seguì una serie di scoppiettii mentre esplodevano crepitando.

Henry indietreggiò verso la porta continuando a spruzzare il liquido. All'altezza del tappeto navajo, la bomboletta era vuota. La buttò e accese un altro fiammifero. Questa volta il flamp fu immediato e si levarono lingue di fuoco arancione. La vampata di calore lo investì in volto, scatenando in lui il bisogno impellente di togliersi le mascherine e buttarsi nelle fiamme. Ciao calore, ciao estate, ciao oscurità, mia vecchia amica.

A fermarlo fu una considerazione semplice ma persuasiva. Se si fosse arreso adesso, lo sgradevole ridestarsi delle sue emozioni sopite sarebbe stato del tutto inutile. Lì non avrebbe mai trovato la spiegazione di quanto era successo, ma forse quelli che erano a bordo degli elicotteri e sparavano agli animali ne sapevano qualcosa. Sempre che non sparassero anche a lui.

Sulla soglia, Henry venne assalito da un ricordo così vivido da strappargli il cuore: Beaver seduto davanti a Duddits, che cerca d'infilarsi le scarpe da tennis al contrario. «Ti aiuto io», dice Beaver, e Duddits, guardandolo con quei suoi occhi perplessi e adorabili, risponde: «Iuti me?»

Henry aveva ricominciato a piangere. «Addio, Beav», dice. «Ti amo, amico... e te lo dico col cuore.»

Uscì dalla baita.

6

Si diresse all'angolo in cui era accatastata la legna. Lì accanto c'era una cerata vecchissima e scolorita. Era gelata nella terra ed Henry dovette tirarla forte per liberarla. Sotto di essa c'era un mucchio di racchette da neve, di pattini e di sci. C'era anche un rompighiaccio antidiluviano.

Guardando questo intrico di fatiscente attrezzatura invernale, Henry, di colpo, si rese conto di essere stanchissimo... solo che «stanco» era un termine del tutto inadeguato. Aveva percorso quindici chilometri a piedi, in gran parte di corsa. Era stato coinvolto in un incidente d'auto e aveva scoperto il cadavere del suo amico. Era convinto di averne persi anche altri due.

Se non fossi stato tormentato da pensieri suicidi, a questo punto sarei matto da legare, pensò, poi rise. Questo lo fece star meglio, ma non attenuò la stanchezza. Tuttavia, doveva andare via di lì. Doveva trovare delle autorità cui comunicare quanto era avvenuto. Forse ne erano già al corrente - a giudicare dal casino fuori qualcuno doveva sapere qualcosa, sebbene i loro metodi gli sembrassero poco tranquillizzanti - ma probabilmente non sapevano dell'esistenza delle creature donnolesche. E delle uova. Lui, Henry Devlin, lo avrebbe detto loro. E chi era più qualificato di lui? Dopotutto, era l'eggman. L'uomo delle uova.

Le racchette, con il loro intreccio di striscioline di cuoio, erano state a tal punto rosicchiate dai topi da essere ridotte a semplici intelaiature. Ma, frugando, trovò un paio di sci da fondo che avevano l'aria di essere stati all'ultimo grido intorno al 1954 o giù di lì. Gli attacchi erano arrugginiti, ma, premendo con entrambi i pollici, riuscì a smuoverli quel tanto che bastava da applicarli ai suoi scarponi.

Adesso, dall'interno della baita proveniva un rumore crepitante. Henry posò una mano sul cumulo di legna e sentì il calore. Sotto lo spiovente del tetto, appoggiate al muro, c'erano svariate racchette da sci, le cui manopole erano sepolte sotto una spessa coltre di ragnatele. A Henry non piaceva toccare quale robaccia - il ricordo delle uova e delle creature striscianti che ne erano uscite era ancora troppo recente - ma perlomeno aveva i guanti. Strappò le ragnatele ed esaminò le racchette. Oltre i vetri adesso vedeva il turbinio di scintille nel soggiorno.

Ne trovò un paio un po' corte per la sua statura e avanzò goffamente sugli sci sino all'angolo della baita. Con quel vecchio equipaggiamento e il fucile a tracolla, gli pareva di essere un nazi delle truppe alpine di un vecchio film. Nell'istante in cui si girò, la finestra presso la quale si era fermato prima esplose con un botto sorprendentemente forte, come se qualcuno avesse gettato un grosso vaso di vetro da una finestra del primo piano. Henry si ingobbì e sentì schegge di vetro colpire il giaccone. Alcune gli finirono tra i capelli. Si rese conto che se si fosse attardato altri trenta secondi accanto alla finestra, i frammenti di vetro gli avrebbero distrutto la faccia.

Guardò il cielo, levò le mani ai lati del viso come Al Jolson e disse: «Lassù qualcuno mi ama!»

Le fiamme adesso divampavano fuori della finestra, lambendo il sottotetto, mentre dall'interno si udivano scricchiolii e piccole esplosioni. La baita del padre di Lamar Clarendon, originariamente costruita subito dopo la seconda guerra mondiale, era un inferno. Gli sembrava di sognare.

Sciando, Henry girò intorno alla casa, tenendosi alla larga, e vedendo un getto di scintille levarsi dal camino e turbinare verso le nubi basse. A est, la sparatoria continuava. Qualcuno stava facendo piazza pulita. Piazza pulita, e forse qualcosa di più. Inoltre c'era stata quell'esplosione a ovest. Che diavolo era stata? Impossibile stabilirlo. Se fosse arrivato illeso in un punto in cui c'erano altre persone, magari gli avrebbero fornito spiegazioni.

«A meno che non decidano di fare piazza pulita anche di me», disse. Dalla voce secca e gracchiante capì di avere una sete infernale. Si chinò con cautela (erano più di dieci anni che non sciava), raccolse una manciata di neve e ne addentò una boccata. Lasciò che si sciogliesse scivolando giù per la gola. Un piacere squisito. Henry Devlin, psicanalista e autore di una tesina sulla Soluzione Hemingway, un uomo che un tempo era stato un ragazzino vergine e che adesso era un tipo alto e dinoccolato con gli occhiali che gli ballavano sul naso, un uomo con i primi capelli bianchi, con gli amici più cari morti, o mutanti, o fuggitivi, quest'uomo, insomma, se ne stava sul cancello di una baita che non avrebbe rivisto mai più, mangiando neve come un bimbetto che divora un gelato, e guardando il rogo di quello che era stato uno dei luoghi più felici della sua vita. Le fiamme sgusciarono attraverso le assicelle che rivestivano il tetto. La neve, trasformata in acqua ribollente, sgocciolava nella grondaia. Dalla porta d'ingresso uscivano braccia di fuoco che invitavano i nuovi arrivati a entrare e a fare in fretta, prima che tutto bruciasse. Il tappeto di muffa rosso-dorata sulla lastra di granito si era rinsecchito ed era ormai grigiastro. «Bene», mormorò Henry. Senza accorgersene stringeva ritmicamente le manopole delle racchette. «Bene, bene.»

Rimase lì per un un quarto d'ora e, quando non ne poté più, si girò e riprese la via da cui era venuto.

7

La carica che lo aveva sostenuto sino a quel punto si era esaurita. Doveva percorrere trentacinque chilometri, e, se non si fosse dato una regolata, non ce l'avrebbe mai fatta. Si tenne sui solchi lasciati dal gatto delle nevi e si fermò a riposare più spesso di quanto non avesse fatto nel tragitto di andata.

Ma allora ero giovane, pensò, non tanto ironicamente.

Guardò l'orologio due volte, dimentico del fatto che nel fuso della zona di Jefferson adesso vigeva l'Ora Ignota. Sapeva che era ancora giorno, a giudicare dalla visibilità delle nubi. Se fosse primo o tardo pomeriggio, questo gli era meno chiaro. In un giorno qualsiasi avrebbe potuto dedurlo dalla fame, ma non oggi. Non dopo aver visto quello che c'era sul letto di Jonesy, quelle uova, quei vermiciattoli con gli occhi strabuzzati. Non dopo il piede sporgente dalla vasca da bagno. Aveva l'impressione che non sarebbe mai più riuscito a ingoiare un boccone... e, se l'avesse fatto, di certo non avrebbe mai addentato nulla di nemmeno vagamente rosso. Quanto ai funghi, poi...

Scoprì che sciare, perlomeno su quegli arnesi per il fondo, era un po' come andare in bici: non disimpari mai. Cadde una volta sulla prima altura, poi si lanciò nella discesa successiva con qualche lieve sbandamento e nessun crollo. Quegli sci non erano stati incerati dai tempi della presidenza Carter, ma, se avesse seguito la pista tracciata dal gatto delle nevi, se la sarebbe cavata. Si stupì nel vedere la proliferazione di orme animali sulla Deep Cut Road: non ne aveva mai viste tante. Alcune procedevano lungo la strada, ma gran parte si limitava ad attraversarla, puntando verso est.

Ho intrapreso un viaggio, si disse. Magari un giorno ne trarrò un poema epico: Il viaggio di Henry.

«Sì. Lento è il tempo e distorto il reale, avanza l'eggman nel male», declamò. Rise e, nella gola secca, la risata divenne una tosse. Si portò al bordo della pista e prese un'altra manciata di neve.

«Gustosa... e ti fa anche bene!» dichiarò. «Neve! E non solo per la prima colazione!»

Alzò gli occhi al cielo, e quello fu un errore. Per un istante ebbe un capogiro e temette di franare a terra. Poi gli passò. Le nubi sembravano più buie. Altra neve? La notte in arrivo? Entrambe? Ginocchia e caviglie gli dolevano per lo sforzo, e le braccia ancor di più. Peggio di tutto erano i pettorali. Si era già rassegnato all'idea di non arrivare al negozio di Gosselin prima che facesse buio; adesso, mentre se ne stava lì a mangiar neve, si rese conto che magari non ce l'avrebbe fatta per niente.

Allentò la fasciatura di fortuna intorno alla gamba, e si sentì artigliato dal terrore vedendo un filo rosso brillante stagliarsi sul tessuto dei jeans. Il cuore impazzito gli fece apparire puntini bianchi davanti agli occhi. Tese le dita tremanti verso il filo.

Ma che cosa pensi di fare? si chiese ironico. Toglierlo come se fosse un filo o un pelucco?

E fu quanto fece, perché quello era proprio un filo, un filo rosso staccatosi dal logo della maglietta. Lo lasciò cadere sulla neve. Poi risistemò la fasciatura sullo strappo dei jeans. Per essere uno che, non più tardi di quattro ore prima, aveva contemplato tutta una serie di opzioni finali - corda, sacchetto di plastica, salto dal ponte, la famosa Soluzione Hemingway, nota in certi giri come «l'Addio del Poliziotto» - si era preso una bella paura, almeno per qualche secondo.

Perché non è così che voglio andarmene, si disse. Non mangiato vivo da...

«Dai funghi del Pianeta X», precisò.

E l'eggman si rimise in moto.

8

Il mondo si ridusse, come sempre avviene quando, non avendo completato l'opera, ci sentiamo sull'orlo dello sfinimento. La vita di Henry si era limitata a quattro semplici movimenti: far pressione sulle racchette con le braccia e spingere gli sci. Entrando in un'altra dimensione, i dolori si attutirono, perlomeno per il momento. Ricordava solo che, ai tempi del liceo, una volta gli era successo qualcosa di vagamente simile, quando giocava nella squadra di basket dei Tigers di Derry. Era una riserva e aveva partecipato alla partita perché tre dei quattro migliori giocatori avevano commesso dei falli. Non aveva segnato un solo punto, ma aveva resistito sino alla fine (e i Tigers avevano gloriosamente perso). Alla fine della partita era scivolato in una sorta di sogno dorato. Lungo il corridoio che portava agli spogliatoi, le gambe lo avevano tradito facendolo crollare a terra mentre i compagni di squadra avevano applaudito e fischiato.

Qui, niente applausi né fischi: solo l'incessante rumore di spari. Forse era meno intenso, ma pur sempre presente.

Più inquietanti erano i colpi che, ogni tanto, risuonavano davanti a lui. Dalle parti del negozio di Gosselin? Impossibile stabilirlo.

Si ritrovò a cantare Sympathy far the Devil, una delle canzoni degli Stones che meno gli piaceva («Made damn sure that Pilate washed his hands and sealed His fate», tante grazie, che pubblico meraviglioso siete, buona notte), e s'impose di piantarla quando si rese conto che la canzone si era intrecciata con il ricordo di Jonesy in ospedale, con l'aspetto che l'amico aveva avuto il marzo scorso, non solo smagrito ma in qualche modo rimpicciolito, come se si fosse ritirato in una sorta di scorza destinata a proteggere il suo corpo sorpreso e maciullato. Gli era parso un uomo condannato, e, sebbene poi non fosse morto, Henry capì in quel momento che proprio a quell'epoca si erano rafforzate le sue manie suicide. Al repertorio di immagini che avevano funestato le sue notti - il latte bianco-azzurro stillante sul mento del padre, le chiappe gigantesche e traballanti di Barry Newman che scappava dal suo studio, Richie Grenadeau che porgeva la merda di cane al lacrimante e seminudo Duddits Cavell - si era aggiunta quella del volto scarno e degli occhi tormentati di Jonesy, di Jonesy che era stato travolto per strada senza ragione alcuna, di Jonesy che sembrava anche troppo disposto a togliersi da questo mondo. Dicevano che le sue condizioni si erano stabilizzate, ma, negli occhi dell'amico, Henry aveva letto «condizioni critiche». Simpatia per il diavolo? Ma per favore! Non c'era alcun Dio, alcun diavolo, alcuna simpatia. Una volta capito questo, eri nei guai. I tuoi giorni come visitatore pagante di quel grande parco dei divertimenti che era la kultura amerikana erano contati.

Stava di nuovo cantando - «But what's puzzling you is the nature of my game» - e s'impose di piantarla. Allora che altro? Qualcosa di davvero stupido. Stupido, insensato e gradevole, qualcosa che grondasse kultura amerikana. Che dire di un pezzo delle Pointer Sisters? Quello andava bene.

Guardando gli sci ai piedi e i solchi zigrinati lasciati dal gatto delle nevi, Henry cominciò a cantare. Ben presto si lasciò cullare dal suo stesso canticchiare sussurrante e stonato mentre il sudore gli inzuppava la maglietta e il muco gli colava dal naso, gelandosi sul labbro superiore: «I know we can make it, I know we can, we can work it out, yes we can-can yes we can yes we can....»

Meglio, molto meglio. Tutti quei we can-we can erano una quintessenza di kultura amerikana come un pickup della Ford parcheggiato davanti a una sala da bowling, o una rockstar morta in una vasca da bagno.

9

Raggiunse infine il riparo dove aveva lasciato Pete e la donna. L'amico era sparito. Di lui, nessuna traccia.

Henry sollevò il tetto di lamiera crollato e guardò sotto per assicurarsi che Pete non fosse lì. C'era la donna, invece. Si era mossa, o era stata spostata, dal punto in cui si trovava quando lui si era messo in cammino, e, in un momento imprecisato durante la sua assenza, aveva incontrato una fine miseranda. Volto e abiti erano coperti dalla stessa muffa color ruggine che aveva infestato la baita, ma Henry notò un particolare interessante: il fungo sul corpo di lei prosperava, mentre quello diffuso al suolo era in difficoltà, era diventato grigio e aveva cessato di estendersi. Quello davanti alla donna se la cavava un po' meglio - era stato più al caldo - ma lungo i margini aveva il grigiore della cenere vulcanica.

Henry era quasi sicuro che il fungo stesse morendo.

Come pure la luce del giorno. Lasciò ricadere la lamiera sul corpo di Becky Shue e sulle braci del fuoco. Poi guardò di nuovo le tracce lasciate dal gatto delle nevi, rimpiangendo di non avere con sé una guida indiana che gli avrebbe spiegato tutto. Oppure l'amico di Jonesy, quell'Hercule Poirot dalle celluline grigie.

Le impronte avevano descritto un semicerchio sino al riparo per poi procedere in direzione nord-ovest, verso il minimarket di Gosselin. Nella neve c'era un avvallamento che evocava la forma di un corpo umano. Intorno, c'erano come dei piccoli buchi tondeggianti.

«Che ne dici, Hercule?» chiese Henry. «Cosa vuol dire tutto questo, mon ami?» Ma Hercule non rispose.

Henry si mise a cantare sottovoce mentre si chinava su uno dei buchetti, senza rendersi conto che, abbandonate le Pointer Sisters, era tornato agli Stones.

La luce era ancora abbastanza forte da permettergli di vedere tre increspature alla sinistra dell'incavatura a forma di corpo, e questo gli ricordò la toppa sulla manica destra del giaccone di Pete. L'amico, con strano orgoglio, gli aveva raccontato che era stata la sua ragazza ad applicare la toppa, dicendogli che non era bello andare a caccia con un giaccone strappato. Henry aveva pensato che era buffo ma nel contempo triste che Pete si fosse costruito una visione di un felice futuro a partire da quella piccola gentilezza... un gesto che forse era nato più dall'abitudine che dall'affetto che la ragazza poteva aver provato per quella spugna che era Pete.

Non che avesse importanza. Ciò che contava era che Henry si sentì finalmente in grado di fare una deduzione. L'amico era sgusciato fuori da sotto la lamiera caduta. Jonesy - o quella nube che adesso si era impossessata di Jonesy - era sopraggiunto, aveva sterzato verso il riparo e aveva raccolto Pete.

Perché?

Henry non lo sapeva.

Non tutte le macchie nell'incavatura lasciata da Pete mentre strisciava via puntellandosi sui gomiti erano di quella robaccia muffosa. Alcune erano di sangue secco. Pete si era ferito. Si era tagliato quando era caduta la lastra di lamiera? Tutto lì?

Henry notò una traccia sinuosa che si dipartiva dall'infossatura sulla neve. Alla fine c'era qualcosa che, in un primo momento, gli parve un tizzone annerito. Guardandolo meglio, cambiò idea. Era un'altra di quelle cose donnolesche, ed era morta bruciata, assumendo un colore grigiastro. Henry la scostò con la punta dello scarpone. Sotto c'era un mucchietto di uova gelate. Doveva averle deposte in punto di morte.

Henry, rabbrividendo, scalciò neve sulle uova e sul corpo del mostro. Schiuse la fasciatura della gamba ferita per darle un'altra occhiata e, così facendo, si accorse di cantare la canzone degli Stones. Tacque. Dal cielo ricominciarono a scendere radi e lievi fiocchi di neve.

«Ma perché continuo a cantarla?» si chiese. «Perché continua a venirmi alle labbra quella stronza canzone?»

Non si aspettava una risposta: erano domande pronunciate ad alta voce solo per sentirne il suono consolante in quel luogo di morte, ma una risposta venne comunque.

«Perché è la nostra canzone. È l'inno della squadra, quello che suoniamo quando entriamo in azione. Siamo i ragazzi del Cruise.» Cruise? Nel senso di Tom Cruise? Forse no.

La sparatoria a est era meno intensa adesso. Il massacro degli animali era quasi compiuto. Ma gli uomini erano lì. Una lunga fila di cacciatori vestiti di verde anziché di arancione, che ascoltavano ripetutamente quella canzone mentre compivano la loro missione, sommando vittime su vittime: I rode a tank, held a general's rank, when the Blitzkrieg raged and the bodies stank... Pleased to meet you, hope you guess my name.

Ma che diamine stava succedendo? Non nel grande, folle mondo esterno, ma nella sua testa? In passato gli era capitato di avere dei flash rivelatori che avevano messo a nudo la sua vita - la sua vita dopo l'incontro con Duddits - ma non aveva mai provato niente di simile. Che cos'era questo? Era venuto il momento di esaminare questo nuovo modo di vedere la riga?

No. No, no, no.

E, quasi a schernirlo, la canzone nella testa: general's rank... bodies stank.

«Duddits!» esclamò nel pomeriggio cupo, morente. Un pensiero lottava per manifestarsi, ma era troppo grosso, troppo grosso.

«Duddits!» gridò di nuovo con il tono declamatorio da eggman. Una cosa, almeno, gli fu chiara: gli era stato negato il lusso del suicidio. E questa era la cosa peggiore perché quegli strani pensieri - I shouted out who killed the Kennedys - lo stavano lacerando. Riprese a piangere, stupito e sconfortato, solo nei boschi. Tutti gli amici erano morti, tranne Jonesy, che era in ospedale. Una stella del cinema in ospedale con Mr Gray.

«Cosa vuol dire?» grugnì Henry. Si batté le mani contro le tempie e le rugginose racchette da sci dondolarono come le pale rotte di un rotore. «Cristo, cosa vuol dire?»

La sola risposta fu la canzone: Pleased to meet you! Hope you guess my name!

Neve, e solo neve: rossa del sangue degli animali sacrificati, che erano ovunque, una Dachau di cervi, di procioni, di conigli, di donnole, di orsi e di marmotte e di....

Henry lanciò un grido, e fu così forte e violento da dargli l'impressione di svenire. Poi la sua mente parve schiarirsi, almeno per il momento. Gli rimase una vivida immagine di Duddits com'era stato quando l'avevano conosciuto, un Duddits sotto un grigio cielo ottobrino e non sotto la spettrale luce di una tormenta di neve, un Duddits che lo guardava con i suoi occhietti cinesi, da saggio. «Con Duddits abbiamo dato il meglio di noi», aveva detto a Pete.

«Iuti a?» disse Henry. «Iuti me?»

Appunto: iuti me.

Con un lieve sorriso (benché avesse le guance rigate di lacrime sul punto di gelare) Henry riprese a sciare lungo le tracce del gatto delle nevi.

10

Dieci minuti più tardi raggiunse la Scout incidentata. Di colpo si accorse di due cose: aveva una fame divorante e nell'auto c'era cibo. Durante il tragitto aveva visto delle orme e, anche senza essere un grande detective, aveva capito che Pete aveva lasciato la donna per andare alla vettura. E nemmeno gli occorreva l'aiuto di Poirot per sapere che i generi alimentari erano ancora lì. Sapeva che cosa era venuto a prendere Pete.

Si portò sul lato sinistro dell'auto e, mentre allentava gli attacchi degli sci, rimase paralizzato. Quel lato era protetto dal vento e quanto Pete aveva scritto sulla neve mentre beveva le sue due birrette era ancora leggibile: DUDDITS, ripetuto più volte. Era come trovarsi accanto alla tomba di una persona cara e sentire una voce che ti parla dalla fossa.

11

All'interno della Scout c'erano delle schegge. E anche del sangue. Poiché il sangue era perlopiù sul sedile posteriore, Henry ebbe la certezza che non era stato versato durante l'incidente; Pete doveva essersi tagliato tornando alla macchina. Era interessante il fatto che qui non ci fosse traccia di muffa rossiccia. Dato che si diffondeva rapidamente, Henry ne dedusse che l'amico non era ancora infetto quando era venuto a prendere la birra. Forse era stato contaminato dopo, ma non allora.

Afferrò il pane, il burro di arachidi, il latte e il cartone di succo d'arancia. Poi, sedutosi sul retro della vettura cappottata, divorò pane e burro di noccioline, che spalmò con l'indice, e ingollò il succo d'arancia in due sorsate. Ma non era abbastanza.

«Ciò che pensi», dichiarò rivolto alla semioscurità pomeridiana, «è grottesco. Per non dire rosso. Cibo rosso.»

Rosso o no, quelli erano i suoi pensieri, e non erano grotteschi più di tanto; dopotutto, era un uomo che aveva passato notte dopo notte pensando a fucili e corde e sacchetti di plastica. Adesso tutto questo gli sembrava piuttosto infantile, ma certo era proprio da lui. Così...

«Così, signore e signori dell'American Psychiatric Association, consentitemi di concludere citando il defunto Joseph 'Beaver' Clarendon: 'Diciamo 'fanculo e mettiamo un soldino nella cassetta dell'Esercito della Salvezza. E se non vi sta bene, prendetemi il cazzo e dategli una succhiata'. Grazie tante.»

Dopo questo commiato, Henry risalì nell'abitacolo della Scout, evitando di nuovo i frammenti di vetro, e prese il pacchetto ravvolto in carta da macellaio. Uscì, spezzò la cordicella e l'aprì. All'interno c'erano nove grossi hot dog. Di quelli rossi.

Per un istante la sua mente cercò di evocargli la creatura serpentesca sul letto di Jonesy che lo guardava con vacui occhi neri, ma Henry cacciò quella visione con la prontezza di chi ha un forte e incrollabile istinto di sopravvivenza.

Gli hot dog erano precotti, ma lui li scaldò comunque con la fiamma dell'accendino, poi li avvolse ognuno in una fetta di pan carré e li divorò. Sorrise nel farlo, pensando a quanto ridicolo sarebbe apparso a un osservatore esterno. Be', non si dice forse che gli psicanalisti, con il tempo, diventino matti quanto i loro pazienti, se non di più?

L'importante era sentirsi infine sazio. E, cosa ancora più importante, era la sparizione di tutti i pensieri e di tutte le immagini sfilacciate e sconnesse che gli avevano invaso la mente. Sparita anche la canzone. Sperava che tutta quella robaccia non sarebbe mai più riaffiorata. Mai, a Dio piacendo.

Bevve altro latte, fece un rutto, poi appoggiò il capo contro il fianco della Scout e chiuse gli occhi. Ma non per dormire: questi boschi erano belli, bui e folti, e lui doveva percorrere ancora venti chilometri prima di potersi riposare.

Ricordò le voci sentite da Pete nel minimarket di Gosselin - cacciatori dispersi, luci nel cielo - voci che il Grande Psicanalista Americano aveva ridicolizzato bellamente, cianciando della ventata di isteria satanista nello stato di Washington, delle storie di violenza carnale nel Delaware. Esibendo una facciata da strizzacervelli intelligentone mentre, dentro di sé, rimuginava idee suicide. Allora aveva avuto un tono del tutto plausibile, come se stesse per partecipare a una tavola rotonda televisiva che aveva per tema l'interfaccia tra l'inconscio e l'ignoto, ma adesso la faccenda era diversa. Adesso anche lui era uno dei cacciatori dispersi. Inoltre, aveva visto cose che non si trovano in Internet, per quanto potente sia il tuo motore di ricerca.

Rimase lì seduto, la testa all'indietro, gli occhi chiusi, la pancia piena. Il Garand di Jonesy era appoggiato a un pneumatico della Scout. Le falde di neve cadevano sulle sue guance con il tocco lieve di zampe di gattini. «Ecco quello che tutti gli scemi hanno atteso da gran tempo», disse. «Incontri ravvicinati del terzo tipo. Quarto o quinto, magari. Scusa se ho riso di te, Pete. Tu avevi ragione e io no. Diavolo, peggio ancora. Il vecchio Gosselin aveva visto giusto e io no. Ecco a che serve una laurea ad Harvard.»

E, una volta pronunciato questo discorso ad alta voce, tutto cominciò a quagliare. Qualcosa era atterrato o si era schiantato a terra. Il governo americano aveva reagito con un intervento armato. Stavano comunicando al mondo quanto era accaduto? Probabilmente no, perché non era nel loro stile, ma Henry era convinto che prima o poi sarebbero stati costretti a farlo. Non si poteva isolare a tempo indeterminato tutta la zona di Jefferson.

Lui era forse al corrente di ulteriori particolari? Magari la sapeva più lunga degli uomini sugli elicotteri e di quelli che sparavano. Chiaramente, quelli erano convinti di trovarsi di fronte a un contagio, ma Henry non pensava che il pericolo fosse così grave quanto ritenevano loro. Quella roba prendeva piede, si diffondeva... poi moriva. Perfino il parassita nel corpo della donna era morto. Quella non era la stagione né il posto giusto per far prosperare la micosi spaziale, se di questo si trattava. Il che deponeva a favore dell'ipotesi di un atterraggio di fortuna... ma che dire delle luci in cielo? E degli innesti? Per anni, le persone che sostenevano di essere state rapite dagli ET avevano detto di essere state spogliate, esaminate, trapiantate... tutte idee talmente freudiane da essere quasi risibili....

Henry, sentendosi scivolare nel sonno, si riscosse con tanta energia da far aprire il pacchetto degli hot dog rimasti, che gli scivolarono dal grembo per finire nella neve. La luce era sempre più fievole, e il mondo aveva assunto un bieco color ardesia.

Si spazzò via dai calzoni la neve caduta di fresco e si alzò, nonostante la protesta dei muscoli doloranti. Guardò con una sorta di ripugnanza gli hot dog caduti nella neve, poi si chinò, li raccolse, li incartò di nuovo e li infilò in tasca. In futuro, gli sarebbero potuti sembrare appetibili. Henry sperava di no, ma non si può mai dire.

«Jonesy è in ospedale», disse, di colpo, senza sapere a che cosa alludesse. «Jonesy è in ospedale con Mr Gray. Deve stare lì. Reparto terapia intensiva.»

Follia. Folle chiacchiericcio. Serrò di nuovo gli attacchi degli sci e si rimise in moto mentre la neve cadeva più fitta e il cielo si oscurava.

Aveva già fatto troppa strada quando si accorse di aver raccolto gli hot dog ma di aver dimenticato il fucile di Jonesy.

12

Si fermò dopo quella che gli parve meno di un'ora e, ottusamente, scrutò le tracce del gatto delle nevi. Ormai la luce era scarsissima, ma sufficiente per vedere che le impronte sterzavano bruscamente a destra per infilarsi nel bosco.

Nello stramaledetto bosco. Perché mai Jonesy (e Pete, se era con lui) avrebbe dovuto infilarsi nei boschi? Che senso aveva, visto che la Deep Cut Road era sgombra e diritta, una pista bianca tra gli alberi bui?

«La Deep Cut procede in direzione nord-est. Quella che va da Gosselin - la strada asfaltata - non può essere a più di cinque chilometri da qui. Jonesy lo sa. Pete pure. Però... il gatto delle nevi va...» Levò le braccia a mo' di lancette di orologio, cercando di orientarsi. «Il gatto delle nevi punta a nord. Perché?»

Forse lo sapeva. In direzione del minimarket il cielo era luminoso, come se vi fossero state installate file di riflettori. Il frastuono degli elicotteri, sia pure in dissolvenza, era nella stessa direzione. Avanzando, probabilmente avrebbe sentito il rumore di altri veicoli pesanti, forse di generatori. A est risuonavano ancora degli spari, ma erano isolati. Il clou dell'azione, chiaramente, era nella direzione in cui stava puntando lui.

«La base è nello spaccio di Gosselin», stabilì Henry. «E Jonesy voleva evitarla.»

Ho fatto tombola, pensò. Solo che Jonesy era sparito... no? Restava la nuvola rosso-nera.

«No», ribatté Henry. «Jonesy c'è ancora. È in ospedale con Mr Gray. Ecco cos'è la nuvola: Mr Gray.» Poi, senza alcuna coerenza: «Iuti me?»

Henry guardò i fiocchi cadenti come se credesse che lassù, da qualche parte, ci fosse un Dio che lo stava scrutando con l'interesse sincero ma distaccato di uno scienziato che osserva un microrganismo. «Ma di che cazzo sto parlando? Qualcuno ha dei suggerimenti?»

Nessuna risposta al di fuori dell'affacciarsi di uno strano ricordo. Il marzo scorso, lui, Pete, Beaver e la moglie di Jonesy avevano condiviso un segreto. Carla era convinta che suo marito avrebbe fatto meglio a non sapere che il suo cuore si era arrestato due volte, prima sull'ambulanza, poi subito dopo il ricovero al Massachusetts General Hospital. Jonesy sapeva che era stato a un pelo dallo schiattare, ma (almeno a quanto risultava a Henry), non sapeva quanto ci fosse andato vicino. E, se mai aveva avuto una qualche esperienza del luminoso aldilà, o l'aveva tenuta per sé o l'aveva dimenticata grazie alle massicce dosi di anestetici e analgesici.

Da sud, a velocità terrificante, si alzò un rombo che spinse Henry a chinarsi e a coprirsi le orecchie con le mani. Sembrava che una squadra di caccia avesse attraversato le nuvole sopra di lui. Non vide nulla, ma quando il rumore svanì con la stessa rapidità con cui si era levato, Henry si raddrizzò con il cuore che batteva all'impazzata. Cristo! Così doveva essere stata Desert Storm per gli iracheni.

Quel rombo immenso. Voleva dire che gli Usa erano appena entrati in guerra contro esseri di un altro mondo? Stava forse vivendo in un romanzo di H.G. Wells? Sentì un fremito all'altezza del petto. Se era così, questo era un nemico che di certo aveva qualcosa di più di qualche vecchio missile Scud sovietico da lanciare contro lo zio Sam.

Lascia perdere. Non puoi farci niente. Il problema è: che ne sarà di te nel prossimo futuro?

Il rombo dei jet si era dissolto in un ronzio. Ma sarebbero tornati, ipotizzò Henry. Magari con rinforzi.

«Due piste divergenti nei boschi. È a questo che sono ridotto.»

Ma seguire la traccia del gatto delle nevi non era realistico. Tra una mezz'ora sarebbe stato buio e non l'avrebbe più vista, senza contare che sarebbe stata cancellata dalla nuova nevicata. Avrebbe finito con il perdersi... come doveva già essere successo a Jonesy.

Con un sospiro, Henry procedette lungo la Deep Cut Road.

13

Quando giunse in prossimità del punto in cui la Deep Cut s'immetteva nella Swanny Pond Road, una strada asfaltata a due corsie, Henry era troppo stanco per reggersi in piedi. I muscoli delle cosce erano bustine da tè ammollate. Neppure le luci all'orizzonte nord-occidentale, sempre più luminose, né il rombare degli elicotteri riuscivano a confortarlo. Davanti a lui si levava una lunga e ripida salita finale, al cui versante opposto le due strade confluivano. Magari avrebbe trovato del traffico, specie se c'erano movimenti di truppe.

«Dai che ce la fai», si incitò. «Dai che ce la fai.» Ma indugiò dov'era. Non voleva affrontare la salita.

Ma non aveva scelta. Si chinò, prese un'altra manciata di neve, ne mangiò un po', non perché ne avesse voglia, bensì perché non voleva rimettersi in moto. Le luci in direzione del negozio di Gosselin erano più spiegabili di quelle che lui e Pete avevano visto danzare in cielo («Sono tornati!» aveva gridato Becky come la bimbetta di Poltergeist II), ma, chissà perché, gli piacevano ancora meno. Tutti quei motori e quei generatori gli sembravano.... be', affamati.

«Appunto, coniglio», si disse. Poi, perché in realtà non aveva altra scelta, affrontò la salita.

14

Si fermò alla sommità a riprendere fiato. Il vento qui era più forte e sembrava penetrargli sotto gli abiti. Sentendo la gamba ferita pulsare, si chiese se non avesse una piccola colonia di muffa rossastra in incubazione sotto la fasciatura improvvisata. Era troppo buio per controllare, e, alla fin fine, forse era meglio così.

«Lento è il tempo e distorto il reale, avanza l'eggman nel male.» E così affrontò la discesa che portava all'incrocio in cui finiva la Deep Cut Rad.

Data la notevole pendenza, si ritrovò a sciare anziché camminare. Procedette veloce, senza sapere se fosse per la paura, l'esaltazione, o per una malsana combinazione di entrambi i fattori. Di certo andava troppo forte, data la visibilità, che era praticamente zero, e le sue capacità, arrugginite quanto gli attacchi degli sci. Vedendo i pini schizzargli a fianco, pensò che forse i suoi problemi sarebbero potuti finire con un ictus. Niente Soluzione Hemingway. Questa si poteva chiamare «la Soluzione Bono».

Gli volò via il berretto. Fece per afferrarlo e perse di colpo l'equilibrio. Avrebbe fatto un capitombolo. E forse non era poi tanto male, a condizione di non rompersi una gamba. La caduta l'avrebbe fermato, quantomeno. Poi si sarebbe dovuto rimettere in piedi e...

Grossi riflettori lo abbagliarono e, prima che gli occhi cedessero al bagliore improvviso, Henry vide un camion che bloccava la fine della Deep Cut Road. Le luci dovevano essere sensibili al movimento, e, davanti a esse, c'era una fila di uomini.

«Alt!» ordinò una voce terrificante attraverso un altoparlante. Sarebbe potuta essere la voce di Dio. «Alt o spariamo!»

Henry cadde di brutto e goffamente. Gli sci volarono via. Una caviglia si piegò con tanta violenza da farlo gridare. Perse una racchetta, e l'altra si spezzò. Slittò a gambe aperte, poi si fermò con gli arti ripiegati a forma di svastica.

Riacquistò in parte la vista e sentì dei passi sulla neve. Riuscì a mettersi a sedere, senza capire se avesse qualcosa di rotto.

In piedi, a circa dieci metri da lui, c'erano sei uomini, le ombre lunghissime e nette stagliate sulla neve. Portavano tutti delle giacche a vento imbottite. Naso e bocca erano coperti da maschere che sembravano molto più funzionali di quelle che Henry aveva trovato nella rimessa, ma il loro scopo, si disse Henry, doveva essere lo stesso.

Erano anche muniti di armi automatiche, tutte puntate su di lui. Adesso Henry pensò che, dopotutto, era stato un colpo di fortuna aver dimenticato il Garand di Jonesy e il suo Winchester nella Scout. Se fosse stato armato, adesso si sarebbe potuto ritrovare sforacchiato.

«Non credo di averlo preso», disse. «Se è questo che vi preoccupa, non credo di...»

«In piedi!» Di nuovo la voce di Dio. Dal camion. Henry, protetto in parte dalle ombre degli uomini intorno a lui, riuscì a vedere un altro schieramento ai piedi dell'altura in cui confluivano le due strade. Erano tutti armati, con l'eccezione di uno che teneva un megafono.

«Non so se ci riesc...»

«In piedi, e subito!» ordinò Dio, e uno degli uomini levò la canna del fucile, con un movimento lieve ma significativo.

Henry si alzò. Gli tremavano le gambe e la caviglia distorta gli faceva un male terribile, ma, almeno per il momento, tutto sembrava intatto. E qui finisce il viaggio dell'eggman, pensò scoppiando a ridere. Gli uomini davanti a lui parvero a disagio e, per quanto gli puntassero di nuovo addosso i fucili, Henry trasse conforto da quella piccola esibizione di umanità.

Nella luce accecante dei riflettori, Henry vide qualcosa sulla neve, qualcosa che gli era uscito dalla tasca nella caduta. Lentamente, sapendo che avrebbero potuto sparargli comunque, si chinò.

«Non la tocchi!» gridò Dio dall'altoparlante nell'abitacolo del camion. Gli uomini puntarono di nuovo le armi, le cui canne segnalavano un piccolo messaggio tutto loro: ciao, oscurità, mia vecchia amica.

«Che possiate annegare tutti nella merda», imprecò Henry - una delle massime vette poetiche di Beaver - e raccolse il pacchetto. Sorridendo, lo alzò sotto gli occhi degli uomini mascherati. «Vengo a voi in pace», dichiarò. «Qualcuno ha voglia di un hot dog?»

CAPITOLO DODICI

JONESY IN OSPEDALE

1

Questo era un sogno.

Non lo sembrava, ma doveva esserlo per forza. Per prima cosa, aveva già vissuto una volta quel 15 marzo, e gli sembrava terribilmente ingiusto doverlo rivivere. Secondo, ricordava un sacco di cose degli otto mesi che erano trascorsi: l'aiuto ai figli che facevano i compiti, Carla al telefono con amici (perlopiù quelli del programma di disintossicazione), le lezioni ad Harvard... e naturalmente i mesi di fisioterapia. Le infinite flessioni, il dolore delle giunture che si tendevano e si piegavano con tanta riluttanza. Lui che diceva alla terapista, Jeannie Morin, che non ce la faceva. Lei che gli diceva che ce l'avrebbe fatta. Lacrime sul volto di lui, un gran sorriso su quello di lei (quell'odioso sorriso professionale), e alla fine aveva avuto ragione la donna. Ce l'aveva fatta, ma a che prezzo.

Ricordava molte altre cose: la prima volta che si era alzato dal letto, che si era pulito il culo da solo, la sera d'inizio maggio in cui si era coricato pensando, per la prima volta, che ne sarebbe uscito, la notte di fine maggio in cui lui e Carla avevano fatto l'amore per la prima volta dopo l'incidente, e la vecchia battuta che lui aveva detto quando avevano finito: «Come scopano i ricci? Con molta cautela». Ricordava di aver guardato, tutto dolorante, i fuochi d'artificio il Memorial Day; ricordava di aver mangiato l'anguria il 4 luglio, sputando i semi sul prato e osservando Carla che giocava a badmington con le sue sorelle, e quel giorno l'anca e la gamba gli facevano ancora male ma i dolori non erano più lancinanti; ricordava la telefonata di Henry in settembre - «Tanto per controllare», aveva detto - nel corso della quale avevano parlato di un sacco di cose, incluso la puntata annuale all'Hole in the Wall in novembre. «Certo che vengo», aveva assicurato Jonesy, ignorando, all'epoca, quanto poco avrebbe gradito la sensazione di imbracciare il Garand. Avevano parlato di lavoro (Jonesy era tornato a scuola, spostandosi con vispi saltelli e con l'aiuto di una stampella), delle rispettive famiglie, dei libri che avevano letto e dei film che avevano visto; Henry, come già aveva fatto in gennaio, aveva dichiarato che Pete beveva troppo. Jonesy non aveva voluto approfondire quell'argomento, ma quando Herry gli aveva riferito la proposta di Beaver di far visita a Duddits Cavell a Derry, al ritorno dalla settimana di caccia, Jonesy aveva approvato con entusiasmo. Era troppo tempo che non lo vedevano, e niente al mondo poteva rallegrarti quanto una dose di Duddits. Inoltre...

«Henry?» aveva chiesto. «Avevamo in programma una visita a Duddits, vero? Dovevamo andarci il giorno di san Patrizio. Non me lo ricordo, ma ho visto un appunto sulla mia agenda.»

«Sì», aveva risposto Henry. «Dovevamo andare a trovarlo.»

«Il patrono degli irlandesi non ci ha portato una gran fortuna, eh?»

Per via di questi ricordi, Jonesy era sicuro che il 15 marzo si fosse già verificato. A sostegno di questa tesi, c'erano varie prove, la prima delle quali era l'agenda di lavoro. Tuttavia, ecco di nuovo presentarsi quelle idi funeste... e adesso, accidenti, sembravano più funeste che mai.

In precedenza, il ricordo di quella giornata si annebbiava verso le dieci del mattino. Era in ufficio, beveva una tazza di caffè e impilava i libri da portare in un'aula del dipartimento di storia. Non era di buon umore, ma non ricordava assolutamente il perché. Secondo quell'agenda in cui era annotato l'impegno di andare da Duddits il 17 marzo, il 15 aveva avuto un appuntamento con uno studente di nome David Defuniak. Jonesy non ne ricordava la ragione, ma in seguito aveva trovato la nota di un assistente relativa a una tesina con cui Defuniak aveva recuperato la sua mancata partecipazione a un test - le conseguenze a breve termine della conquista normanna - e quindi immaginava che dovesse essersi trattato di quello. Ma che cosa poteva esserci in un tesina da rendere infelice il professor Gary Jones?

Infelice o no, aveva canticchiato qualcosa, finendo poi con il sostituire le parole, che divennero quasi insensate: «Yes we can, yes we can-can, great gosh a 'mighty yes we can-can». Dopodiché c'erano solo frammenti di ricordi - aveva augurato un felice giorno di san Patrizio a Colleen, il segretario del dipartimento, aveva preso il Phoenix di Boston dal distributore fuori dell'edificio, aveva lasciato cadere una moneta nell'astuccio del sassofono di uno skinhead all'imbocco del ponte, sul lato di Cambridge, provando compassione per quel tizio che, con quel vento, indossava solo un maglioncino leggero - ma, in linea di massima, dopo la raccolta dei libri, tutto era avvolto nell'oscurità. Aveva ripreso i sensi in ospedale, udendo quella voce monotona proveniente da una camera vicina: Per favore, basta, non ne posso più, un'iniezione, dov'è Marcy, voglio Marcy. O forse diceva: Dov'è Jonesy, voglio Jonesy. L'insidiosa morte. La morte che fingeva di essere un paziente. La morte aveva perso le sue tracce - era possibile, in un ospedale così grande - e adesso era di nuovo alla carica. Cercando di ingannarlo. Di costringerlo a darsi per vinto.

Ma ora quella misericordiosa oscurità calata in mezzo ai suoi ricordi è sparita. Questa volta non solo fa gli auguri a Colleen ma le fa una battuta: Come si chiama un proctologo giamaicano? Un Pok[é]mon. Esce, quel suo io futuro - l'io di novembre - nascosto nella sua testa di marzo come un passeggero clandestino. L'io futuro sente l'io di marzo pensare: Che bella giornata è uscita, mentre s'incammina verso l'appuntamento con il destino a Cambridge. Cerca di dire all'io di marzo che questa è una pessima idea, un'idea grottescamente sbagliata, che potrebbe risparmiarsi mesi di sofferenza semplicemente fermando un taxi o prendendo un autobus, ma non riesce a farsi sentire. Forse tutte le storie di fantascienza sui viaggi nel tempo che ha letto da ragazzo avevano detto il vero: non si può cambiare il passato per quanti sforzi si facciano.

Traversa il ponte sul Charles e, benché il vento sia freschino, si gode il tepore del sole sul viso e i milioni di riflessi con cui si frange nell'acqua del fiume. Canticchia parte di Here Comes the Sun, poi riprende il motivo delle Pointer Sisters: «Yes we can-can, great gosh a 'mighty». Facendo oscillare la ventiquattrore al ritmo della canzone. Dentro c'è il panino. Uova con maionese. «Mmm-mmm», ha detto Henry. «Smag», ha detto Henry.

Ecco il sassofonista e... sorpresa: non è allo sbocco del ponte, ma più oltre, vicino al campus del Mit, davanti a un ristorantino indiano. Trema per il freddo, la testa nuda coperta di taglietti che fanno pensare che il rasoio non sia il suo forte. Il modo in cui suona These Foolish Things indica che non è neppure tagliato per la musica, e Jonesy vorrebbe dirgli di fare il falegname, l'attore, il terrorista... tutto, tranne il suonatore. Invece lo incoraggia, non limitandosi a dargli un quartino, bensì un'intera manciata di monetine. Imputa questo gesto al primo sole dopo un lungo inverno freddo, al modo in cui è andato il colloquio con Defuniak.

Il sassofonista lo ringrazia levando gli occhi su di lui, senza smettere di suonare. Jonesy pensa a un'altra battuta: Come definiresti un sassofonista con una carta di credito? Un ottimista.

Procede facendo oscillare la ventiquattrore, senza dar retta al Jonesy dentro di lui, quello che ha nuotato controcorrente da novembre come un salmone migrante nel tempo. Ehi, Jonesy, fermati. Qualche secondo sarà sufficiente. Allacciati la scarpa. (Niente da fare: indossa un paio di mocassini. Ben presto porterà un'ingessatura.) È a quell'incrocio che succede, là dove si ferma l'autobus, tra Mass Avenue e Prospect. Sta arrivando un vecchietto, un professore di storia rintronato, a bordo di una Lincoln blu e ti stirerà come una frittella.

Ma non serve. Per quanto forte gridi, non serve. Le linee telefoniche sono interrotte. Non si può tornare indietro, non si può uccidere il proprio nonno, non si può sparare a Lee Harvey Oswald che s'inginocchia ai piedi di una finestra del sesto piano del magazzino di libri di Dallas, puntando il fucile ordinato per posta, non puoi impedire a te stesso di traversare l'incrocio tenendo la ventiquattrore e la copia del Phoenix di Boston che non leggerai mai. Spiacente, signore, le linee telefoniche sono interrotte in un qualche punto della zona di Jefferson, c'è un vero casino da quelle parti, non riesco a inoltrare la sua chiamata. ..

Poi, o Dio, questa è una novità... la chiamata viene inoltrata! All'incrocio, mentre sta per scendere dal marciapiedi, la chiamata viene inoltrata!

«Cosa?» dice, e l'uomo che si è fermato accanto a lui, il primo che si china su di lui in un passato che ormai può essere misericordiosamente cancellato, lo guarda insospettito e risponde: «Non ho detto niente, io», come se con loro ci fosse una terza persona. Jonesy lo sente appena perché c'è un altro, la voce dentro di lui, una voce molto simile alla sua, che gli grida di restare sul marciapiedi...

Poi sente un pianto. Guarda verso il lato opposto di Prospect Avenue e, o Dio, ecco Duddits, Duddits Cavell in mutande, che intorno alla bocca ha degli sbaffi marrone. Sembra cioccolata, ma Jonesy sa che non lo è. È cacca di cane: quel bastardo di Richie è davvero riuscito a fargliela mangiare, e la gente cammina come se Duddits non ci fosse.

«Duddits!» grida Jonesy. «Duddits, tieni duro, sto arrivando!»

E si lancia attraverso la strada senza guardare, il passeggero dentro di lui del tutto impotente, capendo infine che l'incidente si era verificato proprio così, e il vecchio con i primi sintomi di Alzheimer, che non avrebbe dovuto comunque essere al volante, era stato solo uno degli elementi che avevano concorso all'investimento. L'altro elemento, finora celato nell'oscuramento della memoria, era questo: aveva visto Duddits ed era schizzato in strada senza guardare.

Intravede anche un'altra cosa: una struttura enorme, vagamente simile a un acchiappasogni che collega tutti gli anni a partire dal 1978, anno in cui hanno conosciuto Duddits Cavell, e che collega anche il futuro.

Con la coda dell'occhio sinistro coglie il bagliore di un parabrezza. Un'auto in arrivo, a velocità eccessiva. L'uomo che era accanto a lui sul marciapiedi, il signor Non-ho-detto-niente, grida: «Attento! Attento», ma Jonesy lo ode a stento. Perché dietro a Duddits c'è un bel cervo, grande quasi quanto un uomo. E, prima che la Lincoln lo investa, Jonesy si accorge che è un uomo, un uomo con gilè e berretto arancione. Sulla spalla, come una ripugnante mascotte, c'è una creatura donnolesca con enormi occhi neri. La coda - o forse è un tentacolo - è avvolta intorno al collo dell'uomo. Ma come diavolo ho potuto scambiarlo per un cervo? pensa Jonesy. Poi l'auto lo urta e lui finisce a terra. Sente un piccolo schianto soffocato mentre l'anca si spezza.

2

Questa volta, niente oscurità: la via dei ricordi, per il bene o per il male, è illuminata da lampade ad arco. Ma il film è confuso, come se il montatore avesse alzato un po' il gomito a pranzo e non ricordasse più il filo conduttore. In parte, ciò è dovuto alla deformazione in termini temporali: Jonesy ha l'impressione di vivere nel passato, nel presente e nel futuro, tutto in contemporanea.

È così che viaggiamo, dice una voce, e Jonesy si rende conto che è la stessa che voleva Marcy, che voleva un'iniezione. Una volta superata una certa soglia di accelerazione, tutti i viaggi diventano viaggi nel tempo. La memoria è la base di ogni viaggio.

L'uomo all'angolo - il signor Non-ho-detto-niente - si china su di lui, gli chiede se tutto è a posto, vede che così non è, si guarda intorno e chiede: «Qualcuno ha un cellulare? Chiamate un'ambulanza». Quando alza la testa, Jonesy vede che ha un taglietto sul mento: probabilmente se l'è fatto radendosi stamattina senza neppure rendersene conto. Che tenero, pensa Jonesy, poi l'inquadratura cambia e compare un anziano in cappotto nero e cappello, e questo possiamo chiamarlo il signor Ma-cosa-ho fatto. Si aggira nei pressi con questa domanda. Sostiene di essersi distratto per un istante, di aver sentito un colpo: «Ma cos'ho fatto?» Sostiene di non aver mai amato le auto grosse: «Ma cos'ho fatto?» Sostiene di non ricordare il nome della sua assicurazione: «Ma cos'ho fatto?» Ha una macchia sul cavallo dei calzoni, e Jonesy, sfrittellato a terra, non può impedirsi di provare una sorta di esasperata compassione per il vecchio, rimpiange di non potergli dire: «Vuoi sapere cos'hai fatto? Da' un'occhiata ai calzoni. Ti sei pisciato sotto».

Altra inquadratura. Adesso ci sono ancor più persone assiepate intorno a lui. Sembrano molto alte, e Jonesy pensa che quella dev'essere come una soggettiva dalla bara. Il che gli ricorda un racconto di Ray Bradbury, dove coloro che si riuniscono sulla scena di un incidente - sempre le stesse persone - determinano il tuo fato con ciò che dicono. Se mormorano che non è troppo grave, che l'auto ha sterzato giusto in tempo, te la cavi. Se invece cominciano a dire: «Non butta bene», «Non credo che ce la farà», allora morrai. Sempre la stessa gente. Sempre le stesse facce vacue, avide. I curiosi che vogliono vedere il sangue e sentire i gemiti dell'infortunato.

Nel gruppetto intorno a lui Jonesy vede Duddits Cavell, adesso vestito di tutto punto e senza sbaffi di merda di cane. C'è anche McCarthy. Chiamiamolo il signor Sto-alla-porta-e-busso, pensa Jonesy. E c'è qualcun altro. Un uomo grigio. Solo che non è un uomo: è l'alieno che gli stava alle spalle nella baita. Grandi occhi neri campeggiano su un volto che è quasi privo di altri tratti. La floscia pelle di elefante qui è più tesa; il vecchio ET-telefono-casa non ha ancora ceduto all'ambiente estraneo. Ma gli capiterà. Alla fine, questo mondo sarà per lui come un acido che lo dissolve.

La tua testa è esplosa, cerca di dire Jonesy al grigio, ma non riesce a spiccicar parola; non riesce neppure ad aprire la bocca. Ma il vecchio ET-telefono-casa sembra udirlo, perché china leggermente il capo.

«Sta perdendo i sensi», dice qualcuno, e, prima che gli si presenti un'altra inquadratura, sente il signor Ma-cosa-ho-fatto dire a qualcuno: «La gente diceva che somiglio a Lawrence Welk».

3

Sull'ambulanza è privo di sensi ma contempla se stesso, come se fosse fuori del suo corpo; poi c'è qualcos'altro: mentre gli tagliano i calzoni, scoprendo l'anca che ha l'aria di essere fatta di due maniglie maldestramente congiunte, sopraggiunge un arresto cardiaco. Sa esattamente di che cosa si tratta perché lui e Carla non perdono mai un episodio di ER - Medici in prima linea, ed ecco che cercano di rianimarlo e uno dei paramedici porta al collo un crocefisso che sfiora il naso di quello che, in sostanza, è un cadavere, e, cazzo! è morto in ambulanza! Perché nessuno gli ha mai detto che era morto durante il trasporto? Pensavano forse che la cosa non gli interessasse, che dicesse: Ah bene, ci sono stato, e rieccomi qui, e ho persino portato dei souvenir?

«Pronti!» grida l'altro paramedico, e proprio prima dell'elettrostimolazione, il conducente si gira e Jonesy vede che è la mamma di Duddits. Poi gli sparano una scarica e il suo corpo sobbalza, e, sebbene il Jonesy al di fuori non abbia corpo, avverte comunque l'elettricità, un colpo rovente che accende l'albero del suo sistema nervoso. Lode a Dio e alleluia.

La parte di lui che è sulla barella si divincola come un pesce fuor d'acqua, poi si placa. Il paramedico accosciato dietro Roberta Cavell guarda il monitor e dice: «Ah, niente. Prova di nuovo». E quando l'altro esegue, c'è un taglio nel film e Jonesy si ritrova in una sala operatoria.

No, non proprio. Parte di lui è in sala operatoria, ma il resto è dietro il divisorio di vetro e guarda dentro. Ci sono altri due medici, ma se ne fregano del team che cerca di rappezzare Jonesy. Giocano a carte. Sopra di loro, ondeggiante nel soffio d'aria di un foro di ventilazione, c'è l'acchiappasogni dell'Hole in the Wall.

Jonesy non ha gran voglia di guardare quanto avviene oltre il vetro: non gli piace il cratere sanguinolento all'altezza dell'anca, né gli spunzoni d'osso che da esso sporgono. Gli viene la nausea, sebbene, nel suo stato incorporeo, non sia in grado di vomitare.

Dietro di lui, uno dei medici che gioca a carte dice: Duddits era il nostro termine di paragone. Con Duddits abbiamo dato il meglio di noi. E l'altro risponde: Credi? E Jonesy capisce che i due sono Henry e Pete.

Se gira verso di loro, e, a quanto pare, non è incorporeo, perché riesce a intravedere un fuggevole riflesso di sé nel vetro. Non è più Jonesy. Non è più umano. La sua pelle è grigia e i suoi occhi sono neri emisferi che sporgono dal volto senza naso. È diventato uno di loro, uno dei...

Uno dei grigiolini, pensa. Ecco come ci chiamano, i grigi. Alcuni ci definiscono «i negri dello spazio».

Apre la bocca per esprimere questo pensiero, o forse per chiedere aiuto ai due vecchi amici - si sono sempre dati una mano, quando hanno potuto - ma ecco un'altra inquadratura (accidenti a quel montatore ciucco) ed eccolo in un letto d'ospedale, mentre qualcuno dice: Dov'è Jonesy? Voglio Jonesy.

Sono qui, pensa con miserevole soddisfazione, ho sempre saputo che era Jonesy, non Marcy. È il richiamo della morte, e, per evitarla, devo star zitto zitto, mi ha mancato tra la folla, mi ha mancato in ambulanza, e adesso è qui in ospedale e si spaccia da paziente.

Basta, per favore, geme l'astuta signora Morte, non ne posso più, un'iniezione, dov'è Jonesy? Voglio Jonesy.

Me ne starò qui tranquillo finché la smette, pensa Jonesy, e, in ogni modo, non posso alzarmi, mi hanno cacciato un chilo di metallo nell'anca e passeranno giorni prima ch'io possa lasciare il letto.

Ma, con orrore, si ritrova a scostare le coperte e a posare i piedi per terra e, pur sentendo i punti sull'anca e sul ventre tirare e strapparsi, riversando quello che dev'essere sangue trasfuso lungo la gamba e sui peli pubici, attraversa la camera senza zoppicare, superando un raggio di sole che proietta una fuggevole ma molto umana ombra sul pavimento, e arriva alla porta. Non visto, imbocca il corridoio, passa accanto a una barella e a due infermiere che, ridendo, guardano delle foto, e si dirige verso quella voce ripetitiva. Incapace di fermarsi, capisce di essere nella nuvola. Non una nube rosso-nera, come quella percepita da Pete ed Henry: è una nube grigia nella quale lui è immerso, unica particella non modificata dalla nube stessa. Pensa: Sono quello che cercavano. Non so come sia possibile, ma sono proprio quello che cercavano. Perché... la nube non mi modifica?

Be', in certo qual modo, sì.

Supera tre porte aperte. La quarta è chiusa. Su di essa un cartello dice: AVANTI, QUI NON C'È INFEZIONE, IL N'Y A PAS D'INFECTION ICI.

È una menzogna, pensa Jonesy. Cruise o Curtis, o come diavolo si chiama, sarà anche un pazzo, ma su una cosa ha ragione: l'infezione c'è, eccome.

Il sangue scorre lungo la gamba, il fondo del pigiama è rosso («il Borgogna comincia a scorrere», dicevano i vecchi commentatori degli incontri di pugilato), ma lui non avverte alcun dolore. Né teme il contagio. È speciale, e la nuvola può solo trasportarlo, non modificarlo. Apre la porta ed entra.

4

È forse sorpreso nel vedere il grigiolino dai grandi occhi neri nel letto dell'ospedale? Neanche un po'. Quando, nella baita, si è voltato e lo ha visto alle sue spalle, la testa della creatura è esplosa. Tutto sommato, era stato un disguido non da poco. Chiunque sarebbe finito in ospedale. Ma adesso la testa del tipo sembra a posto: la medicina ha fatto passi da gigante.

La camera vibra di fungo rosso-dorato. Cresce sul pavimento, sul davanzale della finestra, sulle stecche delle veneziane; si è diffuso sulla lampada al soffitto e sul flacone di glucosio (o, almeno, crede che sia glucosio), sul trespolo accanto al letto; piccole sbavature rossastre pendono dalla maniglia della porta del bagno e dalla manovella per azionare il meccanismo per regolare l'inclinazione del letto.

Avvicinandosi al grigio che ha lo scarno e glabro petto coperto dal lenzuolo, Jonesy vede sul comodino un biglietto di auguri, illustrato con l'immagine di una tartaruga triste che ha un cerotto sul guscio. Sopra c'è la scritta: GUARISCI PRESTO! e sotto: DA STEVEN SPIELBERG E TUTTI I TUOI AMICI DI HOLLYWOOD.

Questo è un sogno, pieno di riferimenti e di battute tra iniziati, pensa Jonesy, ma sa che non è così. La sua mente mescola le cose, le riduce in poltiglia rendendole più facili da digerire, e questo è tipico dei sogni; passato, presente, futuro si fondono, e anche questo è tipico dei sogni, tuttavia lui sa che sarebbe un errore ritenere tutto questo un semplice racconto fantastico scaturito dal suo inconscio. Parte è realtà.

I tondeggianti occhi neri lo stanno scrutando. Il lenzuolo si muove e si solleva accanto al corpo del grigio. E da sotto spunta la creatura donnolesca e rossastra che ha distrutto Beav. Fissa Jonesy con i suoi neri occhi fissi e, a colpi di coda, avanza verso il guanciale dove si raggomitola accanto alla testa grigia. Non c'era da stupirsi che McCarthy non si sentisse per niente bene, pensa Jonesy.

Il Sangue continua a scorrergli lungo le gambe, appiccicoso come il miele e caldo come la febbre. Gocciola a terra ma, come Jonesy ormai sa, su di esso non ci sarà la proliferazione della muffa rossastra. Lui è speciale. La nube può portarlo con sé, ma non può modificarlo.

Niente lanci, niente partite, pensa, poi, subito dopo: Sst, sst, tienilo per te.

La creatura grigia leva la mano in una sorta di fiacco saluto. La matto ha tre dita lunghe, terminanti con unghie rosa pallido, dalle quali cola del pus giallognolo. La stessa sostanza è visibile tra le pieghe della pelle e agli angoli degli occhi.

Hai ragione, ti occorre un'iniezione, considera Jonesy. Magari una bella dose di sturalavandini o di disinfettante. Tanto per calmarti...

Lo assale un pensiero terribile che per un attimo riesce a bloccare l'inesorabile avanzata verso il letto. Poi riprende a camminare, lasciandosi alle spalle orme insanguinate.

Non vorrai mica bere il mio sangue, vero? Come un vampiro? pensa Jonesy.

La cosa sul letto sorride senza sorridere: Siamo, per dirla nei vostri termini, vegetariani.

Sì, ma che mi dici del nostro Bowser? Jonesy indica la donnola senza zampe, che spalanca la bocca in un ghigno grottesco. Anche Bowser è vegetariano?

Sai che non lo è, dice il grigio, senza muovere la fessura che funge da bocca.

È un impareggiabile ventriloquo, bisogna ammetterlo, pensa Jonesy, farebbe furore in uno spettacolo di varietà. Ma sai che di lui non devi aver paura.

Perché? In che modo sono diverso dagli altri?

La morente cosa grigia (certo che sta morendo, il suo corpo si sta disintegrando, marcendo all'interno) non risponde, e Jonesy pensa di nuovo: Niente lanci, niente partite. Intuisce che il grigio amerebbe molto interpretare quella frase, ma sa che è impossibile; la capacità di proteggere i propri pensieri è uno degli elementi che lo rendono diverso, unico, e allora vive la différence, dice Jonesy, senza dirlo.

In che modo sono diverso?

Chi è Duddits? chiede il grigio e, non ottenendo risposta, fa di nuovo uno dei suoi sorrisi a bocca chiusa e immobile. Ecco, dice il grigio. Entrambi poniamo domande cui l'altro non vuole rispondere. Lasciamo perdere, che ne dici? Le mettiamo da parte come le carte di riserva di quel vostro gioco... come si chiama?

Le carte di riserva del cribbage, risponde Jonesy. Adesso sente l'odore di putrefazione. È l'odore che aveva addosso McCarthy, il tanfo di etere. Pensa di nuovo che avrebbe fatto bene a uccidere quel figlio di puttana, a eliminarlo prima che potesse trovare un riparo al caldo, in modo che i parassiti in lui perissero con il raffreddarsi del corpo.

Sì, i punti di riserva, dice il grigio. L'acchiappasogni adesso è qui, in questa camera, sospeso al soffitto, e ruota lentamente sopra la testa del grigio. Metteremo da parte queste cose che non vogliamo rivelarci, e le conteremo dopo.

Cosa vuoi da me?

Il grigio fissa Jonesy senza battere ciglio. A quanto pare, non può battere ciglio: non ha palpebre né ciglia.

Non ha palpebre né ciglia. È la voce di Pete. «Non ha»: giusto, «non c'ha»: sbagliato. Chi è Duddits?

E Jonesy è talmente sorpreso nell'udire la voce di Pete che per poco non si tradisce... e questo, naturalmente, era proprio l'intento del grigio: coglierlo di sorpresa. Questa creatura, morente o no, è astuta. Bisogna stare attenti. Invia al grigio l'immagine di una vacca con una targhetta al collo: DUDDITS LA MUCCA.

Il grigio gli rivolge di nuovo il sorriso immobile, sorride nella testa di Jonesy. Duddits la mucca, dice. Non credo proprio.

Da dove vieni? chiede Jonesy.

Dal Pianeta X, è la risposta. Veniamo da un pianeta in estinzione per mangiare pizza, comprare a credito e imparare l'italiano alla Berlitz. Questa è la voce di Henry. Poi il signor ET-telefono-casa riadatta la propria voce... solo che, come Jonesy nota senza stupirsi più di tanto, la voce della cosa è anche la sua, quella di Jonesy. E sa che cosa direbbe Henry: è una mega allucinazione scatenata dalla morte di Beaver.

No, non lo direbbe, pensa Jonesy. Non più. Adesso è l'eggman, e l'eggman sa come stanno le cose.

Henry? Ben presto sarà morto, dice il grigio tranquillamente. Allunga la mano sul copriletto; il trio di lunghe dita grigie stringe la mano di Jonesy. La sua pelle è calda e secca.

Come sarebbe a dire? chiede Jonesy, preoccupato per l'amico... ma la creatura morente non risponde. Altra carta di riserva. Allora Jonesy ne gioca una delle sue: Perché mi hai fatto venire qui?

Il grigio appare sorpreso, anche se il volto resta immobile. Nessuno vuole morire solo, dice. Voglio qualcuno con me. Guarderemo insieme la televisione.

Non voglio...

C'è un film che vorrei vedere. Piacerà anche a te. Si intitola Sympathy for the Grayboys. Bowser! Il telecomando!

Bowser lancia a Jonesy un'occhiata particolarmente ostile, poi sguscia sul guanciale con un rumore raspante. Sul comodino c'è un telecomando coperto di muffa. Bowser lo prende tra i denti, si gira e striscia di nuovo verso il grigio, il quale lascia la mano di Jonesy (il suo tocco non è ripugnante, ma è comunque un sollievo il distacco), lo prende, lo punta verso il televisore. Sullo schermo, visibile benché annebbiata dal fungo che ricopre il vetro, compare l'immagine della rimessa dietro la baita. Al centro dello schermo c'è una forma nascosta da una cerata verde. E prima ancora che la porta si apra e Jonesy veda se stesso entrare, gli è chiaro che quegli eventi si sono già verificati. La stella di Sympathy for the Grayboys è Gary Jones.

Bene, dice la creatura morente parlando al centro del cervello di Jonesy, abbiamo perso i titoli di testa, ma il film è appena cominciato.

È per l'appunto ciò che teme Jonesy.

5

La porta della rimessa si apre ed entra Jonesy. Ha un abbigliamento eterogeneo: il giaccone è suo, i guanti di Beaver e il berretto arancione di Lamar. Per un istante, il Jonesy che guarda la televisione nella camera d'ospedale (ha tirato la sedia per gli ospiti vicino al letto) pensa che il Jonesy nella rimessa sia stato, in effetti, contagiato, e che su di lui stia crescendo il fungo. Poi si ricorda che Mr Gray è esploso proprio davanti a lui - la testa, perlomeno - e che i resti gli sono finiti addosso.

Solo che non sei esploso, dice. Hai... fatto seme?

Sst! Ordina Mr Gray, e Bowser mette in mostra i suoi temibili denti, come a suggerirgli di non fare il maleducato. Adoro questa canzone. A te piace?

La colonna sonora è Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, un pezzo molto appropriato dato che riflette il titolo del film (il mio debutto cinematografico, pensa Jonesy, chissà che cosa diranno Carla e i bambini quando lo vedranno), ma in realtà quella canzone non gli piace, chissà perché lo rattrista.

Come fa a piacerti? chiede, ignorando il ghigno di Bowser, che, come entrambi sanno, non rappresenta alcun pericolo per lui. Era la canzone che suonavano quando vi hanno massacrati.

Ci massacrano sempre, dice Mr Gray. Adesso sta' zitto, guarda il film, l'inizio è un po' lento, ma in seguito migliora.

Jonesy intreccia le mani sul grembo - ha smesso di sanguinare, per fortuna - e guarda Sympathy for the Grayboys, la cui star è l'inimitabile Gary Jones.

6

L'inimitabile Gary Jones rimuove il telo dal gatto delle nevi, vede una batteria sul bancone, la sistema nel veicolo, collegando come si deve i cavi. Questo è più o meno il massimo delle sue abilità meccaniche: dopotutto è un professore di storia, non un tecnico. La chiave dell'avviamento è inserita e, quando la gira, le luci del cruscotto si accendono, ma il motore non parte. Il motorino d'avviamento fa un tut-tut e basta.

«O Cielo, Sant'Iddio», ripete più volte con voce monotona. Anche volendo, forse non saprebbe più dar sfogo alle proprie emozioni. Adora i film dell'orrore, ha visto L'invasione degli ultracorpi una ventina di volte (ha persino visto quel terribile remake con Donald Sutherland) e capisce che cosa sta succedendo. Il suo corpo è stato invaso, completamente invaso. Anche se non ci saranno eserciti di zombi, e neppure sparuti gruppetti. Lui è unico. Intuisce che anche Pete, Henry e Beav sono unici (era unico, nel caso di Beav), ma lui è più unico di tutti. Sa che è una contraddizione in termini - uno solo può essere unico - ma in questo caso le regole non valgono. Pete e Beaver erano unici, Henry è più unico, e lui, Jonesy, è il massimo dell'unicità. Pensa un po': sta persino recitando in un film su se stesso! Più unico di così non si può, come direbbe suo figlio maggiore.

Il grigio sposta lo sguardo dal televisore dove Jonesy I è seduto sull'Arctic Cat al Jonesy II, con il pigiama insanguinato.

Cosa nascondi? chiede Mr Gray.

Niente.

Perché continui a vedere un muro di mattoni? Cos'è il 19, oltre a essere un numero primo? Chi ha detto «Al diavolo i Tigers?» Cosa vuol dire? Cos'è il muro di mattoni? Quando succede questa cosa del muro? Perché continui a vederla?

Sente che Mr Gray fa di tutto per scrutargli dentro, ma per il momento quella zona è ben protetta. Lui può essere rapito, ma non modificato. Né, a quanto pare, scrutato fino in fondo. Non ancora, perlomeno.

Jonesy si porta l'indice alle labbra e risponde ripetendo lo stesso ordine del grigio: Sta' zitto, guarda il film.

Quello lo fissa con i grandi occhi neri (occhi da insetto, da mantide religiosa) e Jonesy si sente scrutato per qualche istante. Poi la sensazione svanisce. Non c'è fretta: prima o poi il grigio romperà il guscio che protegge gli ultimi spazi inviolati di Jonesy e saprà tutto quello che vuole sapere.

Nel frattempo guardano il film. E quando Bowser - con il suo tanfo di etere e le zanne aguzze - gli scivola in grembo, Jonesy se ne accorge appena.

Jonesy I, quello della rimessa (che in realtà è Mr Gray), si lancia in esplorazione. Molte sono le menti alle quali può attingere, si accavallano l'una sull'altra come trasmissioni radiofoniche durante la notte, e trova con relativa facilità l'informazione necessaria. È come aprire un file nel personal computer e trovare, al posto delle parole, un film tridimensionale, meravigliosamente ricco di particolari.

La fonte cui attinge Mr Gray è Emil «Dawg» Brodsky, di Menlo Park, nel New Jersey. Brodsky è un sergente dell'esercito, un genio dei motori. Solo che qui, nel team di intervento tattico di Kurtz, non ha alcun grado. Come tutti gli altri, del resto. Chiama «capo» il suo superiore, e «ehi, tu» quelli inferiori a lui.

Alcuni jet sorvolano la zona, ma non sono molti (se il cielo si rischiara, potranno avere tutte le foto che vogliono dai satelliti), e comunque non rientrano nelle competenze di Brodsky. I jet provengono dalla base della Air National Guard di Bangor, e lui è qui, nella zona di Jefferson. Nella sua sfera di competenza ci sono gli elicotteri e i camion (a partire da mezzogiorno, tutte le strade di questa parte del Maine sono state chiuse al traffico normale, e riservate solo al passaggio dei veicoli militari). Suo compito è anche l'installazione di almeno quattro generatori che forniranno elettricità al campo che è stato allestito intorno al minimarket di Gosselin. Questo campo ha inoltre bisogno di sensori per il movimento, pali della luce, riflettori, e il centro operativo che viene rapidamente messo a punto in un camper Windstar.

Kurtz ha detto chiaramente che le luci sono fondamentali: vuole che quel luogo sia illuminato a giorno. Il numero maggiore di pali della luce viene sistemato intorno alla stalla e a quello che un tempo era un corrai per il bestiame. Nel campo dove un tempo pascolavano quaranta mucche da latte del vecchio Reggie Gosselin, sono state piazzate due tende. La più grande ha una scritta sul tetto verde: COMMISSARIATO MILITARE. L'altra tenda è bianca, senza scritte. All'interno, a differenza della tenda verde, non ci sono stufe a cherosene. Non ce n'è bisogno: si tratta, come Jonesy ben sa, di un obitorio temporaneo. Adesso contiene solo tre cadaveri (uno è di un bancario che, stupidamente, ha cercato di scappare), ma ben presto ce ne saranno molti di più. A meno che non intervenga un incidente che renda difficile o impossibile la raccolta dei corpi. Per Kurtz, un simile incidente risolverebbe molti problemi.

Tutto questo, al momento, è marginale, perché a Jonesy I interessa solo Emil Brodsky di Menlo Park.

Questi sta traversando il terreno innevato e fangoso tra la zona di atterraggio degli elicotteri e il recinto in cui devono essere rinchiuse le persone appestate dal fungo di Ripley (ce ne sono già parecchie, che si aggirano con l'aria stupefatta e smarrita tipica degli internati, chiamando le guardie, chiedendo sigarette e informazioni e lanciando vane minacce). Emil Brodsky è tarchiato, con i capelli tagliati a spazzola, e una faccia da bulldog. Adesso è impegnatissimo. Ha le cuffie alle orecchie e un microfono alla bocca. È in contatto radio con le autocisterne che portano carburante e stanno adesso percorrendo la I-95, ma sta anche discutendo con Cambry, al suo fianco, circa il centro di controllo e sorveglianza che Kurtz vuole veder installato entro le nove di sera, mezzanotte al massimo. Questa missione dovrebbe essere conclusa entro quarantott'ore, ma chi può esserne certo? Secondo le voci che circolano, l'obiettivo principale, Blue Boy, è già stato distrutto, ma Brodsky non sa se questo risponda a verità perché i grossi elicotteri inviati in missione non sono ancora tornati. E comunque il loro compito qui è semplice: installare i cavi elettrici e collegarli ai generatori.

E, Santo Cielo, di colpo ci sono tre Jonesy: uno che guarda la televisione nella camera d'ospedale infestata dal fungo, uno nella rimessa del gatto delle nevi... e Jonesy III, che di colpo compare nella testa di Emil Brodsky. Il quale si ferma e alza gli occhi verso il cielo bianco.

Cambry fa tre o quattro passi prima di rendersi conto che Dawg si è fermato di botto, nel bel mezzo dell'antico pascolo. In tutta quella frenetica attività - uomini che corrono, elicotteri in volo, motori in accelerazione - lui se ne sta lì come un robot con la batteria esaurita.

«Capo?» chiede Cambry. «Tutto bene?»

Brodsky non risponde... non a Cambry, quantomeno. A Jonesy I dice: Apri il coperchio del motore e fammi vedere le candele.

Jonesy esegue e si china sul piccolo motore, e, usando gli occhi come un paio di piccole telecamere, invia l'immagine a Brodsky.

«Capo?» fa Cambry, con crescente preoccupazione. «Capo, cosa succede?»

«Niente», risponde Cambry. Si toglie le cuffie per non lasciarsi distrarre dal chiacchiericcio. «Lasciami riflettere per un istante.»

E, rivolto a Jonesy: Qualcuno ha tolto le candele. Guardati in giro... eccole, sono là. In fondo al bancone.

A un'estremità del bancone c'è un vaso di vetro pieno a metà di benzina. Il tappo è stato forato in due punti per impedire un eventuale scoppio. Dentro, come reperti in formaldeide, ci sono due candele Champion.

Ad alta voce, Brodsky ordina: «Asciugale bene», e quando Cambry gli chiede: «Asciugo cosa?» il capo, con aria assente, gli risponde di chiudere il becco.

Jonesy trova le candele, le asciuga e le inserisce seguendo le istruzioni di Brodsky. Adesso prova, dice Brodsky, questa volta senza aprir bocca, e il gatto delle nevi si mette in moto con un gran rombo.

Jonesy ringrazia.

«Di niente, capo», dice Brodsky e si rimette a camminare di gran lena. Cambry deve correre per raggiungerlo. Vede l'aria perplessa del volto di Dawg quando costui si accorge di non avere le cuffie alle orecchie.

«Cosa diavolo è successo?» chiede Cambry.

«Niente», risponde Brodsky, ma di certo qualcosa era capitato. Una conversazione. Una... consultazione? Appunto. Non ricorda esattamente quale fosse l'argomento. Ricorda solo le istruzioni ricevute quella mattina, quando il team si predisponeva all'azione. Una delle direttive, diramata da Kurtz in persona, imponeva di riferire qualsiasi evento insolito. Questo era insolito? Di che cosa, esattamente, si era trattato?

«Ho avuto una specie di crampo al cervello», spiega Brodsky. «Troppe cose da fare in troppo poco tempo. Andiamo, figliolo, vieni con me.»

Cambry obbedisce. Brodsky riprende la sua duplice conversazione - con il convoglio di autocisterne e con Cambry - poi ricorda qualcos'altro, una terza conversazione, che oramai si è conclusa. Insolita o no? Probabilmente no, decide Brodsky. Di certo non una cosa di cui poteva parlare con quell'inetto bastardo di Perlmutter, per il quale non esiste nulla al di fuori di quanto è scritto sul suo blocco d'appunti. Dirlo a Kurtz? Mai. Nutre rispetto per quel vecchio stronzo, ma la paura ha la meglio sul rispetto. Tutti lo temono. Kurtz è in gamba, Kurtz ha fegato, ma è anche lo scimmione più pazzo della giungla. Brodsky neanche ci cammina sulla sua ombra.

Underhill? Che sia il caso di dirlo a Underhill?

Forse sì... forse no. Con una faccenda del genere, potevi ritrovarti nella merda senza sapere il perché. Aveva sentito delle voci per un minuto o due - una voce, perlomeno - ma ora sta bene. Tuttavia...

Alla baita, Jonesy esce rombando dalla rimessa e si dirige verso la Deep Cut Road. Passando, avverte la presenza di Henry - che si è nascosto dietro un albero, mordendo il muschio per soffocare le grida - ma riesce a celare ciò che sa alla nube che adesso circonda l'ultimo guscio del suo vecchio io. È quasi sicuro che quella è l'ultima volta in cui si trova vicino all'amico, che non uscirà mai vivo da questi boschi.

Jonesy rimpiange di non avergli potuto dire ciao.

7

Non so chi abbia girato questo film, dice Jonesy, ma non credo che debbano tirar fuori lo smoking dalla naftalina per la consegna degli Oscar. Anzi.

Si guarda attorno e non vede che alberi coperti di neve. Punta di nuovo gli occhi davanti a sé, e non c'è altro che la Deep Cut Road che si snoda tra gli alberi e il gatto delle nevi vibrante tra le sue cosce. Non c'è mai stato un ospedale, né un Mr Gray. È stato tutto un sogno.

Ma non è così. E una camera c'è. Non d'ospedale. Niente letto, niente televisore, niente supporto della flebo. Niente di niente, tranne un tabellone, sul quale sono appuntate due cose: una carta della parte settentrionale del New England su cui sono indicati alcuni percorsi - quelli dei fratelli Tracker - e una foto Polaroid che ritrae una ragazza con la gonna sollevata che mette in mostra un ciuffo di peli dorati. Dalla finestra, Jonesy guarda la Deep Cut Road. È la finestra della camera dell'ospedale. Ma quella stanza era una gran brutta cosa. Doveva uscirne perché...

La camera d'ospedale non era sicura, pensa Jonesy... come del resto non lo è questa, e come probabilmente non è sicuro nessun posto. Tuttavia... questa è più sicura, forse. Questo è il rifugio estremo e lui l'ha ornato con la foto che tutti loro speravano di vedere quando, nel 1978, avevano imboccato quel viale. Tina Jean Shoppinger, o come diavolo si chiamava.

Parte di ciò che ho visto era reale... veri ricordi recuperati, avrebbe detto Henry. Quel giorno ho davvero creduto di aver visto Duddits. Per questo sono sceso dal marciapiedi senza guardare. Quanto a Mr Gray... è quello che sono adesso. Vero? Con l'eccezione di quella parte di me che è racchiusa in questa stanza vuota e polverosa con la foto di una ragazza sul tabellone, io sono Mr Gray. Non è forse vero?

Nessuna risposta. E in fondo non ha bisogno di risposte.

Come è successo? Come sono arrivato qui? E perché? E a quale scopo?

Di nuovo, nessuna risposta, e a queste domande non può fornire risposte sue. È solo lieto che ci sia un luogo in cui può ancora essere se stesso, e sgomento all'idea che il resto della sua vita gli sia stato sottratto con tanta facilità. Ancora una volta, con amara e totale sincerità, rimpiange di non aver sparato a McCarthy.

8

Un'enorme esplosione scosse il giorno, e benché fosse avvenuta a chilometri da lì, era forte abbastanza da far cadere la coltre di neve dagli alberi. La figura sul gatto delle nevi non si voltò neppure. Era la nave. I militari l'avevano fatta saltare in aria. I byrum erano spariti.

Alcuni minuti più tardi, arrivò in vista del riparo crollato. Davanti, steso sulla neve, uno scarpone ancora sotto la tettoia, c'era Pete. Sembrava morto, ma non lo era. In questo gioco, fare il morto non valeva; Jonesy sentiva i pensieri di Pete. E mentre sterzava e metteva in folle, Pete alzò gli occhi e tese le labbra in un ghigno per niente divertito. La manica sinistra del piumino era annerita e fusa. Sulla mano destra sembrava avere solo un dito sano. Tutta la pelle visibile era punteggiata dal byrus.

«Non sei Jonesy», disse Pete. «Cosa ne hai fatto di lui?»

«Sali, Pete», ordinò Mr Gray.

«Con te non voglio andare da nessuna parte.» Pete levò la mano destra - le dita penzolanti, le escrescenze rosso-dorate di byrus - e si terse la fronte. «Togliti dalle palle. Procedi la tua corsa.»

Mr Gray abbassò la testa un tempo appartenuta a Jonesy (Jonesy guardava tutto dalla finestra del magazzino abbandonato dei fratelli Tracker, incapace di intervenire in alcun modo) e fissò Pete. Il quale cominciò a urlare mentre il byrus si estendeva e s'inseriva in lui, intaccando muscoli e nervi. Liberato il piede intrappolato sotto la tettoia, Pete si rannicchiò in posizione fetale. Dalla bocca e dal naso sgorgarono fiotti di sangue. Quando urlò di nuovo, dalla bocca schizzarono fuori due denti.

«Sali, Pete.»

Piangendo, stringendosi al petto la mano dilaniata, Pete cercò di alzarsi. Il primo tentativo fallì. Mr Gray non disse nulla: si limitò a contemplarlo dal gatto delle nevi.

Jonesy avvertì il dolore, la disperazione e il terrore di Pete. Colpito dal quel terrore, decise di rischiare.

Pete.

Un sussurro, che tuttavia non sfuggì all'amico. Alzò gli occhi, il viso stravolto e punteggiato di fungo, quello che Mr Gray chiamava byrus. Quando si leccò le labbra, Jonesy vide che la muffa gli copriva anche la lingua. Il mughetto dello spazio. Un tempo, Pete sognava di diventare un astronauta. Una volta si era opposto a ragazzi più grandi e robusti per salvare un bambino più debole e piccino. Meritava una fine migliore di questa.

Niente lanci, niente partite.

Pete fece un mezzo sorriso. Stupendo e lacerante. Questa volta si rimise in piedi e, pian piano, si diresse verso il gatto delle nevi.

Nell'ufficio abbandonato in cui era stato confinato, Jonesy vide la maniglia che veniva alzata e abbassata. Cosa vuol dire? chiese Mr Gray. Cos'è questa storia del niente lanci, niente partite? Cosa fai lì dentro? Torna in ospedale a guardare la televisione con me! E poi come hai fatto a entrare?

Adesso toccava a Jonesy non rispondere, cosa che fece con grande piacere.

Entrerò, disse Mr Gray. Quando sarò pronto, entrerò. Magari pensi di potermi chiudere fuori, ma ti sbagli.

Jonesy rimase zitto - non era il caso di provocare la creatura che si era impossessata del suo corpo - ma non credeva di sbagliarsi. D'altra parte, non osava uscire per paura di farsi inghiottire dalla creatura. Era solo un guscio in una nube, un frammento di cibo non digerito in uno stomaco alieno.

Meglio mantenere un basso profilo.

9

Pete salì dietro Mr Gray e cinse le braccia attorno alla vita di Jonesy. Dieci minuti più tardi passarono accanto alla Scout cappottata, e Jonesy capì la ragione del ritardo di Pete ed Henry. Era un miracolo che fossero sopravvissuti. Avrebbe voluto guardare meglio, ma Mr Gray non rallentò e procedette lungo i solchi della strada innevata.

A un paio di chilometri dalla Scout, giunsero in cima alla salita, e Jonesy vide una palla di luce bianco-giallastra, librata due spanne sopra la strada. Sembrava calda come la fiamma di una saldatrice, ma chiaramente non era così: la neve sottostante non si era neppure sciolta. Era quasi certamente una delle luci che lui e Beaver avevano visto danzare tra le nubi, sopra gli animali in fuga.

Appunto, precisò Mr Gray. È quella che voi chiamate «luce lampeggiante». Questa è una delle ultime. Forse l'ultima in assoluto.

Jonesy non disse nulla: si limitò a guardare fuori della finestra. Sentiva le braccia di Pete intorno alla vita, una presa dettata ormai solo dall'istinto. La testa poggiata sulla sua schiena era pesante come una pietra. Ormai Pete era un mezzo di coltura del byrus, che su di lui si trovava benone; il mondo era freddo e Pete era caldo. Evidentemente, Mr Gray voleva utilizzarlo in qualche modo, ma Jonesy non riusciva neppure a immaginare i suoi intenti.

La luce li guidò per circa un chilometro lungo la strada, prima di ripiegare nel bosco. Sgusciò tra due grandi pini, poi rimase ad aspettarli, rotando sopra la neve. Jonesy sentì Mr Gray raccomandare a Pete di tenersi ben saldo.

L'Arctic Cat sobbalzò e rombò affrontando una piccola salita. Una volta sotto gli alberi, lo strato di neve era più sottile, talvolta addirittura assente. In quei punti il gatto delle nevi strisciava sferragliando sul terreno gelato e sulle rocce affioranti. Adesso erano diretti a nord.

Dieci minuti più tardi sobbalzarono su uno spunzone di granito e Pete, con un grido soffocato, cadde dall'Arctic Cat. Anche la luce lampeggiante si era fermata, rotando sopra la neve. A Jonesy parve meno luminosa.

«Alzati», ordinò Mr Gray, voltandosi verso Pete.

«Non ce la faccio. Sono spacciato. Io...»

Poi cominciò a ululare e a sussultare sulla neve, i piedi scalcianti, le mani tremanti.

Finiscila! gridò Jonesy. Lo stai uccidendo!

Mr Gray, senza neppure badargli, rimase dov'era, guardando con gelida pazienza Pete interamente in preda al byrus. Infine Jonesy sentì Mr Gray allentare il controllo. Intontito, Pete si rimise in piedi. Sulla guancia aveva un nuovo taglio, già infestato: gli occhi erano spenti, sfiniti e colmi di lacrime. Risalì sul gatto delle nevi, cingendo di nuovo la vita di Jonesy.

Afferra il mio giaccone, sussurrò Jonesy, e, mentre Mr Gray innestava la marcia del gatto delle nevi, sentì la presa di Pete. Niente lanci, niente partite, dico bene?

Niente partite, convenne Pete, fievolmente.

Questa volta Mr Gray non ci fece neppure caso. La luce lampeggiante, meno luminosa ma ancora veloce, puntò di nuovo a nord. Almeno così parve a Jonesy, il cui senso d'orientamento era stato distrutto dal cammino tortuoso del gatto delle nevi nella foresta. Alle loro spalle, risuonava ininterrotto il crepitio degli spari.

10

Circa un'ora più tardi, Jonesy finalmente scoprì la ragione per cui Mr Gray si era preso la briga di portarsi appresso Pete. Fu quando la luce, che era diventata una smunta ombra di se stessa, infine si spense. Sparì con un piccolo plop, come se qualcuno avesse fatto scoppiare un sacchetto di carta. Alcuni detriti caddero a terra.

Erano su una cresta fiancheggiata da alberi nel mezzo del nulla. Davanti a loro si stendeva una vallata alberata e innevata, al cui fondo si levavano piccole alture dilavate, in cui non si intravedeva la minima luce. Inoltre, a completare il quadro, il giorno si andava spegnendo.

Sei riuscito a cacciarci in un altro bel pasticcio, disse Jonesy, ma non avvertì neppure un filo di sgomento da parte di Mr Gray, il quale fermò il gatto delle nevi e rimase dov'era.

Nord, disse Mr Gray. Ma non rivolto a Jonesy.

Pete rispose con voce lenta e stanca, ma forte. «E come faccio a saperlo? Non vedo neppure dove tramonta il sole. Ho un occhio fuori combattimento.»

Mr Gray girò la testa di Jonesy, che si accorse che l'amico aveva perso un occhio. La palpebra era sollevata, conferendogli un'aria vagamente stupita. Dalla cavità orbitale cresceva una piccola giungla di byrus, con filamenti che pendevano sulla guancia di Pete. Altri fili si erano intrecciati tra i capelli, come mèche rosso-dorate.

Lo sai.

«Forse», disse Pete. «E magari non voglio darti indicazioni.»

Perché no?

«Perché dubito che quello che ti conviene sia vantaggioso anche per noi, faccia di merda», rispose Pete, e Jonesy provò un assurdo senso di orgoglio.

Vide pulsare il tappeto muffoso nella cavità orbitale dell'amico. Pete gridò e si artigliò il volto. Per un istante - fuggevole, ma fin troppo lungo - Jonesy immaginò quei filamenti rosso-dorati estendersi nel cervello di Pete, dove si flettevano come forti dita che stringono una spugna grigia.

Avanti, Pete, diglielo! gridò Jonesy. Per amor di Dio, diglielo!

Il byrus s'immobilizzò. Pete lasciò ricadere la mano dal volto, che adesso, nei punti in cui non era rosso-dorato, era di un pallore mortale. «Dove sei, Jonesy?» chiese. «C'è posto per due?»

La risposta, naturalmente, era no. Jonesy non sapeva che cosa gli fosse capitato, ma comprendeva che la sua sopravvivenza - quell'ultima sfera di autonomia - dipendeva dal restare esattamente dov'era. Se avesse aperto la porta, sarebbe stato spacciato.

Pete annuì. «Come pensavo», disse, poi si rivolse all'altro. «Basta che tu non mi faccia più male, amico.»

Mr Gray lo guardò senza promettergli nulla.

Pete, con un sospiro, levò la mano sinistra ustionata e tese l'indice. Chiuse gli occhi e cominciò a far oscillare il dito. In quel mentre, Jonesy quasi sfiorò una comprensione totale degli eventi. Come si chiamava la ragazzina? Rinkenhauer, vero? Sì. Il nome di battesimo non l'aveva presente, ma un cognome come quello era difficile da scordare. Anche lei frequentava la scuola Mary M. Snowe, detta anche l'Accademia dei rinco, anche se ai tempi Duddits era passato alla scuola professionale. E Pete? Pete aveva sempre avuto il dono di ricordare le cose, ma dopo Duddits...

Le parole gli tornarono alla mente mentre se ne stava accucciato nel suo polveroso rifugio, guardando quel mondo che gli era stato sottratto... solo che non erano parole vere e proprie, ma una sfilza composta quasi interamente di vocali, stranamente belle.

Ei a iga, Ete? Vedi la riga, Pete?

Pete, il volto pieno di sognante stupore, aveva risposto: «Sì, la vedo». E anche allora aveva fatto oscillare il dito, proprio come adesso.

Il dito si fermò. Poi Pete indicò la cresta, in una direzione leggermente più a destra di quella imboccata finora dal gatto delle nevi.

«Ecco», disse, abbassando la mano. «Non perdere di vista quella parete rocciosa. Quella da cui spuntano i pini. La vedi?»

Sì. Mr Gray si girò e innestò la marcia. Jonesy si chiese quanto gasolio fosse rimasto nel serbatoio.

«Adesso posso scendere?» Naturalmente, voleva dire: Posso morire adesso?

No.

E ripartirono, con Pete debolmente aggrappato al giaccone di Jonesy.

11

Fiancheggiarono la parete rocciosa, salirono sulla cima della collina più alta oltre la vallata, e qui Mr Gray si fermò di nuovo per dar modo al rimpiazzo della luce lampeggiante di fornire di nuovo la rotta. Quando Pete ebbe obbedito, procedettero lungo una pista che era leggermente spostata a ovest. La luce del giorno continuava ad affievolirsi. A un certo punto sentirono gli elicotteri - almeno due, forse quattro - venire verso di loro. Mr Gray pilotò il gatto delle nevi sotto un fitto gruppo di arbusti, i cui rami graffiarono la faccia di Jonesy. Pete cadde di nuovo. Mr Gray spense il motore, poi trascinò Pete, gemente e semisvenuto, sotto le fronde. Jonesy sentì Mr Gray raggiungere un uomo dell'equipaggio, leggere rapidamente le informazioni di cui costui era in possesso, forse per vedere se coincidevano con quelle fornitegli da Pete. Quando gli elicotteri si allontanarono in direzione sud-est, probabilmente per rientrare alla base, Mr Gray rimise in moto il gatto delle nevi e proseguì. Aveva ripreso a nevicare.

Un'ora dopo si fermarono su un'altra altura e Pete cadde di nuovo, finendo su un fianco. Levò il capo, ma gran parte del volto era sparita, sepolta da una barba muffosa. Cercò di parlare ma non ci riuscì: la bocca era ostruita, la lingua coperta da uno spesso rivestimento di byrus.

Non ce la faccio, ti prego, lasciami perdere.

«», disse Mr Gray. «Credo che tu abbia assolto il tuo compito.»

Pete! Gridò Jonesy. Poi, a Mr Gray: No, non farlo!

Com'era prevedibile, Mr Gray non gli badò. Per un istante, Jonesy vide una muta comprensione nell'occhio superstite di Pete. E sollievo. In quell'istante riuscì ancora a essere in contatto con la sua mente... l'amico dell'infanzia e dell'adolescenza, quello che li aspettava al cancello delle medie di Derry, la mano sulla bocca a celare una sigaretta inesistente, quello che voleva fare l'astronauta e vedere il mondo intero da un'orbita satellitare, uno dei quattro che avevano salvato Duddits dalle grinfie dei ragazzi grandi.

Per un momento. Poi avvertì qualcosa che, balzato dalla mente di Mr Gray, aveva fatto sì che la robaccia proliferante su Pete diventasse una morsa. Il cranio dell'amico si incrinò e si spezzò in una decina di punti con uno scricchiolio tenebroso. Il volto - o quanto restava di esso - venne risucchiato verso l'interno, dandogli, in un solo colpo, un aspetto decrepito. Poi Pete cadde prono e la neve cominciò a fioccare sulla giacca a vento.

Bastardo.

Mr Gray, incurante degli improperi e della furia di Jonesy, non rispose. Si girò in avanti. Il vento si placò per un istante, e nella cortina di neve si aprì uno spiraglio. Circa otto chilometri a nord-ovest della loro posizione attuale, Jonesy vide delle luci in movimento. Non erano luci lampeggianti, bensì semplici fari di veicoli. In gran quantità. Convogli di camion che si snodavano lungo l'autostrada. Adesso, ipotizzò Jonesy, quella parte del Maine era controllata dai militari.

E stanno cercando te, coglione, inveì mentre il gatto delle nevi riprendeva a correre. La neve si infittì, oscurando la vista dei camion, ma Jonesy sapeva che Mr Gray non avrebbe avuto difficoltà nel trovare l'autostrada. Pete lo aveva guidato sin lì, in quella parte della zona in quarantena in cui Jonesy si aspettava relativamente poche difficoltà. Adesso contava su di lui, perché era diverso. Tanto per cominciare, era immune dal contagio da byrus, che, per ragioni ignote, non lo aveva in simpatia.

Di qui non scappi, disse Jonesy.

Invece sì, ribatté Mr Gray. Noi moriamo sempre, ma sempre sopravviviamo. Perdiamo e vinciamo. Che ti piaccia o no, noi siamo il futuro, Jonesy.

Se questo risponde a verità, mi hai fornito la miglior ragione per vivere nel passato, rispose Jonesy, ma da Mr Gray non ci fu replica. Il nostro - fosse un'entità, una percezione, una coscienza - era svanito, riassorbito nella nuvola. Di lui restava quel tanto che poteva, nelle spoglie di Jonesy, guidare un gatto delle nevi. E Jonesy, sospinto senza posa in avanti in una missione a lui ignota, traeva una ben magra consolazione da due particolari. Primo: Mr Gray non sapeva come infrangere l'ultima barriera che proteggeva l'estremo frammento della sua identità, barricata nei suoi ricordi nell'ufficio dei fratelli Tracker. Secondo: Mr Gray non sapeva nulla di Duddits, meno ancora di Niente lanci, niente partite.

E Jonesy era ben deciso a fare il possibile affinché Mr Gray non lo scoprisse.

Non per il momento, almeno.

CAPITOLO TREDICI

DA «GOSSELIN»

1

Agli occhi di Archie Perlmutter, che da ragazzo aveva tenuto il discorso di commiato alla cerimonia di diploma del liceo (argomento: «Gioie e responsabilità della democrazia»), ex boy scout, devoto presbiteriano e diplomato all'accademia di West Point, il Gosselin's Country Market aveva perso ogni sembianza di realtà. Illuminato com'era da potenti riflettori, sembrava un set cinematografico. Allestito non per girare un film qualsiasi, bensì una di quelle super produzioni stile James Cameron, i cui costi per il solo servizio di catering sarebbero stati sufficienti a sfamare la popolazione di Haiti per due anni. Neppure la fitta nevicata riusciva ad ammorbidire la brillantezza delle luci, né a rendere più reale quel rustico edificio sormontato da due comignoli.

Questa potrebbe essere la prima sequenza, pensò Pearly aggirandosi nella base con aria efficiente e indaffarata, il blocco infilato sotto il braccio (Archie Perlmutter si era sempre considerato un uomo dotato di temperamento artistico... unito a un grande senso per gli affari). Dissolvenza in apertura su un isolato negozio di campagna. La gente del posto se ne sta attorno alla stufa a legna - non quella piccola dell'ufficio di Gosselin, ma quella grossa del negozio - mentre fuori imperversa la neve. Parlano delle luci... di cacciatori dispersi... di avvistamenti di ometti grigi vaganti nei boschi. Il proprietario del negozio - chiamiamolo il vecchio Rossiter - li deride. «Per carità divina, siete un mucchio di vecchie donnicciole!» dice, e, proprio in quell'istante, le luci lampeggianti invadono il cielo (modello Incontri ravvicinati del terzo tipo) mentre un Ufo si posa a terra! Alieni assetati di sangue si riversano all'esterno lanciando i loro raggi mortali! È come Independence Day, ma nei boschi!

Accanto a lui, Melrose, uno degli addetti alle cucine, faceva del suo meglio per stargli appresso. Calzava scarpe da tennis anziché scarponi o stivali - Perlmutter lo aveva strappato alla tenda in cui era installata la cucina - e continuava a scivolare. Intorno a loro era tutto un andirivieni di uomini (e qualche donna). Molti parlavano nei walkie-talkie o nei radiomicrofoni. L'impressione di trovarsi su un set cinematografico anziché in un luogo reale era accentuata dalla presenza dei camper, delle roulotte, dei camion, degli elicotteri (il peggiorare delle condizioni meteorologiche li aveva fatti rientrare alla base), e dal rombo dei generatori.

«Perché vuol vedere proprio me?» chiese di nuovo Melrose, più spompato e ansante che mai. Adesso stavano costeggiando il recinto adiacente alla stalla di Gosselin. La fatiscente recinzione (erano più di dieci anni che lì non si vedeva un cavallo) era stata rinforzata da filo metallico e da filo spinato. Il filo metallico era alimentato da corrente, probabilmente a un voltaggio non sufficiente a uccidere, ma certo in grado di darti una bella scossa... e poteva essere aumentato a livelli letali. Al di là c'erano venti o trenta uomini, tra cui il vecchio Gosselin (che nella versione cinematografica alla Cameron avrebbe potuto essere interpretato da un tipo sciupacchiato come Bruce Dern). Fino a poche ore prima, avrebbero gridato, fatto domande, lanciato minacce, ma, dopo aver assistito a quanto era capitato al bancario del Massachusetts, si erano parecchio calmati, poveracci. Vedere uno che si becca una pallottola in testa ti toglie quasi tutta la voglia di inveire. Poi c'era il fatto che tutti i membri della squadra operativa avevano naso e bocca protetti da maschere. E quello ti zittisce del tutto.

«Capo?» La sua voce si era ridotta a un gemito. Evidentemente, la vista di cittadini americani al di là di un filo spinato aveva aumentato il disagio di Melrose. «Insomma... perché il grande capo vuole vedermi? Non dovrebbe neppure sapere che esiste il vice del vicecuoco.»

«Non so», rispose Pearly. Era la verità.

Davanti a loro, all'imbocco di quello che era stato denominato «il viale degli elicotteri», c'era Owen Underhill in compagnia di uno degli addetti agli automezzi, il quale stava cercando di farsi sentire nel frastuono dei velivoli ancora in moto. Presto spegneranno i motori, pensò Perlmutter; niente poteva volare con questo schifo di tempo, una bufera fuori stagione che Kurtz aveva definito «un dono di Dio». Quando diceva cose del genere, non si capiva mai se fosse serio o facesse dell'ironia. Talvolta dava l'impressione di esserne convinto... però poi scoppiava a ridere. Quella risata che aveva il potere di innervosire Perlmutter. Nel film, la parte di Kurtz sarebbe stata interpretata da James Woods. O magari da Christopher Walken. Nessuno dei due somigliava a Kurtz, ma si poteva forse sostenere che George C. Scott avesse avuto l'aspetto di Patton? Caso chiuso.

Perlmutter si girò di scatto, puntando verso Underhill. Gli batté sulla spalla e poi, quando costui si voltò, sperò che la propria maschera nascondesse almeno in parte la sua espressione stupefatta. Owen aveva l'aria di essere invecchiato di dieci anni dal momento del suo arrivo.

Pearly si protese in avanti e gridò: «Da Kurtz tra un quarto d'ora! Non te lo dimenticare!»

Underhill gli rispose con gesto impaziente della mano, e si girò di nuovo verso l'addetto ai veicoli. Adesso Perlmutter lo riconosceva: era un certo Brodsky, che gli uomini chiamavano Dawg.

Il posto di comando di Kurtz, un enorme camper (se questo fosse stato un set, sarebbe stato assegnato alla star del film, o a Jimmy Cameron), era proprio davanti a loro. Pearly allungò il passo, seguito da Melrose che gli trottava dietro.

«Ma dai, capo», supplicò. «Non ne hai davvero idea?» «No», rispose Perlmutter. Non riusciva proprio a immaginare perché volesse vedere un aiutante cuoco nel bel mezzo di un'operazione come quella. Ma, come entrambi sapevano, non poteva voler dire niente di buono.

2

Owen parlò all'orecchio di Emil Brodsky: «Di nuovo. Non tutta la faccenda, ma solo la parte che hai definito un corto circuito mentale».

Brodsky si prese una decina di secondi per mettere ordine nei suoi pensieri. Owen aspettò. C'era l'appuntamento con Kurtz, poi i rapporti relativi alla missione appena conclusa e Dio sa quali altri spaventosi compiti, però questo gli sembrava importante.

Restava da vedere se ne avrebbe parlato a Kurtz.

Infine Brodsky accostò la bocca protetta dalla maschera all'orecchio di Owen e cominciò a parlare. Questa volta il resoconto fu più particolareggiato, ma sostanzialmente identico. Stava traversando il campo vicino al negozio, parlando con Cambry e con un convoglio di autocisterne in arrivo, quando di colpo gli era parso che la sua mente fosse stata sequestrata. Si era ritrovato in una vecchia rimessa con una persona che non riusciva a vedere bene. L'uomo voleva mettere in funzione un vecchio gatto delle nevi e non ci riusciva. Aveva bisogno dell'aiuto di Dawg.

«Gli ho detto di aprire l'alloggiamento del motore!» gridò Brodsky nell'orecchio di Owen. «Lui ha obbedito e, a quel punto, mi è parso di guardare attraverso i suoi occhi... ma con la mia mente, capisci?»

Owen annuì.

«Ho capito subito perché non funzionava: qualcuno aveva tolto le candele. Gli ho detto di cercarle. Le abbiamo cercate tutti e due. Erano in un vaso pieno di benzina, sul bancone. Anche mio padre faceva così con le candele del tosaerba, quando veniva l'inverno.»

Brodsky s'interruppe, chiaramente imbarazzato da quanto stava dicendo. Owen, affascinato, gli fece cenno di proseguire.

«Non c'è molto altro. Gli ho detto di asciugarle e di montarle. Mi è capitato milioni di volte di dare una mano a qualcuno. .. solo che io non ero là, ero qui. Non era un evento reale.»

Owen chiese: «Poi?» Gridava per sovrastare il rombo dei motori, ma il loro colloquio era un segreto da confessionale.

«Si è messo subito in moto. Gli ho consigliato di controllare il gasolio, e il serbatoio era pieno. Mi ha ringraziato. E io gli ho detto: 'Si figuri, capo'. Poi sono ripiombato nella mia testa. Pensi che sia impazzito?»

«No. Però voglio che, per il momento, tu non lo dica a nessuno.»

Sotto la maschera, le labbra di Brodsky si tesero in un sorriso. «Ah, non c'è pericolo. Solo che... ci è stato ordinato di riferire qualsiasi evento insolito, allora io...»

Senza dargli il tempo di pensare, Owen si affrettò a chiedere: «Come si chiamava?»

«Jonesy III», rispose Dawg, poi, con gli occhi sbarrati per la sorpresa: «Porco cane! Non credevo di saperlo».

«Secondo te, è una specie di nome indiano? Come Sonny Sixkiller o Ron Nove Lune?»

«Forse, ma...» Brodsky s'interruppe, poi sbottò: «È stato spaventoso! Non sul momento, ma in seguito... ripensandoci... era come essere...» Abbassò la voce. «Come essere violentato.»

«Non ci pensare», disse Owen. «Avrai un sacco di cose da fare, immagino.»

«Solo qualche migliaio.»

«Allora forza.»

«Okay.» Brodsky fece per allontanarsi, poi si voltò. Owen stava guardando il corrai, con i suoi rinchiusi. Altri fermati erano nella stalla, e se ne stavano tutti assiepati insieme, come per confortarsi a vicenda. L'unico isolato era un tizio alto, magro, sbiadito, con grossi occhiali che gli davano un'aria da gufo. Brodsky spostò lo sguardo su Underhill. «Non è che mi fai finire nei pasticci per questo, vero? Che mi mandi da uno strizzacervelli?» I due, naturalmente, non potevano sapere che il magrolino occhialuto era uno strizzacervelli.

«Assolut...» esordì Owen. Prima di poter completare la frase, dal camper di Kurtz si levarono uno sparo e un grido.

«Capo?» sussurrò Brodsky. L'altro non lo udì ma lesse il movimento delle labbra. E anche: «O, cazzo».

«Non sono fatti tuoi, Dawg», disse Owen.

Brodsky lo guardò per un istante. Owen gli rivolse un cenno del capo, come a dire che era tutto sotto controllo. Forse funzionò, perché Brodsky, restituito il cenno, si allontanò.

Dal camper con la scritta sulla portiera (LO SCARICABARILI FINISCE QUI) giungevano ancora delle urla. Mentre Owen era sul punto di allontanarsi, l'uomo che se ne stava per conto suo nel recinto gli parlò. «Ehi, lei! Si fermi: devo parlarle!»

Non lo metto in dubbio, pensò Underhill senza rallentare. Scommetto che hai un megaracconto da farmi e mille ragioni per voler essere rilasciato.

«Overhill? No, Underhill. Si chiama così, vero? Devo parlarle: è importante per entrambi!»

Owen si bloccò nonostante le grida dal camper, che adesso si erano mutate in dolenti singhiozzi. Perlomeno pareva che non ci fosse scappato il morto. Diede un'altra occhiata all'occhialuto. Magro come un chiodo e tremante nonostante il piumino che aveva indosso.

«È importante per Rita», gridò quello. «E anche per Katrina.» Si sarebbe detto che pronunciare quei nomi fosse costato uno sforzo enorme a quel tizio, quasi fossero stati dei massi tratti da una cava profonda, ma Owen se ne accorse appena, tanto grande era stato lo choc di sentire i nomi della moglie e della figlia in bocca a uno sconosciuto. La tentazione di chiedergli come facesse a conoscerli era forte, ma al momento era in ritardo... aveva un appuntamento. E solo perché nessuno era ancora stato ucciso, non voleva dire che non sarebbe accaduto molto presto.

Lanciata un'ultima occhiata al magrolino, cercando di imprimersi in mente il suo volto, corse verso il camper.

3

Perlmutter aveva letto Cuore di tenebra, aveva visto Apocalypse Now e, in svariate circostanze, aveva pensato che il nome Kurtz fosse anche troppo calzante. Avrebbe scommesso cento dollari (una grossa somma per un tizio con una vena artistica e non dedito alle scommesse) che quello non era il vero nome del capo. Si trattava quasi sicuramente di un vezzo, di un di più come la .45 con l'impugnatura di madreperla per George Patton. Gli uomini, alcuni dei quali erano stati con Kurtz sin dai tempi di Desert Storm, lo ritenevano un pazzo figlio di puttana, e Perlmutter concordava con loro... era un pazzo proprio come lo era stato Patton. Pazzo come una volpe, in altre parole. Probabilmente la mattina, quando si faceva la barba, si guardava allo specchio e ripeteva: «Orrore, l'orrore», imitando il roco sussurro di Marlon Brando.

Quindi Pearly, nell'accompagnare da lui il cuoco Melrose, si sentiva normalmente inquieto. E Kurtz sembrava più o meno in sé. Era seduto su una poltroncina a dondolo di vimini nella zona soggiorno. Si era tolto la tuta e li ricevette in mutandoni. Da un angolo della spalliera, appesa a una cintura, pendeva la pistola, non una .45 con l'impugnatura di madreperla, bensì un'automatica nove millimetri.

Tutta l'attrezzatura elettronica stava imperversando. Sulla scrivania di Kurtz il fax ronzava in continuazione, sputando foglio dopo foglio. Ogni quindici secondi o giù di lì l'iMac di Kurtz gridava, con allegra voce di automa: «C'è posta per te!» Tre radio, tutte a basso volume, crepitavano e trasmettevano senza posa. Sul pannello in finto pino dietro la scrivania c'erano due foto incorniciate. Come il cartello sulla porta, quelle foto seguivano Kurtz dovunque andasse. Quella a sinistra, intitolata INVESTIMENTO, mostrava un giovinetto angelico in divisa da boy scout, la mano destra levata nel classico saluto a tre dita. Quella a destra, con la scritta DIVIDENDI, era una foto aerea di Berlino, scattata nella primavera del 1945. Due o tre edifici erano ancora in piedi, il resto era una desolata distesa di macerie.

Kurtz indicò la scrivania. «Non fateci caso, ragazzi: è solo rumore. Ho incaricato il mio amico Freddy Johnson di occuparsi di queste faccende, ma adesso l'ho spedito a mangiare qualcosa. Gli ho detto di prendersela comoda, di mangiarsi pure quattro portate, dalla minestra alle noccioline, dal pesce al sorbetto, perché la situazione qui... è quasi stabilizzata!» Rivolse loro un perfido sorriso alla Roosevelt e cominciò a dondolarsi sulla poltroncina. La pistola ondeggiava come un pendolo.

Melrose restituì il sorriso con qualche incertezza, Perlmutter con maggiore trasporto. Lui sì che aveva capito il capo: era uno pieno di velleità esistenziali...

«Il mio solo ordine al tenente Johnson - ahi, niente gradi in questa operazione: volevo dire al mio amico Freddy Johnson - è che dica una preghiera di ringraziamento prima della pappa. Voi pregate, ragazzi?»

Melrose fece un cenno d'assenso incerto quanto il suo sorriso; Perlmutter lo fece con degnazione. Era sicuro che, come il nome, la millantata religiosità di Kurtz fosse pura invenzione.

Kurtz si dondolò, guardando affabile i due uomini con le scarpe gocciolanti. «Le preghiere migliori sono quelle dei bambini», disse. «La semplicità, mi spiego? 'Grazie al buon Dio per il cibo che oggi ci ha dato.' Non è semplice? Non è meraviglioso?»

«Sì, ca...» cominciò Pearly.

«Chiudi il becco tu, bestia», lo zittì Kurtz, amabilmente. Sempre dondolandosi. Guardò Melrose. «E tu cosa pensi, ragazzotto? È o non è una bellissima preghierina?»

«Siss...»

«Oppure Allah akhbar, come dicono i nostri amici arabi: 'Non c'è altro Dio all'infuori di Dio'. Che cosa potrebbe esserci di più semplice? Niente fronzoli, solo l'essenza. Non so se mi spiego.»

I due non risposero. Kurtz adesso si dondolava più forte e la pistola oscillava a un ritmo più accelerato, e Perlmutter cominciò a sentirsi un po' teso, come qualche ora prima, quando l'arrivo di Underhill aveva, in certo qual modo, placato Kurtz. Forse anche questo era tutta una messa in scena, una facciata, però...

«O Mosè davanti al roveto ardente!» gridò Kurtz. Il volto cavallino s'illuminò di un.sorriso idiota. «'Ma con chi parlo?' chiede Mosè, e Dio gli butta lì il solito: 'Io sono colui che sono, bla-bla-bla'. Che furbacchione, quel Dio, eh? Signor Melrose, hai davvero definito i nostri emissari dall'universo 'negri dello spazio'?»

Melrose rimase a bocca aperta.

«Rispondimi, ragazzo.»

«Signore, io...»

«Chiamami ancora una volta signore mentre siamo in missione, e festeggerai i tuoi due prossimi compleanni in galera! Chiaro?»

«Sì, capo.» Melrose era scattato sull'attenti, il volto bianco come il gesso, con l'eccezione dei pomelli arrossati dal freddo.

«Insomma, hai chiamato 'negri dello spazio' i nostri visitatori, oppure no?»

«Signore, posso essermi lasciato sfuggire qualcosa...»

Muovendosi con una velocità di cui Perlmutter non lo avrebbe mai ritenuto capace (era come un effetto speciale di un film di James Cameron, quasi), Kurtz sfilò la nove millimetri dalla fondina, la puntò come sbadatamente e sparò. La parte anteriore della scarpa da tennis di Melrose esplose. Volarono brandelli di tela. Spruzzi di sangue macchiarono i calzoni di Perlmutter.

No, non è vero, pensò Pearly. Non è successo.

Ma Melrose stava ululando e guardava attonito il piede sinistro distrutto. Perlmutter, vedendo le ossa infrante, ebbe il voltastomaco.

Kurtz non si alzò dal dondolo con la stessa velocità con cui aveva estratto la pistola, ma le sue mosse furono comunque rapide. Di una rapidità allucinante.

Afferrò Melrose alla spalla e fissò la faccia stravolta del cuoco. «Piantala di frignare, ragazzetto.»

Melrose continuò. Il sangue sgorgava dal piede, che sembrava quasi spezzato in due. Il mondo di Pearly divenne grigio e sfocato. Fece appello a tutta la sua forza di volontà per dissipare quel velo. Se avesse perso i sensi adesso, sa Dio che cosa Kurtz avrebbe potuto fargli. Perlmutter aveva sentito delle storie su di lui e aveva ritenuto che almeno per il novanta per cento esse fossero esagerazioni, o semplice propaganda diffusa dall'interessato per rafforzare la propria immagine di pazzo scatenato ma efficiente.

Adesso so che non è così, pensò. Questa non è la costruzione del mito: è il mito stesso.

Kurtz, con mosse precise, da chirurgo, puntò la pistola contro la fronte pallidissima di Melrose.

«Piantala di frignare come una donnetta, o te la faccio smettere io. Questi sono proiettili a punta cava, come senz'altro sa anche un mezzo scemo come te.»

Melrose riuscì a soffocare gli urli, smorzandoli in bassi singhiozzi. Kurtz sembrò soddisfatto.

«Stanimi bene a sentire, bamboccio, perché tocca a te diffondere il verbo. Credo che, grazie a Dio, il tuo piede, o quanto resta di esso, parlerà da solo, ma toccherà a te fornire i particolari. Sei pronto per sentirli?»

Sempre singhiozzando, gli occhi simili a biglie di vetro azzurro, Melrose annuì.

Con mossa fulminea, da rettile, Kurtz girò la testa, e Perlmutter ebbe modo di vederlo bene. La follia era stampata nei suoi tratti con la chiarezza di un tatuaggio. In quell'istante, tutto ciò che credeva di aver capito sul suo capo crollò.

«E tu, ragazzo? Mi ascolti? Perché anche tu sei un messaggero. Siamo tutti messaggeri.»

Pearly annuì. La porta si aprì e, con indicibile sollievo, vide che il nuovo venuto era Owen Underhill.

«Owen!» esclamò Kurtz, posando gli occhi su di lui. «Mio caro ragazzo! Un altro testimone! Un altro messaggero, Dio Santo! Mi ascolti? Diffonderai il verbo da questo luogo di gioia?»

Impassibile come un giocatore di poker, Underhill annuì.

«Bene! Bene!»

Kurtz si rivolse di nuovo a Melrose.

«Cito dal Manuale di comportamento, aiuto cuoco Melrose, Parte 16, Sezione 4, Paragrafo 3: 'L'uso di epiteti inappropriati, siano essi di natura razziale, etnica o sessuale, abbassano il morale delle truppe e violano il protocollo delle forze armate. Chi vi fa ricorso, sarà immediatamente punito, con deferimento alla corte marziale o direttamente sul campo, a opera delle autorità competenti'. Fine della citazione. L'autorità competente sono io, e tu sei quello che ha usato epiteti inappropriati. Chiaro, Melrose? Capito l'andazzo?»

Melrose cercò di parlare, ma Kurtz glielo impedì. Owen Underhill rimase immobile sulla soglia mentre la neve si scioglieva sulle sue spalle e scivolava come sudore sulla maschera trasparente. Teneva gli occhi fissi su Kurtz.

«Melrose, quella che ti ho citata è una 'norma di condotta' che impone di non usare termini spregiativi nei confronti di nessun gruppo etnico o razziale. E, nel nostro caso specifico, si applica agli alieni che in nessun modo devono venir definiti 'negri dello spazio'. Hai capito?»

Melrose cercò di annuire, poi vacillò, sul punto di svenire. Perlmutter lo afferrò alla spalla tenendolo in piedi, sperando che non crollasse prima della fine di questa scena. Dio sa che cosa avrebbe potuto fargli Kurtz se avesse avuto l'ardire di spegnere la luce in anticipo.

«Spazzeremo via questi stronzi invasori, amico, e, se mai dovessero tornare sulla Terra, strapperemo via le loro teste grigie e gli cagheremo nel collo; se insistono, useremo la loro stessa tecnologia, di cui ormai siamo sul punto di impadronirci, e li rispediremo al luogo d'origine sulle loro stesse navi o su navi analoghe costruite dalla General Electric, dalla DuPont e, grazie a Dio, dalla Microsoft, e, quando li avremo rimpatriati, bruceremo le loro città, o alveari o formicai, o quali che siano i loro alloggi, butteremo napalm sui loro cereali e bombe atomiche sulle loro montagne viola, Dio Santo, Allah akhbar, butteremo il bruciante piscio americano nei loro laghi e oceani... ma faremo tutto questo in modo corretto e appropriato, senza alcuna discriminazione razziale, etnica e religiosa. Lo faremo solo perché sono arrivati nel quartiere sbagliato e hanno bussato alla porta sbagliata. Questa non è la Germania nel 1938, né Oxford, Mississippi, nel 1963. Dimmi, Melrose, ritieni di poter diffondere questo messaggio?»

Melrose levò gli occhi al cielo e si piegò sulle ginocchia. Perlmutter lo afferrò di nuovo alla spalla per sostenerlo, ma questa volta fu mutile: il cuoco crollò a terra.

«Pearly», sussurrò Kurtz, e l'interpellato, sotto quei divoranti occhi azzurri, provò lo spavento più grande della sua vita. La sua vescica era una sacca calda e pulsante dentro di lui, che non chiedeva altro che inondare il cavallo della tuta. Perlmutter pensò che, se si fosse pisciato sotto, Kurtz, dato l'attuale umore, forse gli avrebbe sparato... ma quello non servì a reprimere lo stimolo.

«Sì... capo?»

«Diffonderà il verbo? Sarà un buon messaggero? Pensi che abbia afferrato il concetto o che fosse troppo preso dal suo benedetto piede?»

«Io... io...» Dalla soglia, vide Underhill rivolgergli un cenno quasi impercettibile della testa, e questo lo rincuorò. «Sì, capo... credo che abbia sentito benissimo.»

Kurtz sembrò dapprima sorpreso dalla veemenza di Perlmutter. Poi soddisfatto. Si rivolse a Underhill. «E tu che ne pensi, Owen? Credi che diffonderà il verbo?»

«Sì, certo», disse Owen. «Se arriva in infermeria prima di morire dissanguato.»

«Occupatene tu, Pearly», sbraitò Kurtz.

«Subito», rispose Perlmutter incamminandosi verso la porta. Una volta date le spalle al capo, rivolse a Underhill uno sguardo colmo di gratitudine, che l'altro o non vide o finse di ignorare.

«Di corsa, Perlmutter. Owen, voglio parlarti a quattr'occhi, come si suol dire.» Scavalcò il corpo di Melrose senza abbassare lo sguardo e si diresse verso l'angolo cottura. «Caffè? L'ha fatto Freddy, quindi non posso giurare che sia bevibile...»

«Il caffè va bene», disse Owen. «Mentre lo versi, cercherò di fermare l'emorragia.»

Kurtz gli lanciò un'occhiata sinistra e dubbiosa. «Credi che sia necessario?»

In quel momento Perlmutter uscì, e mai in vita sua una tormenta di neve gli fu tanto gradita.

4

Henry era accanto alla recinzione (senza toccare i fili), in attesa che Underhill - sì, si chiamava proprio così - uscisse da quello che sembrava essere il posto di comando, ma, quando la porta si aprì, sbucò fuori di gran carriera l'altro tizio che aveva visto entrare in precedenza. Era un uomo alto, con una di quelle facce zelanti che, secondo Henry, caratterizzavano la categoria dei funzionali e dei quadri intermedi. Adesso aveva l'aria terrorizzata, e per poco non cadde prima di riprendere la corsa. Era quello che Henry aspettava.

Faccia-da-funzionario riuscì a mantenere l'equilibrio dopo il primo scivolone, ma a metà strada verso due roulotte fece un volo atterrando sulle chiappe. Il blocco che aveva sotto il braccio slittò via.

Henry tese le mani e le batté più forte che poté. Probabilmente non forte abbastanza da farsi sentire in quel frastuono di motori. Allora le accostò alla bocca e gridò: «Bravo, piedi di merda! Rivediamo il filmato!»

Faccia-da-funzionario si rialzò senza guardarlo, recuperò il blocco e corse verso le due roulotte.

A una ventina di metri da Henry, accanto alla recinzione, c'era un gruppo di otto, nove uomini. Uno di loro, un tipo corpulento con una giacca imbottita che lo faceva sembrare l'omino della Michelin, si avvicinò a Henry.

«Non credo che le convenga comportarsi così.» S'interruppe, poi abbassò la voce. «Hanno sparato a mio cognato.»

Sì. Henry vide la scena nella testa dell'altro. Il cognato dell'omone, anch'egli corpulento, che parlava del suo avvocato, dei suoi diritti, del suo lavoro in una finanziaria di Boston. I soldati che annuivano, dicendo che era un provvedimento transitorio, che la situazione si stava normalizzando e tutto si sarebbe risolto entro l'alba, e nel contempo spingevano i due tizi nella stalla, in cui già c'era un nutrito gruppo di persone, poi, all'improvviso, il cognato si era liberato ed era corso via verso gli automezzi, e bum-bum, le luci si erano spente.

L'omone stava raccontando parte dell'incidente a Henry, che lo interruppe.

«Cosa crede che faranno a tutti noi?»

Quello lo guardò scioccato, poi indietreggiò di un passo, come se fosse infetto. Molto divertente, a ben pensarci, perché tutti loro avevano qualcosa di contagioso, o, quantomeno, quella squadra di sterminatori di stato la pensava così e, alla fine della fiera, il risultato sarebbe stato lo stesso.

«Non parlerà sul serio», disse l'omone. Poi, con tono quasi indulgente: «Siamo in America, dopotutto».

«Ah, sì? Le pare che qui si proceda nel rispetto delle regole?»

«Stanno solo... sono certo che stanno solo...» Henry attese con interesse il seguito, che però non venne mai. «Quello era uno sparo, vero?» chiese l'altro. «E mi è parso di sentire delle grida.»

Dalle due roulotte accostate uscirono due uomini con una barella. Dietro di loro, riluttante, veniva Faccia-da-funzionario, con il suo solito blocco sotto il braccio.

«Direi che ha sentito bene.» Henry e l'omone guardarono i barellieri salire di corsa nel camper. Quando Faccia-da-funzionario fu vicino al recinto, Henry gli gridò: «Come va, piedi di merda? Ti stai divertendo?»

«Questa è solo... è solo una specie di situazione d'emergenza», disse l'omone. «Sono sicuro che si risolverà entro domattina.»

«Non è andata così a suo cognato», ribatté Henry.

L'altro lo guardò, la bocca leggermente tremante. Poi si avvicinò al gruppo, le cui opinioni dovevano essere più corrispondenti alle sue. Henry si girò verso il camper, aspettando che uscisse Underhill. Gli pareva che quell'uomo fosse la sua unica speranza... ma, quali che fossero le riserve di Underhill riguardo a questa operazione, si trattava di una ben tenue speranza. Ed Henry aveva una sola carta da giocare. La carta era Jonesy. Questi qui non sapevano nulla di Jonesy.

Il dubbio era se rivelarlo o no a Underhill. Henry temeva che non sarebbe stata una buona mossa.

5

Circa cinque minuti dopo che Faccia-da-funzionario era entrato nel camper al seguito dei barellieri, i tre uscirono trasportando un quarto uomo. Sotto le forti luci dei riflettori, il volto del ferito era tanto pallido da apparire violaceo. Con sollievo, Henry vide che non si trattava di Underhill, un uomo diverso da quella masnada di pazzi.

Passarono dieci minuti. Henry aspettava sotto la neve che cadeva sempre più fitta. C'erano dei soldati che sorvegliavano i prigionieri (perché tali erano, ed era meglio non indorare la pillola), e a un certo punto uno di loro si avvicinò alla recinzione. Essendo stato accecato dalle luci dei riflettori quando era stato fermato all'incrocio della Deep Cut Road con la Swanny Pond, Henry non riconobbe il volto di quell'uomo. Con stupore non disgiunto dal compiacimento, si rese conto che anche la mente ha dei tratti caratteristici, proprio come quelli di un viso. Questo era uno degli uomini del blocco, quello che lo aveva colpito con il calcio del fucile per farlo procedere più in fretta verso il camion. I dati che affluivano alla mente di Henry erano lacunosi; non riusciva a individuare il nome del tipo, ma sapeva che suo fratello si chiamava Frankie, e questo Frankie, negli anni del liceo, era stato accusato di violenza carnale e in seguito prosciolto. C'era dell'altro, ma tutto a pezzi e bocconi, come il contenuto di un cestino di rifiuti. Henry si rese conto di stare contemplando un vero e proprio «flusso di coscienza», un fiume che scorreva portando con sé detriti d'ogni genere. L'insieme era perlopiù prosaico, e questo la diceva lunga sulla mente umana.

«Ehi, tu», disse il soldato, con una certa cordialità. «Ecco il furbacchione. Vuoi un hot dog, furbacchione?» Rise.

«Ne ho già uno», rispose Henry, sorridendo a sua volta. E Beaver gli balzò in bocca, con un tipico beaverismo. «'Fanculo, Freddy.»

Il soldato ridivenne serio. «Vediamo quanto sarai furbo tra dodici ore», asserì. L'immagine che scivolò sulle acque del fiume tra le orecchie del tizio era quella di un camion carico di cadaveri. «Sei già appestato dal Ripley, furbacchione?»

Henry pensò: Il byrus. Ecco che cosa intende. Il suo vero nome è byrus. Jonesy lo sa.

Non rispose e il soldato si allontanò con l'aria soddisfatta di chi ha vinto ai punti. Henry si concentrò al massimo e visualizzò un fucile: il Garand di Jonesy, per la precisione. Pensò: Ho un fucile. Ti sparo nell'istante in cui mi dai la schiena.

Il soldato si voltò, l'espressione soddisfatta ormai svanita e rimpiazzata da un'aria insospettita ed esitante. «Cosa dici, furbacchione? Hai detto qualcosa?»

«Mi chiedevo solo se hai fatto anche tu un giro con la ragazza... sai, quella cui è saltato addosso Frankie. Ti ha concesso un assaggio?»

Per un momento, il volto del soldato s'impietrì per lo stupore. Poi fu sfigurato da una collera cieca. Alzò il fucile. Henry abbassò la lampo del giaccone scoprendo il petto. «Avanti», lo incitò ridendo. «Su, Rambo, esibisciti!»

Il fratello di Frankie tenne l'arma puntata per qualche secondo, poi Henry sentì la sua furia svanire. C'era andato vicino - Henry aveva percepito che stava cercando una qualche spiegazione plausibile - ma aveva esitato troppo e la bestia rossa era stata domata. Era tutto così scontato. I Richie Grenadeau del mondo non muoiono mai. Non del tutto. Sono i denti del drago del mondo.

«Domani», disse il soldato. «Basta aspettare domani, furbacchione.»

Questa volta Henry lasciò perdere: basta stuzzicare la bestia rossa, benché fin troppo facile. Inoltre aveva imparato qualcosa. .. o, meglio, aveva trovato conferma di quanto già sospettava. Il soldato aveva sentito i suoi pensieri, ma non con chiarezza. Altrimenti si sarebbe voltato di scatto. E neppure aveva chiesto a Henry come facesse a sapere del fratello Frankie. Perché, a un qualche livello, quel soldato sapeva quello che sapeva lui: erano stati tutti infettati di telepatia, come se fosse stata un virus dell'influenza.

«Solo che io l'ho preso in forma più grave», precisò richiudendo la lampo del giaccone. E lo stesso era capitato a Pete, Beaver e Jonesy. Ma ora Pete e Beav erano morti, e Jonesy... Jonesy...

«Jonesy è stato contagiato più di tutti», disse Henry. E dov'era adesso il suo amico?

Sud... Jonesy si era diretto a sud. Il cordone sanitario era stato violato. Henry immaginò che lo avessero previsto. Qualche sporadica fuga non avrebbe fatto gran differenza, secondo loro.

Henry pensò che avessero torto.

6

Con una tazza di caffè in mano, Owen attese che gli addetti all'infermeria se ne andassero con il loro fardello, i singhiozzi di Melrose misericordiosamente placati da un'iniezione di morfina. Pearly li seguì, e Owen rimase solo con Kurtz.

Il capo sedette sul dondolo, guardando l'altro con aria divertita. Il pazzo delirante era di nuovo sparito, riposto come una maschera di Halloween.

«Sto pensando a un numero», esordì Kurtz. «Qual è?» «Diciassette», rispose Owen. «Lo vedi in rosso. Come se fosse sulla fiancata di un'autopompa dei vigili del fuoco.» Kurtz annuì, compiaciuto. «Cerca di inviarne uno a me.» Owen visualizzò un cartello indicante un limite di velocità: 80 KM.

«Otto», disse Kurtz dopo un secondo. «Nero in campo bianco.»

«Ci sei andato abbastanza vicino, capo.»

Kurtz bevve del caffè. Aveva un tazzone con la scritta NONNO TI VOIO BENE. Owen gustò il suo con autentico piacere. Era una sporca notte e uno sporco incarico, e il caffè di Freddy non era male.

Kurtz trovò il tempo di infilarsi la tuta. Dalla tasca interna trasse una grande bandana. La guardò per un attimo, poi, alzatosi con una smorfia (non era un segreto che il vecchio avesse l'artrite), cominciò a ripulire le tracce del sangue di Melrose. Owen, che si riteneva rotto a tutto, rimase scioccato.

«Signore...» O cazzo. «Capo...»

«Piantala», imprecò Kurtz senza alzare gli occhi. Passava da una macchia all'altra con la diligenza di una colf. «Mio padre diceva sempre che devi pulire dove hai sporcato. Ti può spingere a riflettere di più la volta successiva. Come si chiamava mio padre?»

Owen lo cercò e lo intravide, così come si sbircia il pizzo della sottoveste dall'orlo di una gonna. «Paul?»

«Patrick... però ci sei andato vicino. Anderson ritiene che sia un'ondata che adesso comincia a dilagare. Un'ondata telepatica. Tu la trovi una cosa stupefacente?»

«Sì.»

Kurtz annuì senza smettere di ripulire le macchie. «Più stupefacente in teoria che nella pratica, a dire il vero. Non hai la stessa impressione?»

Owen rise. Il vecchio era ancora capace di sorprenderti. Talvolta si diceva che le persone instabili e nevrotiche non «avevano tutte le rotelle». Il guaio di Kurtz, ipotizzò Owen, era che di rotelle ne aveva fin troppe. E quelle in eccedenza erano fuori controllo.

«Siediti, Owen. Bevi il caffè come un essere umano normale e lascia ch'io finisca le pulizie. Ne ho bisogno.»

Owen pensò che forse era vero. Sedette a bere il caffè. Passarono così cinque minuti, poi Kurtz si rimise in piedi, dolorante. Tenendo la bandana con la debita cautela, la buttò in pattumiera e si rimise sul dondolo. Bevve un sorso del suo caffè, fece una smorfia, e posò la tazza. «Freddo.»

Owen si alzò. «Te ne verso...»

«No. Siediti. Dobbiamo parlare.»

Owen obbedì.

«Alla nave abbiamo avuto un piccolo scontro, vero?»

«Non direi che...»

«No, so che tu non lo diresti, ma io so quello che è successo, e tu pure. Quando la situazione è calda, anche gli umori si surriscaldano. Ma adesso è tutto passato. Deve esserlo, perché io sono l'ufficiale in comando e tu sei il mio secondo, e questo lavoro deve essere portato a termine. Possiamo collaborare a questo fine?»

«Sissignore.» Cazzo, c'era ricascato. «Capo, voglio dire.»

Kurtz gli rivolse un gelido sorriso. «Poco fa ho perso il controllo.» Fascinoso, sincero, onesto. Questo suo aspetto aveva tratto in inganno Owen per anni. Ora non più. «Stavo procedendo come al solito, creando la solita caricatura - due parti di Patton, una parte di Rasputin, aggiungere acqua e mescolare - quando, zacchete! tutto mi è sfuggito di mano. Tu mi ritieni pazzo, vero?»

Con calma, con calma. Aleggiava la telepatia, e Owen non sapeva in che misura Kurtz potesse leggergli dentro.

«Sissignore. Un po', signore.»

Kurtz annuì pacato. «Sì, un po'. Una definizione abbastanza accurata. Recito questa parte da tanto tempo. Gli uomini come me sono necessari ma non facilmente reperibili, e bisogna essere un po' pazzi per fare questo lavoro senza sbarellare del tutto. È quella riga sottile, quella famosa riga di cui cianciano gli psicologi; e mai, nella storia del mondo, c'è stato un lavoro di pulizia come questo... dando per scontato che la storia di Ercole e le stalle di Augia sia solo un mito. Non chiedo la tua simpatia: voglio solo che tu mi capisca. Se ci capiamo, riusciremo a portare a termine questo compito, il più duro che ci sia mai capitato di affrontare. Altrimenti...» si strinse nelle spalle. «Altrimenti, dovrò procedere senza di te. Mi segui?»

Owen nutriva dei dubbi in proposito, ma, capendo dove Kurtz voleva arrivare, annuì. Aveva letto da qualche parte che esisteva un uccello che vive nelle fauci del coccodrillo, tollerato da quest'ultimo. Gli parve il suo caso. Kurtz Voleva fargli credere di averlo perdonato per aver trasmesso le registrazioni degli alieni... un gesto dettato dalla difficoltà del momento, proprio come lo spappolamento del piede di Melrose. E quello che era successo sei anni prima in Bosnia? Tutto archiviato. Forse era vero. Ma forse il coccodrillo era stufo delle seccanti beccate e si disponeva a chiudere le fauci. Owen non riusciva a discernere la verità nella mente di Kurtz, e, comunque stessero le cose, tutto gli suggeriva di stare molto attento. Attento e pronto a volar via.

Kurtz trasse di tasca un orologio. «Era di mio nonno e funziona a meraviglia», disse. «Perché ha una carica meccanica, credo. Quello da polso è tuttora effe-esse-esse.»

«Anche il mio.»

Le labbra di Kurtz fremettero in un piccolo sorriso. «Appena puoi, rivolgiti a Perlmutter. Con tutto il suo daffare, ha trovato il tempo di farsi consegnare trecento Timex con la carica meccanica. Poco prima che la neve costringesse gli elicotteri a restare a terra. Pearly è di un'efficienza paurosa. Vorrei solo che la smettesse di sentirsi come se fosse su un set cinematografico.»

«Magari gli ultimi eventi gli hanno dato una spinta in quella direzione, capo.»

«Può darsi.»

Kurtz rifletté. Underhill rimase in attesa.

«Ragazzo mio, dovremmo bere del whisky. Stasera sarà una specie di veglia funebre, stile irlandese.»

«Ah, sì?»

«Sì. Il mio amato phooka sta per stramazzare morto a terra.»

Owen aggrottò le sopracciglia.

«Sì. E a quel punto perderà la sua magica virtù dell'invisibilità. E diventerà un cavallo qualsiasi su cui tutti potranno accanirsi. Per primi i politici, che sono bravissimi in questo genere di cose.»

«Non ti seguo.»

Kurtz diede un'altra occhiata al vecchio orologio da tasca, che probabilmente aveva acquistato da un rigattiere... o sottratto a un cadavere. Entrambe le ipotesi erano valide, secondo Underhill.

«Sono le sette. Tra circa quaranta ore, il presidente parlerà all'assemblea generale delle Nazioni Unite. Sarà il discorso col più alto indice di ascolto della storia. Diventerà parte del massimo evento della storia dell'umanità... e la più gran fola mai narrata, dopo quella del Dio onnipotente che, allungando un dito, ha creato il cosmo e ha messo in moto tutta la baracca.»

«Prego?»

«È una storia stupenda, Owen. Come le menzogne più riuscite, incorpora molti elementi di verità. Al mondo che penderà dalle sue labbra, il presidente dirà che una nave piena di esseri di un altro mondo si è schiantata nel Maine settentrionale il 6 o il 7 novembre di quest'anno. Questo è vero. Dirà che non siamo stati colti del tutto di sorpresa, dato che noi e i capi degli altri paesi membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu sappiamo da almeno dieci anni che gli ET ci tengono d'occhio. E alcuni di noi, qui negli Stati Uniti, addirittura dagli anni Quaranta. Sappiamo inoltre che i caccia russi, nei cieli della Siberia nel 1974, hanno abbattuto una nave dei grigi... sebbene tuttora non sappiano che noi sappiamo. Probabilmente si era trattato di un test. Ce ne sono stati molti. I grigi hanno gestito i primi contatti con una cautela dalla quale è ragionevole dedurre che abbiano una gran paura di noi.»

Owen ascoltò con morboso coinvolgimento, sperando che quello stato d'animo non trapelasse sul suo volto e neppure al livello più esterno dei suoi pensieri, cui l'altro avrebbe avuto accesso.

Dalla tasca interna, Kurtz adesso trasse un pacchetto di Marlboro tutto schiacciato. Lo tese a Owen che dapprima scosse la testa, poi prese una delle quattro sigarette rimaste. Kurtz ne prese un'altra e accese entrambe.

«Io mi ritrovo con un gran miscuglio di verità e di spazzatura», diphiarò Kurtz dopo una gran tirata di sigaretta. «Potrebbe non essere il modo migliore per procedere. Prendiamo per buona la spazzatura, d'accordo?»

Owen non rispose. Di questi tempi fumava di rado, e la prima tirata gli aveva fatto girare la testa, però il sapore era stupendo.

«Il presidente dirà che il governo degli Usa ha isolato il luogo dell'incidente e la zona circostante per tre ragioni. La prima era di natura puramente logistica: trattandosi di una zona remota e scarsamente popolata come il comprensorio di Jefferson, la misura era facilmente attuabile. Se i grigi si fossero schiantati su Brooklyn, o anche a Long Island, non si sarebbe potuto fare. La seconda ragione è che gli intenti degli alieni non ci sono chiari. La terza, e più convincente, ragione è che gli alieni sono portatori di una sostanza infettiva che i militari inviati sul posto chiamano 'il fungo di Ripley'. Sebbene i visitatori alieni ci abbiano strenuamente assicurato di non essere infetti, hanno nondimeno portato con loro una sostanza altamente infettiva. Il presidente comunicherà inoltre a un pubblico inorridito che il fungo potrebbe, in effetti, essere la mente pensante, e i grigi solo il brodo di coltura. Il servizio è stato leggermente ritoccato per renderlo più visibile, ma in sostanza risponde a verità.»

Stai mentendo, pensò Owen. Il servizio è fasullo da cima a fondo, fasullo come certi stronzissimi film di fantascienza. E perché mai menti? Perché sei nella posizione di farlo, e basta. Perché a te mentire viene più spontaneo che dire la verità.

«Okay, ho mentito», confessò Kurtz, senza perdere un colpo. Lanciò una rapida occhiata a Owen prima di abbassare gli occhi sulla sigaretta. «Ma i fatti sono veri e verificabili. Alcuni grigi esplodono e si trasformano in pappi dorati. Quei pappi muffosi sono il Ripley. Se ne inspiri a sufficienza, in capo a un certo periodo di tempo che per ora non siamo in grado di stabilire - potrebbe essere un'ora o due giorni - polmoni e cervello diventano un'insalata di funghi. Diventi un arbusto velenoso ambulante. Poi muori.

«Nulla verrà detto della nostra piccola missione di stamani. Secondo la versione presidenziale, la nave, che evidentemente aveva riportato gravi danni schiantandosi a terra, è esplosa di suo o è stata fatta saltare in aria dal suo equipaggio. Tutti i grigi sono morti. Anche il Ripley, dopo essersi diffuso nella fase iniziale, sta morendo, apparentemente perché non resiste bene al freddo. A proposito, anche i russi confermano questo fatto. C'è stato un notevole abbattimento di animali, anch'essi portatori del fungo infettivo.»

«E gli abitanti umani dell'area di Jefferson?»

«Il grande capoccione dirà che circa trecento persone - circa settanta abitanti del luogo e duecentotrenta cacciatori - vengono attualmente sottoposte a esami al fine di stabilire se siano state contagiate dal Ripley. Dirà che alcune, benché risultate positive, sembrano avviate alla guarigione grazie alla somministrazione di normali antibiotici ad ampio spettro.»

«E adesso una pausa per la pubblicità», disse Owen. Kurtz rise, divertito.

«In una fase successiva, verrà detto che il Ripley non risponde bene agli antibiotici come si era creduto in un primo momento, e che parecchi pazienti sono deceduti. I nomi che divulgheremo saranno quelli delle persone già morte, sia per il Ripley, sia per quegli orridi innesti. Sai che cosa sono questi innesti?»

«Sì, questa specie di donnole nell'apparato digerente. Il presidente ne parlerà?»

«Assolutamente no. I grandi capi ritengono che siano creature un po' troppo sconvolgenti per il popolo bue. Come del resto sarebbe sconvolgente la soluzione da noi adottata per risolvere il problema in questo luogo pittoresco in cui ci troviamo.»

«Potremmo chiamarla 'la Soluzione finale'», disse Owen. Aveva fumato la sigaretta sino al filtro, che adesso spense sul bordo della tazza vuota.

Kurtz guardò fisso Owen, senza fare una piega. «Sì, si potrebbe definire così. Faremo fuori circa trecentocinquanta persone, maschi perlopiù, ma non è detto che non siano inclusi anche alcune donne e bambini. Il lato positivo è che salveremo la razza umana da una pandemia e, forse, dal dominio alieno. Non è cosa da poco.»

Owen ebbe un pensiero irrefrenabile - Sono certo che questa storia sarebbe piaciuta a Hitler - ma lo dissimulò come meglio poté ed ebbe l'impressione che Kurtz non l'avesse percepito. Naturalmente, con Kurtz non si poteva mai essere sicuri di niente.

«Quanti ne abbiamo rastrellati finora?» chiese Kurtz.

«Una settantina. Circa centocinquanta sono in arrivo da Kineo e, se il tempo non peggiora, dovrebbero essere qui entro le nove.» Le previsioni dicevano che le condizioni meteorologiche sarebbero peggiorate solo verso mezzanotte.

Kurtz annuì. «Bene. Direi che altri cinquanta arriveranno dal Nord, una settantina da St. Cap e quei paesini giù al Sud... più i nostri uomini. Non dimenticarti di loro. Le maschere sembrano funzionare, però abbiamo già individuato quattro casi di Ripley nei rapporti medici finora pervenuti. Naturalmente, gli uomini non ne sono al corrente.»

«No?»

«Mettiamola così: a giudicare dal loro comportamento, non ho ragione di ritenere che lo sappiano. Chiaro?»

Owen alzò le spalle.

«Nella versione ufficiale», riprese Kurtz, «verrà detto che gli internati sono stati inviati in una installazione medica top-secret, una specie di Area 51, in cui verranno sottoposti a ulteriori esami e, se necessario, a cure a lungo termine. Non ci sarà altra dichiarazione ufficiale sull'argomento - se tutto va secondo i piani - ma nei due anni successivi ci saranno delle fughe di notizie pilotate: nonostante le migliori cure, l'infezione ha persistito... follia....grottesche mutazioni fisiche di cui è meglio tacere... e, infine, la morte liberatrice. Lungi dall'essere sconvolto, il pubblico si sentirà sollevato.»

«Mentre in realtà... ?»

Voleva che Kurtz lo dicesse a chiare lettere, ma avrebbe dovuto farsi meno illusioni. Qui non c'erano cimici (eccezion fatta, forse, per quelle annidate nel cervello di Kurtz), ma in quell'uomo la cautela era seconda natura. Mimò una pistola e sparò per ben tre volte. Non staccò mai lo sguardo da Owen. Occhi da coccodrillo, pensò Owen.

«Tutti?» chiese. «Quelli infetti e quelli risparmiati dal contagio? Addirittura i soldati che risultano negativi agli esami?»

«I ragazzi che oggi stanno bene staranno bene anche in futuro», disse Kurtz. «Quelli infettati dal Ripley sono stati sbadati. Uno di loro... be' nella stalla c'è una bambina sui quattro anni, carina come il diavolo. Quasi quasi ti aspetti che cominci a cinguettare come Shirley Temple.»

Chiaramente, Kurtz pensava di essere spiritoso, e forse, a modo suo, lo era, ma Owen si sentì invaso dall'orrore.

«È carina, ma è infetta», continuò Kurtz. «Ha segni del Ripley su un polso, all'attaccatura dei capelli, nell'angolo di un occhio. Punti classici. Insomma, un soldato le ha regalato una barretta di cioccolato, proprio come a una piccola kosovara morta di fame, e lei gli ha dato un bacio. Una cosa tenerissima, degna di essere immortalata in una foto, solo che adesso lui ha una macchia sulla guancia che non è di rossetto.» Kurtz fece una smorfia. «Quell'uomo aveva una scalfittura che si era fatto radendosi, ma è stato sufficiente. Lo stesso per altri. Le regole non cambiano, Owen: la disattenzione uccide. Può andarti bene per un po', ma alla fine ti sarà fatale. Sono lieto di dire che gran parte dei nostri uomini se la caverà. Saremo sottoposti a esami medici per il resto della nostra vita, ma cerchiamo di vedere il lato positivo: in caso di cancro, avremo una diagnosi precocissima.»

«E i civili che sembrano immuni dal contagio? Che ne sarà di loro?»

Kurtz si protese in avanti, con aria più suadente e più normale che mai. Questo avrebbe dovuto farti sentire lusingato, darti l'impressione di essere uno dei privilegiati che lo vedevano senza la sua consueta maschera. In passato, Owen ci era cascato, ma ora non più. La maschera non era Rasputin: la maschera era questa.

Ma non ne aveva la certezza assoluta, neppure in quel momento.

«Owen, Owen, Owen! Usa il cervello... quel bel cervello che Dio ti ha dato! I nostri li possiamo controllare senza suscitare sospetti o scatenare il panico in tutto il mondo... e panico ce ne sarà un bel po', dopo che il presidente avrà abbattuto il cavallo phooka. Non sarebbe possibile fare la stessa cosa con trecento civili. Li confiniamo in un qualche villaggio modello nel New Mexico e ce li teniamo per cinquanta o settant'anni a spese del contribuente. E se qualcuno fuggisse? E se, con il tempo, il Ripley subisse una mutazione, come credo temano i cervelloni? Se, invece di estinguersi, diventasse qualcosa di ancor più contagioso e più resistente ai fattori ambientali che ne hanno determinato l'estinzione qui nel Maine? Se è dotato d'intelligenza, allora è pericoloso. E, invece, se fosse una sorta di faro, una sorta di segnalazione interstellare usata dai grigi per indicare il nostro mondo? Che bontà, venite a banchettare... questi tizi sono squisiti e ce ne sono in abbondanza.»

«Stai dicendo che è meglio andare sul sicuro piuttosto che doversi pentire in seguito?»

«Appunto. Il concetto è questo.»

Be', pensò Owen, il concetto, per essere precisi, è un altro. I nostri li salvaguardiamo. Quand'è necessario, sappiamo essere spietati, ma persino Kurtz ha un occhio di riguardo per i suoi compagni. I civili, invece, sono solo dei civili. Se li devi bruciare, prendono fuoco facilmente.

«Se dubiti che ci sia un Signore che ogni tanto guarda giù, prova a pensare a come ci tiriamo fuori da questa situazione», disse Kurtz. «Prima sono arrivate le luci lampeggianti, la cui presenza è stata segnalata da varie persone, tra le quali il proprietario del negozio, Reginald Gosselin. Poi i grigi arrivano nell'unico periodo dell'anno in cui in questa zona dimenticata da Dio arrivano dei cacciatori, due dei quali hanno visto precipitare la nave.»

«È stata una fortuna.»

«È stata una grazia divina. La nave precipita, si viene a sapere della presenza dei grigi, il freddo uccide sia loro sia la forfora galattica di cui sono portatori. Ma questo non è tutto. Fanno degli innesti, e la cosa non funziona: lungi dallo stabilire un rapporto armonioso con gli organismi ospiti, quelle creature diventano cannibalesche e li uccidono.

«L'abbattimento degli animali è andato bene. Si calcola che ne siano stati eliminati almeno centomila, c'è già in atto un mega barbecue ai confini della contea di Castle. Se fossimo in primavera o in estate, dovremmo preoccuparci della trasmissione del Ripley per opera degli insetti, ma non in novembre.»

«Alcuni animali saranno senz'altro usciti dalla zona.»

«Animali e persone, probabilmente. Ma il Ripley si diffonde pian piano. Siamo a posto su questo fronte perché abbiamo intrappolato la stragrande maggioranza delle persone contaminate, perché la nave è stata distrutta, e perché l'agente contaminante tende a spegnersi anziché divampare. Abbiamo inviato loro un semplice messaggio: venite in pace o con i vostri raggi distruttivi, ma non riprovate a fare una cosa simile, almeno non nel prossimo futuro. Prima di arrivare a questo punto, hanno fatto i furbi per mezzo secolo. Il nostro solo rimpianto è di non poter consegnare la nave intatta ai nostri fanatici della scienza... ma forse anche quella era infestata dal Ripley. Sai qual era la nostra massima paura? Che i grigi o il Ripley trovassero una persona in grado di trasmettere l'infezione senza però essere a sua volta contagiata.»

«Sei sicuro che non ci sia una persona simile?»

«Quasi sicuro. Se ci fosse... be', è per questo che abbiamo isolato la zona.» Kurtz sorrise. «Ci è andata bene, soldato. Tutto fa pensare che non ci sia un portatore sano, i grigi sono morti, e l'infezione è ristretta alla zona di Jefferson. Fortuna o intervento divino. Scegli tu.»

Kurtz abbassò la testa e si prese la radice del naso tra pollice e indice, come se soffrisse di sinusite. Rialzò gli occhi, ed erano umidi di pianto. Lacrime di coccodrillo, pensò Owen, ma in realtà non ne era sicuro. E non poteva accedere alla mente del suo capo. Forse l'ondata telepatica si era ritratta, oppure Kurtz aveva trovato il modo di chiudere la saracinesca. Ma, quando riaprì bocca, Owen fu quasi certo di aver sentito il vero Kurtz.

«Io ho chiuso, Owen. Completata questa missione, mi ritiro. Qui ci sarà da fare per altri quattro giorni, o forse una settimana, se la bufera persiste, come dicono le previsioni. Ma il vero incubo sarà domattina. Io credo di farcela, ma dopo... be', sarò maturo per la pensione e darò loro un'alternativa: o mi pagate o mi uccidete. Credo che cacceranno il soldo perché sono a conoscenza di troppi scheletri nell'armadio - è una lezione che ho imparato da J. Edgar Hoover - ma sono arrivato al punto di fregarmene di tutto. Ho partecipato a imprese tremende - ad Haiti, nel 1989, ne abbiamo fatti fuori ottocento in un'ora, e ancora me lo sogno - ma qui è peggio. Di gran lunga. Perché quei poveri stronzi in quella stalla e nel corrai e nel recinto... quelli sono americani... e questo mi fa star male. Tizi che guidano Chevrolet, mangiano al MacDonald's e non perdono un episodio di ER. L'idea di massacrare degli americani mi dà la nausea. Lo faccio solo perché è l'unico sistema per chiudere questa faccenda e perché gran parte di loro morirebbe comunque, e in modo peggiore. Capisci?»

Owen non aprì bocca. Riteneva di poter tenere sotto controllo la propria espressione, ma qualsiasi cosa avesse detto avrebbe potuto tradire l'orrore che provava. Aveva intuito gli sviluppi della situazione, ma sentirseli dire a chiare lettere...

Con l'occhio della mente vide i soldati avvicinarsi alla recinzione, sentì gli altoparlanti convocare i prigionieri nella stalla. Non aveva mai partecipato a un'operazione di questo genere - non era stato ad Haiti - ma sapeva come si procedeva.

Kurtz lo stava scrutando.

«Non dico di averti perdonato quella stronzata di oggi pomeriggio, questa è acqua passata, però tu hai un debito con me. Non mi occorre la telepatia per sapere che cosa pensi di quanto ti ho detto, e non voglio sprecare fiato per esortarti a crescere e a guardare in faccia la realtà. Ti dico solo che ho bisogno di te. Devi aiutarmi.»

Gli occhi lacrimosi. Il fremito appena percettibile all'angolo della bocca. Era facile dimenticare che quell'uomo, meno di dieci minuti prima, aveva spappolato il piede di un cuoco.

Owen pensò: Se gli do una mano in quest'impresa, poco importa che io prema o no il grilletto, sarò dannato come gli uomini che hanno riunito gli ebrei per condurli nelle docce di Bergen-Belsen.

«Se cominciamo alle undici, entro una mezz'ora avremo finito», disse Kurtz. «Mezzogiorno al massimo. Poi sarà acqua passata.»

«Salvo che nei sogni.»

«Già. Nei sogni. Mi dai una mano, Owen?»

Owen annuì. Aveva fatto trenta, avrebbe fatto trentuno. Poteva, come minimo, rendere la cosa più compassionevole... per quanto compassionevole possa essere una strage. In seguito avrebbe capito la letale assurdità di quest'idea, ma, di fronte a Kurtz, si perdeva il senso delle proporzioni. La sua follia era probabilmente più contagiosa del Ripley.

«Bene.» Kurtz si appoggiò allo schienale del dondolo, sollevato ed esausto. Prese un'altra sigaretta, guardò nel pacchetto, poi lo tese, a Owen. «Ne restano due. Vuoi fumare?»

Owen scosse la testa. «Non adesso, capo.»

«Allora, fuori di qui. Se è necessario, fa' un salto in infermeria e fatti dare un tranquillante.»

«Non credo di averne bisogno», rispose Owen. Naturalmente ne aveva bisogno, eccome, ma preferiva non prenderlo. Meglio stare sveglio.

«D'accordo. Va' pure.» Lasciò che arrivasse alla porta. «Owen?»

Lui si girò, alzando la lampo del piumino. Adesso sentiva il sibilo del vento che cominciava a farsi più forte.

«Grazie», mormorò Kurtz. Una lacrima, assurda e grande, gli scivolava lungo la guancia, apparentemente a sua insaputa. In quel momento, Owen provò per lui affetto e compassione. A dispetto di tutto, e pur sapendo che non lo meritava. «Grazie, ragazzo mio.»

7

Nella neve sempre più fitta, dando le spalle all'infuriare del vento, Henry attendeva che Underhill uscisse dal camper. Adesso era solo: gli altri avevano cercato riparo nella stalla, dove c'era una stufa. Al calduccio, le voci e le fole avrebbero prosperato, immaginò Henry. Meglio le fole della verità che era lì, sotto i loro occhi.

Si grattò la coscia, si rese conto di quel che faceva e si guardò attorno, a trecentosessanta gradi. Niente prigionieri, niente guardie. L'illuminazione a giorno gli consentiva di vedere perfettamente in ogni direzione. Era solo, almeno per il momento.

Si chinò e sciolse il nodo della maglietta con cui aveva fasciato la ferita. Strappò ulteriormente i jeans. Quelli che lo avevano fermato avevano fatto lo stesso esame sul camion che lo portava da Gosselin assieme ad altri cinque rastrellati. Non mostrava alcun segno di contagio.

Adesso non più. Al centro del taglio era spuntato un sottile filo rosso. Se non avesse saputo altrimenti, lo avrebbe scambiato per una recente fuoriuscita di sangue.

Byrus, pensò. Cazzo. Buonanotte.

Con la coda dell'occhio percepì un lampo di luce. Alzò la testa in tempo per vedere Underhill chiudere la porta del camper. Rapidamente riassestò la fasciatura e si avvicinò alla recinzione. Una voce nella sua testa gli chiese che cosa avrebbe fatto se Underhill non avesse risposto alla sua chiamata. La voce voleva inoltre sapere se Henry intendeva davvero tradire Jonesy.

Nel brillio dei riflettori, vide Underhill venire verso di lui, il capo chino contro l'infuriare del vento e della neve.

8

La porta venne richiusa. Kurtz la fissò, fumando e dondolandosi sulla sedia. In che misura Owen aveva abboccato? Owen era in gamba, era uno che mirava alla sopravvivenza, era un uomo non del tutto privo di ideali.... e Kurtz era convinto che si fosse digerito tutto, praticamente senza riserve. Perché, in ultima analisi, la gente crede a quel che le fa comodo credere.

Domani, nessuno se ne sarebbe andato di lì, tranne gli eletti, quella decina di uomini e donne scelti che costituivano Imperial Valley. Owen Underhill sarebbe stato incluso nel gruppo... se non avesse trasmesso le registrazioni dei grigi. Ma le cose cambiano. Così aveva sentenziato Buddha, e, almeno in quello, il vecchio infedele aveva detto il vero.

«Mi hai deluso, amico», si rammaricò Kurtz. La maschera, che aveva abbassato per fumare, rimbalzò contro il collo rugoso. «Mi hai deluso.» Gli era andata liscia una volta. Ma due?

«Mai e poi mai», disse Kurtz.

CAPITOLO QUATTORDICI

DIRETTI A SUD

1

A bordo del gatto delle nevi, Mr Gray scese in una gola in cui c'era un ruscello gelato. La percorse per poco più di un chilometro in direzione nord sino a raggiungere l'Interstate 95. A due-trecento metri dalle luci degli automezzi militari (adesso se ne vedevano pochi, che procedevano lenti nella neve), si fermò quel tanto che bastava per consultare la parte della mente di Jonesy che gli era accessibile. Trovò con facilità quello che cercava, data la dovizia di materiale d'archivio che non poteva trovare posto nel piccolo ufficio segreto e protetto di Jonesy. Il gatto delle nevi non aveva un interruttore per spegnere le luci. Mr Gray fece scendere Jonesy dal veicolo e lo costrinse a cercare un sasso con cui spaccare il faro. Poi risalì e ripartì. Il carburante era quasi esaurito, ma poco importava: l'Arctic Cat aveva assolto il proprio compito.

Il condotto in cui s'incanalava il ruscello sotto l'autostrada era grande abbastanza per consentire il passaggio del gatto delle nevi, a condizione però che fosse privo di conducente. Mr Gray scese di nuovo, si posizionò accanto all'Arctic Cat, diede gas e lo spedì nel condotto. Si bloccò dopo un paio di metri, sufficienti tuttavia per impedire che venisse individuato da eventuali voli di ricognizione a bassa quota.

Mr Gray costrinse Jonesy ad arrampicarsi sulla scarpata che portava all'autostrada. Si fermò dietro al guard-rail e si distese supino, al riparo dal vento. La salita aveva rilasciato l'ultima riserva di endorfine, e Jonesy sentì che il suo rapitore l'assaporava così come lui si sarebbe gustato un cocktail o una bevanda calda dopo essere stato allo stadio in un fresco pomeriggio autunnale.

Constatò, senza sorpresa, di odiare Mr Gray.

Poi Mr Gray come entità, come qualcosa che poteva essere odiato, sparì, per venir sostituito dalla nube che Jonesy aveva percepito per la prima volta nella baita, quando la testa della creatura era esplosa. Stava uscendo, come aveva fatto quando si era avventurato alla ricerca di Emil Dawg. Aveva avuto bisogno di quell'uomo perché nei file di Jonesy non c'erano le informazioni necessarie a far partire il gatto delle nevi. Adesso aveva bisogno di qualcos'altro. Era logico pensare che gli occorresse un passaggio.

E qui che cosa restava? A guardia dell'ufficio dov'erano custoditi gli ultimi brandelli di Jonesy, di quel Jonesy impaurito che era stato tratto dal proprio corpo come lanuggine da una tasca? La nube, naturalmente; la robaccia che Jonesy aveva respirato. Robaccia che avrebbe dovuto ucciderlo, ma, per qualche ragione, non l'aveva fatto.

La nube non poteva pensare, almeno non come era in grado di fare l'altro. Il padrone di casa (che adesso era Mr Gray anziché Mr Jones) se n'era andato lasciando tutto sotto il controllo dei vari termostati. E, in caso di problemi, poteva contare sull'allarme antincendio e sull'antifurto, che avrebbero automaticamente chiamato la polizia.

Ma, se Mr Gray si fosse allontanato, Jonesy sarebbe potuto uscire dall'ufficio. Non per riprendere controllo, però; se ci avesse provato, la nube rosso-nera avrebbe segnalato la sua fuga e Mr Gray sarebbe tornato immediatamente dalla sua spedizione esplorativa e lui sarebbe stato catturato prima di potersi mettere in salvo nell'ufficio dei fratelli Tracker con il tabellone, il pavimento polveroso e la finestra incrostata di sporcizia che si affacciava sul mondo... quella finestra che aveva quattro spiragli puliti, a forma di mezzaluna... i punti in cui un tempo quattro ragazzi avevano poggiato la fronte, sperando di vedere una foto attaccata al tabellone, la foto di Tina Jean Schlossinger con la gonna sollevata.

No, gli era impossibile riprendere il controllo, e a questo doveva rassegnarsi, per triste che fosse.

Ma forse poteva attingere ai propri file.

C'era una qualche ragione per tentare questa mossa? Un qualche vantaggio? Forse sì, se aveva individuato correttamente le esigenze di Mr Gray. Oltre a un passaggio, s'intende. E, a proposito, un passaggio per quale località?

La risposta fu inattesa perché gli venne comunicata con la voce di Duddits: Ay uole dave fud.

Mr Gray vuole andare a sud.

Jonesy si ritrasse dalla finestra affacciata sul mondo. In quel momento c'era ben poco da vedere: neve, oscurità e alberi neri. La neve della mattina era stata un antipasto; questo era il piatto principale.

Mr Gray vuole andare a sud.

Quanto lontano? E perché? Qual era il piano generale?

Su questi particolari Duddits non aveva niente da dire.

Jonesy si girò e, con stupore, vide che la carta stradale e la foto della ragazza non erano più appuntate al tabellone. Al loro posto c'erano quattro istantanee di quattro ragazzi. Tutte con lo stesso sfondo - le scuole medie di Derry - e la stessa didascalia: ANNO SCOLASTICO 1978. Jonesy era l'ultimo a sinistra, il volto rischiarato da un gran sorriso spensierato che adesso gli spezzò il cuore. La foto accanto ritraeva Beav, il cui sorriso metteva in mostra un dente mancante, perduto in un incidente sui pattini, e rimpiazzato l'anno successivo. Poi Pete, con il volto largo e olivastro e i capelli vergognosamente rapati per imposizione del padre, il quale diceva che la sua partecipazione alla guerra in Corea sarebbe risultata vana se avesse dovuto subire l'onta di avere un figlio con la chioma da hippie. E infine Henry, con quelle lenti spesse che a Jonesy ricordavano Danny Dunn, il ragazzino-detective, la star dei gialli che leggeva da bambino.

Beaver, Pete, Henry. Quanto li aveva amati, e quanto improvvisamente li aveva persi. No, non era giusto, neanche un po'...

Di colpo, gli si presentò l'immagine di Beaver Clarendon, che lo spaventò a morte. Gli parlò a bassa voce, gli occhi sbarrati: «La testa era staccata, ti ricordi? Era steso nel fosso e i suoi occhi erano pieni di fango. Che casino! Gesùmatto!»

O mio Dio, pensò Jonesy, ricordando l'unico particolare della loro prima partita di caccia all'Hole in the Wall che aveva dimenticato... o rimosso. Lo avevano rimosso tutti? Forse. Probabilmente. Perché, negli anni successivi, avevano rivangato tutti gli eventi dell'infanzia e dell'adolescenza, tutti i ricordi condivisi... tranne quello.

La testa era staccata... gli occhi erano pieni di fango.

Allora era capitato qualcosa a tutti loro, qualcosa che era collegato a quanto avveniva adesso.

Se solo sapessi di che cosa si tratta, pensò Jonesy. Se solo lo sapessi.

2

Andy Janas aveva seminato gli altri tre camion del suo piccolo contingente... li aveva superati perché lui era abituato a guidare in queste condizioni di merda, e gli altri no. Era cresciuto nel Minnesota settentrionale, dove ti devi per forza adattare al tempo schifoso. Era solo, al volante di uno dei migliori automezzi dell'esercito, un pickup Chevrolet modificato, con quattro ruote motrici.

L'autostrada era praticamente sgombra; un'ora prima erano passati due spartineve dell'esercito e da allora, sull'asfalto, si erano accumulati solo tre o quattro centimetri di neve. Il vero problema era il vento, che sollevava il manto nevoso e trasformava la strada in un fantasma. A guidarti, c'erano comunque i catarifrangenti lungo il bordo. Forse quegli incompetenti non sapevano come tenerli d'occhio... o forse i camion avevano fari posizionati troppo in alto per illuminarli. E quando il vento soffiava di brutto, anche i catarifrangenti sparivano; il mondo diventava tutto bianco e tu eri costretto a rallentare il più possibile e cercare di restare nella corsia. Lui se la sarebbe cavata, e, se fosse successo qualcosa, avrebbe segnalato le difficoltà via radio chiedendo l'intervento di altri spartineve per aprire il tratto diretto a sud da Presque Isle a Millinocket.

Sul retro del camion c'erano due pacchi avvolti in un triplice involucro. Uno conteneva i corpi di due cervi uccisi dal Ripley. L'altro - e questo sembrava piuttosto rivoltante a Janas - racchiudeva il corpo di un grigio che si stava lentamente trasformando in una sorta di zuppa rosso-arancione. Entrambi erano destinati ai medici della Blue Base, che era stata installata in un posto chiamato...

Janas guardò la visiera parasole, dove erano stati attaccati con un elastico un pezzo di carta e una biro. Sul foglietto era scritto: NEGOZIO DI GOSSELIN, USCITA 16, SVOLTARE A SINISTRA.

Ci sarebbe arrivato in un'ora, o meno. I medici gli avrebbero sicuramente detto che non avevano bisogno di altri campioni animali, e che quindi le due carcasse potevano essere bruciate, ma magari avrebbero preso il grigio, se non si era ancora trasformato del tutto in pappina. Forse il freddo aveva rallentato la decomposizione, ma questo non era un problema di Janas. Il suo compito era arrivare a destinazione, consegnare i campioni e aspettare di essere convocato a rapporto da chiunque fosse incaricato di far domande sulla situazione nella zona settentrionale. Nell'attesa, avrebbe bevuto un bel caffè caldo e mangiato delle uova strapazzate. E se avesse trovato la persona giusta, magari si sarebbe fatto dare qualcosa per correggere il caffè. Sarebbe stata una gran bella cosa. Una piccola carica, prima di...

accostare

Janas aggrottò la fronte, scosse il capo, si grattò l'orecchio come se qualcosa - forse una mosca - lo avesse punto. Il vento era così forte da scuotere il pickup. L'autostrada sparì, come pure i catarifrangenti. Avvolto in un candore totale, Janas pensò che una cosa del genere poteva spaventare chi non era abituato a questo clima, ma non lui, lui era il Signor-Minnesota-Drago-del-freddo, bastava togliere il piede dall'acceleratore (lasciando perdere i freni che, se azionati durante una bufera, ti facevano scherzi orribili), procedere per forza d'inerzia e aspettare di...

accostare

«Cosa?» Guardò la radio, dalla quale provenivano solo scariche e un remoto chiacchiericcio.

accostare

«Ahi!» gridò Janas, e si strinse tra le mani la testa che di colpo gli faceva un male boia. Il pickup verde oliva slittò a destra, e ritornò in carreggiata dopo che lui ebbe istintivamente assecondato la slittata. Con il piede staccato dall'acceleratore, la velocità del veicolo si stava rapidamente riducendo.

Gli spartineve avevano tracciato una stretta pista al centro delle due corsie in direzione sud. Janas sterzò verso il bordo di neve a destra della pista, sollevando una cortina nebbiosa subito spazzata via dal vento. I catarifrangenti sul guard-rail brillavano nel buio come occhi di gatto.

accosta qui

Janas lanciò un urlo di dolore. Da un grande distanza, sentì se stesso gridare: «Okay, okay! Però finiscila! Smettila di spingere!» Attraverso gli occhi velati di lacrime, vide una forma scura levarsi da dietro il guard-rail. Alla luce dei fari, vide che era un uomo con un piumino.

Janas non percepiva più le proprie mani come sue. Gli sembravano guanti in cui erano infilate delle mani altrui. Era una sensazione strana e spiacevolissima. Le mani, senza il suo aiuto, sterzarono di nuovo a sinistra, e il pickup si fermò accanto all'uomo.

3

Era la sua occasione, adesso che Mr Gray era concentrato su tutt'altre cose. Jonesy, sapendo che un momento di riflessione gli avrebbe fatto perdere il coraggio, evitò di pensare. Si limitò ad agire, aprendo la porta dell'ufficio con una spinta della mano.

Da ragazzino non era mai stato all'interno della sede della ditta dei fratelli Tracker (che era stata distrutta nella grande bufera dell'85), ma era certo che non era mai stata come l'ambiente che gli si parò adesso davanti agli occhi. Adiacente all'ufficio c'era uno stanzone talmente vasto che non se ne vedevano i confini. Al soffitto c'erano file e file di luci al neon. Impilate sul pavimento in enormi colonne c'erano milioni di scatoloni di cartone.

No, pensò Jonesy. Non milioni. Trilioni.

Sì, trilioni. Tra le pile di scatole c'erano stretti passaggi. Si trovava al margine del magazzino dell'eternità, e l'idea di trovare qualcosa custodito lì era risibile. Se si fosse allontanato dal nascondiglio nell'ufficio, si sarebbe perso come niente. Mr Gray non avrebbe dovuto prendersi la briga di cercarlo, perché lui avrebbe vagato in quella stupefacente distesa di scatoloni sino alla morte.

Non è vero. Qui non mi perdo, così come non mi perderei nella mia camera da letto. E neppure devo frugare alla ricerca di quel che mi occorre. Questo posto mi appartiene. Benvenuto nella tua testa, ragazzo mio.

Il concetto era così sconvolgente da fargli tremare le ginocchia... ma in quel momento non poteva permettersi alcuna debolezza, né alcuna esitazione. Mr Gray, il campione degli invasori extraterrestri, non avrebbe speso troppo tempo con il conducente del pickup. Quindi, se voleva mettere al sicuro alcuni di questi file, doveva agire subito. Il problema era la scelta.

Duddits, gli sussurrò la mente. Questo ha qualcosa a che fare con Duddits. Sai che è così. Di recente hai pensato spesso a lui. E anche gli altri ci hanno pensato. Duddits era ciò che teneva uniti te, Henry, Pete e Beaver. Lo hai sempre saputo, e ora sai anche qualcos'altro. Vero?

Sì. Sapeva che l'incidente di marzo era stato provocato dall'illusione di aver visto Duddits sbeffeggiato da Richie Grenadeau e dai suoi amici. Solo che «sbeffeggiato» era una parola inadeguata per descrivere gli eventi verificatisi dietro il magazzino dei fratelli Tracker. La parola giusta era «torturato». E rivedendo la scena di quella tortura, lui si era precipitato in strada senza guardare, e...

«Aveva la testa tagliata», disse all'improvviso Beaver attraverso l'altoparlante del magazzino. «Era nel fosso e aveva gli occhi pieni di fango. Prima o poi gli assassini pagano. Che casino!»

La testa di Richie. La testa di Richie Grenadeau. Non poteva soffermarsi su questo. Adesso Jonesy era entrato illegalmente nella propria testa, e doveva fare il più presto possibile.

A una prima occhiata, gli scatoloni gli erano parsi privi di etichette o altre indicazioni. Adesso si accorse che quelli all'inizio della fila recavano la scritta: DUDDITS. Era sorprendente? Fortuito? Per niente. Si trattava, dopotutto, dei suoi ricordi, ordinatamente riposti in trilioni di scatole, e, quando si tratta di memoria, una mente sana di solito sa come risvegliarla a piacer suo.

Ho bisogno di qualcosa per trasportarli, pensò Jonesy, e, quando si guardò attorno, non si stupì più di tanto nel vedere un carrello rosso. Questo era un luogo magico, un luogo che tu modificavi a mano a mano che procedevi, e tutti dovevano averne uno analogo, immaginò Jonesy.

Muovendosi rapidamente, impilò alcune delle scatole con la scritta DUDDITS sul carrello e le portò di gran carriera nell'ufficio. Lì le rovesciò a terra senza troppi complimenti.

Tornò nello stanzone cercando di individuare la presenza di Mr Gray, che però era ancora impegnato con l'autista... che si chiamava Janas. La nube era presente, ma non gli badava. Era inerte quanto... be', quanto il fungo.

Jonesy prese le restanti scatole con il nome dell'amico e si accorse che anche la pila successiva adesso era contrassegnata da etichette. La scritta diceva DERRY, ma erano troppe per poterle nascondere nell'ufficio. Il problema era capire se fosse il caso di prenderne qualcuna.

Ci rifletté mentre spingeva il secondo contingente di scatoloni nell'ufficio. Era logico che le scatole di Derry fossero accatastate acconto a quelle di Duddits: la memoria comporta sempre la capacità e l'arte di stabilire associazioni. Il punto era capire che importanza avessero i ricordi di Derry. Come poteva darsi una risposta non sapendo che cosa volesse Mr Gray?

Ma lo sapeva.

Mr Gray vuole andare a sud.

Derry era a sud.

Jonesy corse nel magazzino dei ricordi, spingendo il carrello. Avrebbe preso quanti più scatoloni possibili relativi a Derry, sperando di aver scelto quelli giusti. Sperava anche di riuscire a percepire in tempo il ritorno di Mr Gray. Perché se fosse stato sorpreso lì, sarebbe stato spiaccicato come una mosca.

4

Inorridito, Janas vide la propria mano tendersi ad aprire la portiera, lasciando entrare il vento imperversante, la neve e il freddo. «Non mi faccia del male, signore, la prego, se vuole un passaggio, glielo do, ma non mi faccia più male, la mia testa...»

All'improvviso, qualcosa spazzò la mente di Janas. Era come un turbine munito di occhi. Lo sentì scrutare alla ricerca degli ordini che stava eseguendo, dell'orario previsto per l'arrivo alla Blue Base... e di informazioni su Derry, luogo di cui lui non sapeva nulla. Venendo qui, aveva attraversato Bangor, a Derry non era mai stato in vita sua.

Sentì il turbine ritirarsi ed ebbe un momento di delirante sollievo - non ho quello che gli occorre, mi lascerà andare - poi capì che la cosa nella sua mente non aveva alcuna intenzione di lasciarlo andare. Per prima cosa, gli serviva il pickup. Secondariamente, doveva tappargli la bocca.

Janas oppose una breve ma energica resistenza. Fu proprio questa inattesa resistenza che permise a Jonesy di portare via ancora una pila di scatoloni di ricordi di Derry. Poi Mr Gray riprese il controllo.

Janas vide la propria mano tendersi per prendere la biro, strappando l'elastichino.

«No!» gridò Janas, ma era troppo tardi. Vide un fulmineo saettare mentre la sua mano, che stringeva la biro come se fosse un pugnale, gli cacciava la penna nell'occhio. Oscillò avanti e indietro contro il volante, come una marionetta mossa da un incompetente, il pugno che affondava sempre più la penna nell'occhio, il bulbo oculare infine spaccato e fuoriuscente dall'orbita come un'inusitata lacrima. La punta della biro colpì qualcosa che sembrava avere una consistenza cartilaginosa, poi raggiunse il cervello.

Bastardo, pensò Janas, ma chi sei, bast...

Dopo un ultimo sprazzo luminoso, nella sua testa calò l'oscurità. Janas si accasciò sul volante. Il clacson cominciò a strombazzare.

5

Mr Gray non aveva cavato molto da Janas - tranne forse l'inattesa resistenza finale - ma una cosa l'aveva percepita chiaramente: quel pickup non viaggiava solo. Faceva parte di un convoglio che si era separato per via della bufera, ma che era comunque diretto verso la stessa meta, che, nella mente di Janas, veniva identificata come Blue Base o il negozio di Gosselin. Inoltre, c'era un uomo che Janas temeva, il grande capo dell'operazione, ma a Mr Gray non avrebbe potuto fregare di meno di quel Krudele Kurtz o Abominevole Abe che fosse. Senza contare che lui non aveva alcuna intenzione di andare dalle parti del minimarket. Quel posto era diverso, e anche quella specie, per quanto semisenziente e iperemotiva, era diversa. Quelli combattevano. Mr Gray non sapeva perché lo facessero, ma questo era quanto.

Meglio sbrigarsi.

Servendosi delle mani di Jonesy, Mr Gray tirò fuori il corpo di Janas dall'abitacolo e lo portò al guard-rail, dove lo scaraventò sulla scarpata, senza neppure curarsi di guardare il cadavere che rotolava verso il ruscello gelato. Tornò al pickup, contemplò i due involti racchiusi nella plastica sul retro, e annuì. Le carcasse degli animali non servivano a niente. L'altro, però... quello poteva tornare comodo. Era ricco della sostanza che gli occorreva.

Di colpo alzò la testa, sbarrando gli occhi di Jonesy. Il proprietario del corpo era uscito dal nascondiglio. Era vulnerabile. Bene, perché quella coscienza cominciava a seccarlo con il suo continuo borbottio (che talvolta diventava un gemito impaurito) al livello più basso dei processi cognitivi.

Mr Gray si attardò un altro istante, cercando di svuotare la propria mente per impedire che Jonesy presentisse alcunché... poi fece un grande balzo.

Non si era aspettato nulla in particolare, ma di certo non questo.

Non questa abbagliante luce bianca.

6

Per poco Jonesy non venne scoperto fuori del nascondiglio. Sarebbe capitato se non fosse stato per le luci al neon con cui aveva illuminato il magazzino della sua mente. Questo luogo forse non esisteva, ma per lui era del tutto reale, e tale fu anche per Mr Gray, quando arrivò.

Jonesy, impegnato a spingere il carrello con le scatole di Derry, lo vide apparire come per magia al fondo del passaggio. Era l'umanoide rudimentale che aveva visto alle sue spalle nella baita, la cosa che gli aveva fatto visita all'ospedale. Gli occhi opachi si erano finalmente accesi, e sembravano affamati. La cosa lo aveva sorpreso fuori del nascondiglio, e adesso voleva papparselo.

Poi la testa tondeggiante si ritrasse, e, prima che la mano a tre dita avesse il tempo di schermare gli occhi privi di palpebre, Jonesy vide sul volto grigio un'espressione che doveva essere di stupore. Addirittura di dolore. Era stato fuori, nella notte, a spostare il corpo del conducente. Era arrivato del tutto impreparato a queir illuminazione cruda, da supermercato. Vide un'altra cosa: l'invasore aveva preso in prestito dall'ospite l'espressione sorpresa. Per un istante, Mr Gray fu un'orrenda caricatura di Jonesy.

Lo stupore dell'altro diede a Jonesy il margine di tempo necessario. Spingendo istintivamente il carrello, corse nell'ufficio. Sentiva la mano a tre dita tendersi verso di lui (la pelle grigia era lacerata, come carne troppo frollata), ma sbatté la porta prima che l'artiglio lo raggiungesse. Girandosi, urtò l'anca dolorante e riuscì a tirare il chiavistello prima che Mr Gray riuscisse a girare la maniglia. C'era già quel chiavistello, oppure l'aveva aggiunto lui? Non riusciva a ricordarsene.

In un bagno di sudore, fece un passo indietro e finì con le chiappe contro il carrello. Davanti a lui, la maniglia veniva ripetutamente abbassata. Mr Gray era là fuori, in pieno controllo del resto della sua mente - e del suo corpo - ma lì non riusciva a entrare. Non aveva la forza per sfondare la porta, non aveva l'intelligenza per forzare la serratura.

Ma come mai?

«Duddits», sussurrò. «Niente lanci, niente partite.»

«Fammi entrare!» ringhiò Mr Gray, e a Jonesy quell'ordine non parve provenire dall'emissario di un'altra galassia, ma da un tizio qualsiasi, irritato per non aver ottenuto ciò che voleva. Era forse dovuto al fatto che stava interpretando il comportamento di Mr Gray in termini a lui comprensibili? Umanizzando un alieno? Traducendo i suoi atti?

«Fammi... entrare!»

Istintivamente, Jonesy rispose: «Scordatelo». E pensò: E adesso dovresti dirmi: «Soffierò e soffierò sino ad abbattere la tua casetta!»

Ma Mr Gray si limitò a scrollare con più forza la maniglia. Non era abituato a essere contraddetto, ed era irritato al massimo. La temporanea resistenza di Janas lo aveva sorpreso, ma questa era un'opposizione di tutt'altra natura.

«Dove sei?» chiese Mr Gray, irato. «Come fai a essere lì dentro? Esci!»

Jonesy non rispose: si limitò a stare tra gli scatoloni rovesciati, in ascolto. Era quasi certo che Mr Gray non potesse entrare, ma era meglio non provocarlo ulteriormente.

E, dopo alcuni tentativi frustrati, sentì che lo abbandonava.

Jonesy andò alla finestra, scavalcando gli scatoloni, e guardò fuori, nella notte nevosa.

7

Mr Gray fece salire il corpo di Jonesy al volante del pickup, sbatté la portiera e premette l'acceleratore. L'automezzo balzò in avanti, poi slittò e finì contro il guard-rail con uno schianto metallico.

«Cazzo!» gridò Mr Gray, attingendo alla riserva di parolacce di Jonesy quasi senza accorgersene. «Gesùmatto! Baciami le chiappe! Cazzomarcio!»

Poi si fermò e frugò tra le abilità di Jonesy, che aveva qualche nozione di guida, ma non era certo all'altezza di Janas. Ma quest'ultimo era sparito, i suoi file cancellati. Si sarebbe dovuto accontentare. La cosa importante in condizioni difficili era allontanarsi dalla zona che era stata isolata, dopo di che sarebbe stato al sicuro.

Il piede di Jonesy premette di nuovo l'acceleratore, questa volta con maggiore delicatezza. Il pickup si mosse. Le mani di Jonesy lo riportarono nella pista tracciata dallo spartineve.

Dalla radio sotto il cruscotto giunse una voce: «Tubby 1, qui Tubby 4. Un mezzo è uscito di strada e si è ribaltato. Ricevuto?»

Mr Gray consultò i file. Jonesy aveva un ben misero lessico militare, gran parte ricavato da libri e da una cosa che si chiamava cinema, però quel poco gli parve sufficiente. Prese il microfono, cercò il pulsante che, secondo Jonesy, doveva essere di lato, lo trovò, lo premette. «Ricevuto», disse. Tubby 4 sarebbe stato in grado di capire che Tubby 1 non era più Andy Janas? A giudicare dai file di Jonesy, era improbabile.

«Alcuni di noi andranno a cercarlo per vedere se possiamo rimetterlo in sesto. Trasporta la roba per il rancio, mi ricevi?»

Mr Gray premette il pulsante. «Ricevuto: ha la roba per il rancio».

Una pausa più lunga, sufficiente a fargli temere di aver detto la cosa sbagliata, di essere caduto in una qualche trappola, poi: «Dobbiamo aspettare il prossimo arrivo di spartineve, immagino. A questo punto, tu procedi pure, passo.» Tubby 4 sembrava disgustato. I file di Jonesy suggerivano che l'irritazione fosse dovuta al fatto che Janas, provetto guidatore, fosse ormai troppo lontano per dar loro una mano. Bene. Mr Gray avrebbe proceduto comunque, ma era bello avere l'approvazione ufficiale di Tubby 4, se di questo si trattava.

Consultò i file di Jonesy (che adesso gli apparivano proprio come all'interessato: un'infinità di scatoloni in un magazzino) e disse: «Ricevuto. Tubby 1, passo e chiudo». E, a mo' di aggiunta: «Passa una buona nottata».

La roba bianca era orribile. Insidiosa. Ma Mr Gray si azzardò a guidare un po' più velocemente. Sino a che si trovava nella zona controllata dagli uomini di Krudele Kurtz poteva essere vulnerabile. Una volta fuori di lì, sarebbe stato in grado di completare l'impresa con gran rapidità.

Ciò che gli occorreva era legato a un posto chiamato Derry, e, rientrando nell'enorme magazzino, Mr Gray fece una curiosa scoperta: il suo riluttante ospite doveva aver intuito qualcosa, perché, quando l'aveva quasi ricatturato, Jonesy stava proprio trasportando i file di Derry.

Mr Gray, in preda a un'improvvisa angoscia, frugò nelle scatole restanti, poi si rilassò.

Quello che gli serviva era ancora lì.

Accanto alla scatola che conteneva le informazioni più importanti, ce n'era un'altra, piccola e molto impolverata. Sul fianco, scritta con una matita nera, si leggeva la parola DUDDITS. Eventuali altre scatole con la stessa indicazione, se mai c'erano state, erano state rimosse. Era rimasta solo questa.

Spinto soprattutto dalla curiosità (era un'emozione presa in prestito da Jonesy), Mr Gray la aprì. All'interno c'era un contenitore di plastica gialla, ornato con stravaganti figure che, secondo i file di Jonesy, erano cartoni animati e Scooby Doo. Su un lato c'era un'etichetta con la scritta: APPARTENGO A DOUGLAS CAVELL, 19 MAPLE LANE, DERRY, MAINE. SE IL RAGAZZO CUI APPARTENGO DOVESSE SMARRIRSI, CHIAMATE.

Seguiva un numero troppo sbiadito per poter essere leggibile, probabilmente un codice di comunicazione che Jonesy aveva dimenticato. Mr Gray buttò a terra il contenitore giallo, che probabilmente doveva servire a trasportare cibo. Poteva essere del tutto irrilevante... ma come mai Jonesy aveva rischiato la vita per mettere in salvo le altre scatole di Duddits, e alcune scatole di Derry?

Duddits = amico d'infanzia. Mr Gray aveva carpito questa informazione durante il suo primo incontro con Jonesy «in ospedale»... e se avesse saputo che razza di rompiscatole si sarebbe in seguito rivelato costui, lo avrebbe annullato seduta stante. I termini infanzia e amico non avevano per Mr Gray alcuna dimensione emotiva, però il loro significato gli era noto. Ciò che non capiva era che cosa c'entrasse l'amico d'infanzia con gli eventi di quella notte.

Formulò un'ipotesi: il suo ospite era impazzito. Ritrovarsi espropriato del suo corpo gli aveva sconvolto la mente, spingendolo a impossessarsi delle scatole più vicine alla porta, e ad attribuire a esse un'importanza che in realtà non avevano.

«Jonesy», disse Mr Gray, parlando con la voce dell'ospite. Queste creature erano geni in campo meccanico (dovevano esserlo per forza, per sopravvivere in un mondo così gelido), ma i loro processi mentali erano strani e laboriosi: un'attività cerebrale asfittica, immersa in un macerante bagno di emozioni. Erano totalmente privi di capacità telepatiche, e la transitoria esperienza di questa facoltà, dovuta al byrus e al kim (loro le chiamavano luci lampeggianti), li sconvolgeva. Mr Gray si stupiva che non fossero ancora riusciti a sterminarsi da soli. Le creature incapaci di veri processi intellettivi erano sicuramente dei pazzi... di questo non c'era dubbio.

Nel frattempo non era giunta alcuna risposta dalla creatura barricata in quella strana stanza inespugnabile.

«Jonesy.»

Niente. Ma Jonesy era in ascolto. Mr Gray ne era certo.

«Tutta questa sofferenza non ha alcuna ragione di essere, Jonesy. Cerca di vederci per quello che siamo: non invasori ma salvatori. Amici.»

Mr Gray contemplò le varie scatole. Per essere una creatura poco pensante, Jonesy aveva una riserva enorme di memoria. Un quesito da risolvere in futuro: perché mai degli esseri dotati di scarse capacità intellettive potevano attingere a una simile quantità di file? Era una capacità collegata alla loro gigantesca emotività? E le emozioni erano inquietanti. Quelle di Jonesy gli apparivano molto inquietanti. Sempre presenti. Sempre pronte a spuntare fuori. E così numerose.

«Guerra... carestia... pulizia etnica... uccidere per la pace... massacrare gli infedeli in nome di Gesù... omosessuali picchiati a morte... serbatoi di batteri e virus piazzati sulle testate di missili puntati su ogni dove... insomma, Jonesy, in confronto, cosa sarà mai un piccolo scambio di byrus tra amici? Gesùmatto, tra cinquant'anni sarai morto comunque! Questa è una bella avventura! Rilassati e goditela tutta!»

«Hai costretto quel tizio a cacciarsi una biro nell'occhio.»

Irritato, ma meglio di niente. Il vento imperversava, il pickup, guidato da Mr Gray, ma solo grazie a Jonesy, slittava. La visibilità era quasi zero; Mr Gray aveva ridotto la velocità a trenta all'ora e, una volta uscito dalla zona controllata da Kurtz, intendeva fermarsi. Nel frattempo, voleva fare una chiacchierata con il suo ospite, tanto per passare il tempo.

«Sono stato costretto a farlo, amico. Mi occorreva il pickup. Sono l'ultimo rimasto.»

«E non ti arrendi mai.»

«Appunto», convenne Mr Gray.

«Ma non ti sei mai trovato in una situazione simile, vero? Non ti sei mai imbattuto in qualcuno che ti sfugge.»

Voleva provocarlo? Mr Gray avvertì una fitta di rabbia. Poi l'ospite disse qualcosa che lui stesso aveva già pensato.

«Forse avresti dovuto uccidermi in ospedale. O quello è stato solo un sogno?»

Mr Gray, non sapendo esattamente che cosa fosse un sogno, non rispose. Ritrovarsi quel ribelle barricato in quella che ormai doveva essere una mente di suo esclusivo dominio lo irritava sempre più. Per prima cosa, non gli piaceva ritrovare se stesso nei termini di Mr Gray... non era consono alla specie cui apparteneva. In secondo luogo, gli era sommamente sgradevole considerarsi un uomo, dato che in lui convivevano tutti i sessi e nessuno. Tuttavia, adesso era schiavo di questi concetti, e lo sarebbe stato sino a che non avesse vinto le ultime resistenze di Jonesy. Gli balenò alla mente un orribile pensiero: E se fossero i suoi concetti a essere privi di significato?

Si trovava in una posizione davvero insopportabile.

«Chi è Duddits, Jonesy?»

Nessuna risposta.

«Chi è Richie? Perché era uno stronzo? Perché è stato ucciso?»

«Non l'abbiamo ucciso!»

Un lieve tremito nella voce mentale. Ah, quel colpo era andato a segno. Un particolare interessante: Mr Gray voleva dire che a ucciderlo era stato Jonesy, ma costui aveva risposto al plurale.

«Ma siete stati voi. O perlomeno ritenete di averlo fatto.»

«È una menzogna.»

«Non dire sciocchezze. Ho qui i ricordi, proprio in una delle tue scatole. Dentro c'è della neve. Neve e un mocassino. Di camoscio marrone. Vieni a vedere.»

Per un esaltante momento, pensò che Jonesy avrebbe accolto l'invito. Se l'avesse fatto, Mr Gray l'avrebbe riportato subito in ospedale. Jonesy avrebbe potuto vedere la propria morte alla televisione. Un lieto fine del film che si accingevano a guardare. Poi non ci sarebbe più stato neanche Mr Gray. Ma solo quello che Jonesy definiva la nube.

Mr Gray fissò la maniglia, ordinandole di abbassarsi. Niente da fare.

«Vieni fuori.»

Niente.

«Hai ucciso Richie, vigliacco! Tu e i tuoi amici. Hai sognato la sua morte.» E, pur ignorando che cosa fosse un sogno, Mr Gray capì di aver detto il vero. O, quantomeno, quella che Jonesy riteneva fosse la verità.

Niente.

«Esci! Esci e...» Frugò nei ricordi di Jonesy. Molti erano in scatoloni con la scritta FILM, una cosa che lui sembrava prediligere, e da uno di essi Mr Gray trasse una battuta che gli parve particolarmente efficace: «... e battiti come un uomo!»

Niente.

Bastardo, pensò Mr Gray, rituffandosi nell'appetitosa riserva delle emozioni del suo ospite. Figlio di puttana. Brutto testardo. Baciami le chiappe, pezzo di merda.

Ai tempi in cui Jonesy era Jonesy, la sua espressione di rabbia più frequente era battere il pugno su qualcosa. Mr Gray fece suo quel gesto, battendo sul volante così forte da azionare il clacson. «Parlami! Non di Richie, non di Duddits, ma di te stesso! Qualcosa ti rende diverso. Voglio sapere di cosa si tratta.»

Nessuna risposta.

«È nelle carte di riserva, vero?»

Ancora nessuna risposta, ma un lieve scalpiccio dietro la porta. E un respiro trattenuto. Mr Gray sorrise con la bocca di Jonesy.

«Parlami, Jonesy... facciamo quel gioco, tanto per passare il tempo. Chi era Richie, oltre a essere il numero 19? Perché ce l'avevi con lui? Perché era uno dei Tigers? Un Tigers di Derry? Ma chi erano questi Tigers? Chi è Duddits?»

Niente.

Il pickup avanzava più lento che mai nella bufera, i fari quasi inutili in quella turbinante cortina di neve. La voce di Mr Gray era bassa, suadente.

«Hai dimenticato una delle scatole di Duddits, amico. Te ne sei accorto? Dentro alla scatola c'è un'altra scatola... gialla. E sopra c'è Scooby Doo. Cosa sono questi Scooby Doo? Un film? Cose della televisione? Vuoi la scatola? Vieni fuori, Jonesy. Se esci, te la do.»

Mr Gray sollevò il piede dall'acceleratore e lasciò che il pickup slittasse lentamente a sinistra, sulla neve più alta. Qui stava succedendo qualcosa che richiedeva la sua attenzione. Le maniere forti non erano riuscite a stanare Jonesy... ma la forza non era il solo modo per vincere una battaglia, o una guerra.

Il pickup si fermò accanto al guard-rail. Mr Gray chiuse gli occhi, e, all'istante, si ritrovò nel magazzino dei ricordi di Jonesy. Alle sue spalle c'erano chilometri di scatole impilate, illuminate dalla fredda luce al neon. Davanti a lui c'era la porta chiusa, sporca e malconcia, ma molto, molto robusta. Mr Gray vi posò sopra la mano a tre dita e cominciò a parlare con voce pacata e nel contempo pressante.

«Chi è Duddits? Perché l'hai chiamato dopo aver ucciso Richie? Fammi entrare, voglio parlarti. Perché hai preso alcune delle scatole di Derry? C'era qualcosa che non dovevo vedere? Non importa, ho quel che mi occorre, fammi entrare, Jonesy. Meglio prima che poi.»

Avrebbe funzionato. Vide la mano di Jonesy allungarsi verso la maniglia.

«Noi vinciamo sempre», disse Mr Gray. Era seduto al volante, con gli occhi di Jonesy chiusi, e in un altro universo il vento ululava e scuoteva il pickup. «Apri la porta, Jonesy. E subito.»

Silenzio. Poi, vicinissimo, violento come una doccia fredda: «Mangia merda e crepa».

Mr Gray si ritrasse con tanta forza da mandare a sbattere la testa di Jonesy contro il lunotto posteriore. Il dolore fu scioccante e improvviso, un'altra spiacevole sorpresa.

Martellò il volante di pugni, facendo strombazzare il clacson in un codice Morse di rabbia. Lui, rappresentante di una specie quasi priva di emotività, era stato colonizzato, e massicciamente, dagli impulsi emotivi del suo ospite. E intuì che questo avveniva solo perché Jonesy era ancora presente, un tumore annidato in quella che avrebbe dovuto essere una coscienza serena, con uno scopo ben preciso.

Mr Gray batté sul volante, odiando quell'esternazione di rabbia, ma, nel contempo, godendosela tutta. Godendosi il rumore del clacson, godendosi il pulsare del sangue di Jonesy, godendosi il suono della voce irata dell'ospite che gridava all'infinito: «Brutto stronzo, brutto stronzo!»

E, in quell'impeto di rabbia, la sua componente razionale capì qual era il vero pericolo. Loro calavano sempre, e sempre plasmavano a loro immagine e somiglianza i mondi che visitavano. Così erano sempre andate le cose, ed era così che dovevano andare.

Ma adesso...

Mi sta succedendo qualcosa, pensò Mr Gray, rendendosi conto che quello, essenzialmente, era un pensiero «jonesiano». Comincio a diventare umano.

Il fatto che quella prospettiva non fosse priva di attrazione lo riempì di orrore.

8

Jonesy si riscosse da un torpore in cui il solo rumore era la voce suadente e cantilenante di Mr Gray, e vide che le sue mani erano sulla maniglia della porta, pronte a tirare il chiavistello. Quel figlio di puttana stava cercando di ipnotizzarlo, e ci riusciva niente male.

«Vinciamo sempre», diceva la voce dietro la porta. Era tranquillizzante, il che non era male dopo una giornataccia come quella, ma era anche schifosamente compiaciuta. L'usurpatore non avrebbe desistito sino a che non avesse vinto del tutto. «Apri la porta, Jonesy. E subito.»

Per un istante, fu sul punto di cedere, anche se adesso era del tutto sveglio. Poi ricordò due rumori: l'orrido scricchiolio del cranio di Pete, stretto nella morsa della robaccia rossa, e il plop dell'occhio di Janas perforato dalla biro.

Jonesy si rese conto di essere del tutto sveglio.

Ritrasse le mani dalla serratura e, accostando le labbra alla porta disse: «Mangia merda e crepa» con voce chiara e forte. Sentì Mr Gray ritrarsi. Avvertì anche il dolore della botta contro il lunotto, e perché no? Il sistema nervoso era il suo. Per non parlare poi della testa. La sorpresa indignata di Mr Gray gli provocò un piacere impareggiabile, e, vagamente, intuì ciò che l'invasore già sapeva: la presenza aliena nella sua testa adesso era un po' più umana.

Se potessi ripresentarti come un'entità fisica, sceglieresti ancora di essere Mr Gray? Si chiese Jonesy. Forse no. Mr Pink, magari, ma non Mr Gray.

Non sapeva se il tizio avesse intenzione di adottare di nuovo i metodi di Monsieur Mesmer, ma non voleva correre rischi. Andò alla finestra scavalcando gli scatoloni. Cristo, quanto gli doleva l'anca. Era strano avvertire un simile dolore quando ti trovavi intrappolato nella tua stessa testa (che, come gli aveva detto una volta Henry, non aveva nervi, almeno non a livello della materia grigia), ma il dolore c'era, eccome. Aveva letto da qualche parte che talvolta gli amputati provano fitte e pruriti in arti che non esistono più; probabilmente gli stava capitando la stessa cosa.

La finestra adesso si affacciava di nuovo sullo squallido viale invaso di erbacce che costeggiava il magazzino dei fratelli Tracker nel 1978. Il cielo era coperto di nubi bianche; a quanto pareva, quando la finestra si affacciava sul passato, il tempo si era fermato nelle ore pomeridiane. L'unica sua virtù era che, quando la contemplava, Jonesy era il più lontano possibile da Mr Gray.

Immaginò di poter modificare quel panorama, se proprio avesse voluto farlo; avrebbe potuto guardare fuori e vedere quello che Mr Gray stava vedendo in quel momento con gli occhi di Gary Jones. Ma non era il caso. Non c'era nulla da guardare, tranne la bufera; nulla da avvertire, tranne la rabbia di seconda mano di Mr Gray.

Pensa a qualcos'altro, si disse.

Che cosa?

Non so... una cosa qualunque. Perché no...

Il telefono sulla scrivania squillò, e fu una stranezza degna di Alìce nel paese delle meraviglie, perché qualche minuto prima in quella stanza non c'era un telefono, e neppure una scrivania. Il pavimento era ancora sporco, ma lo strato di polvere sulle piastrelle era sparito. A quanto sembrava, nella sua testa c'era un patito delle pulizie che aveva deciso di rendere un po' più vivibile quel luogo in cui Jonesy doveva trattenersi per un certo tempo. L'idea gli parve straordinaria, le implicazioni deprimenti.

Il telefono squillò di nuovo. Jonesy staccò il ricevitore e disse: «Pronto?»

La voce di Beaver gli provocò un gelido e terrificante brivido. La telefonata di un morto... era roba degna dei film che gli piacevano tanto. Che gli erano piaciuti.

«Aveva la testa tagliata, Jonesy. Era nel fosso e aveva gli occhi pieni di fango.»

Un clic, seguito dal silenzio. Jonesy riattaccò e tornò alla finestra. Il viale era sparito. Derry era sparita. Stava guardando la baita sotto un limpido cielo mattutino. Il tetto era nero anziché verde, il che voleva dire che quella era l'Hole in the Wall prima del 1982, quando loro quattro, robusti liceali (be', Henry non era mai stato quello che si definirebbe un ragazzo robusto) avevano aiutato il padre di Beav a installare le assicelle verdi che tuttora rivestivano il tetto.

Ma Jonesy non aveva bisogno di simili particolari per stabilire l'epoca del ricordo. Né aveva bisogno che qualcuno gli dicesse che le assicelle verdi non c'erano più, la baita non c'era più, era stata incendiata da Henry. Tra un attimo la porta si sarebbe aperta e Beaver sarebbe corso fuori. Era il 1978, l'anno in cui tutto questo aveva avuto inizio, e Beaver sarebbe uscito in calzoncini corti ma con il giubbotto coperto di cerniere lampo, le bandane arancione svolazzanti. Era il 1978, erano giovani... ed erano cambiati. Fine della stessa merda, altro giorno. Quello era il giorno in cui avevano cominciato a capire in che misura fossero davvero cambiati.

Jonesy, affascinato, guardò fuori della finestra.

La porta si aprì.

Beaver Clarendon, quattordicenne, corse fuori.

CAPITOLO QUINDICI

HENRY E OWEN

1

Nella luce accecante dei riflettori, Henry vide Underhill venire verso di lui. Cercò di chiamarlo, ma, prima di poterlo fare, venne travolto, quasi schiacciato, dalla percezione della presenza di Jonesy. Poi si affacciò un ricordo che cancellò Underhill e il suo mondo innevato e illuminato a giorno. Di colpo si ritrovò nel 1978, ed era novembre, non ottobre, e c'era sangue, sangue sulle canne, vetro infranto nell'acqua fangosa, poi lo sbattere di una porta.

2

Henry si ridesta da un sogno tremendo e confuso - sangue, vetro rotto, odore di benzina e copertoni bruciati - sentendo il rumore di una porta sbattuta e una folata d'aria fredda. Si drizza a sedere e vede Pete accanto a lui; il suo petto liscio è coperto di pelle d'oca. Henry e Pete dormono sul pavimento, nei sacchi a pelo, perché hanno tirato a sorte e hanno perso. Beav e Jonesy hanno conquistato il letto (la baita ha due sole camere, per ora, e Lamar, in virtù dei sacri diritti dell'età adulta, ne ha una tutta per sé), ma nel letto c'è solo Jonesy, anche lui seduto, anche lui con l'aria confusa e spaventata.

«Scooby-Dooby-Doo where are you?» dove sei, pensa Henry senza motivo, mentre cerca gli occhiali sul davanzale. Nelle narici ha ancora l'odore di benzina e di pneumatici bruciati. «C'è un lavoro da fare...»

«Sbattuto», farfuglia Jonesy con voce impastata, scostando le coperte. È a torso nudo, ma, come Henry e Pete, è andato a dormire con i calzini e i mutandoni lunghi.

«Sì, finito nell'acqua», aggiunge Pete, senza sapere quel che dice. «Henry, hai preso la scarpa...»

«Mocassino...» corregge Henry, ma neppure lui sa di che osa stia parlando. Né vuole saperlo.

«Beav», fa Jonesy scendendo dal letto e calcando la mano di Pete.

«Ahi!» grida Pete. «Mi hai calpestato, pezzo di cretino. Guarda dove metti...»

«Zitto, zitto», ordina Henry afferrando Pete alla spalla e dandogli uno scossone. «Svegli il signor Clarendon!»

Cosa facile perché la porta della stanza dei ragazzi è aperta. Come lo è la porta in fondo al grande soggiorno, quella che dà sul prato. Non c'è da stupirsi che abbiano freddo: c'è una gran corrente. Adesso che Henry ha recuperato la vista, si accorge che l'acchiappasogni ondeggia nel freddo vento di novembre che spira dalla porta.

«Dov'è Duddits?» chiede Jonesy con voce ancora assonnata. «È uscito con Beaver?»

«È a Derry, scemo», risponde Henry infilandosi la maglia. E non pensa che l'amico sia scemo: anche lui ha l'impressione che poco fa Duddits fosse lì con loro.

È stato il sogno, pensa. Duddits era nel sogno. Era seduto sulla sponda. Piangeva. Era dispiaciuto. Non intendeva farlo. Se qualcuno intendeva farlo, quelli eravamo noi.

E il pianto si sente ancora. Viene da fuori, portato dal vento. Non è Duddits, però: è Beav.

Escono dalla camera in fila, raccogliendo indumenti durante il tragitto, senza infilarsi le scarpe perché ci vorrebbe troppo tempo.

Una cosa positiva: a giudicare dalla quantità di lattine di birra sul tavolo di cucina (più un supplemento sul tavolino del soggiorno), ci vorrà qualcosa di più di un paio di porte aperte e di qualche ragazzino sussurrante per svegliare il padre di Beav.

Attraverso i calzini, i piedi di Henry sentono il gelo della lastra di pietra davanti alla porta, un gelo totale e inerte come quello della morte, ma il ragazzo se ne accorge appena.

Vede subito Beaver. È ai piedi dell'acero che porta la piattaforma, ed è in ginocchio come se pregasse. Ha i piedi nudi e anche le gambe. Indossa il giubbotto di pelle da motociclista e, legate alle maniche, svolazzano le bandane che il padre lo aveva obbligato a mettersi quando il figlio aveva voluto a tutti i costi indossare un indumento così assurdo nei boschi durante la stagione della caccia. Nell'insieme è piuttosto buffo, ma non c'è niente di buffo nel volto tormentato, levato verso i rami dell'acero. Le guance di Beav sono rigate di lacrime.

Henry si mette a correre. Pete e Jonesy lo imitano. Il terreno coperto di aghi di pino è freddo e duro quasi quanto la lastra di pietra.

Henry s'inginocchia accanto a Beaver, spaventato da quelle lacrime. Perché Beav non è virilmente commosso, come nei film; no, gli occhi di Beav sembrano le cascate del Niagara. Dal naso gli esce una gran colata di moccio. Al cinema non si vede mai una cosa simile.

«Che schifo», dice Pete.

Henry gli lancia un'occhiata spazientita, poi si accorge che l'amico non sta guardando Beav, bensì una pozza di vomito fumante un po' più in là. Si riconoscono i chicchi di mais e i pezzetti fibrosi del pollo fritto della cena. Lo stomaco di Henry sussulta. E, proprio mentre si placa, si rivolta quello di Jonesy. Il vomito è brunastro.

«Che schifo!» grida Pete.

Beaver sembra non accorgersene. «Henry!» chiama. I suoi occhi, pieni di lacrime, sono enormi e spiritati dietro le lenti. Sembrano scrutare oltre la fronte dell'amico, in quella zona che è proprietà privata.

«Beav, è tutto a posto. Hai fatto un brutto sogno.»

«Sì, un brutto sogno.» La voce di Jonesy è impastata per via dell'irritazione provocata dal vomito. Cerca di schiarirla con un rumore ancora più nauseante, poi si china e sputa. Ha le mani puntellate sulle cosce, e la schiena è coperta di pelle d'oca.

Beav non fa caso a Jonesy e neppure a Pete, che si è inginocchiato all'altro fianco e, con gesto esitante, gli ha cinto le spalle con un braccio. Beav ha occhi solo per Henry.

«Aveva la testa tagliata», sussurra Beaver.

Anche Jonesy s'inginocchia, e adesso sono tutti e tre intorno all'amico. Sul mento di Jonesy ci sono tracce di vomito. Alza la mano per ripulirsi, ma Beav gliela prende prima che possa completare il gesto. I ragazzi sono inginocchiati sotto l'acero, e di colpo sono un essere solo. Questa sensazione di unità è fugace, ma vivida quanto il loro sogno. È il sogno, ma adesso sono tutti svegli, la sensazione è razionale, e non possono non crederci.

Adesso è Jonesy che Beav guarda con i suoi occhi umidi e spiritati. Stringendogli la mano.

«Era nel fosso e aveva gli occhi pieni di fango.»

«Sì», sussurra Jonesy con voce tremante. «Santo Cielo, sì.»

«Aveva detto che ci saremmo incontrati ancora, ve lo ricordate?» chiede Pete. «Uno per volta o tutti insieme. L'aveva proprio detto.»

Henry sente queste parole da una grande distanza, perché è tornato nel sogno. Sulla scena dell'incidente. Ai piedi di una scarpata costellata di rifiuti, c'è una specie di fosso pieno d'acqua putrida, creato da una perdita del canale di drenaggio. Conosce il luogo: è lungo la N. 7, la vecchia strada Derry-Newport. Ribaltata nel fosso c'è un'auto in fiamme. L'aria puzza di benzina e di pneumatici bruciati. Duddits sta piangendo. È seduto a metà scarpata, stringe il cestino della merenda al petto, e piange tutte le sue lacrime.

Dai finestrino dell'auto ribaltata sporge una mano. È sottile, con le unghie laccate di rosso vivo. Gli altri due occupanti dell'auto sono stati sbalzati fuori, uno ha fatto un volo di quasi dieci metri. Questo è a faccia in giù, ma Henry lo riconosce comunque per via della folta chioma bionda. È Duncan, quello che ha detto: «Non direte un bel niente perché sarete morti». Invece è toccato a Duncan finire morto stecchito.

Qualcosa sfiora la gamba di Henry. «Non raccoglierlo!» lo esorta Pete, ma Henry lo prende comunque. È un mocassino di camoscio marrone. Ha appena il tempo di capire, quando Beav e Jonesy lanciano un urlo in un'atroce e fanciullesca armonia. Sono insieme nel fosso, immersi nel fango sino alle caviglie, entrambi in tenuta da caccia: Jonesy con la giacca a vento arancione, comprata apposta per questo viaggio, Beaver con il vecchio giubbotto di pelle (Hai un sacco di lampo! aveva detto con ammirazione la mamma di Duddie, conquistandosi così l'eterno amore di Beav) con le bandane arancione. Non stanno guardando il terzo corpo, quello che giace accanto alla portiera dell'auto, ma Henry (stringendo ancora in mano il mocassino) gli dà una fuggevole occhiata perché gli pare che abbia qualcosa che proprio non va, qualcosa di talmente strano che per un istante non riesce neppure a capire che cosa. Poi si rende conto che sopra il colletto del blazer del liceo non c'è nulla. Beaver e Jonesy strillano perché hanno visto quello che invece avrebbe dovuto esserci. Hanno visto la testa di Richie Grenadeau rivolta verso l'alto, che fissa il cielo da un folto di canne insanguinate. Henry capisce subito che è Richie. Benché non abbia più il cerotto sulla radice del naso, non c'è dubbio che quello è il tizio che aveva cercato di fare mangiare merda a Duddits dietro il magazzino dei Tracker.

Duds è sulla scarpata, e piange e piange, quel pianto che ti martella come un male in testa, e se dovesse continuare oltre farebbe impazzire Henry. Lascia cadere il mocassino e gira intorno all'auto raggiungendo Beaver e Jonesy che si tengono abbracciati.

«Beaver! Beav!» grida Henry, ma l'amico continua a guardare come ipnotizzato la testa mozza e distoglie lo sguardo solo quando l'altro gli dà uno scossone.

Infine Beaver lo guarda. «Ha la testa tagliata», dice, come se non fosse evidente. «Henry, ha la testa...»

«Lascia perdere la testa, occupati di Duddits! Fallo smettere di piangere!»

«Sì», annuisce Pete. Guarda la testa di Richie, poi distoglie lo sguardo, la bocca tremante. «Mi fa uscire pazzo.»

«Come grattare una lavagna», borbotta Jonesy. Sopra la giacca a vento arancione, il suo volto ha il colore di un formaggio muffoso. «Fallo smettere, Beav.»

«Io... io....»

«Non fare lo stronzo, cantagli quella stramaledetta canzone!» grida Henry. Sente l'acqua fangosa allagargli nelle scarpe. «La ninna nanna, la ninna nanna

Per un istante, Beav sembra non capire, poi i suoi occhi si snebbiano e fa: «Oh!» Si trascina su per la scarpata dove Duddits se ne sta seduto stringendo il cestino e ululando come aveva fatto il giorno in cui si erano incontrati. Henry vede qualcosa di sfuggita: intorno alle narici, Duddits ha un'incrostazione di sangue, e sulla spalla sinistra ha una fasciatura dalla quale sbuca qualcosa che sembra plastica bianca.

«Duddits», dice Beav arrampicandosi sulla scarpata. «Duddie, piccolo, non piangere. Non guardare più, non devi proprio, è una cosa così schifosa...»

In un primo momento, Duddits non gli bada e continua a ululare. Henry pensa: Ha pianto così tanto da farsi venire il sangue al naso, e questo spiega la faccia, ma che diavolo è quella cosa che gli sporge dalla spalla?

Jonesy si è tappato le orecchie con le mani. Pete si tiene una mano sulla testa, quasi volesse impedirle di volare via. Poi Beaver prende Duddits tra le braccia, come aveva fatto qualche settimana prima, e comincia a cantare con quella sua voce limpida, impensabile in un rusticone come lui.

«La barchetta del piccino è un sogno d'argento che veleggia lontano...»

E, miracolo dei miracoli, Duddits si placa.

Pete, dall'angolo della bocca, chiede: «Dove siamo, Henry? Dove cazzo siamo?»

«In un sogno», risponde Henry, e di botto i quattro si ritrovano sotto l'acero vicino all'Hole in the Wall, in mutande, inginocchiati e tremanti.

«Cosa?» dice Jonesy. Libera la mano per ripulirsi il mento, e, spezzato il contatto, la realtà ripiomba su di loro. «Cos'hai detto, Henry?»

Henry sente le loro menti ritrarsi, lo avverte quasi fisicamente, e pensa: Non eravamo destinati a essere così, nessuno di noi. Talvolta è meglio essere soli.

Sì, solo. Solo con i propri pensieri.

«Ho fatto un brutto sogno», interviene Beaver. Sembra che voglia spiegarlo più a se stesso che agli altri. Lentamente, come se fosse ancora immerso nel sogno, si fruga in tasca e ne trae un lecca-lecca. Anziché scartarlo, s'infila in bocca il bastoncino di legno e comincia a mordicchiarlo. «Ho sognato che...»

«Lascia perdere», dice Henry spingendo indietro gli occhiali. «Sappiamo tutti che cos'hai sognato.» Gli verrebbe da aggiungere: Per forza, c'eravamo anche noi, ma si trattiene. Ha solo quattordici anni, ma è saggio abbastanza da capire che, se dovesse dirlo ad alta voce, allora sarebbero tutti costretti ad affrontare la faccenda. Se tace... be', magari sparisce nel dimenticatoio.

«Non credo che fosse un tuo sogno», sostiene Pete. «Credo che fosse un sogno di Duddits e tutti noi...»

«Non mi frega niente di quello che credi tu», ribatte Jonesy, con voce così aspra da stupire tutti gli altri. «Era un sogno, e io lo dimenticherò. Lo dimenticheremo tutti, vero, Henry?»

Henry si affretta ad annuire.

«Rientriamo in casa», dice Pete, con aria sollevata. «I piedi mi si stanno cong...»

«C'è una cosa, però», lo interrompe Henry, e tutti lo guardano innervositi. Perché quando occorre un leader, tutti si rivolgono a Henry. E se non vi piace quel che faccio, pensa lui risentito, che qualcun altro prenda il mio posto. Perché questo non è un compito divertente, credetemi.

«Cosa?» chiede Beaver.

«Più tardi, quando andiamo da Gosselin, dobbiamo chiamare Duds. In caso fosse ancora spaventato.»

Nessuno risponde, sono tutti ridotti al silenzio all'idea di chiamare al telefono il nuovo amico rinco. Henry pensa che probabilmente Duddits non ha mai ricevuto una telefonata in vita sua. La loro sarà la prima.

«Sì, forse quella è la cosa giusta da fare», conviene Pete... poi si tappa la bocca con la mano come se, con quella frase, si fosse sbilanciato troppo.

Beaver, con gli stupidi boxer e l'ancor più stupido giubbotto, adesso trema violentemente. Il lecca-lecca di zucchero vibra all'estremità del bastoncino mordicchiato.

«Una volta o l'altra ti strozzerai con quelle cose lì», gli dice Henry.

«Sì, lo dice anche mia mamma. Rientriamo? Sto gelando.»

Si avviano verso l'Hole in the Wall, dove la loro amicizia finirà esattamente ventitré anni dopo.

«Secondo voi, Richie Granadeau è davvero morto?» chiede Beaver.

«Non lo so e non me importa niente», risponde Jonesy. Dà un'occhiata a Henry. «Dobbiamo chiamare Duddits.... Potremo addebitare la chiamata al mio numero.»

«Hai un telefono tutto tuo», dice Pete. «Sei proprio fortunato. I tuoi ti viziano un bel po', Gary.»

Di solito lo irrita sentirsi chiamare Gary, ma quella mattina non ci bada: è troppo preoccupato. «Me l'hanno regalato per il mio compleanno e questa interurbana la dovrò scalare dalla mia paghetta, perciò cerchiamo di essere brevi. Dopo di che, tutto questo non è mai successo.... Mai successo, chiaro?»

Tutti annuiscono. Mai successo. Mai.

3

Una folata di vento spinse Henry in avanti, quasi contro il filo elettrificato. Era ritornato in sé, togliendosi di dosso quel ricordo come fosse un pesante cappotto. Non gli si sarebbe potuto presentare in un momento meno opportuno (naturalmente, non c'è mai un momento opportuno per certi ricordi). Stava aspettando Underhill, congelandosi il culo in attesa dell'unica possibilità di uscire di lì, e magari quello gli era passato davanti mentre lui sognava a occhi aperti, restando così in un mare di merda.

Ma Underhill non era passato. Era davanti alla recinzione, le mani in tasca e gli occhi puntati su Henry. I fiocchi di neve cadevano sulla maschera trasparente, si squagliavano al calore del suo fiato, e gocciolavano come...

Come le lacrime di Beaver quel giorno, pensò Henry.

«Dovrebbe stare nella stalla con gli altri», disse Underhill. «Qui fuori diventerà un uomo di neve.»

La lingua di Henry era incollata al palato. La sua vita letteralmente dipendeva da quanto avrebbe detto a quest'uomo, e non sapeva da che cosa cominciare. Non riusciva neppure a muovere la lingua.

E perché provarci? Volle sapere la voce interiore, la voce dell'oscurità, sua vecchia amica. Davvero, perché prendersi la briga di provarci? Perché non lasciare che ti facciano quello che tu avevi comunque intenzione di fare da solo?

Perché adesso non si trattava solo di lui. Tuttavia, non riusciva ad aprir bocca.

Underhill si attardò ancora per qualche istante, senza staccare gli occhi da Henry. Mani in tasca. Il cappuccio abbassato che mostrava i corti capelli biondo scuro. La neve che si scioglieva sulle maschere indossate dai soldati, ma non dai confinati, perché questi ultimi non ne avevano bisogno; per loro, come per i grigi, era prevista una soluzione finale.

Henry non ce la faceva proprio a parlare. Dio, qui, al suo posto, avrebbe dovuto esserci Jonesy, che era sempre stato meglio di lui in quanto ad abilità oratorie. Underhill se ne sarebbe andato via, lasciandolo con una serie di cose non dette e di possibilità inesplorate.

Ma l'altro si trattenne un istante di più.

«Non mi sorprende che lei sappia il mio nome, signor... Henreid? Lei si chiama Henreid?»

«Devlin. Quello che ha percepito è il mio nome di battesimo. Sono Henry Devlin.» Con movimenti cauti, Henry tese la mano, infilandola tra un filo spinato e uno elettrificato. Vedendo che Underhill se ne stava immobile, con volto inespressivo, Henry la ritrasse verso quella parte di mondo in cui ora era confinato, rimproverandosi di sentirsi un idiota... insomma non era mica stato snobbato a una festa.

A quel punto, Underhill fece un cordiale cenno del capo, come se davvero fossero a un party e non nel mezzo di una bufera, sotto le crude luci dei riflettori.

«Sapeva il mio nome perché la presenza aliena nella zona di Jefferson ha provocato un effetto telepatico.» Underhill sorrise. «Detto così, sembra una sciocchezza, non le pare? Ma è vero. L'effetto è transitorio, innocuo, e leggero: può servire al massimo per fare qualche gioco di società, e stasera siamo troppo impegnati per simili svaghi.»

Miracolosamente, la lingua di Henry si sbloccò. «Lei non è venuto qui sotto la neve perché sapevo il suo nome. È qui perché sapevo il nome di sua moglie. E di sua figlia.»

Underhill continuò a sorridere. «Può darsi», disse. «In ogni modo, penso che sia giunto il momento per entrambi di toglierci di qui e riposare un po'. È stata una giornata faticosa.»

S'incamminò verso la fila di camper e roulotte, costeggiando però la recinzione. Henry lo seguì, non senza fatica, perché ormai a terra c'era una trentina di centimetri di neve, ancora intatta dal lato dei condannati a morte.

«Signor Underhill. Owen. Si fermi un attimo e mi ascolti. Ho qualcosa di importante da dirle.»

Underhill continuò a camminare all'esterno del recinto (e anche quello era il lato dei condannati a morte; Underhill non ne era al corrente?), la testa china, il sorriso ancora stampato sulle labbra. E la cosa spaventosa, come Henry ben sapeva, era che voleva fermarsi. Solo che, finora, Henry non gli aveva fornito una valida ragione per farlo.

«Kurtz è pazzo», affermò Henry. Continuava a camminare, ma ansava, e le gambe erano intorpidite dal dolore. «Ma è pazzo come una volpe.»

Underhill continuò a camminare, capo chino e sorrisetto tirato sotto la ridicola maschera. Anzi, accelerò il passo. Ben presto Henry sarebbe stato costretto a correre per tenergli dietro. Sempre che fosse ancora in grado di correre.

«Sparerete contro di noi», ansò Henry. «I corpi verranno messi nella stalla... che verrà impregnata di benzina... probabilmente presa dalla pompa del vecchio Gosselin, perché sprecare quella in dotazione all'esercito... e poi, pluf, un bell'incendio... duecento... quattrocento... l'odore di un barbecue fatto dall'associazione reduci di guerra all'inferno...»

Il sorriso di Underhill era svanito, e il suo passo si era fatto più rapido. Henry riuscì a trovare la forza di correre, il fiato corto, le gambe frenate dalla neve alta. Il vento sul volto era tagliente come una lama.

«Ma Owen... si chiama così, vero? Owen?... ricorda quel detto per cui le grosse pulci... hanno pulci più piccole... che le mordono... e così via... all'infinito?... E questa è la situazione qui, e questo riguarda anche lei... perché Kurtz ha una sua squadra... l'uomo sotto di lui, credo si chiami Johnson...»

Underhill gli lanciò un'occhiata penetrante, poi accelerò. Henry riuscì a tenergli dietro, ma sapeva che non avrebbe resistito a lungo. Aveva una fitta al fianco. «Quello doveva essere... il suo compito... la seconda fase della ripulitura... Imperial Valley, questo è... il nome in codice... le dice qualcosa?»

Henry capì che l'altro non ne era al corrente. Kurtz non aveva mai parlato a Underhill dell'operazione che avrebbe sterminato gran parte del Blue Group. Imperial Valley non significava nulla per Owen Underhill. E adesso, oltre alla fitta al fianco, Henry sentiva una costrizione al petto, come se fosse stretto in una morsa d'acciaio.

«Si fermi... Gesù, Underhill... non può...?»

Underhill continuò a camminare. Voleva conservare le ultime, scarse illusioni. Chi poteva dargli torto?

«Johnson... un pugno di altri... una è una donna... sarebbe potuto toccare a lei se non avesse toppato... lei ha oltrepassato il limite, secondo Kurtz... e non è la prima volta... lo ha già fatto, in un posto che si chiama qualcosa come Bossa Nova...»

Questo gli valse un'altra occhiata penetrante. Un progresso? Forse.

«Alla fine penso... che anche Johnson sarà eliminato... solo Kurtz esce vivo di qui... il resto... un cumulo di cenere e ossa... la sua fottuta telepatia non... non le dice questo... quel trucchetto buono per i giochi di società... non sfiora neppure... questo...»

La fitta al fianco si intensificò, espandendosi sino all'ascella come un artiglio. Scivolò bocconi sulla neve.

Si rimise in piedi, tossendo, soffocato dalla neve che gli aveva riempito la bocca, e vide Underhill sparire tra i fiocchi turbinanti. Senza sapere quel che diceva, ma conscio solo del fatto che quella era la sua ultima occasione, gridò: «Ha cercato di pisciare sullo spazzolino del signor Rapeloew e, non essendoci riuscito, ha rotto il piatto! Ha rotto il piatto ed è scappato via! Proprio come sta scappando via adesso, fottuto vigliacco!»

Davanti a lui, appena visibile nella neve, Owen Underhill si fermò.

4

Per un attimo rimase immobile, dando le spalle a Henry, il quale s'inginocchiò ansando come un cane, mentre la neve gli colava sul volto bruciante in gelidi rivoletti d'acqua. Con una percezione vivida ma nel contempo remota, Henry si accorse che la ferita alla coscia infestata dal byrus aveva cominciato a prudere.

Infine Underhill tornò indietro. «Come fa a sapere la faccenda dei Rapeloew? La telepatia sta diminuendo. Lei non dovrebbe essere in grado di spingersi così a fondo.»

«So molte cose», disse Henry. Si rialzò. «Perché è connaturata in me. Sono diverso. I miei amici e io siamo tutti diversi. Eravamo quattro. Due sono morti. Io sono qui. Il quarto... signor Underhill, il quarto è un suo problema. Io, la gente chiusa nella stalla o quelli che state ancora rastrellando, il Blue Group o l'Imperial Valley non sono affar suo. Solo lui lo è.» Esitava a pronunciare il nome dell'amico che più gli era caro. Adorava Beaver e Pete, ma solo con Jonesy c'era una sintonia di intelletti, di letture, di idee; solo Jonesy aveva il dono di sognare fuori dalla riga, oltre a vederla. Ma Jonesy era sparito, no? Henry ne era certo. Una minuscola parte di lui era ancora presente quando la nuvola rosso-nera era passata accanto a Henry, ma a questo punto il vecchio amico doveva essere già stato sbranato vivo. Il cuore forse batteva ancora, gli occhi vedevano, ma il vero Jonesy era morto quanto Pete e Beav.

«Jonesy è un suo problema, signor Underhill. Gary Jones di Brookline, nel Massachusetts.»

«Anche Kurtz è un problema.» Underhill parlò troppo piano per poter essere udito nel sibilare del vento, ma Henry lo sentì comunque... Nella mente.

Underhill si guardò attorno. Henry seguì la direzione del suo sguardo e vide alcuni uomini correre tra la fila di camper e roulotte, ma nessuno vicino a loro. Tuttavia, l'intera zona intorno al negozio era illuminata a giorno e, nonostante il vento, si sentiva il rumore dei motori, il rombo dei generatori, e le grida degli uomini. Qualcuno stava impartendo ordini con un megafono. L'effetto complessivo era irreale, come se loro due fossero rimasti intrappolati dalla bufera in un luogo pieno di fantasmi.

«Non possiamo parlare qui», dichiarò Underhill. «Mi ascolti, e non mi costringa a ripetere neppure una sola parola.»

«La ascolto», disse Henry.

5

La rimessa era al lato opposto del perimetro della fattoria, il più lontano possibile dalla stalla, e, sebbene l'esterno fosse illuminato a giorno come il resto di quest'infernale campo di concentramento, l'interno era buio e aveva un sentore di fieno. C'era anche un altro odore, più acre.

Contro una parete erano seduti quattro uomini e una donna. Indossavano tenute arancione da caccia e si stavano passando una canna. L'edificio aveva solo due finestre, una verso il corrai, l'altra verso il recinto esterno e i boschi. I vetri sporchi smorzavano leggermente il violento riflesso della luce. Nella semioscurità, i volti dei prigionieri che fumavano sembravano grigi, già morti.

«Volete un tiro?» chiese quello che teneva la canna. Parlò con voce tesa, infelice, trattenendo il fumo, ma tendendo di buon grado la canna. Henry vide che era molto grossa.

«No. Voglio che usciate tutti di qui.»

Lo guardarono perplessi. La donna era la moglie del tizio con la canna. L'uomo a sinistra era suo cognato. Gli altri erano lì per partecipare alla fumata.

«Tornate nella stalla», suggerì Henry.

«Proprio no», disse uno degli uomini. «Troppo affollato, là dentro. Preferiamo un ambiente più riservato. E visto che noi siamo arrivati qui per primi, se lei non ha voglia di stare in compagnia, dovrebbe essere lei a...»

«Io l'ho preso», confessò Henry. Posò la mano sulla maglietta avvolta intorno alla coscia. «Il byrus. Quello che loro chiamano il Ripley. Alcuni di voi potrebbero averlo... credo che lei lo abbia, Charles...» Indicò il quinto uomo, stempiato e corpulento.

«No!» gridò Charles, ma gli altri stavano già scostandosi da lui, e quello con la canna (si chiamava Darren Chiles e proveniva da Newton, nel Massachusetts) ebbe cura di tenersi ben stretto il suo tesoro.

«Sì, ce l'ha», ribatté Henry. «E alla grande. Anche lei, Mona. Mona? No, Marsha.»

«No!» esclamò lei. Si alzò, si appoggiò alla parete e guardò Henry con occhi sbarrati e timorosi. Occhi da cerbiatta. Ben presto, da queste parti, tutti i cerbiatti sarebbero morti, e così pure Marsha. Henry sperò che lei non potesse leggergli nella testa. «Siamo tutti puliti, qui. L'unico infetto è lei!»

Guardò il marito, che non era un omaccione, ma era pur sempre più grande di Henry. Lo erano tutti quanti, in realtà. Non più alti, forse, ma più robusti.

«Sbattilo fuori, Dare.»

«Esistono due tipi di Ripley», spiegò Henry, esponendo come un dato di fatto quella che era solo una sua convinzione... che però gli appariva sempre più plausibile. «Possiamo chiamarli il Ripley primario e il Ripley secondario. Sono quasi sicuro che se non ne avete assorbito una dose massiccia - con il cibo contaminato o attraverso una ferita aperta - potete guarire.»

Adesso tutti lo guardavano con occhi da cerbiatta, ed Henry si sentì travolto da un'ondata di disperazione. Ma perché mai non si era potuto permettere un bel suicidio tranquillo?

«Io ho quello primario», disse. Sciolse la maglietta. Tutti si limitarono a dare una rapida occhiata, ma Henry guardò ben bene. La ferita provocata dall'incidente pullulava di byrus. Alcuni filamenti erano lunghi cinque centimetri, e ondeggiavano come alghe nella corrente. Sentiva le radici del fungo scavare nella carne, sempre più a fondo, sfrigolando e ribollendo. Cercavano di pensare. Quella era la cosa peggiore: cercavano di pensare.

Tutti si stavano avviando verso la porta, ma anziché scappare via di corsa verso l'aria fredda, indugiarono sulla soglia.

«Signore, è in grado di aiutarci?» chiese Marsha con voce tremante e infantile. Darren, il marito, le mise un braccio sulle spalle.

«Non so», disse Henry. «Forse no... ma forse sì. Adesso andate. Sarò fuori di qui tra una mezz'ora al massimo, ma probabilmente è meglio che restiate nella stalla con gli altri.»

«Perché?» chiese Darren.

Ed Henry, che aveva solo una vaga idea - nulla che si potesse definire un piano -, rispose: «Non so. È solo una mia impressione».

Uscirono lasciando Henry padrone della rimessa.

6

Sotto una finestra c'era una vecchia balla di fieno, sulla quale prima era seduto Darren. Henry prese il suo posto. Sedette con le mani poggiate sulle ginocchia e si sentì invaso dalla sonnolenza nonostante le voci che gli si accalcavano in testa e il terribile prurito alla gamba sinistra (e, leggero, in bocca, là dove gli era caduto un dente).

Sentì Underhill arrivare ancor prima che costui lo chiamasse dalla finestra.

«Sono sottovento e nell'ombra dell'edificio», disse Underhill. «Sto fumando. Se arriva qualcuno, lei non è lì dentro.»

«Okay.»

«Se mente con me, io me ne vado e lei, nella sua breve vita, non avrà mai più occasione di rivolgermi la parola.»

«Okay.»

«Come ha fatto a liberarsi della gente che c'era lì dentro?»

«Perché me lo chiede?» Henry avrebbe voluto dire che era troppo stanco per arrabbiarsi, ma non gli parve il caso. «Cos'era... una specie di test?»

«Non faccia il cretino.»

«Gli ho detto che avevo il Ripley primario, il che è vero. Si sono allontanati subito.» Henry fece una pausa. «Anche lei ce l'ha, non è così?»

«Cosa glielo fa pensare?» Henry, abituato in virtù della sua professione a cogliere le sfumature dei toni di voce, non avvertì alcuna tensione. Intuì che doveva essere un uomo dai nervi d'acciaio, e questo era un passo nella direzione giusta. Inoltre, pensò, potrebbe essere un vantaggio se capisse che non ha davvero niente da perdere.

«Intorno alle unghie, vero? E un po' su un orecchio.»

«A Las Vegas farebbe un figurone, amico.» Henry vide la mano di Underhill levarsi, con una sigaretta tra le dita guantate. Immaginò che il vento se la sarebbe fumata quasi tutta.

«Il Ripley primario si prende per contagio diretto. Sono ragionevolmente sicuro che quello secondario si trasmette toccando qualcosa di infetto - alberi, muschio, cervi, altre persone. Queste sono cose che il vostro staff medico sa già. Suppongo di averle apprese proprio da loro. La mia testa è come un'antenna parabolica che capta di tutto. Non sono in grado di stabilire da dove venga questa robaccia, ma poco importa. Adesso c'è della roba che i vostri medici non conoscono. I grigi la chiamano byrus, una parola che significa 'essenza della vita'. In alcune circostanze, la variante primaria può generare gli innesti.»

«Quelle donnole di merda, per esempio.»

«Donnole di merda... carino. Mi piace. Emergono dal byrus e si riproducono deponendo uova. Si allontanano, depongono altre uova, e così via. O, quantomeno, è così che dovrebbe funzionare. Qui, gran parte delle uova muore. Non so se sia per il clima freddo, l'atmosfera, o altro fattore. Ma in quest'ambiente, il byrus è l'unica cosa che funziona.»

«L'essenza della vita.»

«Già. Però senta: i grigi qui si trovano in grosse difficoltà, e forse è per questo che ci hanno impiegato tanto - mezzo secolo - a fare la prima mossa. Prendiamo le donnole, per esempio. Dovrebbero essere saprofite.... sa cosa vuol dire?»

«Henry... si chiama Henry, vero?... Tutto questo ha una qualche rilevanza con la situazione in cui ci troviamo adesso?»

«Una rilevanza enorme. E se lei non vuole avere a che fare con la fine della vita sull'astronave Terra, le consiglio di chiudere il becco e ascoltarmi.»

Una pausa. Poi: «La ascolto».

«I saprofiti sono parassiti utili. Sono presenti nel nostro apparato digerente, e ne ingeriamo volontariamente una certa quantità mangiando alcuni latticini. Come lo yogurt, per esempio. Offriamo loro un posto in cui stare e loro ci danno qualcosa in cambio. Quelli dei latticini aiutano la digestione. Le donnole, in circostanze normali - normali in un altro mondo, suppongo, con un diverso quadro ecologico che non riesco neppure a immaginare -, raggiungono una taglia non superiore al fondo di un cucchiaino. Credo che nelle donne possano interferire con i processi generativi, ma non sono letali. Di norma. Vivono nell'intestino e basta. Noi li nutriamo, loro ci trasmettono le capacità telepatiche. Lo scambio dovrebbe essere questo. Solo che ci trasformano anche in televisioni. Siamo la Tv dei grigi.»

«Lei lo sa perché ne ha una in pancia?» La voce di Underhill non recava traccia di ripugnanza, che tuttavia Henry avvertì nella sua mente, pulsante come un tentacolo. «Una 'normale'?»

«No.» Perlomeno non credo, pensò Henry.

«E allora come fa a sapere tutte queste cose? O forse se le sta inventando mentre parla? Cercando una via di scampo?»

«Il perché io sia in possesso di queste nozioni ha scarsissima importanza, Owen... ma lei sa che non sto mentendo. Mi legge nella mente.»

«So che lei è convìnto di non mentire. Per quanto tempo ancora mi tocca subire queste interferenze telepatiche?»

«Non so. Se il byrus si diffonde potrebbe intensificarsi, ma non nel mio caso.»

«Perché lei è diverso.» Scetticismo, nella voce come nei pensieri.

«Solo oggi ho capito quanto fossi diverso. Ma lasciamo perdere questo per un istante. Adesso voglio solo che lei capisca che i grigi qui si trovano nella merda sino al collo. Forse per la prima volta nella loro storia, devono lottare per mantenere il controllo. Primo, perché quando si innestano nell'uomo, le donnole diventano parassiti molto aggressivi, anziché essere saprofiti. Non smettono più di mangiare né di crescere. Sono un cancro, Underhill.

«Secondo: il byrus. In altri mondi cresce bene, ma qui incontra molte difficoltà, almeno per il momento. I medici e gli scienziati che organizzano questo circo pensano che il freddo ostacoli la sua diffusione, ma io non ne sono del tutto convinto. Non posso averne la certezza assoluta perché loro non ne hanno, però...»

«Non si sta riferendo ai nostri medici, vero?»

«No.»

«Lei crede di essere in contatto con i grigi. In contatto telepatico.»

«Con uno di loro. Grazie a un collegamento.»

«Sarebbe quel Jonesy cui ha accennato prima?»

«Owen, non lo so. Non con certezza. Il fatto è che stanno perdendo. Lei, io, gli uomini che sono venuti con lei a distruggere la nave, probabilmente nessuno di noi sarà ancora vivo per festeggiare il Natale. Non sto scherzando. Ne abbiamo assorbito dosi elevate, concentrate. Ma...»

«Me lo sono beccato, va bene!» disse Underhill. «Anche Edwards... è apparso su di lui come per magia.»

«Ma per quanto infestato sia un individuo, non credo che lo possa diffondere in modo massiccio. Non è poi così contagioso. Nella stalla ci sono persone che non lo prenderanno mai, per quanto siano state in contatto con molti soggetti infetti. E chi lo prende come si prenderebbe un raffreddore avrà solo la forma secondaria del byrus... o del Ripley, se preferisce.»

«Chiamiamolo pure byrus.»

«Okay. Potrebbero a loro volta contagiare alcune persone, che sarebbero affette solo da una forma molto lieve, che definiremo byrus di terzo stadio. Potrebbe esserci un'ulteriore diffusione, ma credo che una volta arrivati al livello di byrus di quarto stadio, ci vorrà un microscopio o l'analisi del sangue per individuarlo. Poi sparisce.

«Adesso stia attento: le riassumo la situazione.

«Punto primo: i grigi - che probabilmente sono solo un veicolo di trasmissione del byrus - sono spariti. Quelli che non sono periti per via dell'ambiente a loro ostile, come i microbi che hanno infine ucciso i marziani nella Guerra dei mondi, sono stati falciati dalle vostre mitragliatrici. Tutti, tranne uno, quello da cui ritengo di aver ottenuto le mie informazioni. E, a livello fisico, è stato annientato anche lui.

«Punto secondo: le donnole non funzionano. Come tutti i cancri, finiscono per divorare se stesse. Quelle che fuoriescono dall'intestino umano muoiono rapidamente al di fuori del loro ambiente.

«Punto terzo: neppure il byrus funziona, o perlomeno non se la cava molto bene, tuttavia, avendo la possibilità di nascondersi e crescere, potrebbe subire una mutazione. Adattarsi all'ambiente. Magari dominarlo.»

«Lo toglieremo di mezzo», disse Underhill. «Faremo terra bruciata di tutta la zona di Jefferson.»

Henry avrebbe voluto esprimere la propria frustrazione con un urlo, e l'altro dovette aver intuito qualcosa, perché ebbe uno scatto e sbatté contro il sottile muro della rimessa.

«Ciò che farete qui non ha importanza», affermò Henry. «Le persone internate non possono diffondere il byrus, né possono farlo le donnole. E il byrus non può diffondersi da solo. Se voi soldati smontaste le tende e ve ne andaste subito, l'ambiente si autorisanerebbe e cancellerebbe tutto questo casino. Suppongo che i grigi si siano presentati in questo modo perché non riuscivano a credere a quanto accadeva. Ritengo che sia stata una missione suicida, comandata da una versione grigia del vostro Kurtz. Il concetto di fallimento è del tutto estraneo alle loro menti. Vinciamo sempre, pensano.»

«Come fa a...»

«Poi, all'ultimo minuto, uno di loro ha trovato un uomo molto diverso da quelli con cui i grigi, le donnole e il byrus erano stati in contatto. È il famoso portatore sano. Ed è già uscito dalla zona in quarantena, vanificando quindi tutte le vostre operazioni in loco.»

«Gary Jones.»

«Appunto, Jonesy.»

«Che cosa lo rende diverso?»

Pur non volendo addentrarsi in questo particolare, Henry sentì di dovere fornire qualche spiegazione.

«Lui, io e altri due amici - quelli che sono morti - una volta frequentavamo uno che era molto diverso. Naturalmente dotato di poteri telepatici, senza alcun bisogno del byrus. Questa frequentazione ha avuto un effetto su di noi. Se lo avessimo conosciuto più da grandicelli, non credo che sarebbe successo, ma in quell'epoca eravamo particolarmente... vulnerabili, immagino sia la parola giusta... ai suoi poteri. Poi, anni dopo, a Jonesy è accaduta un'altra cosa, una cosa che non ha niente a che fare con... con questo ragazzo straordinario.»

Ma non era la verità, sospettò Henry; sebbene Jonesy fosse stato investito e quasi ucciso in una strada di Cambridge, e Duddits, a quanto risultava a Henry, non fosse mai stato a sud di Derry, in qualche modo non doveva essere estraneo all'ultimo, cruciale mutamento dell'amico.

«E io cosa dovrei fare? Credere a tutto questo? Mandarlo giù come sciroppo per la tosse?»

Nell'oscurità odorosa di fieno della rimessa, le labbra di Henry si tesero in un sorriso per nulla divertito. «Owen», disse, «lei ci crede. Sono dotato di virtù telepatiche a un livello eccezionale. Il problema però... è...»

Se lo pose solo con la mente.

7

Appoggiato alla vecchia rimessa, con il culo gelato, la maschera abbassata per fumare una serie di sigarette di cui non aveva alcuna voglia (ne aveva comprato un pacchetto allo spaccio militare), Owen non era proprio in vena di ridere... ma quando il tizio nella rimessa aveva risposto alla sua ragionevole domanda con tanta impaziente sicurezza - Lei ci crede. Sono dotato di virtù telepatiche a un livello eccezionale - si sorprese a fare una risata. Kurtz aveva detto che se la telepatia si fosse diffusa e radicata in modo permanente, la società nelle sue forme attuali sarebbe crollata. Owen aveva afferrato il concetto, ma adesso lo aveva capito appieno, a livello istintivo.

«Il problema però... è...»

Che facciamo in proposito?

Stanco com'era, Owen vedeva solo una risposta a quel quesito. «Immagino che dovremmo inseguire Jonesy. Servirà a qualcosa? Siamo ancora in tempo?»

«Credo di sì. Per un pelo.»

Owen cercò di scoprire che cosa ci fosse dietro la risposta di Henry, ma, dati i suoi ridotti poteri telepatici, non ci riuscì. Tuttavia era certo che gran parte di quanto gli aveva detto quel tizio rispondeva al vero. O è vero, o lui è convinto che lo sia, pensò Owen. Dio sa se voglio crederci. Qualsiasi scusa è buona per tirarmi fuori di qui prima che cominci il massacro.

«No», disse Henry, e per la prima volta a Owen parve sconvolto, non del tutto sicuro di sé. «Niente massacri. Kurtz non ucciderà qualcosa come duecento-ottocento persone. Gente che, in ultima analisi, non ha alcun peso in questa faccenda. Sono solo... spettatori innocenti, per l'amor del cielo!»

Owen non fu del tutto sorpreso scoprendo di godere del disagio del suo nuovo amico, che, dopotutto, era riuscito a sconfiggerlo. «Che cosa suggerisce? Tenendo presente che lei stesso ha detto che solo il suo amico Jonesy ha un ruolo vitale.»

«Sì, ma...»

Esitazione. La voce mentale di Henry era più sicura, ma non troppo. Non intendevo dire che ci saremmo incamminati via di qui lasciandoli morire.

«Non ci incammineremo da nessuna parte», dichiarò Owen. «Scapperemo a gambe levate.» Buttò la terza sigaretta dopo un'ultima boccata, e la guardò volare via, portata dal vento. Dietro la rimessa, cortine di neve spazzavano il corrai, formando grandi accumuli contro i muri della stalla. Cercare di allontanarsi con questo tempo sarebbe stata pura follia. Occorre un gatto delle nevi, tanto per cominciare, pensò Owen. Entro mezzanotte anche un fuoristrada non servirà più.

«Uccida Kurtz», propose Henry. «Ecco la risposta. Senza un capo che dà ordini, sarà più facile allontanarci, e... la pulizia biologica non diventerà operativa.»

Owen rise. «Come se fosse facile», disse. «Zero-zero-Underhill, licenza di uccidere.»

Accese una quarta sigaretta. Nonostante i guanti, aveva le dita intorpidite dal freddo. Sarebbe opportuno giungere presto a una qualche conclusione, pensò. Prima che io muoia assiderato.

«Dov'è il problema?» chiese Henry, pur sapendo benissimo qual era il problema. Owen intuì che il suo interlocutore cercava di ignorarlo, non volendo che le cose apparissero ancor più bieche. «Entri dentro e gli spari.»

«Impossibile.» Owen gli comunicò un'immagine: Freddy Johnson (e gli altri membri del cosiddetto gruppo dell'Imperial Valley) che teneva d'occhio il mezzo di Kurtz. «Poi, nel camper, ha dei rilevatori dei rumori. Se succede qualcosa, i duri arrivano al galoppo. Forse potrei farlo fuori. Ma probabilmente fallirei, perché lui si protegge come un jefe colombiano della coca. Forse ci riuscirei. Penso di non essere tanto sprovveduto. Ma sarebbe una missione suicida. Se ha reclutato Freddy Johnson, allora ha probabilmente assoldato anche Kate Gallagher e Marvell Richardson... Carl Friedman... Jocelyn McAvoy. Dei duri e delle dure, Henry. Io uccido Kurtz, loro uccidono me, i capoccioni che pilotano l'operazione dal rifugio di Cheyenne Mountain spediscono un altro sterminatore, un clone di Kurtz che prende le redini della faccenda. Quelli nella stalla potrebbero sopravvivere altre dodici ore, ma finiranno comunque bruciati. La differenza è che, anziché vagolare allegramente nella neve con me, lei brucerebbe con gli altri. Nel frattempo il suo amico - il famoso Jonesy - sarà arrivato.... dove?»

«Per il momento, ritengo prudente non divulgare questa informazione.»

Owen, avvalendosi dei suoi limitati poteri telepatici, fece comunque una ricerca. Per un istante colse una visione confusa e sconcertante - un'alta costruzione bianca, cilindrica, simile a un silo - che poi spari, sostituita da una specie di unicorno che galoppava davanti a un cartello con la scritta BANBURY CROSS in rosso, sotto a una freccia.

Fece un grugnito in cui si fondevano divertimento ed esasperazione. «Mi sta bloccando.»

«Lo definisca pure così. Oppure lo prenda come l'insegnamento di una tecnica di cui farà bene a impadronirsi se vuole mantenere segreta la nostra conversione.»

«D'accordo.» Owen non era del tutto dispiaciuto dall'ultima piega degli eventi. Per prima cosa, una tecnica di bloccaggio gli sarebbe tornata molto utile. Secondariamente, Henry sapeva dov'era diretto l'amico appestato. Aveva colto una fulminea immagine nella sua mente.

«Henry, adesso voglio che sia lei ad ascoltare me.»

«Va bene.»

«Ecco la cosa più semplice e meno rischiosa che noi due possiamo fare. Primo: se il tempo non è un fattore del tutto cruciale, dovremmo entrambi riposare un po'.»

«Mi sta bene. Sono praticamente sfinito.»

«Poi, verso le tre, entro in azione. Questa installazione sarà in stato di massimo allarme sino a che esisterà, ma se gli occhi del Grande Fratello dovessero dare un'occhiata, lo farebbero tra le quattro e le sei. Farò una manovra diversiva, e disattiverò il filo elettrificato, e questa è la mossa più facile. Cinque minuti dopo l'allarme, posso trovarmi qui con un gatto delle nevi...»

La telepatia, come stava scoprendo Owen, aveva certi vantaggi. Mentre parlava, inviò a Henry l'immagine di un elicottero MH-6 in fiamme e dei soldati che accorrevano sul posto.

«... e ce la battiamo.»

«Lasciando Kurtz con uno stuolo di innocenti spettatori che lui intende ridurre in cenere. Per tacere poi del Blue Group. Quanti sono? Altri due-trecento?»

Owen, che era nelle forze armate dall'età di diciannove anni, e che per otto anni aveva fatto il braccio destro di Kurtz, trasmise telepaticamente due dure parole: Perdita accettabile.

Dietro il vetro sporco, la forma vaga di Henry Devlin si mosse, poi s'immobilizzò.

No, fu il messaggio di risposta.

8

No ? Come sarebbe a dire ?

No, e basta.

Ha un'idea migliore?

E Owen, inorridito, si rese conto che Henry riteneva di avere un'alternativa. Frammenti di quell'idea - sarebbe stato eccessivo definirla un piano - schizzarono nella mente di Owen come meteoriti. Rimase senza fiato. La sigaretta gli cadde dalle mani e volò via nel vento.

È pazzo.

No. Ci occorre una mossa diversiva, come lei ben sa. Questa risponde allo scopo.

Ma sarebbero comunque uccisi!

Alcuni. Forse anche la maggior parte. Ma è una possibilità. Avrebbero una via di scampo in una stalla in fiamme?

Ad alta voce, Henry disse: «Poi c'è Kurtz. Che dovrà preoccuparsi di almeno duecento persone in fuga - gran parte delle quali sarà ben lieta di raccontare ai giornali che il governo degli Usa, in preda al panico, ha autorizzato un massacro di civili proprio in territorio americano - e non starà troppo alle nostre calcagna.»

Lei Kurtz non lo conosce, pensò Owen. Lei non è addentro al Kurtz-pensiero. Naturalmente, anche lui l'aveva capito solo oggi.

Ma la proposta di Henry, nella sua follia, aveva senso. E conteneva almeno un elemento di redenzione. E, sul finire di quell'interminabile 14 novembre, e intravedendo la prospettiva di poter sopravvivere sino alla fine della settimana, Owen non si stupì di scoprire che il concetto di redenzione non era del tutto privo di attrattive.

«Henry.»

«Presente.»

«Ho sempre provato rimorso per quello che ho fatto quel giorno in casa dei Rapeloew.»

«Lo so.»

«Ma l'ho rifatto, e ripetutamente. Che schifezza è mai questa?»

Henry, ottimo psicanalista anche dopo aver ceduto alle tentazioni suicide, non disse nulla. Le schifezze rientravano nelle consuete norme comportamentali dell'uomo. Triste ma vero.

«D'accordo», disse infine Owen. «Lei compra la casa, ma io la arredo. Affare fatto?»

«Affare fatto», si affrettò a rispondere Henry.

«Potrebbe insegnarmi quella tecnica di bloccaggio? Penso di averne bisogno.»

«Gliela insegno di sicuro.»

«Bene. Ascolti.» Owen parlò per tre minuti, talvolta ad alta voce, altre volte con la mente. I due avevano raggiunto un livello in cui i mezzi di comunicazione tra di loro erano indifferenziati: pensieri e parole erano un tutto unico.

CAPITOLO SEDICI

DERRY

1

Fa caldo da Gosselin... tanto caldo! Il sudore sgorga quasi all'istante dal volto di Jonesy e, quando i quattro arrivano accanto al telefono (che, neanche a farlo apposta, è vicino alla stufa a legna), gli scorre lungo le guance, le ascelle stillano come una foresta tropicale dopo la pioggia... non che sotto le braccia ci sia molta vegetazione, data l'età. «Ti piacerebbe», come dice Pete. Fa caldo, è ancora marginalmente in preda al sogno, che non è sfumato come di solito succede con gli incubi (sente ancora l'odore di benzina e di gomma bruciata, vede ancora Henry che stringe il mocassino... e la testa, l'orrida testa mozza di Richie Grenadeau), poi la centralinista peggiora le cose facendo la stronza. Quando Jonesy le dà il numero dei Cavell, che chiamano spesso prima di fargli visita (Roberta e Alfie sono sempre d'accordo, ma, come è stato loro insegnato in famiglia, è buona norma chiedere l'autorizzazione), la centralinista domanda: «I tuoi genitori sanno che fai delle interurbane?» Le parole non vengono pronunciate con uno strascichio yankee, ma con quel vago accento francesizzante, tipico di chi è cresciuto da queste parti del mondo, in cui i cognomi tipo Letourneau e Bissonette sono più comuni di Smith e Jones. «Quegli stitici di francesi», li chiama il padre di Pete. E adesso ne ha beccata una al telefono.

«Mi permettono di fare chiamate interurbane se le pago io», dice Jonesy. E, Santo Cielo, come è vero! Abbassa la lampo del giubbotto. Dio, si bolle qui! Chissà come fanno quei vegliardi a starsene seduti intorno alla stufa. I suoi amici gli alitano sul collo, il che è comprensibile - vogliono sapere come vanno le cose - ma Jonesy preferirebbe che stessero un po' più alla larga. La loro vicinanza gli fa sentire ancora di più il caldo.

«E se io li chiamassi, mon fils, se chiamassi ta mère e ton père, direbbero la stessa cosa?»

«Certo», risponde Jonesy. Il sudore gli cola in un occhio, e lui lo terge come se fosse una lacrima. «Mio padre è al lavoro, ma mia madre dovrebbe essere a casa. Nove-quattro-nove, sei-sei-cinque-otto. Però la prego di far presto perché...»

«Chiamo subito il numero desiderato», dice lei, con tono deluso. Spostando il telefono da una mano all'altra, Jonesy si sfila il giubbotto e lo lascia cadere a terra. Gli altri sono ancora vestiti di tutto punto; Beaver non ha neppure aperto la lampo del giubbotto da Fonzie. Chissà come fanno a sopportare questo caldo, pensa Jonesy. Anche gli odori gli danno fastidio: salsicce e fagioli, cera per pavimenti, caffè e aceto del barile dei cetriolini. Di solito quegli aromi gli sono graditi, ma oggi gli danno il voltastomaco.

I clic del collegamento. Che lentezza. Gli amici gli stanno addosso. Più in là, Lamar fissa lo scaffale con i cereali per la prima colazione e si sfrega la fronte come se avesse il mal di testa. Considerata la quantità di birra ingurgitata la sera precedente, pensa Jonesy, un mal di testa sarebbe nell'ordine delle cose. Anche a lui sta venendo un'emicrania, che non ha nulla a che fare con la birra, è solo così caldo...

«Sta suonando», riferisce agli amici, e subito rimpiange di non aver tenuto la bocca chiusa, perché si assiepano più che mai intorno a lui. Il fiato di Pete è spaventoso, e Jonesy pensa: Cosa fai, Petesky? Te li lavi una volta all'anno, che ne abbiano bisogno o no?

Al terzo squillo, il ricevitore viene staccato. «Sì, pronto?» È Roberta, che, a differenza del solito, ha una voce turbata e perplessa. Non è difficile capire il perché: sullo sfondo si sentono gli strilli di Duddits. Jonesy sa che quel pianto non ha su Alfie e Roberta lo stesso effetto che ha su di loro. Quelli sono adulti. Ma sono anche i suoi genitori, e in qualche modo deve colpire anche loro, e Jonesy dubita che quella sia una delle mattinate più felici della vita della signora Cavell.

Cristo, ma come può fare un caldo simile qui dentro? Con cosa hanno caricato quella benedetta stufa? Con il plutonio?

«Pronto, chi è?» Impaziente, cosa strana per la signora Cavell. Come ha detto spesso, se c'è una cosa che impari con un figlio speciale è proprio la pazienza. E sembra quasi seccata, altra cosa impensabile. «Se vuol vendere qualcosa, le dico subito che non posso stare al telefono. Sono molto impegnata al momento e...»

Sullo sfondo, Duddits piange e geme. È occupata, eccome, pensa Jonesy. Sta frignando così dall'alba, e ormai lei sarà fuori dagli stracci.

Henry dà una gomitata a Jonesy e gli fa un cenno con la mano - Sbrigati! Parla! - e, nonostante il dolore, la mossa funziona. Se lei dovesse riattaccare, gli toccherebbe affrontare di nuovo quella stronza di centralinista.

«Signora Cavell... Roberta? Sono io, Jonesy.»

«Jonesy?» Il ragazzo intuisce il sollievo della donna; aveva tanto desiderato ricevere una chiamata dagli amici di Duddits che questi non crede alle sue orecchie. «Sei davvero tu?»

«Sì», risponde lui. «Io e gli altri.» Scosta il telefono dall'orecchio.

«Buongiorno, signora Cavell», dice Henry.

«Ehi, come va?» è l'intervento di Pete.

«Ciao, bella», farfuglia Beaver con un sorriso stralunato. Si è innamorato di lei il giorno che l'ha conosciuta.

Lamar si gira udendo la voce del figlio, fa una smorfia e torna a contemplare le scatole di cereali. «Fate pure», aveva detto Lamar quando il figlio lo aveva informato dell'intenzione di chiamare Duddits. «Non so perché vogliate parlare con quella testa di meringa, ma i soldi sono vostri.»

Quando Jonesy riporta il ricevitore all'orecchio, Roberta Cavell sta dicendo: «... tornati a Derry? Credevo che foste a caccia a Kineo o da quelle parti lì.»

«Siamo ancora qui», dice Jonesy. Guarda gli amici e si stupisce nel vedere che loro non sono in un bagno di sudore: la fronte di Henry è appena lustra; sul labbro superiore di Pete ci sono alcune goccioline, ma questo è tutto. Che stranezza. «Abbiamo pensato che... fosse il caso di chiamare.»

«Lo sapevate.» Un'affermazione, non una domanda.

«Ehm...» Si fa vento sollevando e abbassando il davanti della camicia di flanella. «Sì.»

A questo, una persona qualsiasi avrebbe sparato un migliaio di domande inquisitorie, ma Roberta non è una persona qualsiasi, e ha già avuto modo di constatare per quasi un mese come i ragazzi si comportano con il figlio. Dice: «Resta in linea, Jonesy. Lo chiamo».

Jonesy aspetta. Sullo sfondo sente ancora il pianto di Duddits e la voce di Roberta che, dolcemente, lo invita ad andare al telefono. Usando quelle che adesso sono diventate parole magiche in casa Cavell: Jonesy, Beaver, Pete, Henry. Gli strilli si avvicinano e, persino al telefono, Jonesy li sente penetrare nel suo cervello, come un coltello senza filo che fruga e scava senza tagliare. Ahia. Il pianto di Duddits fa sembrare una carezza la gomitata di Henry. Punta gli occhi su due cartelli sopra l'apparecchio. SI PREGA DI NON FARE TELEFONATE SUPERIORI A 5 MIN. dice uno. Sull'altro è scritto: LE PAROLACIE NON SONO CONSENTITTE. E qualcuno vi ha aggiunto: CHI CAZZO LO DICE? Poi arriva Duddits all'apparecchio, e le spaventose grida gli rimbombano nell'orecchio. Fa una smorfia, ma è impossibile prendersela con Duds. Loro qui sono in quattro, tutti insieme. Lui è là tutto solo, ed è un tipo ben strano. Dio lo ha ferito e nel contempo lo ha benedetto.

«Duddits», dice. «Siamo noi. Jonesy...»

Tende il telefono a Henry. «Ciao, Duddits, sono Henry...»

Poi è il turno di Pete. «Ciao, Duds, sono Pete, adesso smetti di piangere, è tutto a posto...»

Pete passa il ricevitore a Beaver, che si guarda attorno, poi tira l'apparecchio verso l'angolo, copre il microfono con le mani a coppa in modo che i vecchi accanto al fuoco (e suo padre) non possano sentirlo, e canta due strofe della ninna nanna. Qualche istante dopo, rivolto agli amici, congiunge indice e pollice a cerchio. Poi restituisce il telefono a Henry.

«Duds? Sono di nuovo Henry. È stato solo un sogno. Non era una cosa vera. Okay? Non era vera ed è finita.» Henry resta in ascolto. Jonesy approfitta di quel momento per togliersi la camicia di flanella. La maglietta sotto è zuppa di sudore.

Ci sono milioni di cose al mondo che Jonesy ignora - che tipo di legame lui e gli amici hanno con Duddits, tanto per dirne una - ma una cosa la sa: non può restare qui dentro un minuto di più. Gli sembra di essere dentro quella fottuta stufa. Quei vecchi bavosi seduti lì attorno devono avere del ghiaccio nelle ossa.

Henry annuisce. «Giusto, come un film che mette paura.» Ascolta, aggrottando la fronte. «No, non sei stato tu. Non è stato nessuno di noi. Non gli abbiamo fatto niente. A nessuno di loro.»

E in quel preciso istante, Jonesy ha una folgorazione: sì, sono stati loro. Non ne avevano l'intenzione, ma l'hanno fatto. Avevano paura che Richie mantenesse fede alla sua promessa... e allora hanno agito per primi.

Pete tende la mano ed Henry dice: «Pete vuole parlarti, Dud».

Tende il telefono all'amico, il quale dice a Duddits di dimenticare la faccenda, di star calmo, presto loro torneranno a casa, giocheranno a cribbage, si divertiranno, si divertiranno un mondo, ma nel frattempo...

Jonesy alza gli occhi e vede che uno dei cartelli sopra il telefono è cambiato. Quello a sinistra reca ancora la scritta SI PREGA DI NON FARE TELEFONATE SUPERIORI A 5 MIN., ma quello a destra ora dice: PERCHÉ NON USCIRE FA PIÙ FRESCO. Ottima idea, davvero ottima. E non c'è ragione di trattenersi qui oltre, dato che la situazione è sotto controllo.

Ma in quell'istante Pete gli tende il telefono dicendo: «Vuole parlare con te, Jonesy».

È tentato di scappare via, pensa: Al diavolo Duddits, al diavolo tutti. Ma questi sono i suoi amici, e insieme sono rimasti prigionieri di un orribile sogno, hanno fatto una cosa che non intendevano fare

(brutto bugiardo, volevi farlo, eccome)

e i loro sguardi lo tengono incollato lì, nonostante il caldo, che adesso gli artiglia il petto come una coperta soffocante. I loro sguardi gli impongono di partecipare a quest'impresa e di non uscire finché Duddits è al telefono. Queste sono le regole del gioco.

È il nostro sogno e non è ancora finito, dicono i loro occhi, e quelli di Henry con maggiore intensità degli altri. È in corso sin dal giorno in cui lo abbiamo trovato dietro il magazzino dei Tracker, in ginocchio e quasi nudo. Lui vede la riga e ora la vediamo anche noi. E per quanto la nostra percezione potrà cambiare, parte di noi continuerà a vedere la riga. La vedremo sino alla morte.

Nei loro occhi c'è dell'altro, qualcosa che li perseguiterà oscuramente sino al loro ultimo giorno, e proietterà un'ombra anche nei giorni più felici della vita. La paura di quanto hanno fatto. Ciò che hanno fatto nella parte dimenticata del loro sogno condiviso.

Ecco che cosa lo trattiene qui e lo spinge a prendere il telefono nonostante sia sul punto di andare arrosto.

«Duddits», dice, e persino la sua voce è ribollente. «Va tutto bene, davvero. Ti passo di nuovo Henry, qui dentro fa un gran caldo e io devo uscire a prendere una boccata d'aria fr...»

Duddits lo interrompe, con voce alta e pressante. «No, no va fuoi! Ony, no va fuoi! Ay! Ay! Isser Ay!»

Avevano capito il suo linguaggio sin dal primo momento, e adesso Jonesy non ha difficoltà a interpretarlo: Non andare fuori! Jonesy, non andare fuori. Gray! Gray! Mr Gray!

Jonesy resta a bocca aperta. Guarda oltre la stufa rovente, oltre il passaggio in cui il padre di Beaver, in preda ai postumi di una sbronza, sta adesso esaminando le scatole di fagioli, oltre la signora Gosselin seduta alla cassa, e fuori della vetrina. Il vetro è sporco e coperto di adesivi che fanno pubblicità a un'infinità di prodotti... ma c'è ancora lo spazio sufficiente per vedere la cosa che lo attende all'esterno. È la cosa che gli è sopraggiunta alle spalle mentre cercava di tenere chiusa la porta del bagno, la cosa che si è impossessata del suo corpo. Una figura grigia e nuda, con piedi privi di dita, è accanto al distributore di benzina, e lo fissa con gli occhi neri. E Jonesy pensa: Non è questo il loro vero aspetto, ma è così che li vediamo noi.

Quasi a sottolineare questo pensiero, Mr Gray alza una mano e la riabbassa. Dalla punta delle tre dita, ondeggiano piccoli filamenti di una sostanza rosso-dorata.

Byrus, pensa Jonesy.

Come se fosse una parola magica in una fiaba, tutto s'immobilizza. Il Gosselin's Market diventa una foto, dalla quale il colore lentamente svanisce, virato in seppia. Gli amici si dissolvono sotto i suoi occhi. Solo due cose appaiono reali: il ricevitore nero del telefono pubblico, e il calore. Il calore soffocante.

«Eia!» gli grida Duddits all'orecchio. Poi c'è una lunga inspirazione, che Jonesy ben conosce: segnala il tentativo dell'amico di parlare con la massima chiarezza possibile. «Ony! Ony, veia! Veia! Ve...»

2

gliati, Jonesy! Svegliati!

Jonesy levò il capo e per un istante non riuscì a vedere nulla. I capelli, madidi di sudore, gli ricadevano sugli occhi. Li scostò, sperando di vedere la propria camera - quella alla baita, o, meglio ancora, quella di casa sua, a Brookline - ma non ebbe questa fortuna. Era ancora nell'ufficio dei fratelli Tracker. Si era addormentato alla scrivania e aveva sognato la telefonata fatta a Duddits tanti e tanti anni prima. Quella era vera; non così il caldo soffocante. Anzi, il negozio di Gosselin era sempre piuttosto freddo, perché il vecchio era piuttosto tirchio. Il calore era entrato nei suoi sogni perché l'ufficio era torrido.

La caldaia è impazzita, pensò, alzandosi. O forse il magazzino sta bruciando. Comunque sia, devo uscire di qui prima di arrostire.

Jonesy girò intorno alla scrivania, notando appena che quel mobile era cambiato, sentendo appena qualcosa che gli sfiorava la testa mentre correva verso la porta. Stava per aprire quando ricordò Duddits che, in sogno, gli diceva di non uscire perché fuori lo aspettava Mr Gray.

Infatti. Proprio fuori della porta. Nel magazzino dei ricordi, cui adesso poteva accedere a suo piacere.

Jonesy posò la mano sul pannello della porta. «Mr Gray», sussurrò. «Sei lì fuori? Ci sei, vero?»

Nessuna risposta, ma Mr Gray c'era, eccome. Teneva la rudimentale testa inclinata e gli occhi fissi sulla maniglia, in attesa che venisse abbassata. In attesa dell'uscita di Jonesy. E poi...?

Addio, seccanti pensieri umani. Addio, inquietanti emozioni umane.

Addio, Jonesy.

«Mr Gray, stai cercando di farmi andare arrosto?»

Niente risposta. Non ne occorreva una. Mr Gray aveva accesso a tutti i meccanismi di controllo, no? Inclusi quelli che regolavano la sua temperatura corporea. A che livello era arrivato? Jonesy non lo sapeva, ma intuiva che il processo era ancora in atto, e in fase ascendente. La morsa intorno al petto era sempre più pesante, e gli rendeva difficile respirare. Le tempie gli pulsavano.

La finestra.

Con un lampo di speranza, Jonesy si voltò in quella direzione, dando le spalle alla porta. La finestra adesso era buia - l'eterno pomeriggio dell'ottobre del 1978 era sparito - e il viale che fiancheggiava il magazzino era sepolto sotto la neve. Mai, neppure da bambino, la neve gli era parsa così invitante. Immaginò se stesso schizzare oltre la finestra come Errol Flynn nei vecchi film di pirati, buttarsi nella neve e rinfrescare il volto bruciante nel meraviglioso manto gelido...

Sì, e poi il tocco delle mani di Mr Gray che gli stringevano il collo. Quelle mani avevano solo tre dita, ma erano robuste, e lo avrebbero strangolato in un baleno. Anche se avesse infranto il vetro per far entrare un po' d'aria fresca, Mr Gray si sarebbe abbattuto su di lui come un vampiro. Perché quella parte del mondo di Jonesy non era sicura: era un territorio conquistato.

Ce l'hai nel culo qualunque cosa tu faccia.

«Esci.» Mr Gray infine parlò, con la voce di Jonesy. «Farò in fretta. Non vorrai mica andare arrosto lì dentro, vero?»

All'improvviso, Jonesy vide che la scrivania - quella scrivania che non c'era quando lui entrato nell'ufficio - era davanti alla finestra. Prima che lui si addormentasse, era stata una scrivania a buon mercato, molto semplice. A un certo punto - non ricordava precisamente quando - si era arricchita di un telefono. Un apparecchio nero, senza fronzoli.

Adesso si accorse che era una scrivania a ribaltina, identica a quella che aveva nel suo studio a Brookline. E il telefono era un modello sofisticato, simile a quello dell'ufficio all'università. Si terse il sudore dalla fronte e, così facendo, vide l'oggetto che gli aveva sfiorato la testa poco prima.

Era l'acchiappasogni.

L'acchiappasogni dell'Hole in the Wall.

«Cazzo», sussurrò. «Sto arredando quest'ufficio.»

E perché no? Persino i prigionieri nel braccio della morte ornano le loro celle. E se era in grado di aggiungere, nel sonno, una scrivania e un acchiappasogni e un telefono ultimo modello, allora forse...

Chiuse gli occhi per concentrarsi. Cercò di evocare l'immagine dello studio di Brookline. All'inizio, ebbe qualche difficoltà. Un pensiero lo turbava: se i suoi ricordi erano là fuori, nel magazzino, come potevano essere anche qui? La risposta, probabilmente, era semplice. I ricordi si trovavano ancora nella sua testa, dov'erano sempre stati. Gli scatoloni del magazzino erano ciò che Henry avrebbe definito un'esternalizzazione, il suo modo di visualizzare il materiale cui Mr Gray aveva accesso.

Lasciamo perdere. Concentrati sul da farsi. Lo studio di Brookline. Visualizza lo studio.

«Cosa fai?» volle sapere Mr Gray. La sua voce non aveva più l'altezzosa sicurezza di prima. «Che cazzomarcio fai?

Jonesy fece un sorrisetto - non poté farne a meno - ma non si distrasse dall'immagine. In particolare, visualizzò una parete dello studio... la parte vicino alla porta del piccolo bagno... sì, eccolo. Il termostato. E adesso, che cosa pensava di dire? Forse una parola magica?

Appunto.

A occhi chiusi, con una traccia di sorriso sul volto sudato, Jonesy sussurrò: «Duddits».

Aprì gli occhi e guardò la parete polverosa.

Era apparso il termostato.

3

«Piantala!» gridò Mr Gray, e Jonesy rimase stupito da quanto quella voce gli fosse familiare; stava ascoltando la registrazione di uno dei suoi rari scatti d'ira (di solito provocati dal disordine delle camere dei figli). «Piantala! Devi smetterla!»

«Baciami le chiappe, bello», rispose Jonesy, sorridendo. Chissà quante volte i suoi figli avrebbero voluto potergli rispondere così quando lui cominciava a sbraitare. Poi gli venne un brutto pensiero. Probabilmente non avrebbe mai più visto l'interno della sua casa a due piani a Brookline, ma, se fosse accaduto, l'avrebbe visto con occhi che ora appartenevano a Mr Gray. La guancia che i figli baciavano (Punge, papà! diceva Misha) adesso sarebbe stata quella di Mr Gray. Le labbra che Carla avrebbe baciato sarebbero state di Mr Gray. E a letto, quando lei lo guidava dentro di sé....

Jonesy, rabbrividendo, allungò la mano verso il termostato... che era a 45 gradi. Il solo al mondo che salisse a quella temperatura, senza dubbio. Girò la manopola e, con sollievo, sentì subito una ventata d'aria fresca sulle guance. Levò la testa e vide che sulla parete, in alto, c'era una grata di aerazione.

«Ma come fai?» gridò Mr Gray. «Perché il tuo corpo non assimila il byrus? Come fai a essere lì dentro?»

Jonesy scoppiò a ridere. Non poteva proprio trattenersi.

«Finiscila», imprecò Mr Gray, con voce divenuta gelida. Era la voce che Jonesy aveva usato quando aveva dato a Carla l'ultimatum: o ti disintossichi o divorziamo. «Sono capace di fare ben altro. Posso bruciarti. O costringerti ad accecarti.»

Jonesy ricordò la biro che penetrava nell'occhio di Janas e sussultò. Però era ancora in grado di riconoscere un bluff. Sei l'ultimo della tua specie, e io il tuo solo emissario, pensò. Non vorrai distruggere troppo il veicolo di cui ti servi. Almeno non sino a quando la tua missione non sarà compiuta.

Si diresse alla porta, ammonendosi a stare attento...

«Mr Gray?» chiese a voce bassa.

Nessuna risposta.

«Mr Gray, che aspetto hai adesso? Che aspetto hai quando sei te stesso? Un po' meno grigio e un po' più rosa? Un paio di dita in più sulla mano? Qualche capello in testa? Qualche dito ai piedi e un accenno di testicoli?»

Nessuna risposta.

«Cominci ad assomigliarmi, Mr Gray? A pensare come me? Non ti piace, vero? Oppure sì?»

Ancora nessuna risposta. Jonesy capì che Mr Gray si era allontanato. Corse alla finestra e notò altri cambiamenti: alla parete erano appese un'incisione di Currier e Ives, una riproduzione di un Van Gogh - un regalo natalizio di Henry - e sulla scrivania c'era un soprammobile formato da otto palline oscillanti l'una contro l'altra. Jonesy non badò a queste cose. Voleva vedere che cosa stesse combinando Mr Gray.

4

Per prima cosa, il pickup era cambiato. Al posto del veicolo grigioverde, spartanamente militare, adesso c'era un Dodge Ram in versione di lusso, con sedili di velluto grigio, e un cruscotto super accessoriato. Sul vano portaoggetti era applicato un adesivo con la scritta I ♥ MY BORDER COLLIE. Il border collie in questione era accucciato sotto il sedile di destra, e dormiva. Era un maschio di nome Lad. Jonesy sapeva che, volendo, avrebbe potuto conoscere il nome del proprietario, e la sorte che aveva subito, ma non era il caso. A nord rispetto all'attuale posizione, al margine della strada, c'era il pickup dell'esercito, e lì vicino doveva trovarsi anche il conducente di questo veicolo. Jonesy non capiva come mai il cane fosse stato risparmiato.

Lad alzò la coda e scoreggiò. E allora comprese.

5

Scoprì che, guardando fuori della finestra dell'ufficio dei Tracker e concentrandosi, riusciva a vedere con i propri occhi. La neve cadeva più fitta che mai, ma, come il pickup militare, il Dodge aveva quattro ruote motrici e affrontava la neve con relativa facilità. Nella direzione opposta, si snodava una catena di fari: un convoglio militare diretto nella zona di Jefferson. Sul lato destro un cartello con i catarifrangenti diceva: DERRY PROSSIME 5 USCITE.

Erano passati gli spartineve del comune e la strada era in condizioni passabili, anche se in pratica non c'era traffico. Mr Gray aumentò la velocità raggiungendo i 60 all'ora. Superò tre uscite che Jonesy ricordava dai tempi dell'infanzia (KANSAS STREET, AEROPORTO, UPMILE HILL/STRAWFORD PARK), poi rallentò.

Di colpo, Jonesy ebbe l'impressione di capire.

Guardò le scatole che aveva portato in ufficio; alcune riguardavano Derry. Quelle erano state un ripensamento. Mr Gray riteneva di avere tutti i ricordi che gli occorrevano - le informazioni che gli occorrevano - ma se Jonesy aveva visto giusto riguardo alla destinazione, Mr Gray sarebbe stato amaramente sorpreso.

Un cartello verde annunciava: USCITA 25 - WITCHAM STREET. Azionò l'indicatore di direzione.

In cima alla rampa, svoltò a sinistra in Witcham Street, poi, dopo un chilometro, di nuovo a sinistra, in Carter Street. Era una via in salita, che portava a Upmile Hill e in Kansas Street, al lato opposto di quella che un tempo era un'altura boscosa. La strada non era stata sgomberata da ore, ma il pickup era in grado di procedere comunque.

A un certo punto Mr Gray svoltò di nuovo, questa volta in una stradina stretta chiamata Carter Lookout. Il Ram slittò, facendo un testa-coda. Lad alzò la testa, mugolò, e si riaccucciò mentre le ruote mordevano la neve rimettendo il veicolo in carreggiata.

Jonesy rimase alla finestra in attesa che Mr Gray scoprisse... be', che lo scoprisse.

In un primo momento Mr Gray non si sgomentò nel vedere che, alla sommità dell'altura, gli abbaglianti del pickup illuminavano il turbinio della neve. Era certo che gli sarebbe apparsa tra pochi secondi... tra pochi secondi avrebbe visto la torre bianca sovrastante Kansas Street, la torre con le finestre che salivano a spirale. Tra qualche secondo.

Ma non c'era più niente da attendere. Il Ram era arrivato alla sommità di quella che un tempo era chiamata Standpipe Hill, dove Carter Lookout, e altri tre vialetti analoghi, finivano in una rotonda. Erano arrivati al punto più alto di Derry. Il vento ululava come un indemoniato, la neve cadeva orizzontalmente, una tempesta di pugnali.

Mr Gray rimase impietrito. Le mani di Jonesy si staccarono dal volante, incollandosi ai fianchi. Infine mormorò: «Dov'è?»

Alzò la mano sinistra, trafficò con la maniglia e infine riuscì ad aprire. Allungò fuori una gamba, e, con le ginocchia di Jonesy, finì su un cumulo di neve, mentre il vento spalancava la portiera. Si rialzò e si portò davanti al pickup, la giacca svolazzante e le gambe dei jeans schioccanti come vele in una tempesta. La temperatura era di molto sotto lo zero (l'ufficio dei Tracker si era raffreddato nell'arco di pochi secondi), ma la nube rosso-nera che adesso aveva invaso gran parte del cervello di Jonesy e controllava il suo corpo non vi fece neppure caso.

«Dov'è?» gridò Mr Gray nella bocca ululante della bufera. «Dove cazzo è la torre?»

Jonesy non aveva alcun bisogno di urlare; Mr Gray, nonostante la bufera, avrebbe udito anche un sussurro.

«Ah, ah, ah, Mr Gray», disse. «Che ridere! Questa volta ti è andata buca. La torre è stata demolita nel 1985.»

6

Jonesy pensò che se Mr Gray fosse rimasto lì, immobile, avrebbe fatto una scenata degna di uno scolaretto capriccioso, buttandosi magari sulla neve e scalciando; nonostante i suoi strenui sforzi per impedirselo, Mr Gray stava adesso attingendo a piene mani alla riserva emotiva di Jonesy, ed era senza difese quanto un alcolizzato cui viene consegnata la chiave di un bar.

Anziché cedere alla collera, lanciò il corpo di Jonesy attraverso la rotonda, là dove, al posto della torre dell'acquedotto comunale che si aspettava di trovare c'era un piedistallo di pietra. Cadde nella neve, si rialzò barcollando, zoppicò in avanti, sforzando l'anca infortunata di Jonesy, sputando la litania di improperi infantili di Beaver: Cazzomarcio, Baciami le chiappe, Cagati nel cappello e mettitelo in testa. In bocca a Beaver (o a Henry e Pete) erano state divertenti. Qui, su questa collina abbandonata, urlate nella bufera da questo mostro barcollante che sembrava un essere umano, erano spaventose.

Mr Gray raggiunse infine il piedistallo che si stagliava nella luce dei fari. Era alto un metro e mezzo, costruito di quella pietra con cui erano stati eretti tanti muri del New England. Alla sommità c'erano due statue di bronzo, raffiguranti un bimbo e una bimba che si tenevano per mano, ed erano a capo chino, come se pregassero o fossero afflitti.

Il piedistallo era quasi interamente coperto dalla neve trascinata dal vento, ma la targa era ancora visibile. Mr Gray s'inginocchiò, la ripulì dalla neve e lesse:

ALLE VITTIME DELLA TEMPESTA

31 MAGGIO 1985

E AI BAMBINI

A TUTTI I BAMBINI

CON AFFETTO DA BILL, BEN, BEV, EDDIE, RICHIE, STAN, MIKE

IL CLUB DEI PERDENTI

Scritto in rosso, con una bomboletta, anch'esso ben visibile nella luce di fari, c'era un ulteriore messaggio:

PENNYWISE VIVE

7

Mr Gray contemplò la scritta per quasi cinque minuti, ignorando il crescente intorpidimento delle estremità di Jonesy. (E perché avrebbe dovuto curarsene? Jonesy era come un'auto a noleggio: la strapazzi quanto vuoi e spegni le cicche sul tappetino.) Stava cercando di capirci qualcosa. Tempesta? Bambini? Perdenti? Chi o che cosa era Pennywise? E soprattutto dov'era la torre dell'acquedotto, che, secondo i ricordi di Jonesy, doveva essere lì?

Infine si alzò, zoppicò sino al pickup e accese il riscaldamento. Nella ventata di aria calda, il corpo di Jonesy cominciò a tremare. Di lì a poco, Mr Gray si ripresentò alla porta chiusa dell'ufficio, esigendo una spiegazione.

«Perché sei così arrabbiato?» chiese Jonesy, pacato. Però sorrideva. Mr Gray l'aveva forse intuito? «T'aspettavi un aiuto da me? Insomma, amico... non conosco i dettagli, ma mi sono fatto un'idea generale del piano: tra una ventina d'anni, tutto il pianeta sarà una palla rossastra, no? Finiti i buchi nello strato di ozono, finita anche la gente.»

«Non fare il furbo con me! Non azzardarti!»

Jonesy soffocò la tentazione di scatenare in Mr Gray uno scoppio di collera. Non credeva che il suo sgradito ospite potesse sfondare la porta neppure in un accesso d'ira, però che senso aveva mettere alla prova quell'idea? Senza contare che Jonesy era emotivamente sfinito, aveva i nervi a fior di pelle e un sapore metallico in bocca.

«Come fa a non esserci?»

Mr Gray posò la mano al centro del volante. Il clacson strombazzò. Il collie Lad alzò la testa e guardò l'uomo al volante con occhi sgranati di paura. «Non mi puoi mentire! Ho preso i tuoi ricordi!»

«Be'... ne ho conservati alcuni. Hai presente?»

«Quali? Dimmelo.»

«E perché dovrei?» chiese Jonesy. «Tu cosa sei disposto a fare per me?»

Mr Gray tacque. Jonesy lo sentì consultare vari file. Poi, di colpo, nell'ufficio cominciarono a diffondersi degli odori che penetravano da sotto la porta e dalla grata d'aerazione. Erano i suoi aromi preferiti: pop-corn, caffè, la zuppa di pesce di sua madre. Lo stomaco cominciò a brontolare.

«Naturalmente non ti posso promettere la zuppa di pesce di tua madre», disse Mr Gray. «Ma ti darò da mangiare. Sei affamato, vero?»

«Avendo addosso uno come te che sfrutta il mio corpo e le mie emozioni, vorrei vedere che non lo fossi», rispose Jonesy.

«A sud di qui c'è un posto... Dysart's. Secondo te è aperto ventiquattr'ore al giorno, che è un modo per misurare il tempo. Oppure mi hai mentito anche su questo?»

«Non ho mai mentito», rispose Jonesy. «Come hai detto tu, non ne sono capace. Tu controlli tutto, hai i file della memoria, hai qualsiasi cosa, tranne quello che c'è qui dentro.»

«E lì dentro cosa c'è? Come può esserci uno spazio riservato?»

«Non so», disse Jonesy in tutta sincerità. «Come faccio a essere sicuro che mi darai da mangiare?»

«Perché devo farlo», rispose Mr Gray, e Jonesy capì che anche lui era sincero. Se ogni tanto non metti della benzina nel serbatoio, la macchina si ferma. «Ma se soddisfi la mia curiosità, ti darò delle cose che ti piacciono. Altrimenti...»

Gli odori cambiarono, trasformandosi nei penetranti tanfi vegetali dei broccoli e dei cavolini di Bruxelles.

«D'accordo, ti dirò quel che posso e da Dysart's prenderai pancake e bacon. Lì servono la prima colazione ventiquattr'ore su ventiquattro. Affare fatto?»

«Affare fatto. Apri la porta e ci stringeremo la mano.»

Jonesy si sorprese a sorridere: era il primo tentativo di Mr Gray di fare dello spirito, e non era neanche male. Diede un'occhiata al retrovisore e vide un identico sorriso sul volto che non era più suo. Questo era un po' inquietante.

«Magari lasciamo perdere la stretta di mano», disse.

«Racconta.»

«Sì, però ti avverto: se non mantieni la tua promessa non potrai mai più farne un'altra.»

«Lo terrò presente.»

In cima all'altura, il pickup ondeggiante leggermente sulle sospensioni, con i fari proiettanti coni di luce nella neve, Jonesy raccontò a Mr Gray quel che sapeva. Era il luogo perfetto per una storia da paura, pensò.

8

Il 1984 e il 1985 erano stati brutti anni per Derry. Nell'estate dell'84, tre ragazzi del luogo avevano buttato un gay nel Canal, uccidendolo. Nei dieci mesi che seguirono, alcuni bambini erano stati assassinati, apparentemente da uno psicopatico che talvolta si mascherava da clown.

«Chi è questo John Wayne Gacey?» chiese Mr Gray. «Era quello che ha ammazzato i bambini?»

«No, era un tizio del Midwest che agiva in modo analogo», rispose Jonesy. «Tu non capisci molti dei riferimenti e dei nessi creati dalla mia mente, vero? Ma nel posto da cui vieni tu non ci sono molti poeti.»

Mr Gray non disse nulla. Jonesy dubitò che sapesse che cos'era un poeta. O che gli importasse di saperlo.

«In ogni caso», continuò Jonesy, «l'ultimo brutto evento fu una tempesta inattesa e di estrema violenza. Colpì la zona il 31 maggio 1985. Morirono più di sessanta persone. La torre dell'acquedotto crollò. Rotolò lungo la collina e finì in Kansas Street.» Indicò a destra del pickup, dove c'era la scarpata.

«Oltre un milione di litri d'acqua si riversarono lungo Upmile Hill, finendo nel centro della cittadina, distruggendola. A quel tempo ero all'università. Stavo dando gli ultimi esami. Mio padre mi telefonò per dirmelo, ma io naturalmente lo sapevo già: era una notizia diffusa da tutti i mass media.»

Jonesy s'interruppe, si guardò attorno nell'ufficio che adesso era ben arredato (il suo subconscio vi aveva aggiunto un divano di casa sua e una poltrona che aveva visto su un catalogo del Museum of Modern Art, gran bell'oggetto, ma al di fuori delle sue possibilità) e accogliente... certo preferibile al mondo travolto dalla bufera in cui si trovava il corpo del suo usurpatore.

«Anche Henry era all'università. Ad Harvard. Pete se la spassava in California, vivendo da hippie. Beaver cercava di prendere una laurea breve in un college del Maine meridionale. Specializzandosi in hashish e videogame, come ebbe a dire in seguito.» Durante la grande tempesta, a Derry era rimasto solo Duddits... ma Jonesy si accorse di non voler pronunciare il suo nome.

Mr Gray non disse nulla, ma Jonesy sentì che era seccato. A lui interessava solo la torre. E il modo in cui Jonesy lo aveva ingannato.

«Senti, Mr Gray... se qui ci sono stati degli inganni, sei stato tu a volerteli. Qui ho solo alcune scatole relative a Derry, e le portate dentro mentre tu ammazzavi quel povero soldato.»

«I poveri soldati sono arrivati dal cielo sulle navi e hanno massacrato tutti quelli della mia specie che sono riusciti a trovare.»

«Risparmiami queste lamentele. Voi non siete certo venuti qui per abbonarci al Club del Libro Galattico.»

«Se così fosse stato, le cose sarebbero andate diversamente?»

«Risparmiami anche i 'se'», disse Jonesy. «Dopo quello che hai fatto a Pete e al soldato, non sono in vena di fare una discussione intellettuale con te.»

«Facciamo quel che dobbiamo fare.»

«Sarà, ma se ti aspetti il mio aiuto, sei matto.»

Il cane guardava Jonesy con crescente sconcerto, evidentemente non abituato a padroni che discutono animatamente con se stessi.

«La torre è crollata nel 1985 - sedici anni fa - ma tu hai rubato questo ricordo?»

«Be', sì, però non credo che vinceresti la causa se mi denunciassi per questo, visto che i ricordi erano miei.»

«Cos'altro hai rubato?»

«Questo è affar mio.»

Ci fu un colpo contro la portiera. Goditi la tua rabbia, pensò Jonesy.

Ma, a quanto pareva, Mr Gray si era allontanato.

«Mr Gray?» gridò Jonesy. «Non arrabbiarti troppo, mi raccomando!»

Jonesy immaginò che Mr Gray fosse partito alla ricerca di altre informazioni. La torre non c'era più, ma Derry esisteva ancora; ergo, la riserva d'acqua doveva essere in qualche altro posto. Jonesy sapeva dove fosse?

Jonesy lo ignorava. Ricordava vagamente che quell'estate, al ritorno dall'università, aveva bevuto molta acqua imbottigliata, ma questo era quanto. Poi era tornata l'acqua del rubinetto, ma che cos'era un particolare del genere per un ventunenne la cui massima preoccupazione era come togliere le mutandine a Mary Shratt? L'acqua era tornata e tu la bevevi. Non ti chiedevi da dove venisse: bastava che non ti facesse venire la diarrea.

Un senso di frustrazione da parte di Mr Gray? O se l'era solo immaginato? Jonesy sperava proprio di no.

9

Roberta Cavell si svegliò da un brutto sogno e guardò alla sua destra, aspettandosi di vedere solo il buio. Ma le confortanti cifre azzurre baluginavano ancora dalla sveglia sul comodino, e questo voleva dire che c'era ancora la corrente. Era un miracolo, considerata la forza del vento.

1.04, dicevano i numeri azzurri. Roberta accese la lampada sul comodino e bevve qualche sorso d'acqua. Era stato il vento a svegliarla? Il brutto sogno? Era brutto, eccome: alieni armati e gente che correva, ma lei non credeva che fosse stato quello.

Poi la forza del vento diminuì, consentendole di sentire ciò che l'aveva svegliata: la voce di Duddits dal pianterreno. Duddits che... cantava? Possibile? Le sembrava strano, dato che avevano passato un pomeriggio e una serata davvero terribili.

«Eaver oto!» per gran parte del tempo tra le due e le cinque. Beaver è morto! Duddits inconsolabile, e infine con un'emorragia al naso. Di queste, Roberta aveva paura. Quando Duddits cominciava a sanguinare, talvolta bisognava portarlo all'ospedale. Questa volta era riuscita a fermare il flusso infilando un batuffolo di cotone nelle narici e stringendo il naso in alto, tra gli occhi. Aveva chiamato il dottor Briscoe per chiedergli se poteva somministrargli un Valium, ma il medico era a Nassau, purtroppo. Lo sostituiva un altro dottore, uno sconosciuto che non aveva mai visitato Duddits in vita sua, e Roberta non si prese neppure la briga di telefonare. Diede il Valium al figlio, gli spalmò la pomata alla glicerina al sapore di limone sulle povere labbra secche e sulla mucosa della bocca, dove spesso gli venivano fessurazioni e piaghette. Avevano continuato a formarsi anche dopo la fine della chemio. E la chemio era finita. Nessuno dei medici l'avrebbe mai ammesso ufficialmente, e quindi il catetere era rimasto inserito, ma era finita. Roberta non poteva permettere che il figlio subisse ancora quell'inferno.

Dopo avergli dato il tranquillante, si era infilata a letto con lui, lo aveva stretto tra le braccia, e aveva cantato per lui. Non la ninna nanna di Beaver, però. Non oggi.

Infine si era quietato, e, quando lo aveva creduto addormentato, aveva delicatamente rimosso i batuffoli di cotone dalle narici. Il secondo si era leggermente incastrato, e gli occhi di Duddits si erano aperti, uno stupendo lampo verde. Gli occhi erano il suo dono, pensava talvolta Roberta, e non quell'altra faccenda... la visione della riga con gli annessi e connessi.

«Amma ?»

«Sì, Duddie.»

«Eaver in ielo?»

Provò un dolore immenso nel sentire quella domanda e nel ricordare l'assurdo giubbotto di pelle di Beaver, che a lui era tanto piaciuto da indossarlo sino a che non era cascato a brandelli. Se si fosse trattato di qualcun altro, a eccezione dei quattro amici d'infanzia, lei avrebbe dubitato della premonizione di Duddits. Ma se il figlio diceva che Beaver era morto, allora doveva quasi sicuramente esserlo.

«Sì, tesoro, sono certa che è in cielo. Adesso dormi.»

Gli occhi verdi l'avevano fissata ancora qualche istante, e lei aveva temuto che avrebbe ripreso a piangere. In effetti, una grande lacrima tonda gli scivolò lungo la guancia. Poi richiuse gli occhi e lei si allontanò in punta di piedi.

Al calar della sera, mentre gli preparava la pappa di avena (ormai vomitava tutti i cibi, anche quelli più leggeri, un altro segno dell'approssimarsi della fine), l'incubo ricominciò. Già spaventata per via delle strane notizie provenienti dalla zona di Jefferson, lei era corsa nella camera di Duddits con il cuore in tumulto. Il figlio era di nuovo seduto nel letto e scuoteva il capo in un infantile gesto di diniego. L'emorragia era ricominciata e le gocce di sangue spruzzavano tutto quello che lui aveva intorno.

Questa volta affermava che era morto Pete, il tenero (e non troppo sveglio) Peter Moore. Santo Cielo, che fosse vero? Tutto? In parte?

La seconda crisi isterica non era stata lunga come la prima, forse perché Duddits era esausto. Lei aveva frenato di nuovo l'emorragia e aveva rifatto il letto, trasferendo il figlio su una sedia accanto alla finestra. E lì era rimasto a contemplare la nevicata, talvolta singhiozzando, talvolta sospirando con affanno. La sola vista del figlio bastava a sconvolgerla: quant'era magro, quant'era pallido, quant'era calvo. Gli diede il berretto dei Red Sox con l'autografo del grande Pedro Martinez, pensando che avesse freddo alla testa per via della vicinanza alla finestra, ma Duddits non se lo infilò. Lo posò in grembo, continuando a fissare il buio con occhi sgranati e mesti.

Infine lo rimise a letto, dove gli occhi verdi del figlio riacquistarono quella terribile lucentezza morente.

«Ete in ielo ure?»

«Sono sicura di sì.» Roberta non voleva piangere - avrebbe potuto innescare di nuovo la crisi di Duddits - ma sentiva le lacrime affiorarle agli occhi.

«In ielo con Eaver?»

«Sì, tesoro.»

«Io in ielo con Ete e Eaver?»

«Sì, ci andrai. Certo. Ma tra molto tempo.»

Lui aveva chiuso gli occhi. Roberta era rimasta seduta accanto al letto, guardandosi le mani, sentendosi più triste e più sola che mai.

Adesso corse dabbasso e si accorse che, sì, stava cantando. Poiché parlava correntemente il duddiano (e perché no? Era bilingue da oltre trent'anni) non ebbe difficoltà a capire le parole: «Scooby-Dooby-Doo, where are you? C'è un lavoro da fare e una mano ci devi dare».

Entrò nella camera, senza sapere che cosa avrebbe trovato. Ma non quello che le si parò davanti agli occhi: le luci tutte accese, il figlio vestito di tutto punto. Aveva indossato i suoi calzoni preferiti di velluto a coste, il gilè imbottito sopra la maglietta, e il berretto dei Red Sox. Era seduto sulla sedia accanto alla finestra e guardava fuori. Adesso non aggrottava più la fronte né piangeva. Osservava con occhi vivaci, pieni di aspettativa, come ai tempi in cui...

Ma Roberta non riusciva a pensare. Era troppo agitata.

«Duddits! Duddie, cosa....»

«Amma! Dove etino?»

Mamma, dov'è il cestino?

«In cucina, però è notte. Sta nevicando! Non vorrai...»

Andare da qualche parte era la conclusione della frase, ma le rimase dentro. Gli occhi di Duddits erano così luminosi, così vivi. Forse avrebbe dovuto compiacersi di quella vivacità, che invece la terrorizzò.

«Ocoee etino! Enda!»

Ho bisogno del cestino con la merenda!

«No, Duddits.» Cercando di essere inflessibile. «Devi spogliarti e tornare a letto. Adesso ti do una mano.»

Ma quando lei si avvicinò, Duddits alzò le braccia e le incrociò sul petto, il palmo della mano destra sulla guancia sinistra, e quello sinistro sulla guancia destra. Sin dalla prima infanzia, quello era stato il suo massimo gesto di sfida. Di solito era più che sufficiente, e lo fu anche questa volta. Lei non voleva turbarlo, rischiando un'altra emorragia. Ma non gli avrebbe certo preparato una merenda da mettere nel cestino Scooby Doo all'una e un quarto del mattino. Assolutamente no.

Roberta indietreggiò verso il letto e sedette. Aveva freddo, nonostante il calore della stanza e la pesante camicia da notte. Duddits abbassò le braccia, guardandola sospettoso.

«Se vuoi, puoi stare alzato», disse. «Ma perché? Hai fatto un sogno? Un brutto sogno?»

Un sogno forse, ma non brutto, visto che aveva quell'espressione tesa, animata. Infine Roberta la riconobbe: era quella che aveva spesso negli anni Ottanta, in quegli anni felici prima che Henry, Pete, Beaver e Jonesy avessero imboccato ognuno la propria strada, diradando le visite nella corsa verso la vita adulta.

Era l'espressione che aveva avuto quando la sua speciale sensitività lo avvertiva dell'arrivo degli amici. Talvolta andavano insieme a Strawford Park, o nei Barrens (non avevano il permesso, ma lo facevano comunque, e una delle loro escursioni da quelle parti aveva portato tutti loro sulla prima pagina del giornale). Altre volte Alfie, o uno dei genitori dei ragazzi, li portava al minigolf o nel parco di divertimenti di Newport, e in quelle occasioni lei preparava sempre la merenda per Duddits e la metteva nel cestino Scooby Doo.

È convinto che i suoi amici siano in arrivo. Deve trattarsi di Henry e Jonesy, perché sostiene che Pete e Beav...

Di colpo le balenò un'immagine terribile. Vide se stessa aprire la porta alle tre del mattino, riluttante, ma costretta a farlo. E sulla soglia c'erano i morti anziché i vivi. C'erano Beaver e Pete, ridiventati fanciulli, ritornati ai tempi in cui avevano salvato Duddie da Dio sa quale orrendo scherzo. Beaver indossava il giubbotto da motociclista e Pete il maglione a collo alto di cui andava così fiero, quello con il logo della Nasa. Erano freddi e pallidi, gli occhi spenti, da cadavere. Beav faceva un passo avanti, senza sorridere, senza dar prova di riconoscerla. Tendeva una mano pallida e molliccia, ma appariva deciso. Siamo venuti a prendere Duddits, signora Cavell. Siamo morti, e ora lo è anche lui.

Roberta intrecciò le mani mentre un brivido la scuoteva dalla testa ai piedi. Duddits non se ne accorse; stava guardando fuori della finestra, il volto animato dall'attesa. E ricominciò a cantare.

10

«Mr Gray?»

Nessuna risposta. Jonesy era accanto alla porta di quello che adesso era decisamente il suo ufficio, sentendosi sempre più a disagio. Ma che cosa cercava quel bastardo?

«Mr Gray, dove sei?»

Anche questa volta, nessuna risposta, ma il ritorno di Mr Gray era nell'aria... e questa volta era felice. Quel figlio di puttana era felice.

Jonesy non era affatto contento.

«Senti», disse. La mano contro la porta, e adesso anche la fronte. «Ti faccio una proposta, amico... ormai sei quasi umano, perché non ti butti del tutto? Possiamo coesistere, e io ti farò un tour guidato. Il gelato è buono, la birra anche meglio. Che ne dici?»

Sospettò che Mr Gray fosse tentato di accettare, come solo una creatura essenzialmente informe potrebbe accettare l'offerta di qualcosa che invece ha una forma... uno scambio del tutto fiabesco.

Ma la tentazione non fu sufficiente.

Il motore del pickup venne acceso.

«Dove andiamo, amico? Sempre che riusciamo a scendere da Standpipe Hill?»

Nessuna risposta, ma solo l'inquietante sensazione che Mr Gray avesse cercato qualcosa... e l'avesse trovato.

Jonesy corse alla finestra in tempo per vedere i fari illuminare la base del monumento. La targa era di nuovo scomparsa sotto la neve, il che voleva dire che dovevano essersi attardati lì per un certo tempo.

Lentamente, cautamente, il Dodge Ram affrontò la discesa.

Venti minuti dopo erano in autostrada, di nuovo diretti a sud.

CAPITOLO DICIASSETTE

EROI

1

Henry era caduto in un sonno così profondo che Owen non riuscì a svegliarlo chiamandolo. Allora lo contattò con la mente, scoprendo che, invaso com'era dal byrus, gli riusciva facile comunicare in questo modo. Adesso gli cresceva su tre dita della mano destra e gli aveva praticamente intasato il padiglione dell'orecchio sinistro. Aveva perso anche un paio di denti, anche se nulla, al momento, sembrava crescere nelle orbite.

Kurtz e Freddy non erano stati intaccati, grazie al superiore istinto del capo, ma i sopravvissuti della missione alla nave aliena, Owen e Joe Blakey e i loro uomini, erano formicolanti di byrus. Dopo aver parlato con Henry nella rimessa, Owen aveva sentito le voci dei suoi compagni, che comunicavano tra di loro attraverso un vuoto prima insospettato. Per il momento tacevano tutti sull'infezione, come faceva lui stesso, aiutati anche da pesanti indumenti invernali. Ma questo stato di cose non poteva durare molto a lungo, e nessuno sapeva che cosa fare.

Sotto questo aspetto, Owen si riteneva fortunato. Aveva, quantomeno, un compito da affrontare.

Restò dietro alla rimessa, fumò un'altra sigaretta di cui non aveva alcuna voglia, e cercò Henry, che stava scendendo lungo una scarpata coperta di arbusti. In cima echeggiava lo strepito dei ragazzini che giocavano a palla. Anche Henry era un ragazzino, e chiamava qualcuno... Janey? Jolie? Poco importava. Stava sognando, mentre Owen aveva bisogno di lui nel mondo reale. Gli aveva permesso di dormire il più a lungo possibile, ma se volevano lanciarsi in quell'impresa, dovevano mettersi in pista subito.

Henry, chiamò.

Il ragazzino si girò, sorpreso. Con lui ce n'erano degli altri... tre, no, quattro, uno dei quali stava scrutando nell'imboccatura di un qualche genere di condotto. Le figure erano indistinte, difficili da individuare, ma a Owen poco importava. A lui serviva solo Henry, ma non in questa versione foruncolosa, stupefatta. Voleva l'Henry adulto.

Henry, svegliati.

No, è lì dentro. Dobbiamo tirarla fuori. Dobbiamo...

Non me ne frega un cazzo di questa ragazza, chiunque sia. Svegliati.

No, io...

Henry, è ora che ti svegli. Svegliati,

2

cazzo!

Henry si mise a sedere, senza fiato, senza sapere precisamente chi era e dov'era. Ma c'era di peggio: non sapeva che età aveva. Diciotto anni, o trentotto, o un'età intermedia? Sentiva l'odore dell'erba, il rumore di una mazza che colpisce la palla (mazza da softball; era una squadra di ragazze, ragazze con la gonna gialla), e sentiva Pete gridare: «È qui dentro! È qui dentro!»

«Pete ha visto la riga», mormorò Henry, senza sapere esattamente che cosa stesse dicendo. Il sogno stava svanendo, le sue vivide immagini rimpiazzate da qualcosa di oscuro. Qualcosa che doveva fare, o tentare di fare. Sentì l'odore di fieno, l'aroma acre della canna.

Signore, è in grado di aiutarci?

Grandi occhi da cerbiatta. Marsha: ecco il suo nome. Adesso tutto era a fuoco. Forse no, le aveva risposto, ma forse sì.

Svegliati, Henry! È un quarto alle quattro, l'ora di darsi una mossa.

Quella voce era più forte e più vicina delle altre; come sparata da un auricolare. La voce di Owen Underhill. Lui era Henry Devlin. E se dovevano buttarsi in quell'impresa, dovevano farlo subito.

Henry si alzò, trafitto da dolori alle gambe, alla schiena, alle spalle, al collo. E dal prurito del byrus in avanzata. Muovendo il primo passo verso la finestra, gli parve di avere cent'anni, poi si corresse: centodieci.

3

Owen vide la sagoma dirigersi verso la finestra e annuì, sollevato. Henry si muoveva a fatica, ma lui aveva qualcosa che lo avrebbe rimesso in sesto, almeno temporaneamente. Dall'infermeria, così trafficata che nessuno aveva visto le sue mosse, aveva preso una cosa, parandosi la mente con due mantra apprese da Henry: Ancora cinque chilometri, ancora quattro chilometri, e Dai che ce la fai, dai che ce la fai. Per il momento funzionavano: si era beccato qualche occhiata perplessa, ma nulla di più. Anche il tempo giocava a loro favore: la tormenta non si era placata.

Adesso vedeva il volto di Henry alla finestra, una chiazza biancastra rivolta verso di lui.

Non so se ce la faccio, segnalò Henry. Riesco a stento a camminare.

Ti posso dare una mano. Scostati dalla finestra.

Henry obbedì senza contestare.

In una tasca del piumino Owen aveva un astuccio di metallo in cui teneva i suoi vari documenti d'identificazione. Era, ironia della sorte, un regalo di Kurtz dopo la missione a Santo Domingo dell'anno precedente. Nell'altra tasca c'erano tre sassi che aveva raccolto sotto il suo stesso elicottero, dove la neve non si era ancora accumulata.

Ne prese uno - un pezzo di granito di rispettabili dimensioni - poi si bloccò, stupefatto dall'immagine che gli balenò alla mente. Mac Cavanaugh, il tizio che aveva perso due dita nella missione contro la nave aliena, era all'interno di una roulotte dell'installazione. Con lui c'era Frank Bellson del Blue Boy 3 di Blakey, l'altro elicottero che era rientrato alla base. Posata a terra, una potente torcia era accesa rivolta verso l'alto, come una candela, e illuminava tutto l'ambiente. Succedeva adesso, a centocinquanta metri da dove si trovava Owen con un sasso in una mano e l'astuccio nell'altra. Cavanaugh e Bellson erano seduti sul pavimento della roulotte. Entrambi sembravano avere lunghe barbe rossicce. Fluenti filamenti sbucavano dalle fasciature delle dita tranciate di Cavanaugh. I due avevano le canne delle pistole d'ordinanza in bocca. Gli occhi erano in contatto. E così pure le loro menti. Bellson stava contando: Cinque... quattro... tre...

«No, ragazzi!» gridò Owen, ma capì che non l'avevano sentito; il loro contatto era troppo forte, cementato da una salda decisione. Sarebbero stati i primi del contingente di Kurtz a compiere questo gesto; Owen era convinto che non sarebbero stati gli ultimi.

Owen? Era Henry. Owen, cosa...

Poi si inserì nella visione di Owen e tacque, inorridito.

... due... uno.

Due spari, soffocati dall'ululato del vento e dai quattro generatori. Due spruzzi di sangue e materia cerebrale apparsi come per magia sopra le teste di Cavanaugh e Bellson. Owen ed Henry videro il piede sinistro di Cavanaugh lanciare un ultimo calcio. Che colpì la torcia permettendo loro di vedere i volti infestati dal byrus dei due soldati. Poi, mentre la torcia rotolava sul pavimento della roulotte, l'immagine fu risucchiata come quella di un televisore cui viene staccata la spina.

«Cristo», sussurrò Owen. «Cristo santo.»

Henry ricomparve dietro i vetri. Owen gli fece cenno di scostarsi, poi tirò il sasso. Il primo lancio mancò il bersaglio, finendo a lato della finestra. Ci riprovò, e questa volta infranse il vetro.

C'è posta per te, Henry. Adesso arriva.

Lanciò l'astuccio nel varco.

4

Rimbalzò sul pavimento della rimessa. Henry lo raccolse e lo aprì. Conteneva quattro piccoli involti di carta d'alluminio.

Cosa sono ?

Razzi tascabili, comunicò Owen. In che condizioni è il tuo cuore?

Buone, a quanto mi risulta.

Bene, perché la cocaina è come il Valium, in confronto a questa roba. Ce ne sono due in ogni pacchetto. Prendine tre. Tieni di riserva il resto.

Non ho acqua.

Masticale, caro... hai ancora qualche dente, no?

Le pillole erano bianche, senza una scritta che ne indicasse il produttore, e amarissime. Nell'inghiottirle, per poco non ebbe un conato di vomito.

L'effetto fu quasi istantaneo. Il battito cardiaco raddoppiò. E, quando Henry tornò alla finestra, triplicò. Gli occhi sembravano schizzargli dalle orbite a ogni pulsazione. Ma quest'esperienza, lungi dal turbarlo, gli parve piacevole. Il sonno e i dolori sembravano svaniti.

«Ehi!» gridò. «Popeye dovrebbe provare qualche lattina di questa roba!» E rise, sia perché parlare gli sembrava così strano - quasi arcaico - sia perché si sentiva così in forma.

Non vomitarle, mi raccomando.

Okay! OKAY!

Persino i suoi pensieri sembravano aver acquisito maggior lucidità, maggior forza, ed Henry non credeva fosse solo uno scherzo della sua immaginazione. Vide Owen che si portava la mano alla testa, come se qualcuno gli avesse urlato nell'orecchio.

Scusa, gli comunicò.

Non ti preoccupare. Solo che i tuoi segnali sono molto forti. Devi essere letteralmente coperto da quella merda.

A dire il vero, no, rispose Henry. Gli tornò alla mente un frammento del sogno: loro quattro su quella scarpata. No, erano cinque, perché anche Duddits era con loro.

Henry... ti ricordi dove mi farò trovare?

All'estremità sud-occidentale. Nel punto diagonalmente opposto alla stalla. Ma...

Non ci sono ma che tengano. Io sarò lì. Se vuoi andartene di qui, presentati all'appuntamento. Sono... Owen consultò l'orologio. Se funzionava ancora, doveva avere una carica meccanica, pensò Henry... le quattro meno due minuti. Ti do una mezz'ora, poi, se quelli della stalla non si sono dati una mossa, provoco un corto circuito nella recinzione.

Mezz'ora potrebbe non bastare, protestò Henry. Benché fosse immobile, stava ansando, come se stesse correndo.

Deve bastarti. La recinzione è dotata di sistema d'allarme. Entreranno in azione le sirene. Ti do cinque minuti dopo lo scoppio del casino generale - conta fino a trecento - e, se non ti fai vivo, io me la batto.

Senza di me non riuscirai a trovare Jonesy.

Questo non vuol dire che devo restare qui a morire con te, Henry. Con pazienza, come se si rivolgesse a un bimbetto. Se non ti presenti entro cinque minuti nessuno di noi avrà scampo.

Quei due uomini che si sono appena suicidati... non sono i soli che hanno perso la testa.

Lo so.

Henry ebbe una rapida visione di uno scuolabus ai cui finestrini erano affacciati una quarantina di teschi ghignanti. Capì che erano i compagni di Owen Underhill. Quelli arrivati il giorno prima. Uomini morenti o già morti.

Non ti preoccupare di loro, rispose Owen. Adesso dobbiamo pensare al gruppo di Kurtz. Specie quelli dell'Imperial Valley. Se davvero esistono, sta' pur certo che eseguiranno gli ordini e che saranno persone ben addestrate. E l'addestramento ha sempre la meglio sulla confusione. Se resti qui, ti manderanno arrosto. Cinque minuti. Conta sino a trecento.

La logica di Owen era dura e inconfutabile.

D'accordo, comunicò Henry. Cinque minuti.

Quest'impresa non dovrebbe essere affar tuo, gli disse Owen, e quel pensiero era gravido di emozioni: frustrazione, senso di colpa, l'inevitabile paura... e, nella fattispecie, non la paura di morire ma di fallire. Se ciò che dici è vero, tutto dipende dal fatto di uscire puliti di qui. Forse per te mettere tutto il mondo a repentaglio per qualche centinaio di poveracci in una stalla...

Non è così che agirebbe il tuo capo, vero?

Owen non inviò delle parole in risposta, ma una sorta di fumetto. Poi, ancor più forte dell'incessante ululare del vento, fece una gran risata.

Hai toccato la leva giusta in me, bello.

Li costringerò a muoversi. Quando si tratta di fornire motivazioni, sono un drago.

So che ci proverai. Henry non riusciva a vedere il volto di Owen, ma intuì che stava sorridendo. Poi parlò ad alta voce: «E dopo? Ripetimelo».

Perché?

«Forse perché anche i soldati hanno bisogno di motivazioni, specie quando escono dal seminato. E lascia perdere la telepatia. .. voglio che tu me lo dica a chiare lettere.»

Henry guardò l'uomo all'altro lato della recinzione e affermò: «Dopo saremo degli eroi. Non perché lo desideriamo, ma solo perché non abbiamo altra scelta».

Owen annuì. E sorrise. «Perché no?» disse. «Cazzo, perché no?»

Nella sua mente Henry vide risplendere l'immagine di un bimbetto con un piatto sollevato sopra il capo. L'uomo di oggi voleva che il bimbo posasse il piatto, quel piatto che lo aveva perseguitato per anni e che sarebbe per sempre rimasto rotto.

5

Privo di un mondo onirico sin dall'infanzia e quindi squilibrato, Kurtz si svegliò come al solito: passando dal nulla allo stato di veglia assoluto e perfettamente conscio. Vivo, alleluia, e ancora in sella. Si girò per guardare la sveglia, ma quel coso, nonostante la custodia antimagnetica, lampeggiava segnando 12-12-12, come un balbuziente incagliato in una parola. Accese la lampada sul comodino e guardò l'orologio da tasca. Quattro e otto.

Kurtz posò l'orologio e si alzò. La prima cosa che notò fu il vento, ancora ululante come un branco di lupi. La seconda fu che il chiacchiericcio nella sua testa era completamente cessato. La telepatia era sparita, e questo gli fece piacere. Era una qualità che lo infastidiva profondamente, come lo infastidivano certe abitudini sessuali. L'idea che qualcuno potesse entrare nella sua testa e perlustrare i livelli superficiali della sua mente... era stata orribile. Quel disgustoso dono era, di per sé, una ragione sufficiente per far fuori i grigi. Grazie a Dio si era rivelato effimero.

Kurtz si tolse i boxer e rimase nudo davanti allo specchio, contemplandosi dalla punta dei piedi (dove si cominciavano a vedere le prime ramificazioni di vene violacee) alla cima della testa irta di capelli ingrigiti e spettinati. Aveva sessant'anni, ma non era malconcio: la cosa peggiore erano quelle vene gonfie. Aveva anche un rispettabile attributo, ma non ne aveva mai fatto grande uso; le donne, perlopiù, erano creature schifose, incapaci di lealtà. Sfinivano gli uomini. Nel segreto del suo cuore malsano, dove perfino la sua follia era ben stirata e inamidata ed essenzialmente poco interessante, Kurtz riteneva che il sesso fosse Fss. Anche se veniva praticato a fini procreativi, il risultato di solito era una sorta di tumore provvisto di cervello, non tanto diverso dalle creature donnolesche.

Abbassò di nuovo gli occhi alla ricerca di una qualche macchiolina rossastra. Nulla. Si girò cercando di controllare anche la schiena, e non vide nulla. Divaricò le natiche, s'infilò un dito nell'ano, e trovò solo carne.

«Sono pulito», disse a bassa voce lavandosi le mani.

S'infilò di nuovo i boxer, poi sedette per mettersi i calzini. Puliti, grazie a Dio, puliti. Bella parola, «pulito». La sgradevole sensazione della telepatia - simile al contatto con una pelle sudaticcia - era svanita. Aveva controllato anche la lingua e le gengive, e non aveva trovato tracce del Ripley.

E allora che cosa l'aveva destato? Perché nella testa sentiva suonare campanelli d'allarme?

Perché la telepatia non era la sola forma di percezione extrasensoriale. Perché molto prima che i grigi sapessero che c'era un posto chiamato Terra in questo scaffale polveroso e negletto della grande biblioteca spaziale, era esistita una cosetta chiamata «istinto», tipica dell'Homo sapiens in uniforme.

«Il presentimento», congetturò Kurtz, «il buon vecchio presentimento.»

S'infilò i calzoni. Poi prese il walkie-talkie che era sul comodino accanto all'orologio (erano le quattro e sedici, e il tempo sembrava schizzare via, come un'auto senza freni lungo una discesa). Era un apparecchio speciale, presumibilmente immune da qualsiasi interferenza... ma un'occhiata all'orologio digitale a prova di bomba gli ricordò che non esisteva nessun'attrezzatura al riparo da tutto.

Premette il pulsante INVIO due volte. Freddy Johnson rispose quasi subito, con voce non troppo impastata di sonno... però, adesso che c'era un'emergenza, Kurtz si ritrovò a rimpiangere Owen Underhill. Owen, Owen, pensò, perché dovevi deragliare proprio nel momento in cui ho molto bisogno di te?

«Capo?»

«Anticipo l'operazione Imperial Valley alle sei. Imperial Valley alle sei.»

Gli toccò sentire una serie di frescacce che Owen non avrebbe detto neppure nei suoi momenti peggiori. Concesse a Freddy quaranta secondi prima di dirgli: «Chiudi la ciabatta, figlio di puttana».

Silenzio scioccato.

«Qui bolle qualcosa in pentola. Non so cosa, ma mi sono svegliato con un campanello d'allarme in testa. Ora, il vostro gruppo l'ho costituito per una ragione precisa, e se vuoi ancora essere al mondo entro stasera, è meglio che tu li faccia entrare in azione. Di' alla Gallagher che si tenga pronta. Ricevuto, Freddy?»

«Ricevuto, capo. C'è una cosa che deve sapere: a quanto mi risulta, ci sono stati quattro suicidi. Potrebbero essere di più.»

Kurtz non fu né sorpreso né dispiaciuto. In certe circostanze, il suicidio non solo era accettabile, ma addirittura nobile... il gesto finale di un vero gentiluomo.

«Quelli degli elicotteri?»

«Affermativo.»

«Nessuno dell'Imperial Valley?»

«No, capo.»

«Bene. All'opera, e a gran velocità. Guai in vista. Non so cosa sia, ma me lo sento addosso. Un gran casino.»

Kurtz posò il walkie sul comodino e continuò a vestirsi. Avrebbe voluto un'altra sigaretta, ma le aveva finite tutte.

6

Un tempo nella stalla di Gosselin c'era stata una bella mandria di vacche da latte, e, sebbene l'interno allo stato attuale non avrebbe certo superato un'ispezione dell'ufficio d'igiene, l'edificio, nel suo insieme, era ancora in buone condizioni. I soldati avevano sistemato alcune file di lampadine forti che illuminavano i box, le mungitrici, le rastrelliere e le greppie. Avevano anche installato delle stufe elettriche, e adesso l'interno pulsava di un calore quasi febbrile. Appena entrato, Henry abbassò la lampo del giaccone, ma sentì comunque il sudore affiorargli al volto. Immaginò che le pillole di Owen non fossero estranee a questa sensazione: ne aveva presa un'altra prima di entrare nella stalla.

Guardandosi intorno, il suo primo pensiero corse ai vari campi profughi che aveva visto: i serbi bosniaci in Macedonia, i ribelli haitiani dopo l'arrivo dei marines a Port-au-Prince, gli africani fuggiti dai loro paesi per via della carestia, delle malattie, della guerra civile. Ti abituavi a vedere scene del genere alla televisione, ma erano immagini di luoghi remoti che contemplavi con un orrore non immune da un certo distacco. Ma questo non era un luogo cui avevi accesso solo presentando il passaporto: questa era una stalla nel New England. La gente lì ammassata non era coperta di stracci, ma indossava giacche a vento, o piumini, o pantaloni color kaki con tasconi sulle gambe (utilissimi per le cartucce di scorta), biancheria firmata Fruit of the Loom. L'aspetto però era identico. La sola differenza era l'espressione sorpresa ancora dipinta sui loro volti. Era impensabile che questo succedesse in quell'isola felice che era la loro patria.

Il pavimento era praticamente coperto di internati distesi, che avevano cosparso il fieno, coprendolo poi con i giacconi. Dormivano riuniti in gruppetti, o in nuclei famigliali. Altri si erano piazzati sulla piattaforma del fienile. Lì dentro si faceva un gran russare e un gran gemere e gorgogliare, come avviene durante un sonno agitato. Un bimbo piangeva. E c'era musica in filodiffusione, che a Henry parve l'estremo tocco di bizzarria. In quel momento i condannati riuniti nella stalla del vecchio Gosselin stavano ascoltando l'orchestra di Fred Waring che suonava Some Enchanted Evening.

Caricato com'era, tutto gli apparve con scintillante chiarezza. Tutte quelle giacche e quei berretti arancione! pensò. È la notte di Halloween all'inferno!

C'era anche una discreta quantità di roba rossastra. Henry la individuò su guance, orecchie, dita; la vide anche diffusa a chiazze sulle travi e sui fili elettrici. L'odore dominante era quello del fieno, ma Henry fiutò anche il sentore di alcol e zolfo. Oltre a russare, si faceva un gran scoreggiare... sembrava di trovarsi in presenza di sei o sette principianti che soffiavano senza pietà in trombe o sassofoni. In altre circostanze, sarebbe sembrato divertente... anche qui, del resto, ma solo a chi non avesse visto la creatura donnolesca dimenarsi e soffiare sul letto zuppo di sangue di Jonesy.

Quanti di loro hanno in corpo queste creature? si chiese Henry. La risposta era irrilevante, perché quelle donnole, alla fin fine, erano innocue. Forse avrebbero potuto sopravvivere fuori degli organismi ospiti qui, in questa stalla, ma nella rigida temperatura esterna, nell'infuriare della tempesta, non ce l'avrebbero fatta.

Doveva parlare a queste persone...

No, era inesatto. Doveva tentare di spaventarle a morte. Doveva smuoverle a dispetto del caldo all'interno e del freddo all'esterno. Un tempo, qui c'erano state delle mucche; e ora c'erano di nuovo delle mucche. Doveva ritrasformarle in esseri umani, esseri umani spaventati e irati. Avrebbe potuto farlo, ma non da solo. E il tempo volava. Owen gli aveva dato mezz'ora. Henry calcolò di aver già bruciato un terzo del tempo concessogli.

Mi occorre un megafono, pensò. Questo è il primo passo.

Si guardò attorno, individuò un tizio stempiato e corpulento che dormiva accanto alla porta che dava nell'area destinata alla mungitura. Si avvicinò per guardarlo meglio. Gli pareva che fosse uno dei tizi che aveva scacciato dalla rimessa, ma non ne era sicuro. Quando si trattava di cacciatori, si assomigliavano tutti.

Ma era davvero Charles, e il byrus stava ricoprendo quello che senza dubbio l'interessato definiva il suo «plesso sessuosolare».

Charles era un buon soggetto; meglio ancora era Marsha, che dormiva nei pressi, stringendo la mano di Darren, il signor Mega-canna-di-Newton. Il byrus aveva invaso una delle levigate guance della donna. Il marito era ancora pulito, ma il cognato - Bill? - era tutto infestato. La miglior performance, pensò Henry.

S'inginocchiò accanto a Bill, gli prese la mano punteggiata di rosso, e comunicò con lui attraverso l'intricata giungla dei suoi brutti sogni. Svegliati, Bill. Sveglia, sveglia. Dobbiamo uscire di qui. E con il tuo aiuto ce la faremo. Svegliati, Bill.

Svegliati e fai l'eroe.

7

Avvenne con una rapidità esaltante.

Henry sentì la mente di Bill accostarsi alla sua, uscendo incerta dagli incubi che l'avevano imprigionata, tendendosi verso Henry come un nuotatore in pericolo si rivolgerebbe al bagnino venuto in suo soccorso. Le menti si unirono come due vagoni ferroviari collegati da un accoppiatore.

Non parlare, non provarci neppure, gli disse Henry. Abbiamo bisogno di Marsha e Charles. Noi quattro dovremmo bastare.

Cosa...

Non c'è tempo, Billy. In azione.

Bill prese la mano della cognata Marsha, che aprì immediatamente gli occhi, come se aspettasse quel momento. Non era infestata quanto Bill, ma forse era più dotata in partenza. Prese la mano di Charles senza far domande. Henry sospettava che lei avesse già intuito la situazione, e sapesse che cosa bisognava fare. Per fortuna, aveva capito anche che bisognava agire in fretta. Avrebbero bombardato questa gente, spingendola all'azione.

Charles si drizzò a sedere di scatto, gli occhi fuori dalle orbite. Adesso tutti e quattro erano in piedi, le mani unite come i partecipanti a una seduta spiritica... cosa non tanto lontana dal vero, pensò Henry.

Fidatevi di me, disse. E quelli obbedirono. Era come avere in mano una bacchetta magica.

ASCOLTATEMI, li esortò.

Alcune teste si levarono; alcuni si misero a sedere destandosi di colpo, come sotto l'effetto di una scossa elettrica.

ASCOLTATEMI E APPOGGIATEMI... AVETE CAPITO? APPOGGIATEMI! È LA VOSTRA UNICA POSSIBILITÀ!

Lo fecero istintivamente, così come ci si unisce a un applauso o si fischia un motivo. Se Henry avesse dato loro tempo di pensare, probabilmente l'impresa sarebbe stata più difficile, forse addirittura impossibile. Aveva colto gran parte di loro nel sonno, e quelli già infetti, quelli in preda alla telepatia, erano nel giusto stato d'animo.

Agendo d'istinto, Henry inviò una serie d'immagini: soldati muniti di maschera intorno alla stalla, gran parte armati, altri con serbatoi a spalla collegati a tubi. Forgiò i volti dei militari in modo da farli sembrare simboli di crudeltà. Rispondendo a un ordine, i tubi cominciarono a erogare rivoli di fuoco liquido: napalm. I fianchi e il tetto della stalla presero subito fuoco.

Henry passò all'interno della stalla, inviando immagini di persone urlanti e vagolanti. Il fuoco liquido gocciolava dai varchi del tetto in fiamme, incendiando il fieno. Ecco un uomo con i capelli che bruciavano; ecco una donna trasformata in torcia umana dal giaccone che ardeva.

Adesso stavano tutti guardando Henry e i suoi tre compagni. Solo chi era infetto riceveva le immagini, ma ormai la loro percentuale era del sessanta per cento, e anche chi non era in contatto telepatico era ormai in preda al panico.

Stringendo forte la mano di Bill e quella di Marsha, Henry spostò di nuovo l'inquadratura all'esterno. Fuoco; soldati; una voce amplificata dal megafono gridava ai militari di assicurarsi che nessuno uscisse vivo.

Gli internati adesso erano tutti in piedi e vociavano con tono spaventato (tranne quelli affetti da telepatia ad alto livello, che si limitavano a guardarlo con occhi spiritati). Henry mostrò loro la stalla che bruciava come una torcia nella notte nevosa, mentre il vento trasformava tutto in un inferno divorante ed esplosivo, e il napalm continuava a scorrere e la voce amplificata a gridare: «Ecco, beccateli tutti, che nessuno scappi, loro sono il cancro e noi la cura!»

Scatenata freneticamente l'immaginazione dei prigionieri, Henry inviò immagini dei pochi che riuscivano a trovare le uscite o a saltare dalle finestre. Molti erano in fiamme. C'era una donna con un bambino in braccio. I soldati abbatterono tutti a colpi di mitragliatrice, tranne la donna e il bimbo, che vennero bruciati con il napalm.

«No!» gridarono svariate donne all'unisono, ed Henry, con una sorta di malsano stupore, si accorse che tutte, anche quelle senza figli, avevano attribuito alla donna bruciata il loro aspetto.

Adesso tutti si muovevano in cerchio, come mucche sorprese da un temporale. Doveva spingerli all'azione prima che avessero l'occasione di ripensarci.

Facendo appello alla forza di tutte le menti collegate alla sua, Henry trasmise un'immagine del negozio.

ECCO! È LA VOSTRA UNICA POSSIBILITÀ! SE POTETE, ARRIVATE AL NEGOZIO, INFRANGETE IL RECINTO SE LA PORTA È BLOCCATA! NON ESITATE, NON FERMATEVI! RIPARATE NEI BOSCHI! NASCONDETEVI! STANNO PER BRUCIARE QUESTO POSTO CON TUTTI QUELLI CHE VI SONO DENTRO! I BOSCHI SONO LA SOLA POSSIBILITÀ DI SALVEZZA! FUORI! ADESSO!

Nei recessi della propria immaginazione, impasticcato dai farmaci di Owen, si rendeva appena conto di aver cominciato a cantilenare ad alta voce: «Adesso, adesso, adesso».

Marsha Chiles si unì a lui, seguita dal cognato e da Charles.

«Adesso! Adesso! Adesso!»

Benché immune dal byrus, e quindi al riparo dalla telepatia, Darren fu contagiato da quella sensazione collettiva.

«Adesso! Adesso! Adesso!»

Volò da persona a persona, da gruppo a gruppo, più infettivo del byrus. «Adesso! Adesso! Adesso!»

La stalla vibrava. I pugni erano levati, come a un concerto rock.

«Adesso! Adesso! Adesso!»

Henry lasciò che il boato crescesse, levando e agitando il pugno a sua volta, pur sapendo che non avrebbe dovuto lasciarsi travolgere da quel ciclone che lui stesso aveva generato: quando loro sarebbero fuggiti a nord, lui sarebbe dovuto andare a sud. Aspettava solo che si arrivasse a un punto di non ritorno, il punto di autocombustione.

Arrivò.

«Adesso», sussurrò.

Riunì le menti di Marsha, di Bill, di Charles... e di coloro che erano particolarmente ricettivi. Le fuse insieme, poi lanciò la parola d'ordine nelle teste dei trecentodiciassette individui riniti nella stalla di Gosselin:

ADESSO!

Ci fu un attimo di assoluto silenzio prima che si spalancassero le porte dell'inferno.

8

Poco prima dell'imbrunire, intorno alla recinzione era stata sistemata una dozzina di garitte (in realtà si trattava di toilette portatili da cui erano stati rimossi i water). Erano dotate di riscaldamento, che intontiva le due guardie all'interno di ciascuna di esse, togliendo loro ogni voglia di mettere il naso fuori. Ogni tanto qualcuno apriva lo sportello per far entrare un soffio d'aria fresca, ma nulla di più. In gran parte le guardie erano soldati ordinali che non avevano un'idea precisa della situazione, e perlopiù avevano ingannato il tempo cianciando di sesso, di auto, di sesso, delle loro famiglie, del loro futuro, di sesso, di sbronze e di sesso. Non avevano notato le due visite di Owen Underhill alla rimessa (sarebbe stato chiaramente visibile dalle garitte 9 e 10) e furono gli ultimi a capire che si trovavano di fronte a una vera e propria rivolta.

Altri sette soldati, ragazzi che erano stati un po' più a lungo con Kurtz e quindi erano più stagionati, stavano giocando a teresina vicino alla stufa, in quello stesso retrobottega in cui Owen, secoli prima, aveva fatto ascoltare a Kurtz le registrazioni degli alieni. Sei erano di guardia. Il settimo era Gene Cambry, il collega di Dawg Brodsky. Cambry non era riuscito a prendere sonno. La ragione dell'insonnia era celata da una polsiera di cotone elasticizzato. Non sapeva quanto quel rimedio sarebbe servito perché la roba rossastra sul polso cominciava a diffondersi. Se non fosse stato attento, qualcuno l'avrebbe notata... e, anziché giocare a carte nel retrobottega, si sarebbe potuto ritrovare nella stalla con gli internati.

Era forse il solo? Ray Parsons aveva una grossa compressa di garza su un orecchio. Diceva di aver mal d'orecchie, ma chissà? Ted Trezewski aveva una benda sull'avambraccio e sosteneva di essersi tagliato installando il filo spinato. Poteva anche essere vero. George Udall, in tempi più normali superiore gerarchico di Dawg, portava sul cranio pelato un berretto a maglia che gli dava l'aria di un rapper bianco di mezza età. Forse sotto il berretto non c'era altro che la pelata, ma qui dentro faceva un po' troppo caldo per un simile accessorio, no? Specie se di maglia.

«Punta», disse Howie Everett.

«Chiamo», replicò Danny O'Brian.

Cambry li sentì appena. Nella sua mente emerse l'immagine di una donna con un bambino in braccio. Mentre avanzava a fatica nel recinto, un soldato la trasformò in una torcia umana. Cambry sussultò, inorridito, pensando che l'immagine fosse un prodotto della sua coscienza inquieta.

«Gene?» sbottò Al Coleman. «Insomma, chiami, oppure...»

«Cos'è questo?» chiese Howie, aggrottando la fronte.

«Cos'è cosa?» fece Ted Trezewski.

«Se ascolti, lo senti», rispose Howie. Stupido polacco. Cambry percepì con la mente questo corollario inespresso, ma non ci badò. Una volta riconosciuta, la litania era udibilissima nonostante il vento, e si andava rafforzando.

«Adesso! Adesso! Adesso!»

Veniva dalla stalla, proprio dietro le loro spalle

«Cosa diavolo?» chiese Udall con voce perplessa, guardando il tavolo pieghevole con la sua accozzaglia di carte, portacenere, fiches e denaro. Gene Cambry di colpo capì che sotto lo stupido berretto di lana c'era solo il cuoio capelluto. Udall era, in teoria, il responsabile di questo gruppetto, ma non aveva idea di che cosa stesse succedendo. Non vedeva i pugni levati, non sentiva la forte voce mentale che guidava il coro.

Cambry lesse il timore nel volto di Parsons, di Everett, di Coleman. Anche loro vedevano la scena. E si capirono all'istante, mentre quelli risparmiati dall'infezione sembravano solo stupiti.

«Quei disgraziati stanno per scappare», disse Cambry.

«Non dire fesserie», rispose George Udall. «Non sanno che cosa li aspetta. E poi sono dei civili. Stanno solo sfogando la loro...»

Cambry si perse il resto della frase mentre nel suo cervello campeggiava una sola parola: ADESSO. Ray Parsons e Al Coleman ebbero un sussulto. Howie Everett lanciò un grido di dolore, portandosi le mani alle tempie e, con un sobbalzo delle ginocchia, fece volare ovunque fiches e carte. Una banconota da un dollaro finì sulla stufa e cominciò a bruciare.

«Ma che cazzo, guarda cos'hai...» esordì Ted. «Stanno arrivando», disse Cambry. «Puntano su di noi.» Parsons, Everett e Coleman si precipitarono ad afferrare le carabine M-4 appoggiate accanto all'attaccapanni del vecchio Gosselin. Gli altri li guardarono stupiti, tre passi dietro di loro... poi ci fu un possente tonfo mentre una sessantina di internati abbattevano le porte della stalla. Queste porte erano state chiuse dall'esterno, con robusti lucchetti di acciaio, in dotazione all'esercito. I lucchetti resistettero, ma il vecchio legno cedette con uno schianto.

I prigionieri caricarono oltre l'apertura gridando: «Adesso! Adesso!» nelle nevose fauci del vento, calpestando molti dei loro.

Anche Cambry si lanciò in avanti, prese una delle carabine automatiche, e se la vide subito strappata di mano. «È mia, stronzo», ringhiò Ted Trezewski.

Tra il retrobottega e la porta della stalla c'erano meno di venti metri. La folla si precipitò nello spiazzo gridando: «Adesso! Adesso! Adesso!»

Il tavolo pieghevole si rovesciò. L'allarme della recinzione scattò non appena i primi internati finirono contro i fili, fulminati dalla corrente o agganciati alle punte del filo spinato come pesci presi all'amo. Qualche istante più tardi, allo strombazzare pulsante dell'allarme si unì una lacerante sirena, l'allarme del quartier generale che talvolta veniva definito «Situazione 666», la fine del mondo. Dalle porte delle toilette convertite in garitte, sbucarono le facce stupite e intontite delle sentinelle.

«La stalla!» gridò qualcuno. «Convergete sulla stalla! Stanno fuggendo!»

Le sentinelle, molte delle quali senza scarpe, zampettarono nella neve, avanzando lungo la recinzione, senza sapere che la corrente elettrica era stata disattivata da un'ottantina di cacciatori-kamikaze, che urlavano a gran voce: «Adesso!» nel momento stesso in cui cadevano fulminati.

Nessuno notò un uomo solo - alto, magro, con un paio di occhiali antiquati - che uscì dal retro della stalla e traversò diagonalmente il recinto. Pur sapendosi non visto, Henry si mise a correre. Si sentiva drammaticamente esposto sotto le luci dei riflettori, e il frastuono della sirena e dell'allarme della recinzione lo faceva impazzire... aveva su di lui l'effetto che aveva avuto il pianto di Duddits quel pomeriggio dietro il magazzino dei fratelli Tracker.

Sperava che Underhill lo stesse aspettando. Non riusciva a sincerarsene perché la fitta cortina di neve gli ostruiva la visuale, ma ben presto sarebbe giunto al punto convenuto e l'avrebbe saputo.

9

Kurtz era quasi pronto - doveva solo infilarsi uno scarpone - quando l'allarme scattò e le luci d'emergenza si accesero rischiarando ulteriormente questo luogo a casa di Dio. Non provò sorpresa, né sgomento, solo una combinazione di sollievo e dispiacere. Sollievo nel vedere che quello che gli rodeva i nervi adesso era venuto allo scoperto. Dispiacere all'idea che questo casino non avesse aspettato un paio d'ore per scoppiare, il che gli avrebbe permesso di pareggiare tutti i conti.

Aprì la portiera del camper con la mano destra, mentre con la sinistra stringeva ancora lo scarpone. Dalla stalla proveniva un ruggito selvaggio, quel genere di grido di guerra che, a dispetto di tutto, gli toccava il cuore. Sembrava che i prigionieri si fossero sollevati all'unisono. Dalle file di quegli esseri ben nutriti, pavidi e increduli, era spuntato uno Spartaco. Ma chi l'avrebbe mai detto?

È colpa della fottuta telepatia, pensò. Il suo fiuto super raffinato gli diceva che quello era un guaio serio, che stava montando a livelli pazzeschi, ma questo non bastò a cancellargli il sorriso. Dev'essere la fottuta telepatia. Hanno intuito il loro fato... e qualcuno ha deciso di entrare in azione.

Sotto i suoi occhi, vide un gruppo di rivoltosi in giacche e berretti arancione riversarsi fuori dalla stalla. Uno cadde su un'asse spezzata e venne trafitto come un vampiro. Alcuni finirono nella neve e vennero calpestati dai compagni. Tutte le luci erano accese. A Kurtz parve di essere uno spettatore in prima fila di un incontro di boxe. Vedeva tutto.

Fiumi di fuggitivi si lanciarono contro la recinzione ai lati del negozio fatiscente. Forse ignoravano che in quei fili passava corrente ad alto voltaggio, oppure avevano accantonato ogni prudenza. Il contingente principale si buttò verso il retro dell'edificio. Era il punto più debole dell'installazione, ma poco importava. Kurtz era certo che tutto sarebbe fallito.

Nei suoi piani, non aveva mai contemplato una simile evenienza: duecento o trecento guerrieri pigri e grassocci scatenati in una carica suicida. Pensava che se ne sarebbero rimasti tranquilli nella stalla, ribadendo i loro diritti di cittadini di una democrazia sino a che non fossero finiti arrosto.

«Niente male, ragazzi», disse Kurtz. Sentì qualcos'altro bruciare - forse la sua carriera - ma la fine era comunque in vista, e quella, come missione conclusiva, non era niente male, no? Per quanto lo riguardava, i grigi erano del tutto secondari. Se fosse stato un direttore di giornale, il titolo di testa sarebbe stato: «Sorpresa! Americani new age danno prova di grande grinta!» Fantastico. Era un peccato doverli uccidere.

La sirena del quartier generale ululava nella notte nevosa. La prima ondata di uomini raggiunse il retro del negozio. A Kurtz parve quasi di vedere l'edificio tremare.

«La fottuta telepatia», disse Kurtz, sorridendo. Vedeva i suoi uomini reagire, la prima ondata dalle garitte, altri dal reparto automezzi e dalle roulotte che fungevano da alloggi. Poi il suo sorriso lasciò il posto a un'espressione di stupore. «Sparate», imprecò. «Perché non gli sparate?»

Alcuni stavano sparando, ma non con la necessaria intensità. A Kurtz parve di avvertire un sentore di panico. I suoi uomini non sparavano perché erano impauriti. O forse perché avevano capito che dopo sarebbe toccato a loro.

«La fottuta telepatia», ripeté, e, all'improvviso, dall'interno del negozio, si levarono gli spari di armi automatiche. Le finestre dell'ufficio nel retrobottega in cui lui e Underhill avevano tenuto il primo colloquio lampeggiarono. Due esplosero. Un uomo cercò di saltare fuori da una di esse e Kurtz ebbe il tempo di riconoscere George Udall prima che costui venisse strattonato verso l'interno.

Almeno gli uomini nel retro stavano reagendo, cosa del tutto normale perché lottavano per la sopravvivenza. I fuggitivi, perlopiù, stavano ancora correndo. Kurtz pensò di lasciar cadere lo scarpone per afferrare la nove millimetri. E falciare qualche ribelle. Abbassandosi a un ruolo che non gli apparteneva. Ma, perché no, visto che tutto, intorno a lui, stava crollando?

Underhill: ecco perché no. Owen Underhill aveva avuto un ruolo in questo casino. Kurtz lo sapeva perfettamente. Superare la linea di confine era la specialità di Owen.

Altri spari dal negozio... urla di dolore... poi ululati di trionfo. Quei guerrieri computer-dipendenti, bevitori di acqua minerale e mangiatori di insalata, avevano conquistato la postazione. Kurtz richiuse la portiera del camper e tornò dentro per chiamare Freddy Johnson. Stringeva ancora lo scarpone in mano.

10

Cambry era in ginocchio dietro la scrivania del vecchio Gosselin quando la prima ondata di prigionieri irruppe contro il retro. Stava frugando nei cassetti alla ricerca frenetica di un'arma. Si salvò la vita forse proprio perché non ne trovò una.

«Adesso! Adesso! Adesso!» gridavano i prigionieri. Ci fu un tonfo pazzesco contro la porta. Cambry sentì lo sfrigolio e le scariche elettriche che segnarono il primo contatto dei fuggitivi con la recinzione. Le luci dell'ufficio cominciarono a lampeggiare.

«Tutti insieme!» gridò Danny O'Brian. «Per amor di Dio, state tutti in...»

La porta posteriore venne scardinata con tanta forza da volare verso l'interno. Cambry abbassò il capo, le mani intrecciate sulla nuca, mentre la porta franava sopra di lui.

Il rumore dei fucili automatici era assordante in quello spazio ristretto e soffocava anche le grida dei colpiti, ma Cambry capì che non tutti stavano sparando. Trezewski, Udall e O'Brian facevano fuoco, ma Coleman, Everett e Ray Parsons se ne stavano lì, le carabine strette al petto e i volti imbambolati.

Dal suo rifugio, Cambry vide i prigionieri precipitarsi nel locale, quelli in prima fila crollare a terra colpiti dai proiettili; vide il loro sangue chiazzare le pareti e i poster. Vide George Udall lanciare la sua arma a due corpulenti giovanotti in arancione, poi girarsi di scatto per buttarsi fuori dalla finestra. Venne tirato indietro; un tizio con la guancia infestata di Ripley gli affondò i denti nel polpaccio come se stesse addentando una coscia di tacchino, mentre un altro riduceva al silenzio la testa ululante di George sbattendola contro il muro. L'aria era densa del fumo azzurrino degli spari, ma lui riuscì comunque a vedere Al Coleman che, gettato il fucile, si univa al coro: «Adesso! Adesso! Adesso». E vide Ray Parsons, di norma un uomo più che tranquillo, mirare alla testa di Danny O'Brian, facendogliela saltare.

La questione adesso era semplice: si era ridotta a uno scontro tra i contagiati e gli immuni.

La scrivania venne ribaltata e scaraventata contro il muro. La porta precipitata su Cambry venne calcata da persone in corsa. Lui si sentì come un cowboy caduto da cavallo durante una carica di bufali. Morirò qui sotto, pensò, poi, per un momento, la tremenda pressione si allentò. Si puntellò sulle ginocchia, spostando a sinistra l'anta, che si congedò da lui con un perfido colpo di maniglia. Qualcuno, passando, gli diede un calcio nelle costole, uno scarpone gli graffiò l'orecchio destro, e infine riuscì a rimettersi in piedi. Il locale era pieno di fumo, e risonante di grida. Quattro o cinque robusti cacciatori finirono contro la stufa che si staccò dal tubo e crollò a terra sprizzando frammenti di legna bruciante sul pavimento, anch'esso di legno. Denaro e carte presero fuoco. Si diffuse l'odore acre della plastica bruciata delle fiches. Erano di Ray, pensò irragionevolmente. Le aveva nel Golfo. E anche in Bosnia.

Nella confusione venne ignorato. I rivoltosi non avevano bisogno di abbattere la porta tra il retro e il negozio: la parete divisoria - un semplice assito - era crollata e parte del legno stava già prendendo fuoco.

«Adesso», mormorò Gene Cambry. «Adesso.» Vide Parsons correre con gli altri verso il negozio, seguito a ruota da Howie Everett. Passando, Howie afferrò una forma di pane da uno scaffale.

Un anziano smagrito e incappottato venne spinto verso la stufa rovesciata e cadde su di essa. Cambry sentì le sue urla mentre la faccia si fondeva sul metallo rovente.

Sentì le grida e avvertì il dolore.

«Adesso!» gridò Cambry, unendosi agli altri. «Adesso!»

Saltò oltre le fiamme della stufa e corse, saldando la sua singola mente con quella collettiva.

In pratica, l'Operazione Blue Boy era finita.

11

A metà recinto Henry si fermò ansando e portandosi le mani al petto martellante. Dietro di lui c'era la mini apocalisse da lui scatenata; davanti vedeva solo l'oscurità. Il fottuto Underhill se n'era andato, l'aveva mollato...

Calma, piccolo... calma.

Le luci mandarono due lampi. Henry aveva guardato nel punto sbagliato, ecco tutto. Owen era in attesa a sinistra dell'angolo sud-occidentale del recinto. Adesso si vedeva chiaramente la sagoma del gatto delle nevi. Alle sue spalle, urla, gridi, ordini, spari. La sparatoria non era nutrita come si era aspettato, ma non era quello il momento di chiedersene la ragione.

Sbrigati! gridò Owen. Dobbiamo scappare di qui!

Arrivo, arrivo... aspettami.

Si rimise a correre. L'effetto delle pillole - qualsiasi cosa esse fossero - stava già svanendo, e i suoi piedi erano pesanti. La coscia e la bocca gli prudevano da impazzire. Sentiva il byrus invadergli la lingua. Era come un sorso di una bevanda frizzante a effetto permanente.

Owen aveva tagliato la recinzione e lo attendeva davanti al gatto delle nevi (che era bianco e si confondeva con il paesaggio) con un fucile automatico appoggiato al fianco. Afferrò Henry alla spalla. Tutto bene?

Henry annuì. Mentre l'altro lo tirava verso il veicolo, si udì un'esplosione forte e penetrante, come se qualcuno avesse sparato un colpo con una mega carabina. Henry si chinò, inciampò, e sarebbe caduto se Owen non l'avesse sorretto.

Cosa...?

L'incendio. Forse è andato a fuoco anche il distributore. Guarda.

Lo fece girare. Nella notte bianca, Henry vide un'enorme colonna di fuoco. In cielo volavano frammenti del negozio... assi, scatole di cereali in fiamme, rotoli di carta igienica. Alcuni soldati osservavano la scena, ipnotizzati. Altri scappavano nel bosco. Per inseguire i prigionieri, immaginò Henry, sebbene quest'ipotesi contrastasse con i segnali di panico che gli giungevano: Scappa! Corri! Adesso! Non ci capiva più niente. Le cose stavano procedendo troppo rapidamente.

Owen lo spinse nell'abitacolo del gatto delle nevi, dove faceva un bel caldo. Una radio sotto il rudimentale cruscotto parlottava e crepitava. La sola cosa che Henry riusciva a identificare era il panico di quelle voci. E questo lo rendeva selvaggiamente felice, felice come era stato il giorno in cui avevano messo in fuga Richie Grenadeau e compagni. Quest'operazione, a quanto gli sembrava di capire, era per l'appunto gestita da un mucchio di Richie Grenadeau, armati di mitragliatrici e fucili e non di merde di cane.

Tra i due sedili c'era una scatola con due luci giallognole lampeggianti. Mentre si chinava a guardarla, Owen salì al suo fianco, al posto di guida.

«Sta' attento, fratello», gli disse. «Non toccare i pulsanti.»

Henry prese in mano la scatola, che aveva le dimensioni del cestino da merenda di Duddits. I pulsanti di cui aveva parlato Owen erano sotto le lucine lampeggianti. «Cos'è?»

Owen mise in moto e innestò la marcia. Stava sorridendo. Nella luce che filtrava dal parabrezza, Henry vide il filo di byrus che, simile a un mascara, gli orlava gli occhi.

«Troppa luce qui dentro», osservò Owen. «Abbassiamola un po'.» Filò via liscio descrivendo una curva. Henry venne spinto verso lo schienale, tenendo in grembo la scatola con le luci lampeggianti. Pensò che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di camminare per almeno cinque anni.

Owen gli lanciò un'occhiata mentre si dirigeva verso la Swanny Pond Road, adesso ridotta a una specie di fossato innevato. «Ce l'hai fatta», disse. «Avevo i miei dubbi, lo ammetto, ma ce l'hai fatta.»

«Te l'ho detto che sono un drago in queste cose.» E, telepaticamente: Senza contare che gran parte di loro è destinata comunque a soccombere.

Non importa. Hai dato loro una possibilità. E adesso...

Risuonarono altri spari, ma solo quando un proiettile sibilò sopra le loro teste Henry capì che miravano al gatto delle nevi.

Sempre sorridendo, Owen indicò un punto alla sua destra. Henry guardò in quella direzione mentre altri due colpi rimbalzavano sul tettuccio del mezzo.

Vide un gruppo di roulotte, davanti alle quali c'era una fila di camper. Dal più grosso di questi partivano i colpi, sparati da sei o sette uomini. Benché la distanza fosse notevole, il vento forte e la neve fitta, molti, anzi, troppi proiettili raggiungevano il bersaglio. Altri soldati, alcuni vestiti solo parzialmente, si stavano unendo al gruppo, al centro del quale c'era un uomo alto, con i capelli grigi. Accanto a lui c'era un tizio più corpulento. Quello magro alzò il fucile e fece fuoco, apparentemente senza neppure prendere la mira. Henry sentì qualcosa saettargli davanti al naso.

Owen rise. «Quello magro coi capelli grigi è Kurtz, il capo, ed è uno che sa davvero sparare.»

Altri proiettili rimbalzarono sulla carrozzeria del gatto delle nevi. Henry avvertì un altro sparo all'interno dell'automezzo e, all'improvviso, la radio tacque. La distanza tra loro e i soldati andava aumentando, ma il particolare sembrava irrilevante. Da quel poco che poteva capire Henry, tutti quei tizi sapevano davvero sparare. Era solo questione di tempo e li avrebbero beccati... tuttavia Owen sembrava felice. Henry pensò che si era alleato con una persona ancor più votata al suicidio di lui.

«Il tizio accanto a Kurtz è Freddy Johnson. I moschettieri intorno a loro sono i ragazzi di Kurtz, quelli che avrebbero dovuto... ahi, attento!»

Altro sibilo, altra ape d'acciaio, questa volta tra loro due, e di colpo la leva del cambio venne tranciata. Owen scoppiò a ridere. «Kurtz!» esclamò. «Ti pareva! Ti mancano due anni alla pensione e spari ancora come Annie Oakley!» Diede un pugno sul volante. «Ma adesso basta. Ci siamo divertiti abbastanza. Adesso li facciamo smettere.»

«Eh?»

Sempre sorridendo, Owen indicò la scatola con le lucine lampeggianti. «Premi i pulsanti, socio. Premi e facciamola finita.»

12

All'improvviso, come per magia, il mondo crollò, e in quel mondo c'era anche Kurtz. L'ululato del vento, la sferzata della neve, l'urlo delle sirene... tutto svanito. Kurtz, persa la nozione della vicinanza di Freddy Johnson e degli altri dell'Imperial Valley, si concentrò solo sul gatto delle nevi in allontanamento. Vedeva Owen nel sedile a sinistra come se i suoi occhi fossero dotati di raggi X. La distanza era molta, ma non importava. Il prossimo colpo avrebbe centrato la nuca di quel traditore. Alzò il fucile, prese la mira...

Due esplosioni lacerarono la notte. L'onda d'urto di una di esse colpì Kurtz e i suoi uomini. Una roulotte saltò in aria e precipitò su quella adibita a cucina.

Non tutte le luci si spensero - Owen, nella mezz'ora a sua disposizione, aveva avuto il tempo di mettere cariche di termite solo in due generatori - ma all'improvviso il gatto delle nevi venne inghiottito dalle tenebre e Kurtz lasciò cadere il fucile nella neve.

«Al diavolo», disse con voce inespressiva. «Cessate il fuoco, cretini. Al riparo. Tutti, tranne Freddy. Giungete le mani e pregate Dio onnipotente affinché ci aiuti a uscire vivi da questo casino. Vieni, Freddy. Al galoppo.»

Gli altri - una decina - entrarono nel camper, guardando i generatori e la roulotte-cucina in fiamme (in seguito sarebbero bruciate l'infermeria e l'obitorio). Per una buona metà i riflettori erano spenti.

Kurtz cinse le spalle di Freddy con il braccio e lo pilotò venti passi più oltre, nella neve che adesso il vento sollevava in ondeggianti e fumose cortine. Davanti a loro, ciò che restava del negozio di Gosselin veniva divorato dalle fiamme. Anche la stalla aveva preso fuoco.

«Freddy, ami Gesù? Dimmi la verità.»

Questa sceneggiata non gli era nuova. Il capo si stava schiarendo le idee.

«Lo amo, capo.»

«Mi giuri che è la verità?» Lo fissava come se volesse leggergli dentro. Ma era più probabile che stesse architettando qualcosa, sempre che queste creature dal fiuto superbo perdessero tempo a fare piani. «Se menti, finirai all'inferno, lo sai?»

«Giuro che è la verità.»

«Lo ami molto?»

«Moltissimo.»

«Più del nostro gruppo? Più dell'entrare in battaglia? Più di me?»

Non ti potevi permettere risposte sbagliate se volevi sopravvivere. Per fortuna erano domande facili. «No, capo.»

«La telepatia è sparita, Freddy?»

«Qualcosa mi è venuto addosso... non so se fosse telepatia... voci in testa...»

Kurtz annuì. Fiamme rossastre del colore del Ripley si levarono dal tetto della stalla.

«... ma adesso è sparito.»

«Altri uomini del gruppo?»

«Imperial Valley, intende?» Freddy indicò il camper.

«E chi altri se no?»

«Puliti, capo.»

«Bene. Ma anche male. Freddy, abbiamo bisogno di un paio di americani infetti. E quando dico noi, intendo tu e io. Voglio degli americani totalmente infestati da quella merdaccia rossiccia. Chiaro?»

«Sì.» Ciò che Freddy non capiva era il perché, che però al momento era del tutto irrilevante. Kurtz gli avrebbe detto tutto quello che a lui occorreva sapere, e questo era un sollievo. Freddy guardò sgomento il negozio, la stalla e la roulotte-cucina in fiamme. La situazione era Fss.

O forse no. Non se Kurtz ne prendeva le redini.

«La colpa di gran parte di questo è attribuibile alla telepatia», rifletté Kurtz, «ma non è stato innescato dalla telepatia. È stata una cazzoneria umana, Dio Santo. Chi ha tradito Gesù, Freddy?»

Freddy la Bibbia l'aveva letta, soprattutto perché gliel'aveva data Kurtz. «Giuda Iscariota, capo.»

Kurtz annuì. «Hai ragione, ragazzo. Giuda ha tradito Gesù e Owen Philip Uhderhill ha tradito noi. Giuda prese trenta denari. Non tanto, eh?»

«No, capo.» Voltò la testa sentendo un'esplosione.

«Guardami quando ti parlo», strillò Kurtz. «Ascoltami quando parlo.» Posò la mano sull'impugnatura della nove millimetri. «Altrimenti ti spiaccico nella neve. Abbiamo passato una pessima nottata e tu devi cercare di non renderla ancora peggio, idiota. Chiaro? Capito il messaggio?»

Johnson, pur non mancando di coraggio, sentì un sussulto allo stomaco. «Sì, capo. Mi scusi.»

«Scuse accettate. Dio ama e perdona, e noi dobbiamo fare altrettanto. Non so quanti denari abbia preso Owen, ma ti dico una cosa: lo cattureremo, gli divaricheremo le chiappe e gli faremo un buco del culo tutto nuovo. Sei con me?»

«Sì.» Freddy non chiedeva di meglio che di mettere le mani sulla persona che aveva sconvolto il suo mondo in precedenza all'insegna dell'ordine. «Secondo lei, capo, in che misura Owen è responsabile di tutto questo?»

«La sua parte di responsabilità basta e avanza, a mio avviso», rispose Kurtz. «Ho l'impressione di stare per crollare...»

«No, capo.»

«... ma non crollerò da solo.» Pilotò il suo nuovo comandante in seconda verso il camper. I due generatori sabotati erano ridotti a morenti colonne di fuoco. E questa era opera di Underhill, uno dei suoi ragazzi. Freddy aveva difficoltà a crederci, ma il capo aveva cominciato a surriscaldarsi.

«Quale di quei ragazzi riterresti idoneo a guidare una missione di sterminio totale?»

«Gallagher, capo.»

«Kate?»

«Sì.»

«È una cannibale, Freddy? La persona cui affideremo il comando di questa zona deve essere un cannibale.»

«Quella se li mangia vivi, con un contorno di insalata.»

«Okay», disse Kurtz. «Perché questa sarà una roba sporca. Ho bisogno di due soggetti infettati dal Ripley, meglio dei nostri. Il resto... come gli animali, Freddy. Imperial Valley è adesso una missione di sterminio. Gallagher e gli altri devono catturare il maggior numero possibile di persone ed eliminarle. Tanto i militari quanto i civili. Da questo momento alle dodici di domani è stagione di caccia. Dopo di che, ognuno per sé e Dio per tutti. Tranne noi, Freddy.» Il volto di Kurtz, illuminato dalle fiamme degli incendi, sembrò coperto di byrus. «Noi daremo la caccia a Owen Underhill e gli insegneremo ad amare Dio.»

Kurtz salì gli scalini innevati del camper con il piglio saldo di una capra. Freddy lo seguì.

13

Il gatto delle nevi scese lungo la scarpata verso la Swanny Pond Road con una velocità sufficiente a dare il voltastomaco a Henry. Poi puntò a sud, accelerando ancora. Vedendo le galassie di neve volare verso il parabrezza, Henry ebbe l'impressione di fare un volo nello spazio.

C'è un'autostrada più in là? trasmise Owen.

Sì, a circa sei chilometri.

Quando ci arriviamo, dobbiamo procurarci un altro automezzo.

Che nessuno si faccia male, se è possibile. E che nessuno venga ucciso.

Henry... non so come dirtelo, ma questo non è un incontro di basket alle scuole medie.

«Nessuno deve farsi male. Nessuno deve morire. Non quando ci procuriamo un altro mezzo di trasporto. Accetta questa condizione, o salto subito fuori di qui.»

Owen gli lanciò un'occhiata. «Lo faresti davvero, eh? E al diavolo quello che il tuo amico sta per combinare ai danni del mondo.»

«Il mio amico non è responsabile di questa situazione. È stato sequestrato.»

«D'accordo. Nessuno verrà ferito quando ci procureremo una macchina. E nessuno verrà ucciso. Tranne noi, forse. Adesso dove andiamo?»

A Derry.

È là che si trova quest'ultimo alieno sopravvissuto?

Credo di sì. In ogni caso, a Derry ho un amico che potrà aiutarci. Vede la riga.

Che riga?

«Non importa», rispose Henry, e pensò: È complicato.

«Come sarebbe a dire, complicato? E cos'è questo 'niente lanci, niente partite'?»

Te lo dico durante il tragitto a sud, se posso.

Il gatto delle nevi procedette verso l'autostrada.

«Dimmi di nuovo che cosa stiamo per fare», disse Owen.

«Salviamo il mondo.»

«E dimmi che cosa diventeremo... ho bisogno di sentirmelo dire.»

«Eroi», affermò Henry. Poi chiuse gli occhi. Nell'arco di pochi secondi si addormentò.

PARTE TERZA

QUABBIN

Per le scale venivo su

E ho visto un uomo che qui non era;

Non era qui neppur stasera!

Oh, vorrei che non ci fosse più.

HUGHES MEARNS

CAPITOLO DICIOTTO

INIZIA L'INSEGUIMENTO

1

Quando il cartello con la scritta DYSART'S baluginò nell'oscurità, Jonesy non aveva idea di che ora fosse - l'orologio sul cruscotto del pickup lampeggiava 12.00 all'infinito - ma era ancora buio e la neve cadeva fitta. Nei dintorni di Derry, gli spartineve stavano perdendo la loro battaglia contro la bufera. Il veicolo rubato «tirava bene», come avrebbe detto il padre di Jonesy, ma stava anch'esso perdendo la battaglia, slittando sempre più di frequente e mordendo sempre meno la neve. Jonesy non sapeva dove Mr Gray avesse intenzione di andare, ma era convinto che non sarebbe giunto alla meta. Non con quella neve, non con quel mezzo.

La radio era molto disturbata, ma riuscì a captare un bollettino meteorologico: a sud di Portland, la neve si era trasformata in pioggia, ma da Augusta a Brunswick cadeva un micidiale nevischio che gelava sul terreno. Molti paesi erano rimasti senza elettricità, e si poteva circolare solo con le catene.

A Jonesy queste notizie fecero molto piacere.

2

Quando Mr Gray sterzò per imboccare la rampa dell'uscita, il pickup slittò sollevando grandi nuvole di neve. Jonesy sapeva che, se fosse stato lui ad avere il completo controllo dell'automezzo, sarebbe finito fuori strada. Ma Mr Gray, per quanto non immune dalle emozioni del suo ospite, sembrava meno incline a cedere al panico in situazioni difficili, e così assecondò la slittata per poi tornare in assetto. Il cane non si svegliò neppure e Jonesy non ebbe il minimo sussulto. Se fosse stato lui a guidare, avrebbe avuto il cuore in gola. Lui, con un tempo simile, avrebbe lasciato l'auto in garage.

Mr Gray rispettò il segnale di stop in cima alla rampa, sebbene la N. 9 fosse un deserto innevato in entrambe le direzioni. Poco dopo l'uscita, c'era un gigantesco parcheggio illuminato da lampade ad arco; sotto il loro bagliore, la neve sferzata dal vento sembrava come il respiro condensato di un'enorme bestia invisibile. In una notte normale quel parcheggio sarebbe stato pieno di camion, ma ora era quasi deserto, con l'eccezione dell'area contrassegnata da un cartello con la scritta: PARCHEGGIO A LUNGO TERMINE: CONSULTARE IL GESTORE - TICKET OBBLIGATORIO, dove c'era una decina di Tir. Nel locale adiacente dovevano esserci i camionisti che mangiavano, o giocavano a flipper, o guardavano la televisione, o cercavano di dormire nello stanzone sul retro, dove per dieci dollari ti davano una brandina, una coperta pulita e una vista panoramica su un muro di cemento. Tutti loro, senza dubbio, stavano rimuginando gli stessi due pensieri: Quando potrò rimettermi in viaggio? E: Quanto mi costerà questa sosta forzata?

Mr Gray premette sull'acceleratore e, sebbene avesse agito con delicatezza come gli suggerivano le nozioni di Jonesy relative alla guida invernale, il pickup cominciò a slittare per poi bloccarsi nella neve.

Su, impantanati! si rallegrò Jonesy dal suo osservatorio alla finestra dell'ufficio. Dai, bloccati! Perché quando ci si blocca con un mezzo con quattro ruote motrici, allora si è bloccati senza speranza!

Poi le ruote fecero presa, prima quelle anteriori, poi quelle posteriori. Il veicolo procedette verso l'ingresso dell'area di sosta, dove un cartello diceva: BENVENUTI NELLA MIGLIORE AREA DI SOSTA DEL NEW ENGLAND. In un cartello successivo si leggeva: BENVENUTI NELLA MIGLIORE AREA DI SOSTA DEL MONDO.

È la migliore area di sosta del mondo? chiese Mr Gray.

Ma certo, rispose Jonesy. Poi non riuscì a trattenere una risata.

Perché fai questo?

Jonesy si rese conto che Mr Gray stava ridendo con la sua bocca. Non sa che cos'è un sorriso, pensò Jonesy. Come del resto qualche ora prima non aveva saputo che cosa fosse la rabbia, ma aveva dato prova di saper imparare in fretta, e adesso faceva scenate di tutto rispetto.

Quello che hai detto mi è parso buffo.

Cosa vuol dire buffo?

Jonesy non sapeva come rispondere a quella domanda. Voleva che Mr Gray provasse tutta la gamma di esperienze umane, perché immaginava che l'umanizzazione del suo usurpatore potesse rappresentare la sua sola possibilità di sopravvivenza. «Abbiamo incontrato il nemico, ed era noi», aveva detto Pogo. Ma come si fa a spiegare il concetto di buffo a un insieme di spore aliene? E che cosa c'era di buffo nel fatto che Dysart's si proclamasse la miglior area di sosta del mondo?

Altro cartello, con due frecce, una rivolta a destra, l'altra a sinistra. PICCOLI - GRANDI.

Cosa siamo noi? chiese Mr Gray fermandosi.

Jonesy avrebbe potuto costringerlo a cercare l'informazione nei file, ma a che cosa sarebbe servito? Siamo piccoli, rispose, e Mr Gray sterzò a destra. Il pickup sbandò leggennente. Lad alzò il capo, mollò un'altra odorosa scoreggia, e uggiolò. Aveva la pancia gonfia e tesa, e chi non avesse saputo come stavano veramente le cose avrebbe potuto scambiarlo per una cagna sul punto di partorire.

Nell'area dei piccoli c'era una ventina di auto e pickup. Quelli più coperti di neve appartenevano ai dipendenti del parcheggio: meccanici (ce n'erano sempre uno o due in servizio), cameriere, cuochi. L'auto più pulita, notò Jonesy con interesse, era della polizia di stato. Un arresto avrebbe di certo ostacolato i piani di Mr Gray, ma, d'altra parte, Jonesy era stato presente sulla scena di ben tre delitti, se si includeva quello avvenuto nell'abitacolo del pickup. Non c'erano stati testimoni nei primi due, e probabilmente non c'erano neppure le impronte di Gary Jones, ma qui? Dovevano essercene in quantità. Immaginò se stesso che in un tribunale dichiarava: Signor giudice, è stato l'alieno che era in me a commettere quegli omicidi. È stato Mr Gray. Altra battuta che Mr Gray non avrebbe capito.

Quel caro individuo, nel frattempo, aveva frugato nei file di Jonesy. Disastro, disse. Perché questo posto lo chiami Disastro mentre il cartello diceva Dysart's?

Era così che lo chiamava Lamar, rispose Jonesy, ricordando le soste che facevano qui quando andavano o tornavano dalla baita.

È una cosa che fa ridere?

Vagamente. È basato sull'assonanza delle due parole. È una forma molto scadente di umorismo.

Mr Gray parcheggiò nella fila più vicina al ristorante, ma ben lontano dall'auto della polizia. Jonesy non aveva idea se conoscesse il significato dei lampeggiatori sul tetto. L'alieno spense i fari poi lanciò una serie di «Ah! Ah! Ah!»

Che effetto ti fa? chiese Jonesy, molto incuriosito. E anche con una certa apprensione.

Nessun effetto, rispose Mr Gray, e spense il motore. Ma, nel buio dell'abitacolo, con il vento che ululava intorno al pickup, ci riprovò, con maggior impegno: «Ah! Ah! Ah!» Nel rifugio dell'ufficio, Jonesy rabbrividì. Era un suono inquietante, evocava un fantasma che cerca di riprovare a fare l'umano.

Neppure Lad gradì quel suono. Uggiolò di nuovo, guardando insospettito l'uomo al volante.

3

Owen svegliò Henry, il quale reagì con molta riluttanza. Gli sembrava di aver dormito solo per qualche secondo. Gambe e braccia erano pesanti come il cemento.

«Henry.»

«Eccomi.» Gli prudeva la gamba sinistra. La bocca stava ancora peggio: il byrus si era esteso anche alle labbra. Le sfregò con l'indice, sorpreso dalla facilità con cui quella roba si staccava. Come una crosta.

«Senti. E guarda. Ce la fai?» Henry guardò la strada, che era avvolta nella semioscurità e nella neve. Owen si era fermato e aveva spento i fari. Nel buio si levavano voci mentali, con cui Henry si mise in contatto. Erano in quattro a parlare, dei giovani soldati semplici appartenenti a...

Blue Group, sussurrò Owen. È così che siamo denominati questa volta.

Quattro uomini del Blue Group, che cercavano di soffocare la paura... di fare i duri... voci nel buio...

Henry riuscì a intravedere qualcosa: neve, naturalmente, e qualche luce gialla che illuminava la rampa di accesso di un'autostrada. Vide anche il coperchio di una scatola da pizza, illuminata dalle luci di un cruscotto. La scatola veniva usata come vassoio, sul quale c'erano dei cracker, alcuni pezzi di formaggio e un coltellino da tasca, che apparteneva a un certo Smitty, e veniva usato per tagliare il formaggio. Più guardava, meglio vedeva. Era come quando la vista si adatta all'oscurità, ma c'era qualcosa di più: ciò che vedeva aveva una strana profondità, come se all'improvviso il mondo fisico, anziché essere tridimensionale, avesse acquisito una quarta o una quinta dimensione. Era facile capire il perché: stava contemplando la scena con quattro paia di occhi contemporaneamente. Erano tutti all'interno di un...

Humvee, disse Owen. Un fottuto Humvee, Henry! Equipaggiato per la neve! Ci scommetto quello che vuoi!

I giovanotti erano vicini, nell'abitacolo del gippone, ma pur sempre in quattro punti diversi, e guardavano il mondo da quattro diverse angolazioni, con quattro diverse capacità, che andavano dalla vista perfetta (Dana di Maybrook, New York) a una appena passabile. Ma il cervello di Henry le incorporava tutte, così come riusciva a trasformare i singoli fotogrammi di una pizza di pellicola in un film vero e proprio. Ma questo non era come un film: era un modo tutto nuovo di vedere, che poteva arrivare a produrre un nuovo modo di pensare.

Se questa roba si diffonde, pensò Henry, terrorizzato e nel contempo eccitato, se si diffonde...

Owen gli diede una gomitata alle costole. «La conferenza la puoi fare un'altra volta», gli disse. «Guarda al lato opposto della strada.»

Henry obbedì, usando la sua quadrupla visione e accorgendosi, in ritardo, di aver fatto qualcosa di più: aveva spinto i soldati a spostare lo sguardo per consentire a lui, Henry, di dare un'occhiata all'altra corsia dell'autostrada. Dove vide altre luci lampeggiare nella bufera.

«È un posto di blocco», borbottò Owen. «Una delle precauzioni di Kurtz. Bloccare tutte le uscite per impedire l'accesso all'autostrada al traffico non autorizzato. L'Humvee è il veicolo migliore in questa bufera. Però non voglio attrarre l'attenzione dei tizi nella corsia opposta. Possiamo farcela?»

Henry fece di nuovo spostare lo sguardo ai soldati. E scoprì che quando non fissavano tutti la stessa cosa, la sensazione di avere una visione multidimensionale spariva, lasciandogli solo una prospettiva frammentata e distorta, di difficile valutazione. Però riusciva a influenzare i ragazzi. E non solo la loro vista, ma anche...

Credo di sì, se agiamo insieme, rispose Henry. Avvicinati. E smettila di parlare ad alta voce. Collegati con la mia testa.

Di colpo, la sua visione si schiarì, perdendo però parte della profondità di campo. Adesso c'erano solo due paia d'occhi: i suoi e quelli di Owen.

Owen innestò la prima e avanzò piano, a fari spenti. Il basso rombare del motore era soffocato dall'ululato del vento e, con il ridursi della distanza, Henry sentì che il controllo sulle menti dei ragazzi si rafforzava.

Cazzo, disse Owen, divertito e stupefatto.

Cosa c'è?

Sei tu, amico... è come stare su un tappeto volante. Cristo, quanto sei forte.

Se tu credi ch'io sia forte, aspetta di conoscere Jonesy.

Owen si fermò su una piccola altura. Più oltre, si stendeva l'autostrada. E, alla fine della rampa che immetteva nelle corsie dirette a sud, c'erano Bernie, Dana, Tommy e Smitty, intenti a mangiare cracker e formaggio. Henry e Owen non correvano il rischio di essere scoperti. I quattro giovani non erano infettati dal byrus e non avevano idea di essere spiati.

Pronto? Chiese Henry.

Penso di sì. L'altra persona nella testa di Henry, che non aveva fatto una piega quando Kurtz e gli altri avevano sparato al gatto delle nevi, adesso era nervosa. Il capo sei tu, Henry. In questa missione ho solo una funzione di appoggio.

Andiamo.

Henry agì d'istinto, soggiogando i quattro uomini non con immagini di morte e distruzione, ma impersonando Kurtz. A questo fine attinse alla forza di Owen - superiore alla sua, a questo punto - e alla conoscenza che costui aveva del suo capo. Questa mossa gli diede una grande soddisfazione. E un senso di sollievo. Costringerli a spostare lo sguardo era una cosa; soggiogarli completamente era ben altro. E non erano infestati dal byrus, cosa che avrebbe potuto renderli immuni al suo intervento. Grazie al cielo, non era così.

Ragazzi, disse Kurtz, su quella piccola altura c'è un gatto delle nevi. Voglio che lo riportiate alla base. E subito. Niente domande, niente commenti: limitatevi ad agire. Sarete un po' stretti, ma credo che ci starete tutti e quattro. Adesso alzate le chiappe, e che Dio vi benedica.

Henry li vide scendere, i volti calmi e inespressivi. Stava per scendere lui stesso quando si accorse che Owen era ancora al volante, gli occhi sbarrati. Muoveva le labbra, articolando le parole nella mente: Alzate le chiappe, e che Dio vi benedica.

Owen! Dai, andiamo!

Owen si girò di scatto, poi scese dal gatto delle nevi.

4

Henry inciampò, finì ginocchioni nella neve, si rialzò e si guardò intorno nel buio infinito. Non doveva fare molta strada, ma dubitava di poter muovere un altro passo nella neve, figuriamoci poi i centocinquanta metri che lo separavano dal gippone. Avanza l'eggman nel male, pensò. Poi: Sono stato io. Ecco la risposta. Mi sono offerto di farlo, e ora sono in un inferno. Questo è l'eggman nell'in...

Owen gli cinse la vita... ma non solo per sorreggerlo. Gli stava infondendo la sua forza.

Grazie...

Mi ringrazierai dopo. E dormirai dopo. Adesso tieni d'occhio il pallone.

Non c'era alcun pallone. C'erano solo Bernie, Dana, Tommy e Smitty che si trascinavano nella neve come una fila di sonnambuli in tuta e giacca a vento. Puntarono a est sulla Swanny Pond Road, diretti verso il gatto delle nevi mentre Owen ed Henry andavano a ovest, verso il gippone abbandonato. Henry capì che anche cracker e formaggio erano stati abbandonati e sentì un ruggito allo stomaco.

Il veicolo era proprio davanti a loro. Si sarebbero allontanati a luci spente, piano piano, senza fare rumore, e, con un po' di fortuna, i tizi di guardia sulla rampa di accesso al lato opposto non avrebbero neppure notato la sparizione.

Se ci vedono, potremo farlo dimenticare loro? chiese Owen. È possibile provocare in loro una specie di... amnesia?

Henry lo riteneva possibile.

Owen ?

Cosa?

Se questo si diffondesse, cambierebbe tutto. Tutto.

Owen rifletté. Henry non parlava di nozioni, di conoscenza, che erano il metro di misura dei superiori gerarchici di Kurtz; parlava di abilità che, a quanto sembrava, andavano ben oltre la semplice capacità telepatica.

Lo so, rispose infine.

5

Puntarono a sud, a bordo del gippone. Henry Devlin stava ancora ingozzandosi di cracker e formaggio quando lo sfinimento spense le luci del suo cervello sovraeccitato.

Si addormentò con le briciole sulle labbra.

E sognò Josie Rinkenhauer.

6

Mezz'ora dopo l'inizio dell'incendio, la stalla del vecchio Gosselin era ridotta a un morente occhio di drago, che mandava gli ultimi bagliori da una buia orbita di neve sciolta. Dai boschi a est della Swanny Pond Road proveniva il pop-pop-pop degli spari di fucile, che pian piano andarono diradandosi mentre quelli dell'Imperial Valley (ora capitanati da Kate Gallagher) inseguivano i fuggitivi. Era come andare a caccia di fagiani in una riserva, e non molti fagiani sarebbero scampati. Forse un numero sufficiente per riferire gli eventi, ma di quello ci si sarebbe preoccupati in seguito.

Nel frattempo - mentre quel traditore di Owen Underhill si allontanava sempre più - Kurtz e Freddy Johnson erano nel posto di comando (che adesso, come supponeva Freddy, si era ridotto a un semplice camper, avendo perso ogni aura di potere) e lanciavano carte in un berretto.

Persa ogni traccia di telepatia, ma come sempre molto percettivo nei riguardi dei suoi uomini - poco importava che il gruppo si fosse ridotto a un solo soldato - Kurtz guardò Freddy e gli suggerì: «Affrettati lentamente, ragazzo... quella è una sega ancora affilata».

«Sì, capo», disse Freddy senza soverchio entusiasmo.

Kurtz lanciò il due di picche, che svolazzò nell'aria e atterrò nel berretto. Kurtz mugolò come un bimbo e si preparò a un altro lancio. Qualcuno bussò alla porta del camper. Freddy si girò e il capo lo fulminò con un'occhiata. Freddy si volse di nuovo e guardò Kurtz lanciare un'altra carta, che finì sulla visiera. Kurtz borbottò qualcosa, poi indicò la porta. Freddy, pregando tra sé, andò ad aprire.

Sulla soglia c'era Jocelyn McAvoy, una delle due donne dell'Imperial Valley. Aveva un accento del Tennessee; il volto sotto i cortissimi capelli biondi era duro come la pietra. Era armata di una pistola mitragliatrice israeliana, non d'ordinanza. Freddy si chiese dove mai si fosse procurata quell'arma, poi decise che la cosa era irrilevante. Da un'ora a questa parte, un sacco di cose erano diventate irrilevanti.

«Joss», esordì Freddy. «Cosa fai qui?»

«Consegno i due soggetti affetti dal Ripley, come ordinatomi.» Dal bosco echeggiarono altri spari, e Freddy vide gli occhi della donna spostarsi impercettibilmente in quella direzione. Non vedeva l'ora di tornare da quelle parti, per riempire al massimo il carniere prima che la partita di caccia si concludesse.

«Mandali dentro, ragazza mia», disse Kurtz. Era ancora in piedi accanto al berretto, teneva ancora le carte in mano, ma i suoi occhi erano vivi e colmi d'interesse. «Vediamo chi hai trovato.»

Jocelyn fece un cenno con la mitraglietta.

Il primo a salire la scaletta e a entrare era alto e nero. Aveva un taglio sulla guancia e uno sul collo. Entrambi intasati di Ripley. Altri filamenti crescevano sulla fronte. Freddy lo conosceva di vista ma ignorava il suo nome. Il capo, invece, Freddy supponeva, ricordava il nome di tutti i suoi sottoposti.

«Cambry!» esclamò Kurtz, gli occhi ancora più brillanti. Buttò il mazzo di carte nel berretto, si avvicinò all'uomo, parve sul punto di stringergli la mano, ci ripensò e gli rivolse un saluto militare. Gene Cambry non ricambiò. Sembrava avvilito e disorientato. «Benvenuti alla Justice League of America.»

«L'ho beccato mentre correva nei boschi con gli internati cui avrebbe dovuto fare la guardia», riferì Jocelyn, il volto inespressivo, la voce colma di disprezzo.

«Perché no?» chiese Cambry. Guardò Kurtz. «Lei mi avrebbe ucciso comunque. Avrebbe ucciso tutti noi. Non si prenda la briga di mentire. Glielo leggo in testa.»

Kurtz non fece una piega. Si sfregò le mani e rivolse a Cambry un sorriso cordiale. «Se ti comporti bene, magari cambio idea. I cuori sono fatti per essere infranti, e le opinioni per essere modificate, e di questo rendiamo grazie a Dio. Chi altri mi hai portato, Joss?»

Freddy guardò con stupore il secondo uomo. E anche con piacere. Il Ripley non avrebbe potuto trovare soggetto migliore, a suo parere. Quel figlio di puttana non era mai piaciuto a nessuno.

«Signore... capo... non so perché sono qui... stavo inseguendo i fuggitivi quando... questa... mi scusi ma devo proprio chiamarla così... questa troia mi ha trascinato via dal bosco e...»

«Stava scappando con loro», dichiarò McAvoy. «Scappava con loro ed era infestato sino al buco del culo.»

«Non è vero!» ribatté l'uomo sulla soglia. «Una menzogna! Sono del tutto pulito! Al cento per cento...»

McAvoy gli strappò via il berretto. I radi capelli biondicci adesso apparivano più folti e tinti di rosso.

«Posso spiegare tutto, signore», disse Archie Perlmutter, con voce in dissolvenza. «Vede... c'è...» La voce si spense del tutto.

Kurtz gli sorrideva, ma, attraverso la maschera trasparente che ora tutti indossavano, il sorriso che doveva essere rassicurante aveva assunto un'aria sinistra, vagamente simile a quella di un pedofilo che invita un bimbetto a mangiare una fetta di torta.

«Pearly, andrà tutto bene», assicurò Kurtz. «Andiamo a fare un giro, ecco tutto. Dobbiamo trovare una persona, uno che tu conosci...»

«Owen Underhill», sussurrò Perlmutter.

«Appunto», disse Kurtz. Poi, rivolto a McAvoy: «Portagli il suo blocco per appunti. Sono sicuro che si sentirà meglio non appena lo riavrà. Intanto tu ritorna pure a caccia, come di certo muori dalla voglia di fare».

«Sì, capo.»

«Ma prima, guarda qui... un trucchetto che ho imparato nel Kansas.»

Lanciò le carte. Nella corrente che entrava dalla porta, le carte si sparsero ovunque. Una sola finì, scoperta, nel berretto, ma era l'asso di picche.

7

Mr Gray lesse il menu - polpettone di carne, barbabietole in insalata, torta di cioccolato - con interesse e una quasi totale incomprensione. Jonesy capì che non era solo questione del sapore dei vari piatti: Mr Gray ignorava il concetto di sapore. E come avrebbe potuto? Quando arrivavi al dunque, quello era solo una specie di fungo dotato di elevatissimo quoziente intellettuale.

Arrivò la cameriera, torreggiante nella sua massa di capelli biondo cenere cotonati. La targhetta sul non trascurabile petto diceva: BENVENUTI A DYSART'S, IO SONO DARLENE.

«Salve; bello, cosa le porto?»

«Uova strapazzate e bacon. Ben croccante.»

«Pane abbrustolito?»

«Non avrebbe dei canpakes

Lei alzò gli occhi dal taccuino e lo guardò. Alle sue spalle, al banco, l'agente della polizia di stato stava mangiando un panino e chiacchierava con il cuoco.

«Scusi... volevo dire cakepans.»

Darlene aggrottò ulteriormente le sopracciglia. La ragione della sua perplessità era ovvia: questo tizio era scemo o ci faceva?

Pankakes, disse Mr Gray.

«L'avevo immaginato. Caffè?»

«Sì. Grazie.»

La cameriera chiuse il taccuino e fece per allontanarsi. Mr Gray era tornato accanto alla porta dell'ufficio di Jonesy, ed era di nuovo su tutte le furie.

Ma come fai a stare lì dentro? chiese. Come fai a pilotare una cosa del genere da dove ti trovi? Un gran colpo arrabbiato alla porta. E, come Jonesy capì, Mr Gray non era solo arrabbiato. Era anche impaurito. Perché tutto era a rischio, se Jonesy poteva permettersi di interferire.

Non so, disse Jonesy, del tutto sincero. Ma non prendertela. Gustati la colazione. Stavo solo scherzando.

Perché? Sempre furibondo. Sempre abbeverandosi al pozzo delle emozioni di Jonesy, e appagandosi sempre di più. Perché mai hai fatto una cosa simile?

Prendila come una ritorsione per aver tentato di mandarmi arrosto quando dormivo nell'ufficio, rispose Jonesy.

Essendo l'area di sosta dei camion quasi deserta, Darlene li servì in un baleno. Jonesy fu tentato di vedere se poteva riprendere controllo della propria bocca quel tanto che bastava per dire qualche fesseria (Darlene, posso darti un morso ai capelli, fu quello che gli venne in mente), poi pensò che non era il caso.

La cameriera posò il piatto, gli lanciò un'occhiata insospettita, poi si allontanò. Mr Gray, guardando attraverso gli occhi di Jonesy la massa giallognola di uova e le striscioline di bacon (non erano solo croccanti ma praticamente bruciate), si sentì altrettanto insospettito.

Avanti, disse Jonesy. Dalla finestra dell'ufficio, guardava la scena, divertito e incuriosito. Che uova e bacon potessero uccidere Mr Gray? Probabilmente no, ma forse gli avrebbero dato il mal di pancia. Avanti, mangia. Buon appetito.

Mr Gray consultò i file di Jonesy per scoprire il corretto uso delle posate, poi, raccolto un grumetto di uova con la punta della forchetta, lo mise nella bocca di Jonesy.

Ciò che seguì fu, nel contempo, stupefacente e spassoso. Mr Gray mandò giù tutto in grandi bocconi, interrompendosi solo per inondare i pancake di finto sciroppo di acero. Gli piaceva tutto, e in particolare il bacon.

Carne! lo sentì esclamare Jonesy, con una voce degna dei filmacci horror degli anni Trenta. Carne! Carne! Questo è il sapore della carne!

Divertente... ma forse non proprio. Era orribile, in qualche modo. Il grido di un neovampiro.

Mr Gray si guardò attorno per assicurarsi di non essere osservato (l'agente adesso stava demolendo un'enorme fetta di torta alle ciliegie), poi, raccolto il piatto, leccò il grasso rimasto con grandi lappate della lingua di Jonesy. Finì con il leccare anche i residui di sciroppo sulla punta delle dita.

Darlene tornò, gli versò dell'altro caffè e guardò i piatti vuoti. «Ah, lei ha vinto una stella d'oro», commentò. «Desidera altro?»

«Del bacon», rispose Mr Gray. Consultò i file di Jonesy alla ricerca del termine corretto e aggiunse: «Doppia porzione».

Che ti possa strozzare, pensò Jonesy, senza grandi speranze.

Mr Gray mise due bustine di zucchero nel caffè, si guardò attorno per assicurarsi che nessuno lo guardasse, poi si cacciò in bocca il contenuto di una terza bustina. Gli occhi di Jonesy si socchiusero per alcuni secondi mentre Mr Gray affondava beato in tanta zuccherosa delizia.

Di quello ne puoi avere quanto vuoi, disse Jonesy da dietro l'uscio. Doveva essere così che si era sentito Satana quando aveva portato Gesù sulla montagna per tentarlo con tutte le città del mondo. Né bene, né male: stava solo facendo il suo mestiere, vendendo un prodotto.

No... un momento. Si sentiva bene, perché capiva di aver fatto una piccola breccia in Mr Gray. Non precisamente una grande ferita, ma solo una puntura, dalla quale stillavano piccole gocce di desiderio.

Arrenditi, lo tentò Jonesy. Diventa come noi. Puoi passare anni a goderti i piaceri dei sensi. Non sono roba da poco. E io non ho ancora quarant'anni.

Nessuna risposta da parte di Mr Gray, che, sapendosi al sicuro, versò l'imitazione di sciroppo di acero nel caffè, lo bevve avidamente e si girò per vedere se era in arrivo la doppia porzione di bacon. Era come trovarsi con un musulmano osservante che, per qualche ragione, era finito a un festino a Las Vegas.

In fondo al ristorante c'era una fila di telefoni pubblici, occupati da svariati camionisti che stavano senza dubbio spiegando alle mogli e ai capi che sarebbero arrivati in ritardo, essendo bloccati da una bufera nel Maine, in un'area di sosta chiamata Dysart's, dove sarebbero probabilmente rimasti sino alle dodici del giorno successivo.

Jonesy si scostò dalla finestra dell'ufficio e guardò la scrivania, adesso coperta da tutte le sue solite cose. C'era il telefono ultimo modello. Chissà se avrebbe potuto chiamare Henry di lì? Henry era ancora vivo? Jonesy era convinto di sì. Se l'amico fosse morto, avrebbe avvertito il momento della sua dipartita, magari solo a livello di ombre nel locale. «Elvis ha lasciato l'edificio», era solito dire Beaver quando leggeva nei necrologi un nome a lui noto. «Che peccato!» diceva. Jonesy non pensava che Henry avesse lasciato l'edificio, per il momento.

8

Mr Gray non si strozzò con le due porzioni di bacon, ma quando avvertì un improvviso mal di pancia, emise un ruggito sgomento: Mi hai avvelenato!

Rilassati, disse Jonesy. Devi solo fare un po' di spazio, amico.

Spazio? Cosa...

S'interruppe in preda a un altro crampo.

Voglio dire che dobbiamo andare di corsa al bagno dei maschietti, rispose Jonesy. Santo Cielo, non avete imparato nulla di anatomia umana da tutti quei rapimenti che avete fatto negli anni Sessanta ?

Darlene aveva lasciato il conto, che Mr Gray raccolse.

Lascia il quindici per cento, suggerì Jonesy. È la mancia.

Quant'è il quindici per cento?

Jonesy sospirò. E questi erano i padroni dell'universo che il cinema ci aveva insegnato a temere? Spietati conquistatori dello spazio che non sapevano come cagare o come calcolare l'ammontare di una mancia?

Altro crampo, seguito da una silenziosa scoreggia. Puzzolente ma umana. Grazie a Dio per le piccole cose, pensò Jonesy. Poi, rivolto a Mr Gray: Fammi vedere il conto.

Jonesy guardò il foglietto verde attraverso la finestra dell'ufficio.

Lascia un dollaro e mezzo. E, vedendo l'incertezza di Mr Gray, aggiunse: Ti sto dando un buon consiglio, amico. Se lasci di più, lei si ricorderà di te perché sei stato il più generoso della serata. Se lasci di meno, ti ricorderà come un taccagno.

Intuì che Mr Gray stava cercando il significato della parola «taccagno» nei file di Jonesy. Poi, senza ulteriori contestazioni, lasciò sul tavolo un dollaro e due monete da un quarto l'una. Ciò fatto, si diresse verso la cassa.

L'agente stava gustando la torta - con una certa lentezza, pensò Jonesy - e, quando Mr Gray gli passò accanto, Jonesy sentì che quello, come entità (un'entità sempre più umana), si dissolveva per andare a curiosare nella testa del poliziotto. Non era rimasto niente di lui, tranne la nube rosso-nera che gestiva il corpo di Jonesy.

Rapido come il fulmine, Jonesy afferrò il telefono sulla scrivania. Esitò per un istante, incerto. 1-800-HENRY, pensò Jonesy.

Per un attimo non si udì nulla... poi, da qualche parte, un telefono cominciò a squillare.

9

«Un'idea di Pete», borbottò Henry.

Owen, al volante del gippone (gigantesco e rumoroso, ma munito di enormi pneumatici da neve che mordevano il terreno come niente), si girò. Henry dormiva. Gli occhiali gli erano scivolati sulla punta del naso. Le palpebre, adesso delicatamente spolverate di byrus, fremevano. Henry stava sognando. Che cosa? si chiese Owen. Probabilmente si sarebbe potuto inserire nella testa del suo nuovo compagno e dare un'occhiata, ma gli parve una cosa scorretta.

«Un'idea di Pete», ripeté Henry. «È stato lui a vederla per primo.» E sospirò. Sembrava così esausto che Owen provò compassione di lui. No, non voleva sapere che cosa frullava nella testa di Henry. Derry era a un'ora di distanza: meglio lasciarlo dormire.

10

Dietro il liceo di Derry c'è il campo di football dove un tempo Richie Grenadeau mieteva successi sportivi, ma sono ormai cinque anni che quell'eroe è nella tomba, uno dei tanti emuli di James Dean, schiantatosi in un incidente d'auto. Sono spuntati e tramontati tanti altri eroi sportivi. Adesso non è la stagione del football. È primavera, e sul campo c'è qualcosa che ricorda uno stormo di uccelli, uccelli enormi, rossi, con teste nere. Questi corvi mutanti, seduti su sedie pieghevoli, ridono e cianciano, ma il signor Trask, preside della scuola, non ha difficoltà a farsi sentire; è sul podio della piattaforma improvvisata e ha un microfono.

«Un'ultima cosa!» grida. «Non vi dirò di non lanciare in aria i vostri tocchi accademici alla fine della cerimonia, so per esperienza che sarebbe fiato sprecato...»

Risate e applausi.

«... ma vi dico di raccoglierli e di restituirli, altrimenti dovrete pagarli!»

Qualche buuu e qualche fischio, i più forti dei quali emessi da Beaver Clarendon.

Il preside lancia un'ultima occhiata agli studenti. «Ritengo di parlare a nome di tutto il corpo docente dicendo ai diplomandi dell'anno scolastico 1981-'82 che sono fiero di voi. Con questo, le prove sono concluse, quindi...»

Il resto del discorso si perde; i corvi si alzano con battiti d'ala di nylon rosso, e volano via. Domani a mezzogiorno, voleranno via per davvero, e anche se i tre corvi che sghignazzano dirigendosi verso l'auto di Henry non se ne rendono conto, la fase adolescenziale della loro amicizia si concluderà tra poche ore. Non se ne rendono conto, e forse è meglio così.

Jonesy afferra il tocco di Henry, lo sovrappone al suo e corre verso il parcheggio.

«Ehi, stronzo, ridammelo!» grida Henry, che a sua volta prende quello di Beaver. Beav starnazza come un pollo e rincorre Henry, ridendo. 1 tre, con le toghe svolazzanti sopra i jeans, corrono attraverso il prato.

Jonesy si gira, prendendo in giro Henry («Su, signor Basketball corri come una ragazza») e per poco non sbatte contro Pete, che sta davanti alla bacheca installata all'ingresso nord del parcheggio. Pete, cui manca ancora un anno al diploma, afferra Jonesy, lo piega all'indietro come se stesse ballando il tango con una bella fanciulla, e lo bacia sulla bocca. I due tocchi che ha sul capo scivolano via, e il ragazzo lancia un grido di sorpresa.

«Finocchio!» grida Jonesy sfregandosi freneticamente la bocca... ma anche lui scoppia a ridere. Pete è un tipo strano: tira avanti per settimane come il più normale dei ragazzi, poi, senza preavviso, fa qualche stranezza. Di solito gli capita dopo un paio di birre, ma non quel pomeriggio.

«Ho sempre avuto voglia di farlo, Gariella», dichiara Pete con tono sentimentale. «Adesso sai cosa provo.»

«Finocchio della malora, se mi hai attaccato la sifilide, ti ammazzo!»

Arriva Henry, raccoglie il suo tocco e lo usa per colpire Jonesy. «L'erba l'ha macchiato», constata Henry. «Se devo pagarlo, farò ben altro che baciarti, Gariella.»

«Non fare promesse che non puoi mantenere, testa di cazzo», replica Jonesy.

«Sei bellissima, Gariella», declama Henry, solenne.

Beav arriva ansante, mordicchiando uno stuzzicadenti. Prende il tocco di Jonesy, lo esamina e dice: «Qui c'è una macchia di sborra. Ne ho viste abbastanza sulle mie lenzuola da saperle riconoscere!» Raccoglie il fiato e, rivolto agli altri compagni che si stanno allontanando, grida: «Gary Jones è venuto nel tocco accademico! Ehi, ascoltate, Gary Jones è...»

Jonesy lo afferra, lo sbatte a terra e i due rotolano tra sventagliate di nylon rosso. I due tocchi finiscono sull'erba ed Henry li raccoglie per impedire che vengano schiacciati.

«Tirati su!» grida Beaver. «Mi stai schiacciando. Per amor del cielo...»

«Duddits la conosceva», dice Pete. Non è di buon umore come loro (forse è il solo che intuisce l'avvento di grandi cambiamenti). Sta guardando la bacheca. «Anche noi la conoscevamo. Era quella che stava sempre davanti all'Accademia dei rinco. 'Ciao, Duddie', diceva.» E pronuncia quel saluto con voce femminile, in modo toccante e non sprezzante. E benché Pete non sia granché come attore, Henry riconosce subito quella voce. Ricorda la ragazzina, che aveva capelli biondi e vaporosi, grandi occhi marrone e ginocchia piene di croste e una sportina di plastica bianca in cui teneva il pranzo e le sue BarbieKen. Era così che chiamava le due bambole - BarbieKen - come se fossero un'unica entità.

Anche Jonesy e Beav capiscono chi sta imitando Pete, e lo sa anche Henry. È per via di quel famoso legame, che si è instaurato ormai da anni tra di loro. Tra di loro e Duddits. Jonesy, Beav ed Henry non ricordano il nome della bambina... Sanno solo che il suo cognome è molto lungo e complicato. E che aveva una cotta per Duds, ed era per questo che lo aspettava sempre davanti all'Accademia dei rinco.

I tre si avvicinano a Pete e guardano la bacheca.

Come al solito, è piena di annunci: compro questo, vendo quello e così via.

E, in un angolo, la foto di una ragazza sorridente con una selva di capelli biondi (che adesso sono crespi più che vaporosi) e grandi occhi un po' imbambolati. Non è più una bimbetta - Henry ogni tanto si stupisce nel constatare che i bambini con cui lui è cresciuto (incluso se stesso) sono spariti - ma quegli occhi li riconoscerebbe ovunque.

SCOMPARSA, dice la scritta a stampatello sotto la foto. Poi, in un corpo leggermente più piccolo: JOSETTE RINKENHAUER, VISTA PER L'ULTIMA VOLTA NEL CAMPO DA SOFTBALL DI STRAWFORD PARK IL 7 GIUGNO 1982. Sotto ci sono ulteriori informazioni, ma Henry non le legge. Riflette invece su quanto sia strana Derry quando si tratta di persone scomparse... non è per niente come altre cittadine. Oggi è l'8 giugno, il che vuol dire che la Rinkenhauer è scomparsa solo da un giorno, ma il volantino è stato messo in un angolo della bacheca, come se non avesse importanza. E non è tutto. Il giornale di stamattina non riportava la notizia. Henry lo sa perché l'ha letto. O, meglio, l'ha scorso mentre faceva colazione. Forse la notizia era sepolta nella sezione di cronaca cittadina, pensa, e capisce subito che è così. Sepolta è la parola chiave. A Derry viene sepolto un sacco di cose. Le sparizioni di bambini, per esempio. Nel corso degli anni se ne sono verificate parecchie, ma nessuno ne parla molto. È come se una qualche sparizione occasionale fosse il prezzo da pagare per abitare in un posto così carino e tranquillo. Quest'idea riempie Henry d'indignazione. Era una cara bambina, con quelle sue BarbieKen. Tenera come Duddits. Ricorda quanto spesso la vedevano quando accompagnavano Duddits a scuola, ricorda la bimbetta con le ginocchia coperte di croste e la sportina di plastica bianca e i suoi Ciao, Duddie. Era tenera.

E lo è ancora, pensa Henry. È...

«È viva», dichiara Beaver. Si toglie lo stuzzicadenti di bocca, lo guarda e lo butta via. «Viva e vegeta. Vero?»

«Sì», dice Pete. Sta ancora guardando la foto, ed Henry sa che l'amico ha il suo stesso pensiero: è cresciuta. Anche Josie, che in una vita meno ingiusta sarebbe potuta essere la ragazza di Doug Cavell. «Ma penso che sia...»

«Nella merda sino al collo», fa Jonesy. Si è tolto la toga che ha posato sul braccio.

«Bloccata», dice Pete, con aria sognante, guardando ancora la foto. Il dito ha cominciato a ondeggiare: tic-toc, tic-toc.

«Dove?» chiede Henry, ma Pete scuote la testa. E così pure Jonesy.

«Chiediamolo a Duddits», propone Beaver all'improvviso. E tutti sanno il perché. Nessun bisogno di discutere. Perché Duddits vede la riga. Duddits

11

«... vede la riga!» gridò Henry, tirandosi su di scatto. Spaventò a morte Owen, il quale si era ritirato in un suo spazio privato in cui c'erano solo lui e la bufera e lo snodarsi infinito dei catarifrangenti lungo la strada. «Duddits vede la riga!»

Il gippone slittò, poi si rimise in carreggiata. «Cristo!» esclamò Owen. «La prossima che ti salta il cervello, cerca di avvertirmi prima!»

Henry si passò una mano sul volto, inspirò a fondo ed espirò. «So dove dobbiamo andare e cosa fare...»

«Ah, bene...»

«... ma devo raccontarti una storia in modo che tu capisca.»

Owen gli lanciò un'occhiata. «Ma tu capisci?»

«Non tutto, ma qualcosa più di prima, sì.»

«Avanti. Ci vuole un'ora per arrivare a Derry. Ti basta?»

Henry pensò che sarebbe stata più che sufficiente, specie comunicando con il pensiero. Incominciò dall'inizio... quello che adesso aveva capito essere l'inizio. Non l'arrivo dei grigi, non il byrus o le donnole di merda, ma i quattro ragazzi che avevano sperato di vedere la foto della reginetta del liceo con la gonna sollevata. Owen sentì la propria mente riempirsi di una serie di immagini non sequenziali, più simili a quelle di un sogno che di un film. Henry gli parlò di Duddits, del primo viaggio all'Hole in the Wall, e di Beaver che aveva vomitato nella neve. Descrisse a Owen quelle camminate sino alla scuola, e la versione di cribbage giocata da Duddits. Gli parlò della volta in cui avevano portato Duddits a vedere Babbo Natale... che bidone era stato quello! E la volta in cui avevano visto la foto di Josie Rinkenhauer nella bacheca, il giorno precedente la consegna dei diplomi. Owen li vide andare a casa di Duddits con l'auto di Henry, tocchi e toghe impilati sul sedile posteriore; li vide salutare i Cavell, che erano in soggiorno con un uomo pallidissimo e una donna in lacrime. Roberta cingeva le spalle di Ellen Rinkenhauer e le diceva che tutto sarebbe finito bene, che Dio non avrebbe mai permesso che alla cara, piccola Josie accadesse qualcosa di brutto.

Che forza, pensò Owen. Accidenti, quest'uomo ha davvero dei poteri. Com'è possibile?

I Cavell non badano molto ai ragazzi, perché se li vedono sempre intorno, e i Rinkenhauer sono troppo ripiegati sul loro dolore per accorgersi di qualsiasi cosa. Non hanno neppure toccato il caffè offerto da Roberta. «È in camera sua», ragazzi, dice Alfie Cavell. E Duddits, staccando gli occhi dai soldatini - ha tutta la collezione di GI Joe - si alza non appena gli amici compaiono sulla soglia. In camera, Duddits porta sempre le pantofole a forma di coniglietto che gli ha regalato Henry - le adora, e le porterà sino a che saranno ridotte a brandelli di stoffa rosa tenuti insieme da nastro adesivo - ma questa volta ha indosso le scarpe. Li stava aspettando e, sebbene il suo sorriso sia solare come al solito, i suoi occhi non ridono. «Oe diamo?» chiede. Dove andiamo? E...

«Eravate tutti così?» sussurrò Owen. Henry doveva già averglielo detto, ma finora non aveva capito a che cosa alludesse. «Anche prima di questi ultimi eventi?» si sfiorò la guancia dove cresceva una muffetta di byrus.

«Sì. No. Non so. Sta' zitto e ascolta.»

E la testa di Owen tornò a riempirsi di immagini risalenti al 1982.

12

Alle quattro e mezzo arrivano a Strawford Park dove, sul campo da softball, c'è un gruppo di ragazzine in maglietta gialla, tutte con la coda di cavallo che sbuca dal berretto. Quasi tutte hanno l'apparecchio ai denti. «Santo Cielo, giocano da schifo e si danno un sacco di arie», osserva Pete, e magari è vero, però hanno l'aria di divertirsi un mondo. Henry non si diverte per niente, ha un nodo allo stomaco, ed è lieto di constatare che anche Jonesy ha l'aria spaventata e solenne. Pete e Beaver non brillano per immaginazione, ma lui e la vecchia Gariella ne hanno fin troppa. Pete e Beav la prendono come una specie di avventura, ma per Henry è diverso. Non trovare Josie sarebbe una brutta cosa (perché loro sono in grado di scovarla), ma trovarla morta...

«Beav», dice.

Beav distoglie gli occhi dalle ragazze. «Cosa?»

«Pensi che sia ancora viva?»

«Io...» Il suo sorriso si spegne. «Non so. Pete?»

Ma Pete scuote il capo. «Poco fa, a scuola, ero convinto di sì. Quasi mi pareva che la foto mi parlasse... ma ora...» si stringe nelle spalle.

Henry guarda Jonesy, che alza anche lui le spalle, poi allarga le braccia: Non so. Allora Henry si rivolge a Duddits.

Duddits sta osservando la scena da dietro gli occhiali con le lenti a specchio, che gli danno un'aria comicamente inquietante. Porta anche il tocco di Beaver e gli piace soffiare sulla nappina che gli ricade sulla fronte.

Duddits non è dotato di percezione selettiva: per lui tutto è ugualmente interessante, dal barbone che fruga nella spazzatura alla ricerca di vuoti da riportare al negozio, alle ragazze che giocano a softball, agli scoiattoli che corrono sui rami. È una delle caratteristiche che lo rendono speciale. «Duddits», dice Henry. «C'era questa ragazza con cui andavi a scuola, si chiamava Josie. Josie Rinkenhauer.»

Duddits lo guarda con cortese interesse, ma non sembra riconoscere il nome. E come potrebbe? Non si ricorda neppure ciò che ha mangiato per colazione, quindi perché dovrebbe ricordare una compagna di scuola di tre o quattro anni prima? Henry avverte un'ondata di impotenza, mitigata però da una sorta di divertimento. Ma che cosa mai era saltato loro in mente?

«Josie», tenta Pete, ma neppure lui sembra molto speranzoso. «Ti prendevamo in giro dicendo che era la tua ragazza, ti ricordi? Aveva gli occhi castani... e una gran testa di capelli biondi... e...» Sospira, scoraggiato. «Cazzo.»

«Effa meda, alo giono», dice Duddits, perché questo di solito li fa ridere: Stessa merda, altro giorno. Poiché non funziona, Duddits prova un altro detto: «lente anci, iente tite».

«Appunto», commenta Jonesy. «Niente lanci, niente partite. Tanto vale tornare a casa, ragazzi, questo non funz...»

«No», esclama Beaver, e tutti lo guardano. Ha gli occhi lustri e turbati. Mastica lo stuzzicadenti con tanta energia da farlo sobbalzare. «Acchiappasogni», dice.

13

«Acchiappasogni?» chiese Owen. La sua voce sembrava venire da lontano, anche alle sue stesse orecchie. I fari del gippone bucavano l'infinita distesa innevata che pareva una strada solo per via dei catarifrangenti ai lati. Acchiappasogni, pensò, e di nuovo nella sua testa affluì il passato di Henry, travolgendolo con le immagini, i rumori e gli odori di quella giornata di fine primavera.

Acchiappasogni.

14

«Acchiappasogni», dice Beav, e si capiscono subito, come talvolta avviene tra di loro, e come pensano sia per tutti gli amici (in seguito, Henry scoprirà che non è così). Sebbene non abbiano mai parlato esplicitamente del sogno che avevano condiviso durante la prima visita alla baita, sanno che Beaver è convinto che fosse stato provocato dall'acchiappasogni di Lamar. Nessuno degli altri ha mai cercato di fargli cambiare idea, in parte perché non vogliono contestare la superstizione dell'amico riguardo a quell'innocua ragnatela di spago, e soprattutto perché non vogliono parlare di quel giorno. Ma ora capiscono che Beaver ha intuito una mezza verità. Sono davvero uniti da un acchiappasogni, ma non è quello di Lamar.

Il loro acchiappasogni è Duddits.

«Avanti, ragazzi, non abbiate paura», li esorta Beaver. «Dategli la mano.»

E così fanno, pur avendo un po' di paura.

Jonesy prende la mano destra di Duddits, il quale appare sorpreso, poi sorride e stringe a sua volta le dita intorno a quelle dell'amico. Pete gli prende la sinistra. Beaver ed Henry si avvicinano e cingono la vita di Duddits.

E così i cinque ragazzi se ne stanno lì, sotto una quercia di Strawford Park. Sul volto danzano le luci e le ombre proiettate dal sole di giugno. Sembrano giocatori di football che concertano una strategia. Le ragazzine in giallo li ignorano, come pure gli scoiattoli, come pure l'ingegnoso barbone che sta raccattando vuoti a rendere per procurarsi una bottiglia.

Henry sente la luce entrare in lui e capisce che la luce è lui stesso e i suoi amici; sono loro a generare quella picchiettatura di luci e ombre verdi, e, di tutti loro, Duddits è il più luminoso. Lui è il loro pallone; senza di lui, niente lanci, niente partite. È lui l'acchiappasogni, quello che fa di loro un tutto unico. Il cuore di Henry è colmo come non lo sarà mai più negli anni a venire (e quel vuoto crescerà e si farà sempre più oscuro con il passare del tempo), e il ragazzo pensa: È solo per trovare una ragazza ritardata la cui perdita probabilmente importa solo ai suoi genitori? È solo per uccidere un prepotente cretino, facendolo finire fuori strada addirittura nel sonno? Può ridursi solo a questo? Un dono così grande, così stupefacente per realizzare simili piccolezze? È possibile?

Perché se è così - e lo pensa anche in quell'estatico momento di unione - allora a che serve? Che cosa vuol dire?

Poi ogni pensiero viene spazzato via dalla forza di quell'esperienza. Il volto di Josie Rinkenhauer si leva davanti a loro, un'immagine mutevole, composta dalla somma di quattro percezioni e ricordi... che poi diventano cinque quando Duddits capisce di chi si stanno preoccupando.

Quando Duddits dà il suo contributo, l'immagine diventa cento volte più luminosa, cento volte più nitida. Perché Duddits sarà anche ritardato sotto certi aspetti, ma non in questo campo; in questo loro sono dei poveri idioti mentre lui è un genio.

«O mio Dio!» grida Beaver, la voce un misto di estasi e di sgomento.

Perché Josie è lì con loro. Le loro differenti percezioni riguardo alla sua età hanno dato come risultato una ragazzina sui dodici anni, più grande di quello che era ai tempi dell'Accademia dei rinco, ma di certo più giovane di quello che deve essere ora. Le hanno attribuito un vestito alla marinara, di un colore che svaria dal rosa all'azzurro. Ha una sporta di plastica bianca da cui sbucano le teste di BarbieKen e le ginocchia splendidamente sbucciate. Orecchini a forma di coccinella vanno e vengono dai lobi delle orecchie, ed Henry pensa: Ah, sì, quelli me li ricordo.

Lei apre bocca e dice: «Ciao, Duddie». Si guarda attorno e dice: «Ciao, ragazzi».

Poi sparisce. E si ritrovano in cinque, cinque ragazzi sotto una vecchia quercia con la luce di giugno che gioca sui loro volti, e le grida delle ragazzine nelle orecchie. Pete piange. Anche Jonesy. Il barbone è sparito - deve aver raccolto abbastanza vuoti - ma è arrivato un altro uomo, un tizio solenne che, nonostante il caldo, indossa un giaccone pesante. La guancia sinistra è coperta di roba rossastra che potrebbe sembrare una voglia. Ma Henry sa che non è così. È byrus. Owen Underhill si è unito a loro nello Strawford Park, e li sta osservando. Niente paura: nessuno, tranne Henry, vede il visitatore ai margini dell'acchiappasogni.

Duddits sorride, ma appare sorpreso nel vedere le lacrime sulle guance dei due amici. «Peché agni?» chiede a Jonesy.

«Lascia perdere», dice Jonesy. Poi sfila la mano da quella di Duddits, e il contatto s'interrompe. Jonesy si asciuga le lacrime, e Pete fa lo stesso. Beav fa una risatina singhiozzante.

«Credo di aver inghiottito lo stuzzicadenti», mormora.

«No, cretino, eccolo lì», dice Henry indicandogli lo stecchino masticato caduto sull'erba.

«Ovare Osie?» chiede Duddits.

«Ce la fai, Duds?» chiede Henry.

Duddits si dirige verso il campo da softball, e gli altri lo seguono rispettosamente. Duddits passa davanti a Owen ma naturalmente non lo vede; per lui non esiste, non per il momento, almeno. Passa a fianco del campo, e oltre il baretto. Poi si ferma.

Alle sue spalle Pete boccheggia.

Duddits si gira a guardarlo, gli occhi luminosi e colmi d'interesse. Pete ha teso un dito, lo fa oscillare e guarda il prato. Henry segue la direzione del suo sguardo e per un istante pensa di aver visto qualcosa - un lampo di giallo sull'erba - che subito sparisce. C'è solo Pete, che muove il dito come sempre fa quando usa la sua speciale capacità di orientamento.

«Edi la iga, Ete?» chiede Duddits con un tono paterno che quasi suscita l'ilarità di Henry. Vedi la riga, Pete?

«Sì», risponde Pete, gli occhi fuori della testa. «Cazzo, sì.» Guarda gli altri. «È stata qui, ragazzi! Proprio qui!»

Traversano il parco seguendo una riga che solo Duddits e Pete riescono a vedere, mentre un uomo la cui presenza è nota solo a Henry va appresso a loro. All'estremità nord del parco c'è una recinzione malconcia cui è affisso un cartello: D.B.&A.R.R. PROPRIETÀ PRIVATA - VIETATO L'ACCESSO. Da anni i ragazzi del luogo ignorano quella proibizione, tanto più che da anni di lì non passano più i treni merci della Derry, Bangor e Aroostook. Ma le rotaie sono ancora lì e i cinque, non appena superano la recinzione, le vedono, giù, in fondo alla scarpata.

A metà della china, ripida, piena di ortiche e altre erbacce, trovano la sporta di plastica bianca di Josie. Adesso è vecchia e sciupata - riparata in più punti con nastro adesivo - ma Henry la riconoscerebbe ovunque.

Duddits la prende e guarda all'interno. «AbiEn!» annuncia, e tira fuori le bambole. Nel frattempo Pete ha proseguito, chino in avanti, tetro come Sherlock Holmes sulle tracce del professor Moriarty. Ed è Pete Moore che infine la trova, fermandosi accanto all'estremità di un lurido tubo di cemento che sbuca tra le erbacce. «È qui!» grida Pete. Il suo volto è pallido come un lenzuolo. «Ragazzi, credo che sia qui!»

C'è una rete fognaria incredibilmente complessa sotto Derry, una cittadina eretta su quello che un tempo era un terreno paludoso ignorato dagli indiani Micmac che vivevano nei dintorni. Gran parte della rete è stata costruita negli anni Trenta, con i finanziamenti previsti dal New Deal, e gran parte cederà nel 1985, durante la grande tempesta che inonderà la città e distruggerà la torre dell'acquedotto. Ma adesso i condotti sono ancora al loro posto. Questo si immette nella collina dall'alto verso il basso. Josie Rinkenhauer era entrata nell'imboccatura ed era scivolata fino a fermarsi su un cumulo di foglie secche. Era precipitata come un bimbo su uno scivolo ed era finita in fondo. Aveva cercato di risalire, sfinendosi senza risultato; aveva mangiato qualche biscotto che aveva nella tasca dei calzoni e per un numero infinito di ore - dodici, forse quattordici - era rimasta in quel buio puzzolente, sentendo il vago ronzio del mondo esterno che non riusciva più a raggiungere, e aspettando la morte.

Adesso, sentendo la voce di Pete, leva il capo e, riunendo le forze rimaste, grida: «Aiutoooo! Non riesco a uscire! Per favore, aiutatemi!»

Ai ragazzi non viene neppure in mente di chiedere l'intervento di un adulto, magari dell'agente Nell, di servizio in quel quartiere. Vogliono a tutti i costi tirarla fuori di lì: salvare quella ragazza è compito loro. Hanno la presenza di spirito di proibire a Duddits di andare con loro, ma i quattro formano una catena e s'immettono nel tubo. Pete è in testa, seguito da Beav, Henry e Jonesy.

Sgusciano in quella puzzolente oscurità (qui l'odore è ammorbante, al di là di ogni immaginazione), e dopo tre metri Pete trova nella melma le scarpe da tennis di Josie. Senza neppure pensarci, se le infila nelle tasche posteriori dei jeans.

Qualche secondo più tardi, grida: «Fermi!»

Il pianto e le invocazioni di aiuto della ragazza adesso sono molto forti, e Pete la vede seduta in fondo alla discesa. Guarda verso l'alto, il volto un cerchio bianco nell'oscurità.

Si spingono più in basso, e cercano di essere prudenti nonostante l'eccitazione. Jonesy si è puntellato con i piedi contro un pezzo di cemento caduto. Josie allunga le braccia... ma non riesce a raggiungere la mano tesa di Pete. Infine, quando sono sul punto di dichiararsi sconfitti, Josie si tira un po' più su. Pete afferra il suo polso graffiato e sporco.

«Siiii!» grida, trionfante. «Presa!»

La tirano su delicatamente, verso l'imboccatura dove Duddits li attende, reggendo la sporta in una mano e le bambole nell'altra, gridando a Josie di non preoccuparsi, perché Barbie e Ken li ha lui. Luce e aria fresca li attendono all'estremità del tubo...

15

Il gippone era sprovvisto di telefono. C'erano due radio, ma niente telefono. Tuttavia un forte squillo interruppe il filo dei ricordi di Henry, spaventando lui e Owen.

Owen ebbe un sussulto come un uomo svegliato di soprassalto da un sonno profondo, e il veicolo slittò e fece un vorticoso testa-coda, come la danza di un dinosauro.

«Accidenti...»

Cercò di assecondare la slittata. Il volante girò a vuoto. L'automezzo scivolò all'indietro, e infine si fermò nel cumulo di neve dello spartitraffico centrale.

Drin! Drin! Drin! Proveniente dal nulla.

È nella mia testa, pensò Owen. Lo sto proiettando all'esterno, ma è nella mia testa, è sempre quella maledetta telep...

Tra di loro, sul sedile c'era una pistola, una Glock. Henry la sollevò e immediatamente lo squillo smise. Si accostò la canna all'orecchio.

Ma certo, pensò Owen. Del tutto normale! Ha ricevuto una chiamata sulla Glock, ecco tutto. Succede tutti i giorni.

«Pronto», disse Henry. Owen non sentì la risposta, ma il volto esausto del suo compagno s'illuminò in un sorriso. «Jonesy! Lo sapevo che eri tu

E chi altri? si chiese Owen. La conduttrice di un talk show?

«Dove...»

In ascolto.

«Cercava Duddits, Jonesy? È per questo che...» Di nuovo in ascolto. Poi: «La torre dell'acquedotto? Ma perché? Jonesy?»

Per qualche istante ancora tenne la pistola puntata alla testa, apparentemente senza rendersi conto di che cosa aveva in mano. Poi la posò sul sedile. Il sorriso era svanito.

«Ha riattaccato. Credo che stesse tornando l'altro. Lui lo chiama Mr Gray.»

«Il tuo amico è vivo, ma tu non hai l'aria di esserne contento.» Erano i pensieri di Henry a non essere lieti, ma non c'era alcun bisogno di precisarlo a parole. Felice in un primo momento, così come si può essere felici quando una persona cara ti chiama sulla Glock, ma adesso la felicità era svanita. Perché?

«Lui - loro - sono a sud di Derry. Si sono fermati a mangiare in un posto da camionisti chiamato Dysart's... solo che Jonesy lo chiama Disastro, come quando eravamo bambini. Sembrava spaventato.»

«Per sé? Per noi?»

Henry gli lanciò un'occhiata tetra. «Ha paura che Mr Gray abbia intenzione di uccidere un agente della polizia di stato per prendere la sua auto. Più o meno è tutto quello che mi ha detto. Cazzo.» Si colpì la gamba con un pugno.

«Ma è vivo.»

«Sì», rispose Henry senza grande entusiasmo. «È immune. Duddits... adesso capisci qualcosa di Duddits?»

No. E dubito che anche tu capisca... ma forse ne so abbastanza.

Henry ritornò alla comunicazione mentale, che gli riusciva più facile. Duddits ci ha cambiati, stare con Duddits ha cambiato tutti noi. L'incidente d'auto a Cambridge ha di nuovo cambiato Jonesy. Spesso le onde cerebrali di chi sfiora la morte cambiano. L'anno scorso ho letto un articolo a questo riguardo sul Lancet. Nel caso di Jonesy, questo fa sì che Mr Gray possa usarlo senza contagiarlo o logorarlo. E, almeno per il momento, questo gli ha permesso di non farsi cooptare.

«Cooptare?»

Inglobare. Riassorbire. Poi, ad alta voce: «Ce la fai a uscire da questo cumulo di neve?»

Credo di sì.

«È quello che temevo», disse Henry, tetro.

Owen si girò verso di lui, il volto verdastro nel luccichio delle spie del cruscotto. «Ma cosa cazzo ti succede?»

Cristo, non lo capisci? In quanti modi devo dirtelo? «È ancora là dentro! Jonesy!»

Per la terza o la quarta volta da quando erano fuggiti insieme, Owen fu costretto ad attingere a ciò che gli diceva il cuore, non la testa. «Capisco.» Fece una pausa. «È vivo. È vivo e raziocinante. Fa persino delle telefonate.» Altra pausa. «Cristo.»

Owen innestò la prima e avanzò di una spanna. Poi mise la retromarcia, e spinse il posteriore del gippone nel cumulo di neve, sollevandolo. Era proprio quello che voleva. Quando inserì di nuovo la prima, uscirono dal cumulo di neve come un tappo da una bottiglia.

«Sai cosa dobbiamo fare, vero?» chiese Owen. «Sempre che riusciamo a beccarlo. Perché, quali che siano i dettagli, il piano generale mira quasi certamente a una contaminazione su vasta scala. E, fatti i debiti conti...»

«I conti li so fare anch'io», replicò Henry. «Sei miliardi di persone sulla Terra, contro un solo Jonesy.»

«La proporzione è quella.»

«I numeri possono mentire», disse Henry, ma con scoramento. Quando le cifre erano di una certa entità, allora non mentivano più. Sei miliardi era un numero molto grande.

Owen sollevò il piede dal freno e lo posò sull'acceleratore. Il veicolo avanzò - di mezzo metro, questa volta - poi fece presa sul terreno e uscì dal banco di neve ruggendo come un dinosauro. Owen piegò verso sud.

Dimmi cos'è successo dopo che avete tirato fuori la ragazza dal condotto.

Prima che Henry potesse riprendere il racconto, una delle radio crepitò. La voce che seguì giunse forte e chiara, come se chi parlava fosse seduto lì accanto a loro.

«Owen? Sei lì?»

Kurtz.

16

Impiegarono quasi un'ora a percorrere i primi venticinque chilometri a sud di Blue Base (ex Blue Base), ma Kurtz non era preoccupato. Dio avrebbe vegliato su di loro, di questo era sicuro.

Freddy Johnson era al volante (il felice quartetto era a bordo di un altro Humvee attrezzato per la neve). Perlmutter era accanto al conducente, ammanettato alla maniglia. Cambry era sul sedile posteriore, anche lui ammanettato. Kurtz sedeva dietro a Freddy, Cambry dietro a Pearly. Kurtz si chiedeva se i due compari contagiati stessero comunicando telepaticamente. Non sarebbe servito granché, comunque. I finestrini erano abbassati e nel veicolo faceva un freddo cane, nonostante il riscaldamento fosse alzato al massimo. Ma era necessario tenere i finestrini aperti per impedire che l'aria all'interno diventasse irrespirabile, densa com'era di miasmi sulfurei misti a un sentore di etere. Gran parte della puzza sembrava generata da Perlmutter, che continuava ad agitarsi sul sedile, emettendo qualche sporadico grugnito. Cambry pullulava di Ripley che gli cresceva addosso come l'erba dopo la pioggia primaverile, e anche lui puzzava. Ma il peggiore era Pearly, che cercava di scoreggiare senza far rumore, fingendo di non essere stato lui. Cambry aveva il Ripley; Kurtz sospettava che Pearly, che Dio lo proteggesse, avesse anche qualcos'altro.

Kurtz faceva del suo meglio per nascondere questi pensieri ripetendo un mantra tutto suo: Davis e Roberts, Davis e Roberts, Davis e Roberts.

«Vuol piantarla, per favore?» chiese Cambry. «Mi sta tirando scemo.»

«Tira scemo anche me», disse Perlmutter. Si mosse e gli sfuggì un pffft. Il rumore di un giocattolo di gomma che si sgonfia.

«Insomma, Pearly!» gridò Freddy, aprendo ulteriormente il finestrino. «Ti dispiace piantarla con quel fottuto profumo anale?»

«No, scusa», replicò Perlmutter, offeso. «Se stai insinuando che ho fatto un vento, devo dirti che...»

«Io non insinuo un bel niente», lo interruppe Freddy. «Ti dico di smetterla di impestare l'aria, altrimenti...»

Poiché Freddy non avrebbe potuto in nessun modo mettere in atto la propria minaccia - avevano bisogno di due soggetti telepatici - Kurtz s'inserì nella conversazione. «La storia di Edward Davis e di Franklin Roberts è molto istruttiva, perché dimostra che non c'è mai nulla di nuovo sotto il sole. Avvenne in Kansas, ai tempi in cui il Kansas era davvero il Kansas...»

Kurtz, che come affabulatore se la cavava niente male, li riportò nel Kansas ai tempi della guerra in Corea. Ed Davis e Franklin Roberts erano proprietari di due piccole tenute agricole nei dintorni di Emporia, e non lontano dalla fattoria di proprietà della famiglia Kurtz (che non si chiamava affatto Kurtz). Davis, che non aveva mai avuto tutte le rotelle a posto, si convinse che il suo vicino, l'infame Roberts, voleva rubargli la fattoria. Roberts sparlava di lui in paese, affermava Davis. Roberts gli avvelenava i raccolti, Roberts faceva pressione sulla banca di Emporia perché non gli facesse più credito.

Allora Davis aveva catturato un procione idrofobo e l'aveva infilato nel pollaio, il suo. Il procione aveva fatto strage di galline e infine, Dio Santo, era stato fatto secco dallo stesso Davis.

Poi aveva caricato tutte le galline morte - e il procione - sul rimorchio del trattore, si era recato nella proprietà del vicino e, con il favore delle tenebre, aveva buttato le carcasse nei due pozzi di Roberts. La sera successiva, carburato di whisky e ridendo come un pazzo, Davis aveva telefonato al vicino per dirgli quel che aveva fatto. «Bel caldo oggi, vero?» aveva chiesto il folle ghignando a tal punto che Roberts era riuscito a stento a capirlo. «Da che pozzo hai attinto l'acqua oggi? Hai bevuto acqua di procione o acqua di gallina? Io non te lo posso dire, perché non ricordo dove ho buttato l'uno o l'altro! Non è un peccato?»

A Cambry tremava un angolo della bocca, come se avesse avuto un ictus. Il Ripley sulla fronte si era così esteso da dare l'impressione che qualcuno l'avesse ferito con un'arma da taglio.

«Cosa sta dicendo?» chiese. «Che io e Pearly non siamo meglio di un paio di polli idrofobi?»

«Bada a come parli, quando ti rivolgi al capo, Cambry», disse Freddy, la maschera sballonzolante sul volto.

«Ehi, 'fanculo al capo. La missione è finita.»

Freddy alzò una mano come volesse schiaffeggiarlo, e Cambry protese in avanti il volto. «Su, accomodati. Magari prima faresti bene ad assicurarti di non avere tagli sulle mani. Perché basta un taglietto e il gioco è fatto.»

La mano di Freddy si librò per un istante in aria, poi tornò sul volante.

«E, già che ci sei, guardati le spalle, Freddy. Perché se pensi che il capo voglia lasciare dei testimoni, allora sei pazzo.»

«Pazzo, sì», ridacchiò Kurtz. «Molti agricoltori diventano pazzi, o perlomeno lo diventavano prima di Willie Nelson e le sue sovvenzioni all'agricoltura, che Dio lo benedica. Una vita stressante, immagino. Il povero Davis finì in un ospedale per reduci di guerra - reparto psichiatrico - e, poco dopo la faccenda dei pozzi, Roberts vendette la fattoria, si trasferì a Wichita dove trovò lavoro come rappresentate di trattori della Allis-Chalmers. E nessuno dei due pozzi era stato inquinato. Li fece controllare da un ispettore dell'ufficio d'igiene, che dichiarò che l'acqua era buona. 'La rabbia non si diffonde così', spiegò l'ispettore. Chissà se questo vale anche per il Ripley?»

«Perlomeno lo chiami con il suo vero nome», scattò Cambry. «Byrus.»

«Byrus o Ripley è la stessa cosa», disse Kurtz. «Questi tizi stanno cercando di inquinare i nostri pozzi.»

«A lei non frega niente di tutto questo!» sbraitò Pearly, invelenito. «Lei vuole solo prendere Underhill.» Poi aggiunse, con voce mesta: «Lei è pazzo, capo».

«Owen!» gridò Kurtz, tutto vispo. «Mi ero quasi dimenticato di lui! Dov'è adesso?»

«Un bel po' avanti, bloccato in un mucchio di neve», rispose Cambry.

«Fantastico!» gridò Kurtz. «Lo raggiungeremo!»

«Non ci conti troppo. Sta tirandosi fuori. Ha un Humvee, proprio come noi. Con questi cosi puoi anche attraversare il centro dell'inferno, se sai quel che fai. E a quanto pare lui lo sa.»

«Peccato. Abbiamo guadagnato un po' di terreno?»

«Non molto», rispose Pearly, poi fece una smorfia e mollò un altro peto.

«Cazzo», borbottò Freddy.

«Dammi il microfono, Freddy. Le frequenze accessibili a tutti i militari. Al nostro Owen piacciono solo quelle.»

Freddy gli tese il microfono, regolò la trasmittente, poi disse: «Provi, capo».

Silenzio, crepitii e l'ululare monotono del vento. Kurtz stava per premere il pulsante INVIO per riprovare quando Owen rispose: una voce chiara e netta, qualche disturbo, ma nessuna distorsione. Il viso di Kurtz non cambiò - la stessa espressione ben disposta, interessata - ma il cuore ebbe una bella accelerata.

«Sono qui.»

«Che bello sentirti, amico! Una delizia. Secondo i miei calcoli, dovresti essere a un'ottantina di chilometri da noi. Abbiamo appena passato l'uscita 39, quindi la distanza dev'essere più o meno quella, no?» In realtà avevano appena superato l'uscita 36, e Kurtz riteneva di essere a una quarantina di chilometri da Owen.

All'altro capo, silenzio.

«Fermati», consigliò Kurtz con la sua voce più suadente e pacata. «Non è troppo tardi per recuperare qualcosa di tutto questo casino. Le nostre carriere sono morte e sepolte - polli morti in un pozzo inquinato - ma se hai una missione da compiere, lascia che vi partecipi anch'io. Sono vecchio, figliolo, e voglio solo cavare qualcosa di decente da...»

«Piantala con le fregnacce, Kurtz.» Forte e chiaro dai sei altoparlanti del veicolo. Cambry ebbe addiritura la faccia tosta di ridere. Kurtz lo trafisse con un'occhiata. In altre circostanze, quell'atto avrebbe reso grigia di terrore la pelle nera di Cambry, ma queste non erano altre circostanze, le altre circostanze erano state cancellate, e Kurtz ebbe un'imprevista scossa di paura. Una cosa era sapere razionalmente che tutto quanto era andato a catafascio; un'altra era sentirti franare addosso la verità, pesante come un sacco di farina.

«Owen... ragazzo mio...»

«Senti, Kurtz. Non so se nel cervello ti resta ancora qualche cellula sana, ma, se così fosse, spero che tu mi ascolti con attenzione. Sono con un uomo che si chiama Henry Devlin. Davanti a noi - probabilmente con circa centocinquanta chilometri di vantaggio - c'è un suo amico di nome Gary Jones. Solo che non è più lui. Un'intelligenza aliena, che lui chiama Mr Gray, si è impossessata di lui.»

Gary... Gray, pensò Kurtz. Una questione di anagramma.

«Quanto è successo nella zona di Jefferson non ha più importanza», disse la voce. «Il massacro da te pianificato è inutile, Kurtz... che tu li uccida o li lasci morire per conto loro, quelli non rappresentano più una minaccia.»

«Ma l'avete sentito?» chiese Perlmutter, agitato. «Non sono una minaccia! Non...»

«Taci!» disse Freddy dandogli una sberla. Kurtz quasi non vi badò. Sedeva impettito, gli occhi lampeggianti. Inutile? Owen Underhill stava dicendogli che la più importante missione della sua vita era inutile?

«... l'ambiente, capisci? Non possono sopravvivere in questo ecosistema. Eccetto Gray. Perché ha trovato un organismo ospite con caratteristiche particolari. Così stanno le cose. Kurtz, se mai fossi capace di aver a cuore una causa, smetteresti di inseguirci e ci consentiresti di portare a termine il nostro compito. Ci occuperemo noi di Jones e Gray. Potrai raggiungere noi, ma difficilmente beccherai loro. Sono troppo lontani. E noi riteniamo che Gray abbia un piano. Una cosa che funzionerà.»

«Owen, sei stressato», asserì Kurtz. «Fermati. Faremo insieme quello che c'è da fare. Noi...»

«Se fossi una persona responsabile, lasceresti perdere», replicò Owen, con voce pacata. «Questo è quanto. Passo e chiudo.»

«Non farlo!» gridò Kurtz. «Non farlo! Te lo proibisco!»

Ci fu un clic, seguito dal silenzio. «Ha staccato. Sparito», disse Perlmutter.

«Ma l'ha sentito, no?» chiese Cambry. «Non ha senso proseguire. Rinunci.»

Una vena pulsava sulla fronte di Kurtz. «Come se io potessi fidarmi della sua parola, dopo quello che ha combinato al campo.»

«Ma diceva la verità!» gridò Cambry. Per la prima volta si girò verso Kurtz, gli occhi sbarrati, cisposi di byrus. «Ho sentito i suoi pensieri! E anche Pearly li ha sentiti! Diceva la verità, la pura verità!»

Scattando a velocità allucinante, Kurtz trasse la nove millimetri dalla fondina e sparò. All'interno del gippone lo sparo fu assordante. Freddy lanciò un grido sorpreso e perse il controllo del volante facendo slittare il veicolo. Perlmutter strillò girandosi verso il sedile posteriore. Per Cambry fu una liberazione: il cervello schizzò fuori dal cranio e volò fuori del finestrino, dissolvendosi nella bufera.

Non te l'aspettavi, eh? pensò Kurtz. Qui la telepatia non ti è servita proprio a niente!

«No», convenne Pearly, mesto. «Non si può fare molto con una persona che non sa quel che sta per fare sino a che non l'ha fatto. Non si può fare granché con un pazzo.»

Il gippone si era rimesso in careggiata. Freddy era un gran guidatore, anche quando era attanagliato dalla paura.

Kurtz puntò la pistola contro Perlmutter. «Dammi del pazzo un'altra volta. Avanti, dillo.»

«Pazzo», disse Pearly senza esitare. Dischiuse la bocca in un sorriso che adesso presentava molti buchi. «Pazzo-pazzo-pazzo. Ma lei non mi sparerà per questo. Ha ammazzato il telepatico di riserva, e non si può permettere altro.» Aveva alzato pericolosamente la voce. Il corpo di Cambry finì contro la portiera, e nel vento freddo i capelli ondeggiarono sul cranio fracassato.

«Taci, Pearly», imprecò Kurtz. Adesso si sentiva meglio, aveva ripreso il controllo di sé. Cambry era servito almeno a quello. «Stringi il tuo blocco e taci. Freddy?»

«Sì, capo.»

«Sei ancora con me?»

«Totalmente, capo.»

«Owen Underhill è un traditore, Freddy. Owen Underhill ha tradito il suo paese e i suoi compagni. Lui...»

«Ha tradito lei», disse Pearly, quasi in un sussurro.

«Giusto, Pearly, e spero che tu non voglia sopravvalutare la tua importaza in questa missione, figliolo, perché non si sa mai che cosa può fare un pazzo, come hai detto tu stesso.»

Kurtz guardò la nuca possente di Freddy.

«Noi distruggeremo Owen Underhill... lui e questo Devlin, se sarà ancora con lui. Chiaro?»

«Chiaro, capo.»

«Nel frattempo, alleggeriamo il carico, che ne dite?» Tirò fuori di tasca la chiave delle manette. Allungò la mano dietro il cadavere e trovò la maniglia. Aprì le manette e, cinque secondi più tardi, Cambry, sia lodato Dio, entrò a far parte della catena alimentare.

Freddy, nel frattempo, aveva abbassato una mano sull'inguine che gli prudeva da far paura. E, a dire il vero, anche le ascelle...

Si voltò e vide Perlmutter che lo fissava, grandi occhi scuri in una pallida faccia maculata di rosso.

«Cosa guardi?» chiese Freddy.

Perlmutter si girò senza aprir bocca e fissò la notte oltre il finestrino.

CAPITOLO DICIANNOVE

L'INSEGUIMENTO CONTINUA

1

Mr Gray adorava abbuffarsi di emozioni e di cibo umani, ma una cosa che proprio non gradiva era liberare gli intestini di Jonesy. Non volendo guardare ciò che aveva prodotto, si limitò a tirarsi su i calzoni e ad abbottonarli con mani tremanti.

Gesù, ma non ti pulisci? chiese Jonesy. Perlomeno tira quel maledetto sciacquone!

Ma Mr Gray voleva solo uscire da quel cesso. Si fermò quel tanto che bastava per far scorrere un po' d'acqua sulle mani in uno dei lavabi e si diresse verso l'uscita. Jonesy non fu precisamente sorpreso nel veder entrare l'agente di polizia.

«Ha dimenticato di chiudere la lampo, amico», disse il poliziotto.

«Oh. È vero. Grazie, agente.»

«Viene da nord, vero? C'è un gran movimento da quelle parti: così dice la radio. Quando si riesce a sentirla. Alieni dallo spazio, forse.»

«Io vengo da Derry», precisò Mr Gray. «Non saprei proprio.»

«E cosa l'ha costretta ad andare in giro in una notte come questa, se posso chiederglielo?»

Digli che è per via di un amico ammalato, trasmise Jonesy, ma sentì una fitta di disperazione. Non voleva assistere a questa faccenda, né, men che meno, prendervi parte.

«Un amico malato», rispose Mr Gray.

«Davvero. Be', mi favorisca patente e libret...»

Poi i suoi occhi divennero orbite bianche. Con passi rigidi si diresse verso la parete con le porte delle docce. Rimase lì per un attimo... poi cominciò a battere la testa contro le piastrelle, con grandi scatti ritmici. Il primo colpo gli fece cadere il cappello Stetson. Al terzo già scorreva il Borgogna, che spruzzò di rosso le piastrelle prima di colare in minuscoli rivoli.

E non potendo far nulla per impedire quell'orrore, Jonesy corse al telefono sulla scrivania.

Era muto. Mr Gray doveva aver tagliato la linea mentre mangiava la seconda porzione di bacon o mentre faceva la sua prima cagata in stile umano. Jonesy era isolato.

2

Nonostante l'orrore - o forse proprio per l'orrore - Jonesy scoppiò a ridere mentre ripuliva le pareti con un asciugamano del Dysart's. Mr Gray aveva consultato le nozioni di Jonesy relative all'occultamento dei cadaveri, e aveva trovato un vero e proprio tesoro. Da appassionato di film dell'orrore e libri gialli, Jonesy era, per così dire, un esperto. Persino adesso, mentre Mr Gray lasciava cadere l'asciugamano insanguinato sul davanti dell'uniforme zuppa dell'agente (il giaccone era stato usato per avvolgere la testa sfondata), una parte della mente di Jonesy stava rivedendo l'eliminazione del corpo di Freddy Miles in Il talento di Mr. Ripley, sia nella versione cinematografica sia nel romanzo di Patricia Highsmith. Venivano proiettate anche scene da altri film, in una tale confusa sovrapposizione da dare il capogiro a Jonesy. E quello non era il peggio. Con l'aiuto di Jonesy, l'abile Mr Gray aveva scoperto qualcosa che gli piaceva più del bacon ben fritto, e ancor più dello sfruttamento del pozzo di emozioni di Jonesy.

Mr Gray aveva scoperto l'omicidio.

3

Oltre la fila di docce c'era un locale con armadietti adibiti a deposito bagagli, cui seguiva un corridoio che portava al dormitorio dei camionisti. Il corridoio era deserto. In fondo c'era una porta che si apriva sul retro dell'edificio, dove c'era un cortiletto tutto invaso di neve, da cui sbucavano due cassonetti della spazzatura. Mr Gray, lesto nell'apprendere, frugò l'agente e trovò le chiavi dell'auto. Prese anche la pistola, che infilò in una delle tasche del piumino di Jonesy. Bloccò la porta del cortiletto con l'asciugamano in modo che non si richiudesse, poi trascinò il corpo dietro un cassonetto.

Tutta questa operazione, dal suicidio forzato dell'agente al rientro di Jonesy nel locale, richiese meno di dieci minuti. Il corpo di Jonesy si sentiva leggero e agile: lui e Mr Gray stavano beneficiando di un'altra scarica di endorfine. E almeno in parte la responsabilità di questa bruttura ricadeva su Gary Ambrose Jones. Non solo per la sua conoscenza in materia di occultamento di cadaveri, ma per via delle sanguinarie pulsioni dell'id, nascoste sotto la glassa del «facciamo finta che». Mr Gray era al volante - perlomeno Jonesy non era afflitto dall'idea di essere l'assassino primario - ma lui era il motore.

Magari meritiamo di essere cancellati dalla faccia della Terra, pensò Jonesy mentre Mr Gray traversava il locale delle docce (cercando eventuali macchie di sangue residue e facendo rimbalzare le chiavi dell'agente sul palmo di Jonesy). Magari meritiamo di essere trasformati in un mucchio di spore rosse trasportate dal vento. Potrebbe essere la cosa migliore. Che Dio ci aiuti.

4

La cassiera gli chiese se avesse visto l'agente.

«Certo», rispose Jonesy. «Gli ho anche mostrato patente e libretto.»

«Dal tardo pomeriggio in poi di qui sono passati un sacco di poliziotti», disse la cassiera. «Nervosi al massimo. Come chiunque altro, del resto. Io, se volessi vedere dei tipi di un altro pianeta, andrei a noleggiare un film. Lei ha sentito delle novità?»

«Alla radio dicono che si tratta di un falso allarme», rispose Mr Gray chiudendo la lampo del piumino. Guardò oltre la vetrina del ristorante, per avere conferma di quanto già supponeva: grazie al vetro appannato e alla fitta nevicata, la visibilità era zero. Nessuno qui dentro avrebbe visto su che auto lui sarebbe partito.

«Ah, sì? Davvero?» Il sollievo la fece sembrare meno stanca. Più giovane.

«Sì. E non si aspetti un ritorno immediato del suo amico. Ha detto che doveva fare una cagata montagnosa.»

La donna aggrottò la fronte. «Si è espresso così?»

«Buona notte. Felice Giorno del Ringraziamento. Buon Natale. Felice Anno Nuovo.»

Parte di questo, confidò Jonesy, veniva da lui. Nella speranza di farsi capire, di farsi notare.

Prima che potesse capire se ci era riuscito, la sua visuale mutò: Mr Gray l'aveva strappato via dalla cassa. Cinque minuti più tardi era di nuovo sull'autostrada, diretto a sud, e le catene dell'auto, cigolanti e sferraglianti, gli consentivano di procedere a sessanta all'ora.

Jonesy sentì Mr Gray partire in esplorazione. Era in grado di sfiorare la mente di Henry ma non riusciva a entrarvi: come Jonesy, Henry, in qualche modo, era diverso. Poco male. In sua compagnia c'era quel tale Overhill o Underhill, e da lui poteva cavare un bel po'. Erano centodieci chilometri dietro di loro, forse anche più... e lasciavano l'autostrada? Sì, uscivano a Derry.

Mr Gray esplorò più oltre e scoprì altri inseguitori. Erano tre... ma Jonesy intuì che l'obiettivo principale di questo gruppo non era Mr Gray, bensì Overhill-Underhill. Cosa che a Mr Gray stava benone. Non si curò neppure di capire la ragione della sosta di Overhill-Underhill ed Henry a Derry.

La massima preoccupazione di Mr Gray era trovare un altro automezzo, uno spartineve, sempre che Jonesy fosse in grado di guidarlo. Questo avrebbe comportato un altro omicidio, ma ciò non turbava affatto quel Mr Gray che andava umanizzandosi a vista d'occhio.

Anzi, cominciava proprio a prenderci gusto.

5

Owen Underhill è sulla scarpata vicino al condotto che sbuca tra le erbacce, e vede i giovani tirare fuori la ragazza infangata e sconvolta. Vede Duddits (un giovanottone con spalle da giocatore di football e capelli biondissimi da star del cinema) stringerla tra le braccia e darle grandi baci schioccanti sulle guance sporche. Sente le prime parole di Josie: «Voglio vedere la mamma».

Ai ragazzi questo basta e avanza: non occorre chiamare la polizia e neppure l'ambulanza. L'aiutano a risalire la scarpata, le fanno scavalcare il recinto, attraversare il parco (dove le ragazze in giallo sono state sostituite da ragazze in verde, nessuna delle quali bada al gruppetto con il trofeo infangato e malconcio), imboccare Kansas Street e svoltare in Maple Lane. Sanno dov'è la mamma di Josie. E anche il papà.

E non ci sono solo i Rinkenhauer. Quando i ragazzi arrivano, intorno alla casa dei Cavell sono parcheggiate molte auto. È stata Roberta a proprorre di chiamare i genitori dei compagni di scuola e degli amici di Josie. Si metterranno tutti in cerca della ragazza e tappezzeranno la cittadina con poster che denunciano la scomparsa. Non nei posti fuori mano (in cui di solito finiscono simili annunci in quel di Derry), bensì in luoghi dove tutti li vedranno. L'entusiasmo di Roberta è sufficiente a far nascere un barlume di speranza negli occhi di Ellen ed Hector Rinkenhauer.

Anche gli altri genitori si attivano, come se avessero solo avuto bisogno di essere convocati. Le telefonate hanno preso il via subito dopo che Duddits è uscito con gli amici, e quando i ragazzi rientrano, in casa Cavell ci sono almeno una ventina di persone. L'uomo che sta parlando in quel momento è un tizio che a Henry non è nuovo, un avvocato di nome Dave Bocklin. Suo figlio Kendall ogni tanto gioca con Duddits. Anche Ken ha la sindrome di Down, e non è un cattivo ragazzo, ma di certo non è come Duddits. Insomma, diciamolo: Duddits è unico.

I ragazzi si fermano all'ingresso del soggiorno, circondando Josie. Che ha di nuovo in mano la sporta bianca contenente le BarbieKen. Ha persino la faccia semipulita, perché Beaver, vedendo le auto intorno alla casa, si è dato da fare con il fazzoletto mentre percorrevano il viale. («Vi dirò una cosa: mi sono sentito strano», confiderà in seguito agli amici, quando il clamore e il casino si saranno placati. «Eccomi lì a ripulire questa ragazza che ha il corpo di una coniglietta di Playboy e il cervello di un innaffiatoio per prati.») Lì per lì nessuno li vede, tranne il signor Bocklin, il quale non sembra captare veramente la scena perché continua a concionare.

«Allora, amici, ci divideremo in gruppi di ricerca, diciamo formati da tre coppie l'uno... ogni gruppo... e... e...» L'avvocato Bocklin perde i colpi come un giocattolo che sta esaurendo la carica. Un fremito nervoso percorre la riunione di genitori, che non capiscono che cosa sia capitato all'avvocato, che prima parlava con tanta sicurezza.

«Josie», dice infine Bocklin, con voce inespressiva, molto diversa dal suo tono tribunalesco.

«Sì», conferma Hector Rinkenhauer, «si chiama così. Cosa c'è, Dave?»

«Josie», ripete Dave levando una mano tremante. A Henry ricorda il Fantasma del Natale a venire che indica la tomba di Ebeneezer Scrooge.

Una testa si gira... due... quattro... gli occhi di Alfie Cavell schizzano increduli dalle orbite... e infine si volta la signora Rinkenhauer.

«Ciao, mamma», saluta Josie, disinvolta. Tende la sporta. «Duddie ha trovato le mie BarbieKen. Ero incastrata in un...»

Il resto viene soffocato dal grido di gioia della madre. Henry non ha mai sentito un simile urlo in vita sua: è stupendo e terribile nello stesso tempo.

«'Fanculo, Freddy», dice Beaver... a bassissima voce.

Jonesy sta abbracciando Duddits, spaventato dall'urlo.

Pete guarda Henry e gli rivolge un piccolo cenno del capo: Ce la siamo cavata egregiamente.

Henry risponde con un altro cenno del capo. Sì, niente male.

Forse non è il momento in cui abbiano dato il meglio di sé, ma di certo ci va vicino. La signora Rinkenhauer, singhiozzando, prende la figlia tra le braccia. Henry batte le dita sul braccio di Duddits. Quando l'amico si volta, Henry gli dà un bacio sulla guancia. Bravo Duddits, pensa Henry. Bravo...

6

«Ci siamo, Owen», disse Henry. «Uscita 27.»

La visione del soggiorno dei Cavell scoppiò nella testa di Owen come una bolla di sapone e ai suoi occhi si parò un cartello: USCITA 27 - KANSAS STREET. Nelle orecchie sentiva ancora le grida di gioia della donna.

«Ti senti bene?» chiese Henry.

«Direi di sì.» S'immise nella rampa d'uscita. L'orologio sul cruscotto era fuori uso quanto l'orologio da polso di Henry, ma gli parve di vedere un vago diradarsi dell'oscurità. «Giro a destra o a sinistra quando sono in cima alla rampa? Dimmelo adesso perché non voglio correre il rischio di fermarmi.»

«A sinistra.»

Owen svoltò e si ritrovò in Kansas Street. La strada era stata sgomberata, e da non molto, ma era di nuovo innevata.

«È meno fitta di prima», disse Henry.

«Sì, ma il vento è bestiale. Hai molta voglia di vederlo, vero? Duddits.»

Henry sorrise. «L'idea mi rende un po' nervoso, però sì, ho voglia di vederlo.» Scosse il capo. «Duddits... Duddits ti fa sentire bene. È fantastico. Vedrai con i tuoi occhi. Rimpiango solo di capitargli tra i piedi all'alba.»

Owen alzò le spalle. Non possiamo farci niente, diceva il suo gesto.

«Abitano da quattro anni nella zona ovest del paese, e io non ho mai visto la loro nuova casa.» Poi, senza rendersene conto, passò al linguaggio della mente: Hanno traslocato dopo la morte di Alfie.

Tu sei... Poi, al posto delle parole, un'immagine: persone in gramaglie sotto ombrelli neri. Un cimitero sotto la pioggia. Una bara sul cavalietto con la scritta: ALFIE RIPOSA IN PACE.

No, disse Henry, vergognandosi. Nessuno di noi c'è andato.

?

Ma Henry non sapeva perché non c'erano andati, anche se gli venne in mente una frase: Il dito si muove scrivendo, e, dopo aver scritto, procede oltre. Duddits era stato un elemento importante della loro adolescenza (forse la parola giusta era «vitale»), ma, una volta spezzato il legame, era doloroso tornare indietro. Adesso cominciava a capire una cosa. Le immagini collegate alla sua depressione e alle tentazioni suicide - la goccia di latte sul mento del padre, Barry Newman che scappava dallo studio - avevano celato un'altra immagine, ancor più forte e suggestiva: l'acchiappasogni. Non era stato quello la vera origine della sua disperazione? Il concetto grandioso implicito nel concetto dell'acchiappasogni messo a confronto con la banalità degli usi che di esso erano stati fatti? Usare Duddits per ritrovare Josie era come scoprire la fisica quantistica per poi sfruttarla solo per elaborare un videogame. O, peggio ancora, giungere alla conclusione che quello era il suo unico uso valido. Naturalmente, avevano fatto una buona azione - senza il loro intervento, Josie sarebbe morta intrappolata in quel condotto - ma non è che avessero salvato il vincitore di un premio Nobel...

Non riesco a seguire tutto quello che ti sta passando per la testa, disse Owen, sempre con la mente, però il concetto mi sembra un po' arrogante. Qual è la via che devo imboccare?

Colpito, Henry gli lanciò un'occhiataccia. «Mettiamola così: di recente non siamo tornati a trovarlo. D'accordo?»

«Sì», rispose Owen.

«Però gli abbiamo mandato gli auguri di Natale tutti gli anni. E per questo so che l'indirizzo è 41 Dearborn Street, West Side Derry. Al terzo isolato, svolta a destra.»

«Va bene. Calmati.»

«'Fanculo, Owen.»

«Henry...»

«Non ci capiamo più. Capita. Probabilmente non è mai successo a un signor Perfettino come te, ma noi comuni mortali...» Henry abbassò lo sguardo, vide i propri pugni contratti e cercò di aprirli.

«Ho detto che va bene.»

«Probabilmente il signor Perfettino è rimasto in contatto con tutti i compagni delle medie e del liceo, vero? Probabilmente vi incontrate ogni anno e fate le stesse scemate che facevate a scuola, vero?»

«Mi spiace che la cosa ti disturbi.»

«Oh, schiaffeggiami pure. Hai reagito come se noi l'avessimo abbandonato.» Il che, naturalmente, rispondeva grosso modo alla verità.

Owen non disse nulla. Stava scrutando oltre la cortina di neve alla ricerca di Dearborn Street... ed eccola lì, proprio davanti a loro.

«Non è che abbia smesso di pensare a lui», continuò Henry. «Tutti noi abbiamo pensato a lui. Ti dirò di più: Jonesy e io avevamo progettato di andare a trovarlo la primavera scorsa. Poi Jonesy ha avuto l'incidente, e io me ne sono dimenticato. Ti sembra così strano?»

«Per niente», rispose Owen, pacato. Sterzò a destra e si destreggiò in modo da non finire contro le auto parcheggiate lungo la strada.

«Non voglio una lezione di morale da uno che stava per mandare arrosto centinaia di civili», borbottò Henry.

Owen premette entrambi i piedi sull'acceleratore, e il veicolo slittò e si fermò in diagonale.

«Chiudi il becco»

e non dire merdate su cose che non capisci.

«È probabile che finisca»

cadavere a causa

«tua, quindi perché non fai a meno di»

autoassolverti

«dicendo cazzate»

a te stesso.

Henry lo fissò, scioccato. Qual era l'ultima volta che qualcuno aveva osato parlargli in quel modo? Mai, probabilmente.

«A me interessa solo una cosa», dichiarò Owen. Il suo viso era pallido, teso, esausto. «Voglio trovare questo tuo Jonesy e fermarlo. Chiaro? Al diavolo i tuoi sentimenti, al diavolo la tua stanchezza, al diavolo te. Io sono qui.»

«D'accordo», assentì Henry.

«Non ho bisogno di lezioni di moralità da un tizio che pensava di farsi saltare quel bel cervello, grondante di cultura e autocompiacimento.»

«Okay.»

«Perciò, 'fanculo te e tua madre.»

Silenzio.

Infine Henry disse: «Ecco cosa faremo: io lo metto in culo a tua madre, e tu alla mia, così evitiamo l'incesto».

Owen cominciò a sorridere. Henry restituì il sorriso.

Cosa stanno facendo Jonesy e Mr Gray? chiese Owen. Sei in grado di stabilirlo?

Henry si leccò le labbra. Il prurito alla gamba si era placato, ma la lingua era come un pezzo di moquette. «No, sono tagliati fuori. Dev'essere un'azione di Gray. E il tuo capo senza macchia e senza paura? Kurtz? Si sta avvicinando, vero?»

«Sì. Se vogliamo mantenere un vantaggio su di lui, dobbiamo sbrigarci.»

«E così faremo.» Owen si grattò una guancia, guardò la robaccia rossa che si era attaccata alle dita, e ripartì.

Numero 41, hai detto?

Sì. Owen?

Cosa?

Ho paura.

Per Duddits?

Be', sì.

Perché?

Non so. Ho l'impressione che non stia bene.

7

Era il suo incubo divenuto realtà, e, quando sentì bussare alla porta, Roberta non riuscì ad alzarsi. Aveva le gambe molli. La notte era svanita, rimpiazzata da una pallida, angosciante luce mattutina. E quelli erano là fuori, Pete e Beav, i due morti venuti a reclamare suo figlio.

Altro colpo alla porta, che fece sussultare i quadri alle pareti. Uno era la prima pagina incorniciata del News di Derry, con una foto di Duddits con i suoi amici e Josie Rinkenhauer, tutti abbracciati, tutti sorridenti (quanto appariva bello, forte e normale Duddits in quell'immagine!), e un titolone che diceva: STUDENTI DEL LICEO RITROVANO RAGAZZA SCOMPARSA.

Toc, toc, toc.

No, pensò Roberta, me ne sto qui e, prima o poi, quelli se ne andranno, perché i morti li devi invitare tu, ma se io me ne sto qui...

Ma Duddits corse accanto al dondolo - correva davvero, quando di questi tempi gli era difficile anche solo camminare - e aveva gli occhi luminosi di un tempo... quelli erano stati dei cari ragazzi che gli avevano dato tanta felicità, ma adesso erano morti, erano venuti da lui nella bufera ed erano morti...

«No, Duddie!» esclamò lei, ma lui non le badò, e corse alla porta e, aprendola, gridò: «Enni! Enni! ENNI!»

8

Henry aprì la bocca, per dire chissà che cosa, che comunque non disse. Rimase fulminato. Quello non poteva essere Duddits: era un vecchio zio o un vecchio fratello, pallido e calvo sotto il berretto dei Red Sox. Aveva una peluria sulle guance, sangue rappreso intorno alle narici e occhiaie scure. Tuttavia...

«Enni! Enni! Enni!»

Lo sconosciuto alto e pallido sulla soglia si buttò tra le braccia di Henry con lo slancio del vecchio Duddie, facendolo scivolare sulla scala d'accesso... non grazie al suo peso, ma semplicemente perché Henry non era preparato all'assalto. E se Owen non avesse teso le braccia, lui e Duddits sarebbero rotolati sulla neve.

«Enni! Enni!»

Rideva. Piangeva. Gli stampava sulle guance quei bacioni sbavanti e schioccanti. Dai recessi della memoria, Beaver sussurrò: Se dite in giro che ho fatto questo... E Jonesy: Sì, sì, non sarai mai più nostro amico. Era Duddits, eccome, che baciava le guance muffose di Henry... ma che cos'era il suo pallore? Era talmente rinsecchito. Che voleva dire? Il sangue intorno alle narici, l'odore della pelle... diverso da quello di Becky Shue e da quello della baita, ma pur sempre un odore di morte.

Poi c'era Roberta, in piedi in corridoio, sotto una foto di Duddits e di Alfie su una giostra di un luna park, giganteschi rispetto ai cavalli di plastica dagli occhi spiritati.

Non sono andato al funerale di Alfie, ma ho mandato un biglietto, pensò Henry, disprezzando se stesso.

Roberta aveva gli occhi colmi di lacrime e, benché fosse ingrassata sui fianchi e avesse i capelli grigi, era ancora lei, mentre Duddits... Santo Cielo, Duddits...

Henry la guardò, stringendo tra le braccia il vecchio amico che gridava il suo nome. Diede un colpetto alla schiena di Duddits. La scapola gli parve fragile come l'osso di un uccelletto.

«Roberta», gemette Henry. «Roberta! Cosa gli è capitato?»

«Leucemia linfocitica acuta. Gliel'hanno diagnosticata nove mesi fa, e, a quel punto, era al di là di ogni speranza di cura. Da allora stiamo solo lottando contro il tempo.»

«Enni!» esclamò Duddits. L'antico sorriso strampalato gli illuminava il volto grigio e stanco. «Effa meda, ato giono!»

«Giusto», approvò Henry, scoppiando a piangere. «Stessa merda, altro giorno.»

«So perché sei qui», disse la madre, «ma, ti prego, non farlo. Non portarmi via mio figlio. Sta morendo.»

9

Kurtz stava per chiedere a Perlmutter un aggiornamento sugli spostamenti di Underhill e del suo nuovo amico Henry, quando questi lanciò un lungo ululato, il volto alzato verso il tettuccio del gippone. Una volta, in Nicaragua, Kurtz aveva aiutato una donna a dare alla luce un bambino, e questo grido gli ricordò quell'evento svoltosi sulla sponda del fiume La Juvena.

«Calma, Pearly!» gridò Kurtz. «Respira a fondo!»

«'Fanculo!» strillò Pearly. «Guarda in cosa mi hai cacciato, brutto stronzo!»

Kurtz non gliene volle. Le donne dicevano cose terribili durante il parto, e, sebbene Pearly fosse decisamente un maschio, Kurtz sospettava che stesse subendo qualcosa di molto simile al travaglio. Sapeva che sarebbe stata una buona idea cancellare i suoi dolori...

«Non pensarci neppure», grugnì Pearly, le guance rigate di lacrime. «Non osare farlo, fottuto pezzo di merda.»

«Non ti preoccupare, ragazzo mio», cercò di placarlo Kurtz dandogli un colpetto sulla spalla tremante. Davanti a loro si levava lo sferragliare ritmico dello spartineve che Kurtz era riuscito a ottenere per far sgomberare la strada che dovevano percorrere. I fanalini posteriori brillavano come sporche stelle rosse.

Kurtz si protese in avanti, guardando Perlmutter con occhi scintillanti d'interesse. Faceva molto freddo sul sedile posteriore del veicolo per via del finestrino rotto, ma per il momento Kurtz non se ne accorse neppure. Il davanti del giaccone di Pearly era gonfio come un pallone. Il capo estrasse di nuovo la nove millimetri.

«Capo, se esplode...»

Prima che Freddy potesse completare la frase, Perlmutter fece un'assordante scoreggia. La puzza fu spaventosa, ma Pearly parve non accorgersene. Arrovesciò la testa contro il sedile con aria estremamente sollevata.

«Oh, cazzo!» gridò Freddy, abbassando completamente il finestrino nonostante nell'interno del gippone ci fosse già una forte corrente d'aria.

Kurtz vide il ventre di Pearly sgonfiarsi. Non era ancora il momento. E forse era meglio così. Magari la cosa che stava crescendo nell'intestino di Perlmutter si sarebbe potuta rivelare utile. Tutte le cose servono il Signore, dicevano le Sacre Scritture, e questo poteva includere la donnola di merda.

«Resisti, soldato», disse Kurtz, posando la pistola sul sedile. «Resisti e pensa al Signore.»

«'Fanculo il...» ribatté Perlmutter, e Kurtz lo trovò vagamente divertente. Non avrebbe mai ritenuto quell'uomo capace di bestemmiare.

Lo spartineve, dopo aver fatto lampeggiare i fanalini posteriori, accostò a destra e si fermò.

«Oh-oh», fece Kurtz.

«Cosa devo fare, capo?»

«Fermati dietro di lui.» Parlò con voce allegra, ma riafferrò la pistola. «Vediamo cosa vuole il nostro nuovo amico.» Benché ritenesse di saperlo. «Freddy, cosa senti dai nostri vecchi amici? Li stai captando?»

Con estrema riluttanza, Freddy rispose: «Solo Owen. Ma non l'altro che è con lui. Owen è uscito dall'autostrada. Sono in una casa, e parlano con qualcuno».

«Una casa di Derry?»

«Sì.»

Si avvicinò il conducente dello spartineve, affondando nella neve con i suoi stivaloni di gomma. Portava un enorme giaccone imbottito e aveva la parte inferiore del viso avvolta in una sciarpa le cui estremità volavano nel vento.

L'uomo si protese all'interno del finestrino e arricciò il naso sentendo il tanfo di zolfo e di alcol etilico. Diede un'occhiata perplessa a Freddy, poi a Perlmutter semisvenuto e infine a Kurtz, il quale ritenne prudente occultare l'arma sotto il ginocchio sinistro, almeno per il momento.

«Sì?» chiese Kurtz.

«Abbiamo ricevuto un messaggio via radio da un tizio di nome Randall. Generale Randall. Affermava di parlare direttamente da Cheyenne Mountain nel Wyoming, grazie a un collegamento satellitare.»

«Quel nome non mi dice niente», disse Kurtz, ignorando Perlmutter che borbottava: «Stai mentendo, stai mentendo».

L'uomo dello spartineve gli lanciò un'occhiata, poi tornò a guardare Kurtz. «Mi ha comunicato una frase in codice. Blu exit. Le dice niente?»

«Il mio nome è Bond, James Bond», rispose Kurtz ridendo. «Qualcuno le ha fatto uno scherzo, amico.»

«Ha detto che la sua parte della missione è finita e il paese la ringrazia.»

«Hanno accennato a un orologio d'oro, amico?» chiese Kurtz, gli occhi scintillanti.

L'uomo dello spartineve si leccò le labbra. Interessante, pensò Kurtz. Aveva individuato l'istante preciso in cui il suo interlocutore aveva stabilito che aveva a che fare con un pazzo.

«Non mi risulta. Volevo solo dirle che non posso procedere oltre. Non senza un'autorizzazione.»

Kurtz sfilò la pistola da sotto il ginocchio e la puntò contro il viso dell'altro. «Ecco l'autorizzazione, amico, firmata e in triplice copia. Le va bene?»

L'uomo guardò l'arma con i suoi lunghi occhi yankee. Non parve particolarmente spaventato. «Sì: sembra tutto in ordine.»

Kurtz rise. «Bravo! Bravissimo! Adesso procediamo. E lei vada un po' più forte, Dio Santo. C'è qualcuno a Derry con cui...» Cercò una formula giusta, e la trovò: «... con cui devo avere un incontro improrogabile».

Perlmutter fece un suono a metà strada tra un gemito e una risata. L'uomo dello spartineve lo guardò.

«Non ci faccia caso, è incinto», disse Kurtz in tono confidenziale. «Tra un po' griderà che vuole delle ostriche e dei cetrioli.»

«Incinto», echeggiò l'altro. Con voce del tutto inespressiva.

«Sì, ma lasciamo perdere. Non è affar suo. Il fatto è...» Kurtz si protese in avanti, parlando con tono cordiale dietro la canna della pistola «... il fatto è che questo tizio si trova a Derry in questo momento. Immagino che tra non molto riprenderà l'autostrada, e che saprà che voglio la sua pellaccia...»

«Lo sa, eccome», disse Freddy Johnson. Si grattò il collo, poi abbassò la mano all'inguine.

«... ma nel frattempo», continuò Kurtz, «penso di poter guadagnare terreno. E adesso vuol darsi una mossa?»

L'uomo annuì e risalì nell'abitacolo dello spartineve. Adesso il buio si stava diradando. È molto probabile che questa sia la luce dell'ultimo giorno della mia vita, pensò Kurtz con vago stupore.

Perlmutter emise un gemito, che poi crebbe sino a diventare un urlo.

«Gesù», disse Freddy. «Guardi che stomaco. Cresce come la pasta che lievita.»

«Inspira, espira», suggerì Kurtz dando un benevolo colpetto alla mano di Pearly. Davanti a loro, lo spartineve si era rimesso in movimento. «Respira a fondo, ragazzo mio. Rilassati. Rilassati e pensa a cose belle.»

10

Derry distava di lì sessantacinque chilometri. Sessantacinque chilometri tra me e Owen, pensò Kurtz. Niente male. Sto arrivando, amico. Devo darti una lezione. Devo rinfrescarti la memoria su quello che capita quando si varca la linea di Kurtz.

Avevano percorso trenta chilometri e quelli erano ancora nella casa di Derry. Pearly e Freddy concordavano su questo punto, benché quest'ultimo desse segni d'incertezza. Pearly però sosteneva che stavano parlando con la madre, la quale non voleva lasciarlo andare.

«Lasciare andare chi?» chiese Kurtz. Non che gli importasse granché. La madre li stava trattenendo a Derry, aiutandoli così ad accorciare la distanza, quindi benedetta quella donna, chiunque ella fosse o quali che fossero le sue motivazioni.

«Non so», disse Pearly. Le sue budella si erano relativamente calmate, ma aveva un'aria esausta. «Non riesco a vedere. C'è qualcuno, ma è come se non avesse una mente in cui penetrare.»

«Freddy?»

Freddy scosse il capo. «Non capto più Owen. Raggiungo a stento il tizio dello spartineve. È come... perdere un segnale radio.»

Kurtz si protese in avanti e diede un'occhiata al Ripley sulla guancia di Freddy. La chiazza era ancora arancione al centro, ma i bordi stavano sbiancando.

Il Ripley sta morendo, pensò Kurtz. O è per via del sistema immunitario di Freddy o per via dell'ambiente. Owen aveva ragione. Accidenti.

Non che questo cambiasse le cose. La linea era linea, e Owen l'aveva valicata.

«Il tizio dello spartineve», disse Perlmutter con voce stanca.

«Sì?»

Non ci fu bisogno di una risposta. Davanti a loro, lampeggiante nella neve, c'era un cartello con la scritta USCITA 32 -GRANDVIEW/GRANDVIEW STATION. Lo spartineve di colpo accelerò, sollevando le lame. Senza segnalare la svolta, imboccò l'uscita in un gran turbinio di neve.

«Lo seguo?» chiese Freddy. «Posso raggiungerlo, capo!»

Kurtz soffocò l'impulso di ordinare l'inseguimento. Quanto gli sarebbe piaciuto raggiungere quel figlio di puttana yankee e insegnargli che cosa succede quando si oltrepassa la linea. Dargli una dose della medicina di Owen Underhill. Ma lo spartineve era più grosso del gippone, e chi poteva sapere che cosa sarebbe successo se avessero cominciato a urtarsi reciprocamente?

«Resta in autostrada, ragazzo», rispose Kurtz. «Non dimentichiamo l'obiettivo principale.» Ma continuò a guardare con gran rimpianto lo spartineve che si allontanava nella mattinata gelida e ventosa. Non poteva neppure sperare che il fottuto yankee si fosse preso il Ripley da Freddy e Perlmutter, perché quella robaccia non durava.

Procedettero a velocità ridotta sulla strada innevata, ma Kurtz immaginò che le condizioni sarebbero migliorate andando verso sud. La bufera stava per finire.

«E congratulazioni», disse a Freddy.

«Eh?»

Kurtz gli diede una pacca sulla spalla. «Stai migliorando, a quanto pare.» Si rivolse a Perlmutter. «Quanto a te, non saprei.»

11

Centosessanta chilometri a nord della posizione di Kurtz e a meno di tre chilometri dall'incrocio in cui era stato catturato Henry, il nuovo comandante dell'Imperial Valley - una bella donna vicina alla cinquantina - se ne stava sotto un pino in una valle che, in codice, era stata denominata Disinfestazione Uno. Era, letteralmente, una vallata di morte. Era invasa da cumuli di cadaveri, gran parte in giacconi arancione da cacciatore. In totale erano un centinaio. Avevano i documenti di identificazione attaccati al collo con nastro adesivo. Perlopiù si trattava di patenti, ma c'erano anche carte di credito, permessi di caccia, tesserini vari. Una donna con un grosso foro nero sulla fronte era stata etichettata con il tesserino di Blockbuster.

Vicino al cumulo più cospicuo, Kate Gallagher stava facendo una stima del numero delle vittime prima di stendere il rapporto. In una mano teneva un computer palmare, uno strumento che Adolf Eichmann, famoso contabile di morti, le avrebbe certamente invidiato. In precedenza il piccolo computer non aveva dato segni di vita, ma adesso quasi tutta la strumentazione elettronica sembrava funzionare.

Kate aveva le cuffie e un microfono appeso davanti alla maschera. Ogni tanto chiedeva chiarimenti o impartiva un ordine. Kurtz aveva scelto un successore efficiente ed entusiasta. Sommando il numero dei cadaveri in questa valle e altrove, Gallagher calcolò che dovevano aver preso almeno il sessanta per cento dei fuggitivi. Quella gente si era ribellata, si era battuta, il che era sorprendente, ma, nei tempi lunghi, gran parte di loro aveva ceduto. Non avevano la stoffa per sopravvivere.

«Ehi, Katie-Kate.»

Jocelyn McAvoy sbucò dal folto di alberi all'estremità sud della valle, il cappuccio abbassato sulle spalle, i capelli coperti da un foulard verde, la mitraglietta ad armacollo. Sul davanti del giaccone c'era una macchia di sangue.

«Ti ho spaventata, eh?» chiese al nuovo capo.

«Forse mi hai fatto alzare leggermente la pressione.»

«Bene, il Settore Quattro è bonificato.» Aveva gli occhi scintillanti. «Ne abbiamo più di quaranta. Anche Jackson ha buone notizie per te...»

«Scusate, signore...»

Si girarono. Dagli arbusti innevati